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lunedì, 30 giugno 2008

Un'uscita attesa

P1070507Nessuno poteva saperlo, ma quel pomeriggio c’era stata l’ultima pioggia dell’inverno. La strada rifletteva il fioco chiarore delle lampade sospese, ferme nell’aria senza più vento. L’unica luce a quel punto della sera proveniva dal locale del barbiere. All’interno, un uomo lucidava l’ottone di uno specchio.

Questo, l’incipit di “La condanna del sangue” l’atteso romanzo di Maurizio de Giovanni che ci racconta in maniera eccellente la seconda indagine del commissario Ricciardi. Scrivo atteso perché, chi ha letto il romanzo d’esordio “Il senso del dolore” aspettava impaziente di ritrovare questo  personaggio così ben costruito dalla sensibilissima penna dell’autore.
Romanzo appena uscito, edito da Fandango libri, La condanna del sangue verrà presentato oggi, 30 giugno 2008, alle ore 18, presso la Feltrinelli Libri
e Musica via S. Caterina a Chiaia, 23 (ang. piazza dei Martiri) - 80121 Napoli NA
Insieme all'autore intervengono Sergio Assisi, Marco Lombardi e Aldo Putignano.
Per saperne di più:

Fandango

Non mi rimane ora che augurare in bocca al lupo a Maurizio de Giovanni.
Il libro, io, l’ho già letto, anzi, l’ho divorato. Ma di questo parlerò prossimamente. E lo farò con molto piacere.



Beh, forse è banale e troppo ovvia la scelta della colonna sonora di questa sera…. Ovvia perché si tratta di una vecchia canzone napoletana…
Però, pur non c’entrando affatto con il bel romanzo di Maurizio de Giovanni, può essere uno spunto di riflessione per altro.


Quando eravamo noi, gli emigranti...
postato da: Soriana alle ore 02:20 | link | commenti (3)
categorie: avviso ai naviganti, tessitori di parole
sabato, 28 giugno 2008

Croci di guerra di Renzo Montagnoli

omahabeach3seppiaSe dovessi scegliere un solo periodo di questo bel racconto di Renzo Montagnoli  ecco cosa evidenzierei:
"…ho fatto in tempo a vedere la guerra, anzi ho combattuto nell’ultimo anno.
- Hai ucciso qualcuno?
- Spero di no.
- Perché?
- Non si è uomini ad ammazzare gli altri"

A pronunciare quest’ultima frase è Tony, considerato un po’ lo scemo di quel piccolo villaggio sull’altipiano. Ma Tony non è scemo: è un uomo ricco di sensibilità e di pietà. Io lo definirei un Uomo Giusto.
E ora: buona lettura.

Croci di guerra
di Renzo Montagnoli


       
La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
- Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
- E lei chi è?
- Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
- Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io:
mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
- Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
- Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
- Un mezzo sangue, allora.
- Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
- Venuto a sciare? La neve non manca.
- No, sono venuto a cercare.
- A cercare?
- Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
- Questa è fortuna! Tony sono me. 
Wiener rimase non poco perplesso a questa affermazione, perché chi gli era davanti, più che una guida, dava tutta l’aria di essere lo scemo del paese.
Tony parve rendersi conto della titubanza del suo interlocutore e lo prevenne: - Sì, non mi presento bene. Sono sempre stato così fin da piccolo; anche mamma diceva che ero un po’ strano e me ne accorgo pure io, ma sono serio, onesto e sgobbo per mantenermi.
Nel dire così allungò la mano destra a cercare quella di Wiener; questi esitò, ma quando sentì la stretta calorosa e la voce ferma del suo interlocutore che si presentava - Piacere, Tony Balcher – non poté fare a meno di contraccambiare.
- Signor Wiener, perché ha bisogno di me?
- E’ una storia lunga e, come le dicevo, sono alla ricerca di una persona. Mi hanno detto che lei conosce tutti i cimiteri di guerra della zona. Se potesse accompagnarmi, le sarei grato e, ovviamente, la ricompenserei.
- E’ vero che li conosco tutti e non sono pochi; qui durante la guerra che è finita una trentina di anni fa si sono scannati alla grande, austriaci e italiani. E per cosa poi? Per un pezzo di terra.
- Accetta?
- Sì.
- Cominciamo subito.
- No, aspettiamo che finisca di nevicare e domani, se ci sarà il sole, daremo corso alla ricerca.
- Dove ci troviamo?
- Sarò io a trovarla: in paese c’è solo un albergo.

