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venerdì, 25 luglio 2008

La visita

droga



Proprio mentre pensa di lasciar perdere e rifugiarsi in macchina e accendere il riscaldamento e appoggiare la testa sul volante e piangere, ecco che il portoncino si apre.
“ Siiiì?”
“Buongiorno, sono Marika, l’amica di Teddy.” dice, la voce che per un attimo si affossa nella gola, e risale poi con un respiro grosso.
“ Entra, entra…”
L’uomo la precede lungo lo scuro stretto corridoio, claudicando lievemente.
“ Vieni, siediti qui in salotto, vado a chiamare mia moglie.”
Lui tossisce, quella tossetta di imbarazzo che lei conosce: anche a Teddy succedeva di farsela uscire, i primi anni, quando non trovava risposte a certe domande che lei gli faceva, o quando lei lo scopriva bugiardo, per l’ennesima volta.
Mentre si guarda intorno sente l’uomo chiamare la moglie:
“ Tina, Tina, c’è l’amica di Teodoro!”
Teodoro: anche ora che non c’è più, che non ci sarà mai più, né per loro, né per nessuno, lui non è alla fine Teo, o Teddy, ma ancora Teodoro, nome che lui ha sempre odiato.
La sala è zeppa di mobili troppo scuri, troppo ingombranti, quadri bui decorano le pareti, grosse cornici dorate li racchiudono. Marika non scorge finestre, in un primo momento, poi le vede, pesanti tendaggi tirati sui vetri. Pensa a Teddy, ai suoi primi passi in quella stanza, alle sue risate di bambinetto che si smorzavano andando a sbattere contro quel ciarpame. Neanche una foto di Teddy, sul ripiano dei mobili.
Marika si avvicina al divano verde cupo. Chiude un attimo gli occhi.
“ Ma ho fatto bene a venire qui?” si chiede, mentre un filo di nausea le sale in bocca.
Sono passati due mesi, per due mesi ha rimandato di giorno in giorno questa visita. E ancora non sa cosa farà, o cosa dirà.
La madre è più alta del marito, i contorni più netti. Entra nella stanza portando del freddo, con sé, come se fosse stata all’aperto fino ad allora.
“ Sono Tina” dice con voce asciutta “ mi scusi se l’ho fatta aspettare, ma ero sul terrazzo, a stendere i panni.”
Anche la mano che le porge è asciutta, e fredda. E freddi sono gli occhi che scrutano Marika, mettendola a disagio.
Il padre tossicchia e chiede se vogliono un caffè, poi si allontana per prepararlo.
Le due donne si siedono, una di fronte all’altra.
 Parole si inciampano, si scontrano le une con le altre, si arrestano di botto.
 Poi:
“ Ma lei, Maria, lei c’era quando…insomma, quando è successo?”
Marika non la corregge, sospetta che l’errore sia voluto.
Sì, lei c’era. Era arrivata a casa quella sera e c’era una strana luce e c’era come un rumore e c’era una presenza impalbabile o forse era un’assenza incombente.
“ Era da più di un anno che Teddy non toccava droghe. Aveva anche smesso di fumare. Vostro figlio “ e intanto prende in mano la tazzina col caffè che l’uomo le ha porto “ vostro figlio aveva trovato un lavoro, poi era contento perché… ”
La madre continua a fissarla con sguardo duro, troppo attento, come se volesse andare al di là della verità che lei sta raccontando, pensa Marika.
“ Perché è piombata qui, questa. Perché lui l’ha fatta entrare… Perché mi ha chiamato… Qualcosa vorrà da noi, se è qui…” rimugina la madre e quasi non ascolta quello che la ragazza sta dicendo.
