Missione Uranio? No, solo una gita – (di Stefania Divertito)
Tutti in aula, al Senato, a votare sulla Rai, e poi in volo a Lecce. La missione della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito è stata fissata su proposta del senatore Rosario Costa, Forza Italia, che nella città pugliese è - in senso letterale - di casa. Ecco il programma: arrivo nel pomeriggio, trasferimento in prefettura, incontro con le famiglie delle vittime, visita al poligono di Torre Veneri e oggi il rientro.
Pochi minuti prima della partenza a far scoppiare la bomba è stata la senatrice Franca Rame, componente della commissione ma non della delegazione.
«Macchè missione, è una gita. Partono con volo di Stato».
Volo di Stato? Il tema è di attualità. Va approfondito. Per andare ai poligoni sardi, a luglio, fu utilizzato un volo di linea. I 5 senatori (la presidente Menapace, Costa, Bulgarelli, Ramponi e Valpiana), due segretari e il consulente balistico Paride Minervini. Ieri invece hanno usato un volo di Stato partito da Ciampino.
«Cosa c’è di strano? - ci risponde al telefono la senatrice Valpiana, appena atterrata - siamo qui per il Senato».
E perchè l’albergo ve lo pagate voi?
«Come? Ce lo paghiamo noi?...».
E dopo un minuto:
«Lo apprendo ora».
Metro, dopo aver telefonato ai migliori alberghi di zona, ha scoperto che al Grand hotel Tiziano sono state prenotate 6 suite presidenziali. Qual è l’obiettivo della missione? In primis ascoltare le famiglie dei militari. Strano però che Salvatore Antonaci, di Martano, nel leccese, papà-testimonial che nel 2000 ha perso suo figlio Andrea, neanche era stato messo al corrente dell’incontro.
«Dopo molte insistenze mi hanno fatto raccontare la storia di mio figlio»,- ci ha detto.
Stamattina ci sarà la conferenza , poi la visita al poligono. Dallo Stato Maggiore ci dicono che a Torre Veneri si svolgono esercitazioni con armi portatili e carri con munizioni inerti. Nulla di più lontano dall’uranio.
Senatore Costa, che ci andate a fare al poligono?
«A verificare che non si usi l’uranio».
Quindi controllerete tutti i poligoni d’Italia?
«Se necessario sì».
Speriamo non con voli di Stato.
«Non badiamo a questi aspetti logistici. Abbiamo cose più importanti di cui occuparci».
Rame: "La commissione mi imbarazza.
Sa quanto avrebbero speso con il volo di linea? 4.950 euro. Sono indignata".
Uranio impoverito, diritti dell’infanzia e sprechi della politica sono le battaglie che vedono in prima linea la senatrice Franca Rame. Ma anche chi la conosce bene sostiene che è stato difficile in passato vederla arrabbiata come era ieri.
Senatrice perchè non è andata a Lecce?
- Non sono stata invitata.
La presidenza della commissione sostiene che sono stati invitati tutti i commissari.
- A me non è arrivato alcun invito. Di questa gita è stato discusso giovedì scorso. Io non c’ero, e la mia assenza ai lavori in commissione è una rarità. Poi nessuno mi ha informata.
Ha detto gita?
E come la vuole chiamare?
Mi dica lei..
Vanno col volo di Stato. Quanto costa ai contribuenti? In tempi come questi, ... Sono veramente imbarazzata. Di questo viaggi a casa Costa avevano parlato prima dell’estate ma non era stato deciso nulla. Poi per caso me lo ha detto mercoledì Bulgarelli. Che le devo dire.. questa commissione continua a perdere tempo.
E qui un video che ci...azzecca, e come! Comunque, ugualmente, buona domenica a tutti.
Mi piace ascoltare i discorsi della gente, quando vado in giro.
La gente mi interessa, quella comune, come me. Non è curiosità meschina, la mia, non credo, no.
E’ che a volte mi sembra, ascoltando quei mozziconi di discorsi, di stare leggendo un libro. Poi, magari, vado avanti da sola, nel raccontarmi la storia…
Così come mi piace, mi intriga, passare davanti a finestre illuminate, quando per esempio viaggio in treno. E così, dal tipo di illuminazione, gioco a immaginarmi chi ci viva, dietro quelle finestre.