Il giorno dopo Wiener scostò le tende della finestra della sua camera e guardò fuori: aveva smesso di nevicare e il cielo si era completamente rasserenato.
Il panorama, che prima non aveva potuto ammirare a causa della foschia della nevicata, appariva in tutta la sua bellezza, con le cime ammantate che brillavano al sole.
Guardò giù in strada e lo vide, davanti alla porta dell’albergo, tutto imbacuccato e perciò ancor più rotondo del giorno innanzi.
- Vengo subito, Tony.
- Faccia con comodo.
Scese velocemente, aprì la porta e si sorprese nello scorgere un volto sorridente, con due occhi vispi di un azzurro intenso.
- Tony, se non è di disturbo, possiamo darci del tu e così è più semplice.
- Ma certo, ostrega, era quello che volevo dire io.
- Allora cominciamo?
- Sì, ma forse non c’è da girar molto, se mi dici che il morto che cerchi era austriaco o italiano.
- Austriaco, Tony. Io cerco Sepp Wiener, mio padre.
- Non mi ricordo questo nome.
- Ci credo, con tutti i caduti che ci saranno nei cimiteri.
- Li conosco tutti, uno a uno.
- Davvero?
- Sì, sono la mia compagnia. Per uno che è solo non c’è miglior compagnia dei morti: puoi parlargli e loro ti ascoltano, puoi anche incazzarti e loro non s’offendono. Per ognuno che non ho conosciuto da vivo ho una storia, una faccia, un corpo: sono i miei amici e chi non ricorda gli amici?
Wiener apparve perplesso e si grattò il mento.
- Sì, ti capisco; chissà che ti hanno raccontato. Ti avranno detto che quando ho un po’ di tempo faccio solo il giro dei cimiteri, che parlo con i morti, che sono il matto del paese.
- A dire il vero mi hanno detto solo che saresti stata la guida giusta.
- Pensi che sia matto, vero?
- Non so.
- Forse è vero, ma mi conoscerai e potrai giudicare. Adesso andiamo al primo dei due cimiteri in cui forse potremo trovare tuo padre.
Si incamminarono, piano piano, Tony davanti e Wiener subito dietro.
La strada cominciò a salire.
Dopo una quarto d’ora Wiener azzardò: - Manca ancora molto?
- No, il suo tempo.
- E sarebbe?
- Quello che ci vuole. Scusa, ma davvero non hai conosciuto tuo padre?
- No, sono nato un mese dopo che era partito per la guerra. Me ne ha parlato mia madre e come le ho promesso in punto di morte ora vorrei almeno trovare la sua tomba.
- Anche io non ho conosciuto il papà.
- Morto in guerra?
- E chi lo sa? Forse, può anche essere. Porto il cognome della mamma.
- Ah. Non te ne ha mai parlato?
- No e non mi interessa sapere di un papà che non si cura di un figlio. La vita è stata dura con me: la mamma è morta presto e sono rimasto solo,  ho fatto in tempo a vedere la guerra, anzi ho combattuto nell’ultimo anno.
- Hai ucciso qualcuno?
- Spero di no.
- Perché?
- Non si è uomini ad ammazzare gli altri.
Scese il silenzio e Wiener non si azzardò ad aprir bocca e altrettanto fece Tony.
Dopo un’altra ventina minuti d’ascesa giunsero al cimitero di guerra di Slaghenaufi, una piccola oasi di pace, con 748 croci ordinate in file parallele.
- Cominciamo dalla prima e guarda che non sono in ordine alfabetico.
Si avvicinò al legno e lesse sulla piccola targhetta:
- Julius Blind, caporale. Oggi c’è il sole Julius e sapessi com’è bello il panorama! E’ uno dei miei preferiti: è caduto vicino al Forte Verena nel 1917 e aveva solo 25 anni. Ecco, un po’ di lettere a formare un nome e un paio di date è quel che resta di un uomo. Era alto, biondo e felice di vivere, prima. Ora è polvere e numeri.
Andarono ancora avanti e per ogni croce c’era un pensiero di Tony, una sorta di ricordo inventato che ridava un’immagine del caduto.
- Wilfred Mayer, di anni 45. Saranno cresciuti i tuoi figli. Bei ragazzi, Wilfred, e poi bravi, te lo assicuro.
Andreas Mann, di anni 18. C’è tanta neve che ci si potrebbe rotolare. Sì, è ancora tempo di giochi, ma ti vedo già guardarti all’intorno, occhieggiare qualche ragazza. Sei mancato troppo presto per conoscere la vita.
Il tragitto, percorso in questo modo, fu necessariamente lento e quando arrivarono all’ultima fila cominciava già a scendere il sole.
- Manfred Richter, di anni 33. Come quelli di nostro Signore, ma lui è salito alla gloria dei cieli e tu invece sei nascosto a tutti, sotto un metro di terra e di sassi. Lui è morto per tutti gli uomini e tu per pochi uomini che se ne stavano al caldo, ben vestiti e sazi, mentre tu pativi il freddo, la fame e ogni giorno era un tormento.
E’ passato tanto tempo, ma tutti e due siete morti invano.
Wiener era come frastornato: quei ricordi inventati lo coinvolgevano e gli pareva che forse, anzi sì, quei morti non gli fossero per nulla sconosciuti.
- Joseph Franz Wiener, di anni 30…
- Ferma!
-  Mi fermo, ma…
- Mio padre, mio padre! Si chiamava così, ma tutti lo conoscevano come Sepp. L’ho trovato!
- Vuoi sapere?
- No, no. Di anni 30. Hai lasciato per la guerra tua moglie che aspettava un bimbo che non avresti mai visto e che ora è qui. Eri alto, capelli e occhi neri, e tutte le donne dicevano che eri un bell’uomo. La mamma è morta, ma già lo sai, perché è finalmente con te.
- No, non dargli un altro dolore. Ti dico invece il mio ricordo, se non ti disturba.
Eri veramente il più bello di tutti, il più umano e lo fosti anche quella piovosa sera del settembre 1918.
Un soldatino appena arrivato si è presentato a te e quando sapesti che era stato comandato di pattuglia volesti uscire al posto suo.
Nessuno rientrò. Attesi fino all’alba e io che avevo conosciuto solo dolore, nessun affetto, ti piansi come un padre.
Wiener osservò il volto di Tony, tirato, gli occhi lucidi; gli pose una mano sulla spalla e gli fece cenno di tornare.
Durante il percorso non parlarono e si lasciarono davanti all’albergo.
L’indomani Wiener partì. Mentre attendeva l’arrivo della corriera si guardò intorno, quasi a cercare Tony, ma questi non venne.
Durante il viaggio pensò a quello che era accaduto, al racconto della morte di suo padre, una pietosa menzogna, a cui tuttavia avrebbe desiderato credere. Rilesse così il comunicato del ministero della guerra che annunciava il decesso del soldato Joseph Franz Wiener, avvenuto all’ospedale da campo di Slaghenaufi a seguito di un attacco di peritonite. Si passò una mano fra i capelli, come a riordinare le impressioni di quei giorni, poi  guardò fuori dal finestrino: aveva ripreso a nevicare, minuscoli fiocchi che scendevano lenti a ricoprire ogni cosa.

E, in atmosfera, ecco:
    
Tapum
 


postato da: Soriana alle ore 01:47 | link | commenti (2)
categorie: tessitori di parole, renzo montagnoli
giovedì, 22 maggio 2008

Carlo D'Amicis: La guerra dei cafoni.

