Le acque del Reno, in quella sera opaca di nebbia, scorrevano via, sicure, sotto il ponte che unisce Casalecchio alla Croce, una sua frazione. Il nodo che avevo in gola, invece, era lì, grosso, doloroso, immobile. Mi comprimeva il respiro. E faceva, di quel ponte, un lungo interminabile calvario. Ma io non avrei ceduto. Nessuna lacrima, no.
“La nemica”: dramma di Dario Nicodemi da cui era stato tratto il film che avevo appena visto. La storia, così come la ricordo: una madre, due figli, uno amato, l’altro rifiutato. La guerra e poi la notizia della morte di un figlio in battaglia, portata alla donna da un militare. E l'urlo della madre: ”Quale???”
Ricordo come quella domanda mi sia sembrata assurda e terribile, come mi abbia spaventata. E risento il nodo che cominciò a stringermi la gola, doloroso, soffocante. Ma non volevo piangere. Non volevo mostrare a nessuno di essere vulnerabile, fragile. E così, con accanto mia madre, che ancora si asciugava un'ultima lacrima, mi sono trascinata quel magone, sul ponte che ci riportava a casa, quel ferro piantato lì, nella gola, quel sasso di fiume più pesante di me, scarna bambina di otto anni.
E ancora mi chiedo il perchè.
Ricordo.
Il profumo polveroso del borotalco Roberts dopo il bagno, la grande bacinella di zinco, e sopra il viso di mia madre, la fronte imperlata per il vapore dell’acqua, i capelli, due bande nere che incorniciano gli occhi scuri brucianti di tenerezza.
Ricordo.
Una canzone e io che ballo da sola sotto il tiglio, con l’abitino rosa a nido d’api cucito dalla nonna e credo di essere quella che… Era bella sotto il mandorlo, col vestito rosa, quella bimba tanto timida già promessa sposa…
Ricordo.
Una stella cadente che lacera il buio e si perde nel mare.
Ricordo.
Il ritmo cadenzato del treno che ci riporta in città, l’odore ferroso dei vagoni, la sequenza veloce di case finestre volti dietro i vetri del finestrino.
Ricordo.
Il frusciare delle pagine del primo libro. L’incanto esplosivo della scoperta, come un’ansia, come una fame.
Ricordo.
Il sapore verde della libertà: la corsa giù per la collina verso il fiume. I sassi lanciati sull’acqua. Chi fa più rimbalzi? Uno due tre. E ancora Uno due tre a star sotto tocca a te. E la polvere del cortile, le strida come rondini dei compagni e il sole che picchia i balconi. E i richiami per la cena.
Ricordo.
Una radio accesa e la sequela di nomi scritti sul vetro illuminato dell’apparecchio: Tunisi, Andorra, Monaco Lussemburgo. Magiche parole di una geografia ancora sconosciuta.
Ricordo.
Il rotolare di una palla.
Lo schiocco di lenzuola stese al vento.
Il battere della pioggia sulla ringhiera.
Il vibrato di una conchiglia portata all’orecchio.
Il crepitare secco delle foglie in giardino.
Lo sciogliersi di un fiocco di neve sulla lingua.
E si leva a spirale il tempo della mia infanzia, si espande, mi avvolge.