Marika fa scivolare lo sguardo e le sue parole sul volto dell’uomo.
“ Quando sono tornata a casa dal lavoro, quella sera, l’ho trovato steso a terra, in bagno. La siringa piantata nel braccio. Teddy era ancora vivo, ma non riusciva a muoversi. Ha detto qualche parola, mentre l’autoambulanza ci portava all’ospedale; non ho capito bene, la voce era troppo flebile. Parole rubate al fiato, smozzicate. Poi, poco dopo, se ne è andato.”
Marika parla con voce neutra, il tono contenuto. Mette le parole una dietro l’altra, come se infilasse perle per farsi una collana.
“ Teodoro…Teddy ha sofferto tanto? ” L’uomo le ha messo una mano sul polso. Ha mani pallide, delicate, quasi femminili.
“Io non voglio i particolari, è morto, punto. Poi lo sai benissimo, noi lo avevamo già perso tanti anni fa…” La voce della donna è stridente, la frase finisce con un singulto, che ricorda più la rabbia, che il dolore.
Marika non sa se essere impietosa, e raccontare le convulsioni e gli occhi sbarrati di Teddy e il grido con cui ha chiuso la sua vita, e vendicarsi, così, e vendicarlo. Oppure tacere. Li guarda quei due, ormai vecchi, lui che le siede accanto sul divano, e continua a tenerle il polso, leggermente, con le dita che sembrano zampette di uccello, e la donna, lei, la madre, seduta davanti a loro, grande scura diritta sulla poltrona, senza alcun tratto morbido, senza nessuna smorzatura. Lei, la madre, così come Teddy gliel’ha sempre descritta.
Posa la sua mano sulla mano che le tiene il polso.
“ E’ finito tutto in fretta. “ dice” Non ha avuto modo di soffrire troppo. E poi lo tenevo stretto e…”
E gli parlavo del nostro bambino, dice dentro di sé, di come sarà bello, di quanto lo amerò, di come non lo lascerò mai solo, di quanto gli racconterò di suo padre.
“ Teddy “riprende Marika,” aveva pensato di chiamarvi, qualche giorno prima di morire. Ora che era pulito da tanto, avrebbe voluto vedervi, voleva che vi spiegaste, fra voi, che riprendeste i rapporti…”
“ Ma non lo ha fatto” si affretta a dire la madre. “ Non lo ha fatto. Sono sette anni che non lo sento.”
Il marito la guarda e sente quanto la odia, in quel momento, a quanto l’ha odiata quel pomeriggio di due mesi prima, quando è arrivata la telefonata del figlio, e dopo pochi istanti lei ha riattaccato e poi gli ha detto:
“ Era Teodoro. Gli ho detto di non chiamarci mai più, di non venire a casa nostra, gli ho detto che per noi è morto.”
E pensa a quanto si odia, per aver permesso a lei di disegnare la loro vita. Quel figlio spezzato, drogato, terribile, sì, ma sempre figlio, anche quando ti rubava in casa, anche quando spariva per settimane, e poi tornava come un pezzente, non si doveva cacciare, abbandonare, cancellare.
“ Quando lei ci ha telefonato per dirci di Teodoro, mio marito ed io abbiamo deciso di non venire giù a Rimini per il funerale. Noi, le ripeto, l’avevamo già perduto tanto tempo fa… Era come se lo avessimo già seppellito. Ho sempre pensato che non me lo meritavo un figlio così. Vede, la mia famiglia d’origine era una famiglia per bene, un’ottima famiglia. Mi sono chiesta un mucchio di volte come sia potuto succedere che…”