35 d
Arterìa  è un locale posto nel cuore di Bologna, dove si può ascoltare buona musica dal vivo, ma non solo. E se andate a visitare il sito potete scoprire le innumerevoli attività di cui si occupa.
Sabato scorso, per esempio, ad Arterìa
Grazia Verasani ha presentato  il sesto romanzo di Carlo  D'Amicis
"La guerra dei cafoni".
Una presentazione gradevolissima,P1070006 perché gradevolissima persona è Carlo D’Amicis. E, dopo aver ascoltato a Torino Sergio Rubini  leggere alcuni brani  del romanzo penso che Carlo sia anche un bravo, anzi bravissimo scrittore.
Di lui, però, non ho letto ancora nulla. Conosco l’autore perché è uno dei conduttori di Fahrenheit (e ormai lo sapete che Fahre è la mia trasmissione preferita…), e ho avuto poi modo di incontrarlo personalmente per la prima volta l’anno scorso a Galassia Gutenberg.  Una bella persona, un uomo molto gentile.
Ecco perché ho assistito alle due presentazioni del suo libro, quella torinese e questa qui a Bologna: per conoscerlo meglio anche come autore.  Non avendo ancora letto il romanzo non posso certo esprimere un giudizio completo, ma, come ho già scritto sopra, ho molto apprezzato le letture fatte da Sergio Rubini.
Poi i romanzi di formazione mi sono sempre piaciuti (che sia il segno che io non sono ancora cresciuta?).
 Sabato,  a mano a mano che procede la conversazione fra Grazia Verasani e l’autore, il libro mi sembra sempre più interessante.
Do un’occhiata veloce al risvolto di copertina, leggo le prime righe: Estate 1975. In un villaggio della costa salentina si rinnova la guerra che oppone i ragazzini benestanti ai figli dei pescatori, dei pescatori, dei contadini: i cosiddetti cafoni. …
Mi viene subito in mente uno dei libri che più ho amato nella mia infanzia: I ragazzi della via Paal, e infatti poi lo stesso D'Amicis fa un accenno al romanzo di Molnar. E anche a La guerra dei bottoni. Vi ricordate La guerra dei bottoni?   Mi sembra anche interessante la descrizione che Carlo fa  dell’adolescenza come dell’età delle certezze, l’età in cui non ci sono sfumature, dove il bianco è bianco e il nero è nero. Una età che non indulge in compromessi. Terminata l’adolescenza tutto diventerà più incerto, più ambiguo. E non è un caso che  la vicenda si svolga a metà degli anni settanta. Perché forse è proprio in quel periodo che l’Italia è uscita da una sorta di adolescenza, per entrare nell’età adulta, e tutto è diventato non più definibile, i contorni delle cose, delle identità, hanno perso chiarezza per vestirsi di sfumature incerte e labili.
Ancora un’occhiata al risvolto di copertina: …il nuovo libro di Carlo D’Amicis è poema cavalleresco e satira sociale, romanzo di formazione e divertissement pulp, tragedia dell’antica borghesia e commedia dell’Italia moderna.


Porterò con me il libro di Carlo D’Amicis durante il mio prossimo viaggio in Sicilia. Ma anche prima di leggerlo tifo già per lui, e spero davvero che il 3  luglio  La Guerra dei Cafoni sia proclamato  vincitore del Premio Strega: per il poco che ho potuto sentire del romanzo, e che mi è piaciuto, e anche  per affetto.  In bocca al lupo, Carlo!

Rileggendo mi rendo conto che avrei dovuto dire di più e meglio. Ma ho avuto una giornata densa di impegni, oggi. E ora sono  piuttosto affaticata. E venerdì parto.  E ho ancora 1253 cose da fare.
Carlo D’Amicis meritava di più, lo so.

Cerco di rimediare così:

Sergio Rubini legge brani da "la guerra dei cafoni"

E così
Perché c’entra anche L’ultima neve di primavera, nel libro di Carlo D’Amicis. Quando lo leggerete (perché lo leggerete, vero?) capirete il perché.
postato da: Soriana alle ore 03:59 | link | commenti (6)
categorie: bologna e dintorni, tessitori di parole
mercoledì, 21 maggio 2008

Alla Feltrinelli con Bianciardi, Baraghini, Sughi e...Giubilei!

copertina_5giornate
Non capita spesso di assistere a due presentazioni di libri, a un giorno di distanza una dall’altra, godibilissime entrambe. Eppure a me è successo, la settimana scorsa.
La prima venerdì, alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana. Il libro presentato quello di un grande autore scomparso da tempo, Luciano Bianciardi, che grazie anche all’impegno pieno di entusiasmo del figlio Ettore e dell’editore di Stampa alternativa Marcello Baraghini sta  piano piano, forse, uscendo dall'ombra dove è stato tenuto per tanti anni. Tanto è vero che su Radio3, ogni mattina, da circa due settimane, sta andando in onda a puntate il suo romanzo più famoso: “La vita agra”. 
Il libro presentato:
Le cinque giornate-Bisognerebbe occupare anche le banche
(Stampa Alternativa/Nuovi equilibri-2008).

(E
QUI  nel bel blog…libertario della casa editrice potete trovarne notizie).
Nel retro di copertina si legge: Una rivoluzione, perché sia vera, non deve smettere mai, e se viene meno, se un nuovo ordine è imposto, bisogna ricominciarla da capo, quella rivoluzione …l’ultimo romanzo di Luciano Bianciardi, il suo vero testamento: culturale, politico e sociale.

Un grande personaggio, Luciano Bianciardi, oltre che uno dei migliori scrittori del secolo scorso. Uno che vede le cose con sguardo acuto e disincantato, il che rende la sua scrittura, il suo pensiero, di una attualità sorprendente. Nei suoi libri è già scritto chiaramente il declino della civiltà occidentale. Un uomo che non è mai sceso a compromessi, anzi i compromessi li ha sempre proprio esecrati. Pagando di persona, naturalmente per questo suo “non starci”. E’ stato isolato ed emarginato, come sempre accade in questi, seppur rari, casi.