Anche ieri, sull’autobus 28 che mi portava in centro, ho ascoltato.
Un uomo e una donna, seduti di fronte a me, amici, o conoscenti, non so. Parlano di figli, e di scelta di scuole, dei licei che ci sono in città, per la precisione. Forse una scelta per il prossimo anno, o forse una scelta già fatta. Questo è buono, questo no, quello è distante. Poi la signora dice: Al…(e cita il nome di un noto classico) c’è un ambiente orribile. Figurati, dice all’uomo, che sabato pomeriggio mia figlia è uscita con delle ragazzine che frequentano quella scuola. E’tornata a casa avvilitissima perché l’hanno presa in giro in maniera pesante (pesa, ha detto, giustamente, la signora…). E sai perché? Perché era l’unica a non avere la carta di credito! Ma mia figlia ha 14 anni, e anche loro ne hanno 14…Ma come è possibile? La carta di credito a 14 anni…Che roba assurda...
Beh, un po’ ‘sta cosa mi ha sconvolto. Siamo messi così, davvero? Eh, sì, siamo messi così. Fino a qualche anno fa (forse prima dell’era berlusconiana?) una ragazzina veniva presa in giro se non aveva le Nike o altre robe così. E già, per me, era orribile…E ora…Mah…a volte, a me, mi sembra di sognare… Che forse è un po’ una frase alla Paolo Nori (che si vede che in un certo senso mi ha colpito), ma quando ci vuole ci vuole.
Per fortuna, però…(anche se quel per fortuna, visto chi sono i protagonisti del prossimo discorso rubato, parrebbe ironico, ma non lo è affatto), per fortuna esiste anche gente così.
Circa un anno e mezzo fa, più o meno. Un treno è in ritardo per cui mi ritrovo a entrare nella sala d’aspetto della stazione di Bologna (già, “quella” sala d’aspetto..). E’ piuttosto affollata. Viaggiatori, sì, come me. Ma anche uomini e donne senza dimora, senza casa, homeless, insomma, come si dice adesso, che puoi vuol dire esattamente senza casa, ma sembra più elegante dire homeless. Mi siedo vicino a una coppia anziana, lei indossa due o tre maglioni uno sull’altro, lui un cappotto tutto consumato. Mi sorridono, poi continuano a parlare con un ragazzo che siede loro accanto. Che ha una camicia, addosso, e un paio di jeans sdruciti davvero, e non per finta, come quelli delle boutique che costano mezzo stipendio (non il loro, di stipendio, naturalmente). La coppia non conosce il ragazzo, gli parlano gentilmente, però. Gli chiedono da dove viene, quanti anni ha…Ce li hai i documenti, vero? Senza quelli non puoi fare niente, l’assistenza non te la danno, se non hai i documenti. Il giovane è reticente, dice prima una cosa, poi un’altra…Da dove viene lo dice dopo un bel po’. Sono stato dentro, dice, o qualcosa del genere, per dire, insomma, che è stato dentro. I documenti non li ho, perché non ho una residenza, i miei mi hanno cancellato dal mio comune, dice. (Il comune è un paese del sud, di cui io non ricordo il nome.)
Devi averli, i documenti, asserisce il signore anziano. Poi si rivolge alla sua compagna: fagli vedere, le dice, fagli vedere le nostre carte di identità. E dice “carte di identità” quasi sillabando, ma con una voce dolce e orgogliosa al tempo stesso, lo dice come se parlasse di nettare e ambrosia. O di un figlio. Lei si china, mette la mano in un sacchetto di plastica ai suoi piedi, e tira fuori una bustina tutta ordinata. Lui la prende, toglie le carte di identità, le apre e le mostra al ragazzo: Vedi, gli dice, vedi: siamo noi, siamo noi, ripete. Quasi incredulo, come se avesse fra le mani un biglietto vincente della lotteria.
Una carta di identità. Per noi importante solo per l’aspetto burocratico. Per loro, per quei due senza fissa dimora, un segno, l’unico, della loro identità.
Questa cosa mi rimarrà impressa per sempre.
Altro che carte di credito…
Nel frattempo erano arrivati i volontari (non so se della Caritas o di Piazza Grande) a distribuire il cibo. Panini e caffè. La signora apre il suo contenitore, si volge verso di me e con un sorriso gentile mi chiede? Ne vuole un po’, signora?