“ Credo che mia madre abbia sempre nutrito un forte rancore, nei miei confronti.” La voce di Teddy è presente ancora nella memoria di Marika, insieme alla immagine devastata del ragazzo, in quei primi giorni in Comunità, cinque anni prima. “ La sua famiglia. Me ne parlava sempre: generazioni e generazioni di farmacisti, li vedevo così indietro nel tempo che riuscivo ad immaginarli pestare nei mortai erbe e minerali e insetti, poi filtrare, misurare, pesare, seri, austeri, precisi. Mai un errore.”

L’uomo si è alzato. Si avvicina alla moglie, la voce gli esce bassa, ma pesante, sembra che voglia schiacciare la donna con il piombo fuso delle sue parole:
“ Non gli hai mai dato tenerezza, a quel figlio, lo hai considerato sempre un intralcio. Una volta gli hai detto, ti ricordi, ed era ancora piccolo, avrà avuto sì e no tredici anni, gli hai detto che era l’errore della tua vita. “

Sai,” le aveva detto Teddy, mentre se ne stavano abbracciati, a letto, l’ultima notte del loro primo anno passato insieme “ una volta mi fece vedere il libretto universitario. Vedi, vedi, tutti trenta, mi
disse, mancavano solo due esami da niente, ma sei arrivato tu, e ho dato addio a tutto, per te. Ricordatelo questo, aveva enfatizzato.
Pensa, avevo solo nove anni.”


La madre ha sollevato il volto, lo sguardo un arma puntata sul marito.
“ Tu sei stato debole con lui, sono sempre dovuta intervenire io nella sua educazione, tu eri preso da altro: ci giocavi insieme, lo facevi ridere, andavate in giro, mai un rimprovero, mai un questo non si fa, ridevate, voi, giocavate. Io, come se non esistessi. Ho dovuto essere dura, lo capisci, ma ho fallito, perché tu non mi hai aiutato. E lui, lui era comunque un debole. Come te, come i tuoi.”
Marika vede il padre che apre la bocca, ribadisce qualcosa. Ma non sente più. Non le interessa. E’ un teatrino. E’ come sapeva sarebbe stato. E’come Teddy le aveva raccontato.
Sa già che poi il padre alla fine tacerà, debole, sì, e stanco, e disilluso dalla vita, e la madre continuerà i suoi percorsi di aridità e rancore.
“ Ho fatto proprio male a venire.” si dice. “ Loro con il nostro bambino non c’entrano nulla, non li voglio nella mia vita.”
Eppure sa anche che Teddy ha continuato fino all’ultimo ad amarla, questa madre, ad anelare al suo conforto, gli errori commessi per provare inconsciamente a se stesso che era veramente lui quello sbagliato, che la madre, quindi, aveva ragione a non volergli bene. E la disintossicazione, poi, anche quella principalmente per lei. Sì, è molto probabile che Teddy l’abbia poi fatta, quella telefonata. Per dirle che ne era fuori, per dirle del bambino.
Si alza, loro continuano a tirarsi accuse. La stanza sembra ancora più scura, c’è qualcosa che ti invischia, lì dentro, che ti fa sprofondare. Marika se ne vuole andare subito. Non saluta, si avvia velocemente nel corridoio, apre il portoncino, lo richiude alle spalle, inspira un gran boccata d’aria e si sente meglio, anche se ha l’odore della nebbia della Padania.
Cammina verso l’auto. Si sente chiamare:
“Marika, aspetta!”
Si ferma, si volta. Il padre di Teddy la chiama a gesti, poi si avvicina.
“ Senti, questo è il numero di telefono della biblioteca dove svolgo lavoro di volontariato tutti i venerdì. Chiamami, se vuoi. E scusaci, scusaci di tutto. E grazie. ”
Alza un braccio, come se le volesse carezzare il volto. Poi lo lascia cadere, e si allontana con il suo zoppettio.
Marika appallottola il biglietto. Accanto all’auto c’è un cestino per i rifiuti.
Mette in moto. L’aspettano tre ore di viaggio. Spera che quella nebbia se ne vada. La musica invade l’abitacolo: la Ninna Nanna etnica di Eugenio Bennato.
Si china per raccogliere lo sgualcito foglietto con il numero di telefono che dal cruscotto è caduto a terra.
Forse lo chiamerà, forse no.
Ha sei mesi di tempo per decidere.