Ma ritorno alla cronaca di venerdì.
Il figlio Ettore è un vulcano di parole, mentre parla del padre. E’ piacevolissimo ascoltarlo, con quel colorito accento toscano, che sembra dare più sonorità a ogni parola.  E altrettanto piacevole è ascoltare Marcello Baraghini, che io definirei come uno degli ultimi vecchi editori che ancora amano il loro mestiere. Uno di quelli che ancora credono veramente in quello che pubblicano, a prescindere dal valore commerciale che le opere possono avere. Leggere Bianciardi, dice, ha un effetto igienico, rivitalizzante.
Ad incontro iniziato arriva un signore un po’ anziano, sta mangiando un gelato e mormora “buono, buono..”. Sembra quasi capitato lì per sbaglio. E invece no: il signore è Cesare Sughi, giornalista culturale del Resto del Carlino. Attraversa (facendo platealmente finta di essere reticente) la saletta gremita di gente e si siede accanto a Baraghini. E l’incontro si fa ancora più vivace. Si parla di libri che non sono più in catalogo e che non vengono più ristampati: mai così alta come oggi è stata la percentuale di questi libri, perché ora ci sono scrittori che non scrivono ma pubblicano. Un libro, oggi, è importante se il valore di quello che c’è scritto dentro coincide con il valore commerciale. Ecco perché Bianciardi è uno scrittore ancora abbandonato: è proprio la testimonianza, questo abbandono, della politica degli editori, e anche dei librai, che espongono sempre in primo piano libri che vendono, a prescindere dal loro valore. Non esiste più la grande editoria, dice Sughi, esiste la grossa editoria, grossa come fatturato…L’unico elemento interessante è la “vendibilità del libro”. Il resto non conta.
E non vengono neppure risparmiati i critici letterari: Certi critici fanno da zerbino agli editori, viene detto.
Insomma, dalla presentazione del bel libro di Bianciardi si è passati a parlare di cultura, non cultura, editori, consumismo, dando un quadro un po’ miserello, ma credo piuttosto veritiero, della cultura e dell’Italia contemporanea. Il quadro che Luciano Bianciardi aveva già ben descritto diversi decenni fa.
Ma …non è finita la mia cronachetta…Anzi, a dir la verità devo tornare all’inizio, prima che la presentazione cominciasse.  Allora: sento Ettore Bianciardi che dice, rivolgendosi a qualcuno alle mie spalle: ecco il più giovane scrittore italiano! Mi giro e vedo un ragazzino con uno zainetto e sto quasi per dire: io ne conosco un altro di scrittori giovanissimi, si chiama Francesco Giubilei…E mentre sto pensando questo sento…zac! la parola “Cesena”!. Allora spalanco occhi e bocca e (forse a voce un po’ troppo alta) dico: Ma tu sei Francesco????
Ebbene sì! Il blogger più giovane della rete (letteraria), Francesco Giubilei  era davanti a me!!!!
Vi do la mia testimonianza che esiste, e non è un professore universitario che si occupa di letteratura…No, è un bel ragazzino biondo, dall’aria sicura ma non saccente, e che forse (perdonami Francesco) dimostra ancor meno dei suoi sedici anni. Ma sono certa che fa già battere forte il cuore a molte ragazzine.
E’ stata davvero una bella, piacevolissima sorpresa, l’incontro con Francesco. Una compensazione al mancato incontro con Gian Paolo Serino, che doveva essere presente, ma non ha potuto esserlo perché non stava bene. Peccato! C’erano però diverse copie dell’ultimo numero di
Satisfiction   la sua sua rivista che recentemente è passata dalla rete al cartaceo. Io sono un  abbonata soddisfatta, sono pure il socio n.22 dell’Associazione che si è creata intorno alla rivista. E quindi ho lasciato che di quelle copie ne godesse qualcun altro.

Avevo preannunciato due presentazioni. Ma il post è troppo lungo. Della presentazione di sabato sera ne scriverò domani. Di un libro candidato allo Strega, ecco di cosa vi parlerò.  Leggetemi anche domani, dunque (o meglio domani l’altro mattina, perché lo sapete che io sono una blogger notturna…)!

E ora:
Le parole di Bianciardi, la musica di de Andrè.
postato da: Soriana alle ore 02:36 | link | commenti (6)
categorie: bologna e dintorni, tessitori di parole
giovedì, 24 aprile 2008

Double post

Perché double post? si chiederanno i miei amabili lettori. Perché è un post diviso in due: una parte  dedicata a un incontro della settimana scorsa in libreria, e una parte per riprendere, in base ai vostri commenti, l’argomento del mio post precedente: Paloma e  l'eleganza del linguaggio

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Senza titolo-9


Natàlia Molebatsi: una voce che danza

Circa due settimane fa Michela Murgia, la settimana scorsa Natàlia Molebatsi: due begli incontri, la scoperta di belle persone. Lo scenario sempre lo stesso: la calda e accogliente libreria  InfoModoShop, in via Mascarella. E anche il conduttore è sempre lo stesso: Alberto
Masala. Un nome che è una garanzia, insomma. Garanzia di incontri piacevoli, di parole che scorrono diritte al cuore e, per quanto mi riguarda, anche di scoperte su realtà che ignoravo.
Allora giovedì 17 aprile in libreria si presentava l’antologia poetica “I nostri semi-Peo tsa rona (poeti sudafricani del post apartheid)": ulteriori dettagli
QUI

A parlarne, insieme a Alberto Masala e al giornalista Daniele Barbieri, il curatore dell’opera Raphael D’Abdon, sua moglie Natàlia Molebatsi (una delle poetesse presenti nella raccolta) e la loro figlioletta, una deliziosa frugolina di pochi mesi. Che in realtà non parlava, ma gorgheggiava amabilmente.
Della realtà del Sudafrica dopo l’apartheid io non sapevo molto. Forse non se ne parla, qui in Europa, o forse la mia ignoranza era dovuta  a disattenzione. Quindi è stato illuminante ascoltare le parole di Natàlia Molebatsi mentre raccontava del suo paese.
Se è vero che non esiste più un apartheid politico, dice la poetessa, l’apartheid economico è invece quasi totale. I neri abitano ancora nelle township, zone dove non c’è nulla,  lontane dai centri delle città, perché non possono permettersi di sostenere l’elevato  costo che comporterebbe vivere in un centro urbano. A parte una minoranza, i cosiddetti “neri colorati di bianco”, la popolazione autoctona del Sudafrica continua a svolgere lavori subordinati e umili, del tutto rifiutati dai bianchi. Natàlia Molebatsi aggiunge che, arrivando la prima volta in Italia, vedere che le addette alla pulizia delle toilette dell’aeroporto  erano donne bianche, le era sembrata una cosa stranissima..
Lo standard di vita dei bianchi in Sudafrica  è fra i più alti al mondo, e  normalmente in ogni casa ci sono almeno tre domestici.
 Un 10% della popolazione nera ambisce ad avere questo status symbol, e la conseguenza è un ulteriore impoverimento dell’altro 90%, perché dai loro fratelli di colore i domestici ricevono un salario molto basso.
Non crediamo, perciò,  ai vecchi scrittori sudafricani che, quando vengono in Europa dicono che va tutto bene, perché bene non va affatto, conclude la poetessa.
E infatti,ho trovato questo piccolo brano di Hugh Masekela nella prima pagina di I nostri semi, che rende l’idea di quanto ho riportato prima:
"Una volta ci ribellavamo per ogni cosa, ti ricordi? Uno sbirro schiaffeggiava qualcuno giù in città e ci ribellavamo. Oggi i bambini vengono stuprati e nessuno apre bocca. Neanche una parola da parte del governo, di nessuno. Siamo solo capaci di sospirare “eh, ma siamo liberi, almeno siamo liberi”.