E così ora, questa sera, il giorno dopo dell’autobus 28, mi vien proprio da dire: Vaffa…il liceo classico e le carte di credito…
Perché quando ci vuole ci vuole…
Corollario: che c’entra eccome, e che potrei sottotitolare Viva l'Italia
Oggi sul giornale ho letto che questa sera iniziava L’isola dei famosi.
E dopo in Blob ho visto Bruno Vespa (e già questo basterebbe, solo vederlo, intendo) mentre leggeva. durante la sua ignominiosa trasmissione cose personalissime che Pavarotti ha confidato a qualcuno.
E dopo c’è stata una pubblicità dove quell’onesto ragazzino che corrisponde al nome di Valentino Rossi si lamentava di qualcosa che gli era malauguratamente accaduto questa estate…
Non lo sapevo. Non conoscevo l’episodio. Non conoscevo il suo nome. Mai sentito.
Giovanni Passannante, si chiamava. Mi sono imbattuta, scontrata, con la sua storia oggi, ascoltando Ulderico Pesce intervistato da Marino Sinibaldi a Fahrenheit.
Napoli, 17 novembre 1878. Umberto I re d’Italia, attraversa la città, a bordo della sua carrozza, assieme alla moglie, la regina Margherita. Tutto è tranquillo, nessuno pensa a un possibile attentato.
Ma improvvisamente un uomo riesce a balzare sulla carrozza. In una mano impugna un coltello, nell’altra una piccola bandiera rossa. Alza il braccio. Colpisce. Ma non succede nulla, al corpo del sovrano. O quasi. Solo una piccola scalfittura. E così, il re è salvo, viva il re.
Quello che succede, e succederà, e in un certo senso ancora sta succedendo all’attentatore, alla sua anima e al suo corpo, è orribile, invece.
Si chiama, l’uomo, Giovanni Passannante, fornaio nativo di Salvia, provincia di Potenza. Anni ventinove. Pensieri e ideali anarchici nella testa, nel cuore. Un solitario, però, che non fa parte di alcun gruppo anarchico. Pensa a ospedali, a scuole per la sua terra. Crede che solo un gesto estremo possa dare voce e forza ai suoi pensieri. E così, quel coltello, è così l’attentato.
Quindi l’arresto.
La perizia medica che esclude categoricamente si tratti di un pazzo.
La condanna. Non a morte, ma ai lavori forzati. Ma in realtà viene condannato a qualcosa di ben peggiore.
Viene trasferito alla fortezza di Portoferraio. Rinchiuso per anni in una cella che sta al di sotto del livello del mare, nel buio assoluto, nel silenzio più totale, rotto solo dallo sferragliare della sua catena di ben 18 kili. Si ammala di scorbuto, che gli fa cadere tutti i peli, perdere completamente il colore, rovesciare le palpebre, riempire il corpo di edemi. Lo spostano in un’altra cella, questa volta al di sopra del livello del mare, le reni ormai rovinate dal peso della catena. E sempre nel buio più assoluto, sempre circondato solo dal silenzio, senza che intorno a sé avverta mai la presenza di qualcuno. I barcaioli che pescano intorno alla fortezza raccontano delle sue grida disperate. Diventa cieco, e sordo. E alla fine, sì, alla fine impazzisce. Arriva a nutrirsi con i suoi escrementi. E la giustizia si fa misericordiosa e predispone il ricovero di Giovanni nel manicomio criminale di Montelupo. E’ il 1889. Nel febbraio 1910 l’anarchico solitario Giovanni Passannante muore. Come degna conclusione di tutto questo orrore gli viene tagliata la testa. Amen.
Gli tagliano la testa, proprio così. La scienza richiede un tributo. Studiare e poi mostrare come sia fatto il cervello di un criminale, di uno che si è macchiato del crimine più efferato: violare il corpo del re.
E così ancora oggi, incredibilmente, vergognosamente, impunemente, per due euro tutti possiamo “ammirare” questa cosa. Basta essere a Roma, e entrare nel Museo Criminologico. Due Euro, signori. Ed ecco, davanti a noi, l’Anarchico esposto.
ll bambino cammina a piccoli passi trascinando il carrello con la sacca della flebo sul linoleum azzurro del corridoio. Con l’altra mano regge un sacchetto da cui debordano profili colorati di giocattoli di plastica.