(Da Donne, ricette, ritorni e abbandoni Pendragon 2005)

Ninnananna
(non ho trovato la bella ninnananna di Bennato…)


postato da: Soriana alle ore 09:52 | link | commenti
categorie: donne ricette ritorni abbandoni, la mia scrivania
lunedì, 07 luglio 2008

Sorelle nell'ombra

211220450_d80a53c23b"Tu, che mi sorridi verde luna..."


“ Ecco, ha ripreso a piovere.”
Devono essere le sei: le infermiere che hanno finito il turno stanno uscendo dal portone della clinica e  si dirigono correndo verso il parcheggio.
Teresa si allontana dalla finestra e si avvicina al letto. Le ombre della sera avvolgono malinconicamente la stanza. Indovina, più che vederlo, il viso della sorella, i capelli opachi sparsi sul cuscino, le palpebre abbassate, la pelle tirata sugli zigomi. 
    “ Sai, i dottori hanno detto che ti devo parlare, che devo cercare di farti svegliare raccontandoti cose. Ma io…io non sono mai stata brava a parlare.”
Si guarda le mani.
    “ A lavorare sì, quello l’ho sempre fatto. Prima nelle case della gente, poi in fabbrica. Ho cominciato che tu avevi dieci anni. Io ne avevo quattordici. Andare a servizio, si diceva allora. Pulire, lavare, lucidare, stirare, e poi ricominciare tutto, neanche un grazie, neanche un per favore. Portavo a casa i soldi, servivano, sai…. La mamma li prendeva, li divideva in mucchietti: questo per il fornaio, questo per il latte, questo per la bombola del gas. La luce della lampadina pioveva sul tavolo della cucina, e illuminava la testa della mamma, i tuoi capelli biondi che sfioravano il quaderno, e quell’aiuto che ogni settimana io riuscivo a dare.
Quando lei, la mamma, se ne è andata (ricordi quel giorno, la mamma di botto a terra, le sue mani che artigliavano il petto, il sibilo del suo respiro) ho avuto paura che ti portassero via, che mi separassero da te.
Ecco perché l’ho cercato. 
Ecco perché l’ho fatto tornare, il babbo.”



Teresa si stringe le mani in grembo. Sta lì, seduta accanto al letto di Antonietta, ne ascolta il respiro regolare. Sembra proprio che la sorella stia solo dormendo.


    “ti prego ti prego Teresa non parlare del babbo quando lui è tornato nella nostra casa è come se si fosse spento tutto il sole sentivo l’odore delle sue sigarette dovunque quelle ore in cui tu eri al lavoro quei pomeriggi lontano dalla scuola tu non sai Teresa non sai l’orrore me lo porto ancora dentro ma non potevo raccontarti niente non mi avresti mai creduta e poi ti avrei dato un gran dolore con te lui era diverso non ti parlava quasi si faceva servire non ti guardava mai oh come avrei voluto che si comportasse così con me non più abbracci non più baci su tutto il viso non più carezze insinuanti e quell’odore di fumo stantio addosso a me lui ansimante e quell’odore che mi entrava nei pori della pelle mentre mi prendeva il terrore che tu tornassi dal lavoro mentre lui mi teneva lì immobilizzata sul materasso del letto di mamma e scendessi all’inferno con noi”


 Un’infermiera si affaccia sulla porta:
    “ Non stia lì al buio.” dice “ Ora le accendo la luce.”
Teresa stringe gli occhi.
La luce.