Però c’è chi continua a parlare: sono i Poeti.
E esiste ancora, in Sudafrica, un concetto di poesia che da noi è sparito ormai da secoli, con qualche fortunata sopravvivenza in Sardegna e in una
parte della Toscana: poesia da ascoltare insieme, e non da leggere da soli  nel chiuso di una stanza. Poesia da danzare, sottesa da ritmi scanditi, scritta da autori che sono ben lontani dalla  ormai proverbiale solitudine del poeta.
Nel Paese africano le performance dei poeti sono seguite da migliaia di persone, come da noi accade per un concerto di una rock star. Ed è il pubblico che nomina Poeta chi gli si presenta davanti.  Le uniche voci libere e ascoltate dalle comunità sono i poeti. Dove c’è disarmonia il poeta interviene a sanare la frattura ed è in tal modo che egli diventa soggetto politico. Perché parla “in nome di
E “in nome di” parlano i poeti dell’antologia I nostri semi-Peo tsa rona. Poeti che parlano in nome di: quartieri, di piazze, di piccoli e grandi paesi, ma anche di famiglie o di individui schiacciati da problemi.  Poeti che per essere eletti tali devono saper “cantare”, attrarre, mantenere l’attenzione di chi li ascolta fino in fondo e poi metterci il senso in quello che dicono. Una poesia, la loro, essenzialmente orale, dove il testo stampato diventa una cornice di riferimento.
Tutto questo lo sento, lo capisco molto bene quando Natàlia Molebatsi ci presenta alcune sue poesie: la sua voce danza, ha un ritmo incalzante,  e anche se non capisco completamente il testo inglese (che verrà poi letto in italiano da Alberto Masala) quella sua voce  avvince e commuove. Mi sembra quasi di entrare in una centrifuga,  la sensazione è emotivamente forte, ma non certo sgradevole.
Una bella esperienza, davvero. Spero di poter avere ancora l’occasione di sentire le voci danzanti di poeti sudafricani.
Non mi rimane ora che riportare una delle poesie di Natàlia, dal titolo che è un imperativo valido non solo per il popolo sudafricano, ma per noi tutti.


Do not forget

Do no forget to co-and interexist
In your exsitence
Do not forget to desist this our penitentiary solidarity

Do not forget to  remember our mothers’ struggle
Do not forget
Madres de la Plaza de Mayo, Mothers of Beslan, Mama
Emily Lengolo
Qana, Sabra, and Chatila shatter my nights into
shredded glass

A luta  continua
Our struggle continues
Find at the depths of your soul
An opportunity to remember Hiroshima,
Falluja, Rwanda, Boipatong, Bhopal,
Pain still blinks into my Wounded Knee
Those skulls were robbed off the skin
That delocately wraps our faces
Leaving no trace of life
Do not forget
To remember!



Non dimenticarti

Non dimenticarti di co- e inter-esistere
Nella tua esistenza
Non dimenticarti di desistere da questa solidarietà da
penitenziario

Non dimenticarti di ricordare la lotta delle nostre
madri
Non dimenticarti
Las Madres de la Plaza de Majo, le Madri di Beslan,
Mama Emily Lengolo
Qana, Sabra e Chatila frantumano le mie notti
in mille pezzi di vetro

A luta continua
La nostra lotta continua
Trova nella profondità della tua anima
Una ragione per ricordare Hiroshima,
Falluja, Ruanda, Boipatong, Bhopal
Il dolore ancora pulsa dentro il mio Ginocchio Ferito
La pelle che avvolge delicatamente i nostri volti
Venne strappata da questi teschi
Senza lasciare alcuna traccia di vita

Non dimenticarti
Di ricordare!


Prima di passare alla seconda parte del post ecco la bellissima voce di:
Miriam Makeba



Paloma e la (sempre più mortalmente noiosa) eleganza del linguaggio

copertina L

Ragazze (e ragazzi) meno male che mi sono arrivati i vostri commenti…e che altre cosette mi tengono occupata. Altrimenti a quest’ora sarei morta di noia…Anzi, no, non è esatto. Perché questo libro qui, questo romanzo dal titolo raffinato e accattivante al tempo stesso, non mi sta solo annoiando, ma mi sta facendo anche arrabbiare. Vi trovo una supponenza, una presunzione che tracima da ogni riga. Non sarò io all’altezza? Mah…Non so.

Se ho deciso di rispondere ai commenti con un post è perché volevo dare più rilevanza a ciò che mi avete scritto.

Ringrazio prima di tutto Cri, che partecipa sempre con calore e affetto a questo blog. Cri, se quel “qualcosa che ti urge più della lettura” è lo scrivere poesie…benedetta questa urgenza!

Poi do il benvenuto a Massimo. Quando scrivi, Massimo, che la narrativa offre allo scrittore la possibilità di fare quello che vuole con i suoi personaggi, in parte ti do ragione. Però io credo che un autore, nel momento in cui comincia a scrivere, debba stipulare una sorta di patto di lealtà con il lettore. Un impegno a non  raccontargli frottole, insomma, pur inventando.
Può inventare, certo, immaginare. Anzi, è anche questa l’arte dello scrivere. Ma non deve ingannare. E secondo me in questo libro più che invenzione c’è inganno.