L’infermiere gli sorride, e si accuccia davanti a lui.
“Così finalmente è arrivata la tua mamma e ti ha portato anche dei giocattoli… Sei contento?”
Il piccolo lo guarda serio, gli occhi scuri, grandi, ancora più grandi sotto l’arco inesistente delle sopracciglia, fissi nei suoi. Poi il suo braccino scatta: il sacchetto dei giocattoli sbatte sulla testa dell’uomo, macchinine e palline colorate cadono a terra. Veloce la mano della madre si abbatte sul viso del figlio.
L’infermiere si tira in piedi, prende la donna per un braccio, quasi la trascina fuori da una porta che si affaccia su un piccolo padiglione all’aperto. Lei prende fuori da una tasca dei jeans un pacchetto cincischiato di MS, accende la sigaretta storta con le mani che tremano. Poi finalmente lo guarda. Lui è più calmo, si passa una mano sul viso: lei è completamente pazza, le dice.
La donna alza la testa. Pazza, sì, dice con voce piatta. E’ lui che mi fa pazza…Lui non è come l’altro, quello che è rimasto a casa. L’altro, il maggiore, è bravo, mai un dispiacere, l’altro mi vuole bene…ma questo, questo è cattivo, cattivo figlio, non piange neanche, anche quando gli do uno sberla, niente, mi guarda e basta. Lo hai visto anche tu come guarda.
Butta a terra la sigaretta, pesta il mozzicone con rabbia.
Prima non era così, continua, prima era buono, non buono come l’altro, però prima non mi tradiva… Se ‘sta disgrazia fosse successa all’altro, il cancro, dico, ‘sta maledizione del cazzo, ‘sta malattia di merda, l’altro sarebbe stato buono, ma questo, questo è proprio cattivo…
Lui sente di nuovo rimontare la rabbia. Si trova a dirle parole che non dovrebbe. Dice che non è la malattia, è lei che è una madre del cazzo, è lei che è una madre di merda. Poi la lascia lì, mentre lei tira fuori un’altra sigaretta. La lascia lì, con quel suo corpo tremante, con le unghie smangiate fino a mostrare il sangue, con quella sua giovinezza rosicchiata dalla miseria di un quotidiano senza speranza.
E’ stanco, l’infermiere, da mesi pensa che non ce la fa più, no, oncologia pediatrica non fa per lui.
Solo più tardi, a casa, comincia a riflettere su quello che è avvenuto, su quello che lui ha detto. Non ha capito nulla, ora se ne rende conto. Risente quella frase di lei: ”Prima non mi tradiva”, ha detto. Ecco la chiave di tutto: una madre che si sente tradita dal figlio che si è ammalato. Da quel corpo che lei ha tenuto nel suo per nove mesi, che poi ha nutrito e dissetato con il suo seno, che ha lavato e asciugato, fatto crescere, e che improvvisamente le si è rivoltato contro, nella impietosa logica della malattia.
La rivede, i capelli spioventi sul viso, la felpa larga a nascondere ogni segno di femminilità, con quella scritta per lei senz’altro senza senso “ I’m Happy”. Sente il rossore della vergogna colorargli le guance. La rivede, quella madre del Sud. Gli passano nella mente cose che sa e cose che può solo immaginare. Quella giovane donna giunta fino lì quando ha potuto: quando ha trovato i soldi per il viaggio, e sistemato l’altro figlio, e sistemato anche il marito (spesa fatta abiti lavati e stirati mutande piegate nel cassetto l’ultima scopata fatta ad occhi stretti con il buio dentro). Arrivata in ospedale solo quando ha avuto la conferma di trovare alloggio presso le suore vicino all’oncologico ( lei che forse non ha mai lasciato il paese). E partita soprattutto quando è riuscita a racimolare il coraggio per venire a sostituire la volontaria che ha assistito il figlio (quel piccolo traditore imperfetto), durante la prima settimana di ricovero.
Accoglie dentro di sé la scura disperazione di quella donna. E capisce che quel lavoro gli è diventato intollerabile. Che è ora di cambiare. Per non sbagliare, ancora.