    “ Ti ricordi, Antonietta, la prima volta che abbiamo visto il mare? Ti ricordi come era forte la luce del sole, ti ricordi quel prato azzurro che non finiva più, e l’odore di pulito dell’aria? Avevi tredici anni, io avevo cominciato a lavorare in fabbrica, tu avevi appena preso la licenza media, e così, una domenica, siamo salite su un treno e siamo partite. Un giorno, una notte, lontano da casa. Lontane da lui. “

 Taci, taci, si dice Teresa. Raccontale delle risate che avete fatto, delle scarpe piene di sabbia, del gelato che sgocciolava sulle mani, di quella canzone, come faceva…


    Tu, che mi sorridi verde luna… ti ricordi quella canzone, Antonietta?  Ti piaceva tanto, dicevi che ti faceva sognare. L’avevano messa in un film, con quell’attrice, ti ricordi, quella bella, con i capelli rossi, come si chiamava?…Avevi preso un po’ di colore in quei due giorni al mare. Eri bella. Ti ho guardata, quando siamo tornate a casa, mentre ti spogliavi per fare il bagno, e per un attimo ho avuto paura. Stavi diventando grande. Per un secondo, ma solo per un secondo, ho pensato che forse…lui…anche con te...”

Teresa si morde le labbra. Ancora una volta la sua voce va a sbattere contro l’argomento proibito, come fa una palla contro un muro, sbatte, e poi rimbalza.
Sono passati più di trent’anni. Ma il silenzio delle notti rotto dal respiro concitato del padre, le sue mani che la toccavano febbrili, e il peso del suo corpo che la opprimeva, non potrà mai dimenticarli


    “Sapessi quanto l’ho odiato, Antonietta” e neppure si accorge di aver ripreso a parlare  ”e quante volte avrei desiderato andarmene, sparire. Ma come avrei fatto, con te? Vedevo che a te lui voleva bene come a una figlia, ti coccolava, ti viziava come una bambina piccola. Sapevo che non ti avrebbe mai toccata. Ma non potevo lasciarti : tu volevi studiare, eri così brava a scuola, sei sempre stata tanto intelligente… I soldi che lui portava a casa, con i suoi lavoretti saltuari, bastavano a malapena per mangiare. Sai,  tu mi hai sempre detto che non parlo mai di me, della mia vita sentimentale. Ma io non ho mai avuto un uomo, dopo quello, mai. Non ne sono stata capace.”


“me la ricordo quella canzone Teresa la cantavo dentro di me mentre lui mi toccava cercavo di estraniarmi da quello che stava succedendo anch’io l’odiavo ma odiavo anche me la colpa doveva essere anche mia ero carina lo dicevano tutti mi mancava la mamma all’inizio ero stata contenta di essere la preferita mi accarezzava i capelli mi teneva in braccio mi metteva a letto e stava lì a guardarmi mentre mi addormentavo dopo ha cominciato a fare quelle cose e sapevo che con te non poteva farle perché non gli piacevi me lo diceva lei non è carina come te capisci io non potevo dirti nulla ho pensato di farlo quando ho finito l’università ma era tardi tu eri rimasta in quella casa lui si era ammalato e tu lì a curarlo non sarebbe servito a nulla parlarti.”


    “ Dopo che tu ti sei laureata avevo pensato di andarmene, andare a vivere per conto mio. Poi lui si è ammalato. Tu avevi la tua professione, te ne andavi in giro per il mondo,  e a lui, chi ci avrebbe pensato? Ho sentito in bocca il sapore della vendetta, e non mi è piaciuto. E sono rimasta. Ma quando è morto, credimi, Antonietta, non mi sono disperata. Tu eri lontana, e così non ho neppure dovuto far finta di starci male.”


    “Quel giorno ero a Detroit dopo la tua telefonata mi sono fatta portare in camera  una bottiglia dal bar dell'albergo
 ho brindato alla sua fine dopo sono stata male Teresa ho fatto un gesto stupido brindare non serve devo ucciderlo dentro di me”

 

    Teresa stringe fra le sue la mano della sorella. La pelle è arida, le dita le si abbandonano sul palmo. Prende dal comodino un tubetto di crema idratante. Le massaggia il dorso delle mani, lentamente, con dolcezza. Le mani della sorella sono nude, prive di qualsiasi simbolo di legame. Anche tu, pensa Teresa, non hai un compagno. Anche tu, alla fine, hai solo me. Ed io ho te, ancora e sempre.