Come spesso mi capita leggendoti, Annalisa, mi hai strappato un sorriso…
Quelle frasi che io ho riportato ti sembravano incredibili? Guarda, questo post sta diventando veramente troppo lungo perché io ne riporti altre, ma ti assicuro che, a mano a mano che proseguo nella lettura, è tutta un’escalation. Giustamente dici che l’autore dovrebbe far dimenticare la sua presenza al lettore. Quella di Muriel Barbery è sempre lì, sgomita, si affaccia, esce dalla pagina non per andarsene ma per abbracciarla tutta fino a soffocarla.  Ho l’impressione che voglia dire a tutti quanto lei sia brava e colta e saggia ecc.ecc.  Dimostrando invece quanto lei sia…pedante…

Oh, sì, Giadanila: a pag.160 (lì, sono) pure Renèe mi sta dando il tormento. Anche se, senza dubbio, è più credibile della ragazzina sotuttoio. E’ vero che c’erano state quelle premesse che presentavano Paloma come una ragazzina superdotata…ma, come tu dici, l’autrice ha calcato troppo la mano (ma molto molto molto, l’ha calcata…) Forse se avesse esposto le stesse teorie, le stesse riflessioni che Paloma esprime e che possono essere condivisibili o non condivisibili (non è questo il problema) con un linguaggio più semplice (cose complicatissime si possono esprimere con semplicità) forse il risultato sarebbe stato migliore.

Ondina, ho riflettuto su quanto hai scritto. E’ vero che nelle favole gli animali parlano, e quel linguaggio non mi sembra assurdo. Ma sono favole, le prendiamo come tali, non ci sentiamo ingannati. Però forse a me è sfuggita quella chiave di lettura che ha permesso a te di apprezzare, di intuire “la vicenda nascosta, interiore”, come tu dici. Io, come ho già scritto rispondendo ad altri commenti, trovo tutto forzato e funzionale solo a gratificare l’ego dell’autrice. Posso sbagliarmi, certo. Ma è bello confrontarci e avere idee dissimili, altrimenti, oltre che questo libro, sarebbe noiosa anche la vita.

Francesco non scriverebbe MAI così, Sabrina, ne sono (quasi?) certa. Mi hai fatto ridere, e poi, sai, l’avevo pensata pure io questa cosa…Francesco Giubilei, con un intelligenza e una cultura di gran lunga superiore alla maggior parte dei suoi coetanei è comunque (spero) un normalissimo ragazzo che non ammorberebbe mai le pagine del suo diario in tal modo…

Leggilo, leggilo, Barbara! Sono curiosa di sapere il tuo giudizio…Il commento di Ondina (che è riuscita a leggere il romanzo in un solo giorno!!!) mi ha messo in crisi.  Però di una cosa sono certa: non è che sia strano, che una ragazzina di dodici anni parli così, ma è assolutamente impossibile!!!!


Non mi ricordavo, Cinzia di questo tuo post. Magari me lo fossi ricordato!  Ci avrei pensato bene prima di indicarlo come libro del mese al gruppo di lettura…Il bello è che ci riuniamo l’8 maggio, e io mi ero dimenticata che quel giorno sarò a Torino…Beh, quasi quasi è meglio: evito le botte… Vedo che i nostri giudizi collimano. E è anche vero quello che tu scrivi in un commento al tuo post: non c’è differenza fra lo stile espressivo di Renèe e di Paloma. E questo è un errore davvero grosso!

Grazie a tutte e tutti. Mi sono proprio divertita, con questo post.
Se poi il libro non l’ho capito…beh, mi butterò su Armony…

Ancora un po’ di musica? O.K.! Va bene,

Sinatra?
martedì, 22 aprile 2008

Paloma e l'eleganza del linguaggio

copertina L
Essendo arrivata solo a pagina 77 (sulle 319 che compongono il romanzo) è senza dubbio troppo presto perché io possa dare un giudizio su L'eleganza del riccio
il  romanzo della scrittrice francese, nonché  docente di filosofia, Muriel Barbery.
E’ il libro che il mio gruppo di lettura e io stiamo leggendo in questo periodo. Ho... l’onore (o forse la colpa) di essere stata proprio io a sceglierlo come libro del mese. Questo perché ne ho sentito parlare tantissimo, ma, soprattutto, per aver letto o ascoltato critiche talmente opposte fra di loro da farmi pensare  a volte che si riferissero a due libri completamente diversi.
E se ne volete un esempio fate click Qui

Ero quindi molto curiosa di leggere questo romanzo e di discuterne poi con il gruppo. Ma ora non so se il mio consiglio di lettura è stato un buon o cattivo consiglio.
Non farò nessun accenno alla trama, che potete leggere, se già non la conoscete, nei siti che ho linkato.
Voglio solo esprimere perplessità su Paloma, una delle due voci narranti  del romanzo. Paloma è una dodicenne (quasi tredicenne, in verità) che scrive una sorta di diario, utilizzando un linguaggio che, a mio avviso, è assolutamente improbabile in una ragazzina di quell’età. E’ vero che lei li chiama “pensieri profondi” (e mi astengo di dare un giudizio sulla loro profondità), ma sentite come scrive:

(Da “pensiero profondo n.3” -pag.48-):

<<Quelli più forti
fra tutti gli uomini
non fanno nulla
parlano solamente
parlano di continuo

E’ un mio pensiero profondo che è nato da un altro pensiero profondo.L’ha espresso un invitato di papà, ieri sera a cena. “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare insegna agli insegnanti, e chi non sa insegnare agli insegnanti fa politica”
………
Io però credo che questa frase sia davvero un pensiero profondo, proprio perché non è vera, o perlomeno non del tutto. Il suo significato non è quello che appare a prima vista. Se nella scala sociale si salisse in funzione della propria incompetenza, vi garantisco che il mondo non girerebbe come gira oggi. Ma il problema non sta qui. Il significato di questa frase non è che gli incompetenti hanno un posto in prima fila, ma che non c’è niente di più duro e ingiusto della realtà umana: gli uomini vivono in un  mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. E’ una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati  per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose , i più animaleschi fra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. E’ un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda>>


