Non sapevo molto di Joyce Lussu. Conoscevo solo qualche sua poesia (ricordo Un paio di scarpette rosse, in memoria dei bambini sterminati a Buchenwald) ma poco conoscevo della sua vita, dell’impegno politico e civile che Joyce ha portato avanti durante tutta la sua esistenza. Oggi ho avuto la fortuna di assistere a un convegno a lei dedicato (ne avevo dato i dettagli nel post di venerdì: Joyce Lussu, Sibilla del novecento …) e sono rimasta affascinata dal coraggio e dallo spessore intellettuale di questa donna. Ho appreso anche che Joyce Lussu è stata traduttrice, traduttrice di poeti. E quella di traduttore, a me che ho così poca confidenza con le lingue straniere, è una professione che incanta. Non parlerò quindi della Joyce Lussu partigiana, della Lussu amica di Benedetto Croce, o delle sue posizioni verso il movimento femminista, o dei suoi viaggi che l’hanno portata nei vari Sud del mondo sempre in nome della libertà. Ma farò parlare proprio Joyce Lussu traduttrice, o, come amo chiamare io i traduttori, della Joyce Lussu traghettatrice di parole. 