Dico, io, ma chi ha mai sentito parlare così una…cinnazza (espressione bolognese fra l’affettuoso e l’ironico per dire bambinetta) di dodici anni?
Oddio, è vero che negli ultimi anni non ho frequentato fanciullini dodicenni, ma ho forti dubbi che si esprimano in tal modo…
O sì? Sta di fatto che quando tocca a Paloma far sentire la sua voce a me viene una sorta di prurito, un fastidio di pelle e occhi, e non vedo l’ora di riascoltare l'altra voce narrante, quella di Renée, la portinaia…double face.
Paloma mi irrita, mi annoia, la trovo del tutto improbabile, sento che mi sta ingannando.
Allora mi piacerebbe chiedere se qualcuno di voi  ha letto L'eleganza del riccio e che cosa pensa, non tanto del libro, ma di questa cosa qui, del linguaggio di Paloma, dico.
Perché non credo che l’autrice non sappia che non è così che parla una bambina, non credo che nessun editor  non le abbia fatto notare che Paloma non è una docente di filosofia, sociologia e affini…E allora mi viene il dubbio che quel linguaggio sia una sorta di metafora, o che la povera Paloma sia posseduta in maniera incoercibile dalla voce dell’autrice (avete presente L’esorcista?), o che alla fine del libro si scopra che in realtà la piccola  Paloma ha cinquantatre anni e tre mesi e che si è presa gioco del lettore fin dall’inizio, o che…
Non lo so, proprio non lo so. Forse c'è  davvero qualcosa che non sto capendo.
C'è qualcuno che mi può illuminare?
E ancora vorrei sapere: ma in un  romanzo, in un racconto, un personaggio deve utilizzare un linguaggio che rappresenti  la sua età anagrafica, il suo ceto sociale e culturale, oppure no? Io un 'idea in proposito ce l'ho...ma magari mi sbaglio...



Se volete ascoltare le prime pagine del libro accomodatevi
Qui

Se poi volete ascoltare un po’ di musica ecco un autore amato dalla portinaia Renée (ma anche da me) :
Mahler Sinfonia n.5 Adagietto

P.S.: Aspetto aiuto, non lasciatemi nel dubbio...

venerdì, 18 aprile 2008

Dalla blogsfera...

Free Tibet
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Lo strillone umanista:
Presidio evento solidarietà con il Popolo Tibetano: Milano piazza Duomo sabato 19 aprile ore 17



Povera Italia...
senato

Micromega (anche il forum)

Morgan: malattia e politica, Gramos e domande

Laura e lory: per ricordare insieme
(Ovvero: chi disse e  cosa disse…)

Le pagelle della libertà

Simona Vinci:
Momenti post elettorali

I mulini a vento:
Esiste ancora la correttezza?



Scrittori e scritture
Scritturescritture

Annalisa Ferrari ha recensito:
"La donna che parlava con i morti", il recente romanzo di Remo Bassini

In rete oggi due bei racconti di Renzo Montagnoli:
La canzone di Maria (nel blog di Francesco Giubilei)

La luce del tramonto (nel nuovo numero di Arteinsieme)


Letteratitudine:
sono aperte le discussioni su: Non è un paese per vecchi, il libro, il film.


Sabrina Campolongo:
Cocci, un racconto ricco di sensibilità

Ti attendo...
Bella, questa poesia di Eleonora Ruffo Giordani



Altri fiori:
fioriNarcissus_AUDUBON____


Nativi americani:
da Barbara Provenzi

Marisa Sannia :
Ancora un bellissimo post che Giulia dedica alla sua amica scomparsa. Scritto in maniera eccellente e con una meravigliosa colonna sonora,
giovedì, 17 aprile 2008

Que sera sera

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No, non lasciatevi ingannare dal titolo…Non voglio parlare del destino del nostro Paese, questa notte…
Voglio invece parlarvi di qualcosa di piacevole. Di un incontro in libreria avvenuto la settimana scorsa dove ho avuto modo di conoscere una persona veramente deliziosa: Michela Murgia. Non sapevo niente di questa giovane scrittrice sarda e se quell’incontro non fosse stato condotto da Alberto Masala, cui va la mia stima e il mio affetto sia come persona  che come poeta, probabilmente non ci sarei andata. E avrei fatto proprio un bello sbaglio.
Allora, mercoledì o giovedì, non ricordo bene, arrivo in via Mascarella, al numero 24. Davanti alla libreria Modo Infoshop alcune persone in attesa. Saluto con molto piacere Alberto che mi presenta una ragazza morettina, con due occhi neri grandi grandi che il sorriso rende luminosissimi. E’ lei, è Michela Murgia, che è diventata (suo malgrado, dirà poi, durante la conversazione) una sorta di paladina dei precari.
Chi non sapesse ancora chi sia Michela, quale modo migliore, per conoscerla, che entrare nel suo blog?
  Il blog di Michela

Ma un po’ vorrei farvela conoscere anch’io, sperando di essere breve (ma so già che non lo sarò…).
Io credo che la Sardegna sia un’isola magica. Forse è uno stereotipo, forse troppe volte al sostantivo isola si aggiunge l’aggettivo magica.  E vale un  po’ per tutte le isole. Ma io continuo a pensarlo: la Sardegna per me è un’isola magica. E non lo dico perché conosco il suo territorio (sono stata solo a Carloforte, che non viene neppure considerata Sardegna Sardegna), ma la sento, questa cosa, leggendo gli scrittori sardi, ascoltando Maria Carta, o altre musiche dell’isola,  parlando, quando ne ho l’occasione, con chi nell’isola è nato.  E Michela Murgia, che è nata a Cabras, a pochi chilometri da Oristano, ha dentro di sé, e la esterna, la magia della sua Isola. Qualcosa che non riesco a definire, ma che c’è, che si avverte.
E poi, Michela,  sa quel che vuole e, ancora più importante, quello che non vuole. Non vuole per esempio, essere citata come “caso umano”
da Paolo Virzì che dal libro della Murgia"Il mondo deve sapereha tratto il film Tutta la vita davantiche proprio in questi giorni viene proiettato nei cinema di tutta Italia. Rifiuta le offerte di partecipare a trasmissioni televisive di spicco come paladina dei precari… Non rinnega il suo libro, ma considera quel periodo chiuso, finito.
Non ama stereotipi e icone, Michela. Quel libro, che prima di finire nelle librerie era un blog. Quell’anno di vita trascorso a lavorare al call center della

Kirby  che lei ogni giorno raccontava nel web: con rabbia, ironia, spietatezza, disincanto.  Quel blog, quell’anno, quel libro fanno parte ormai del passato di Michela. Punto.
Ed è il futuro che ci prospetta mentre stiamo comodamente seduti sulle poltrone nella saletta della libreria. Siamo in pochi, è vero, ma proprio per questo si è creata un atmosfera da salotto di casa, quelle poltrone un po’ vecchiotte ma comode, i libri intorno a noi,  a un certo punto arriva anche una buona bottiglia di rosso. Si sta davvero bene. Alberto parla di scrittura fondante, di scrittura inizializzante, riferendosi alla scrittura di Michela, soprattutto per quanto riguarda i suoi prossimi libri, in uscita fra poco. Poi Michela ci legge alcune pagine del suo nuovo romanzo “L’ultima madre”, che sarà nelle librerie il prossimo autunno. Ed ecco di nuovo la magia. Quella che trovo anche in Milena Agus, anche se il suo stile è completamente diverso da quello della Murgia. C’è una sonorità particolare, nelle pagine degli scrittori sardi che non trovo in altri scrittori. Non sono un critico letterario, né tanto meno un’esperta di linguaggi, quindi non so spiegarmi. E’ qualcosa che avverte il mio orecchio, ma non solo, anche la mia anima, o il cuore, non so. E che mi incanta. Le pagine lette da Michela mi sono piaciute tantissimo. E anche la storia, per quell’accenno che ne ha fatto l’autrice mi sembra molto bella. Fa riferimento a qualcosa che ignoravo assolutamente: esiste in Sardegna una tradizione per cui famiglie abbienti senza figli “adottano” bambini di famiglie bisognose, con il vincolo di dare loro la possibilità di studiare e di condurre un’esistenza priva di quei pesanti disagi che certe situazioni economiche veramente precarie possono arrecare all’infanzia. Non è una vera e propria adozione, se ho ben capito, ma una sorta di impegno morale. A loro volta, i bambini, diventati adulti, si impegnano a non abbandonare alla solitudine della vecchiaia i loro benefattori. Figli dell’anima, si chiamano, questi bambini: una definizione  molto bella, secondo me, e mi rammarico di non ricordarmi l’espressione sarda, per definirli, perché mi sembrava ancora più…magica.
Un altro libro di Michela Murgia (edito da Einaudi) verrà presentato alla prossima Fiera del Libro di Torino e sarà nelle librerie dal 6 maggio prossimo. Una sorta di guida di viaggio narrativo che toccherà undici punti della Sardegna. Ecco la copertina:
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Un’ ultima cosa (ahimè, non sono una brava blogger, che è la brevità il pregio della blog-scrittura…): Michela insegna all’Università di Arborea. E sapete che corso tiene? Un corso... sull’odio! Però, dice la giovane scrittrice sarda, prima di frequentare il mio corso è obbligatorio frequentare quello sull' amore…. Ecco, stop, mi fermo qui, anche perché crollo dal sonno…

Già, dimenticavo! Che c’entra Que sera sera? Ma è la colonna sonora con cui si conclude il film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti” liberamente tratto, come recitano i titoli di coda, dal romanzo di Michela Murgia: “Il mondo deve sapere”!  Film che io mi sono vista domenica. E che mi è piaciuto. E di cui vi volevo raccontare cose ma non ce la faccio. Ma che vi consiglio di vedere.  Così come vi consiglio molto molto vivamente di acquistare i libri di questa ragazza che da scrittrice…precaria è diventata in breve tempo un’ottima scrittrice professionista.  E prima di ascoltare la colonna sonora del film,( anzi dei film) e di questo lungo post, altre indicazioni su Michela, sul suo primo libro,  su Tutta la vita davanti e sulla spettacolo teatrale (già, anche uno spettacolo teatrale...)

Michela Murgia

Lo spettacolo teatrale

Il film


Que sera sera
postato da: Soriana alle ore 02:51 | link | commenti (5)
categorie: bologna e dintorni, tessitori di parole
mercoledì, 16 aprile 2008

Dalla rete...

Prima di tutto
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Cina: 22 esecuzioni capitali al giorno!



Scritture e scrittoripoesiascritture

Cristina Bove: Di sabbia

Francesco Giubilei: Lungo la strada

Giorgio Medda: Attraverso te

Majarie: Isola

Glo' D'alessandro: Alla poeta

Letteratitudine: Manituana, incontro con Wu Ming 4

(con una bella intervista di Giulia Gadaleta e interventi dell'autore)

Chiara Cretella ha recensito "Eraclito e il muro" di Cinzia Pierangelini


Pro…Italia
parlamento_italiano

Roberto Tossani si ...adegua ai risultati elettorali 2008

La riflessione di Laura e Lory


E ancora
Altro
Voi vi sentite integrati?  Lo chiede Morgan

La religione entra nella corsa alla Casa Bianca

Ciao, Marisa, amica mia
Un ricordo davvero struggente scritto da Giuba 47. Io non sapevo questa notizia: l'ho appresa questa mattina entrando nel blog di Giulia. E mi sento di concludere questo post di segnalazioni, in genere muto, con questa canzone. Perchè,  e lo scrivo senza retorica, se ne è andato per sempre anche un pezzetto  della mia giovinezza.

Come stasera mai
giovedì, 10 aprile 2008

Raggi di luce su:

Pro Tibet



Tibet162760_tOld Tingri (Tibet) 2004
 Da Il velino
Pechino 2008: sparisce la parola Tibet dai documenti ufficiali
Roma, 9 apr (Velino) - L’associazione mondiale dei comitati olimpici (Anoc) ha cancellato dal rapporto conclusivo sui prossimi Giochi ogni riferimento al Tibet. Lo ha confermato il presidente dell’Anoc, Mario Vazquez Rana. “Ho redatto personalmente il documento - ha spiegato Vasquez Rana -, e nella prima stesura vi era la menzione dela regione autonoma cinese. Successivamente, ci sono arrivati commenti da alcuni dei 700 membri dell’associazione secondo i quali avremmo interferito negli affari interni di un Paese. Così ho deciso di modificare il testo”. Nel rapporto originale, l’organismo internazionale si appellava per “una risoluzione equa e ragionevole al conflitto interno che affligge la regione tibetana”. Invece nel testo definitivo si legge: “Una risoluzione equa e ragionevole al conflitto interno per il beneficio dei Giochi e degli atleti”.


Anghelu

Nexus

Ultima ora:
Gordon Brown non andrà alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi.


Praticamente siamo a meno 4...