    “ Non so se tu puoi sentirmi, Antonietta, nemmeno i dottori lo sanno, ma ti giuro una cosa: se ti risvegli,  ti racconterò del babbo, sì, te lo racconterò. Voglio dividere con te questo dolore, credo sia giusto. Perché ti voglio bene.”



    Teresa guarda oltre i vetri della finestra. La pioggia è cessata.
Nel cielo, un’immensa luna piena.
Non è verde, ma è una gran bella luna.


(Da  “Donne, ricette, ritorni e abbandon” Pendragon 2005)


Verde luna
postato da: Soriana alle ore 00:17 | link | commenti (7)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni, la mia scrivania
lunedì, 09 giugno 2008

Poesia

Viladomat_nudo_di_donna

Nudo di donna

E sto seduta nuda di pensieri
la mente stropicciata dall’inerzia
graffi sul cuore e lividi negli occhi
le mani strette a trattenere un nulla
amaro in bocca che sa di veleno
le orecchie sigillate ad ogni suono.
Il mio corpo d’argilla più non mostra
alcuna traccia della tua presenza
e polvere sarà nel breve tempo
che ancora mi separa dall’inverno.




http://www.youtube.com/watch?v=iMZLrJwyqSE
postato da: Soriana alle ore 02:02 | link | commenti (9)
categorie: la mia scrivania
venerdì, 02 maggio 2008

Un po' di leggerezza...

gatto_nero_occhiIl gatto che parlava ad Enrica

“ Ihi ihi ihi“ sogghignò il gatto, sbirciando l’immagine di Enrica riflessa nella grande specchiera
“Bionda ti facesti, come tua sorella, eh? E anche quella mèche viola uguale uguale è…”
Enrica si stava picchiettando il viso con le dita per far penetrare con cura la crema idratante, come le avevano detto che era assolutamente necessario fare.
La crema di sua sorella.
Davanti alla specchiera di sua sorella (che in verità era la specchiera ereditata dalla zia Raimondina, di cui Aurora, la nipote preferita, si era arbitrariamente impossessata).
Nella camera di sua sorella.
Nello specchio vedeva l’immagine riflessa del gatto Turiddu.
Il gatto di sua sorella.
Chiuse il barattolino della crema e lanciò un grido di gioia:
 “ Evviva l’Erasmus! Libera, libera, libera! Aurora a Lisbona ed io a casa, finalmente di nuovo figlia unica! E non solo!”
E l’immagine di Simone le guizzò davanti agli occhi.
Simone: il ragazzo di sua sorella.
Il gatto, che si stava passando la zampina dietro l’orecchio, a quelle urla fece un balzo e la guardò di sguincio.
“E allora, Enrica, che sarà mai? Tu sei sempre tu, meno bellina di Aurora sei, meno femminile, meno brillante, e poi mica hai potuto usufruire tu dell’Erasmus, indietro con gli esami come sei…”
Con il muso all’aria cominciò a seguire una mosca, che, poverina, era entrata dalla finestra socchiusa.
Enrica entrò in bagno per sciacquarsi le mani e potersi applicare le lenti a contatto. Verdi, sulle sue iridi nocciola.
Verdi, come le iridi di Aurora.
Si guardò nello specchio sopra il lavabo. Dio, quel suo naso come lo odiava! Ricordò una foto scattata alla scuola materna e risentì il commento di zia Raimondina: “ Cielo, “aveva detto”, questa bambina è tutta naso!” In una mano la foto di Enrica, l’altra mano ad accarezzare la testolina biondissima di Aurora, poggiata sul cuscino, nella culla tutta trine che era stata della nonna.
Era senza dubbio il primo ricordo sgradevole di Enrica. Anzi, no, il primo ricordo sgradevole risaliva al momento in cui i suoi l’avevano fatta sedere vicino a loro sul divano e con la voce tutta “picci picci” le avevano detto che stava per arrivare una sorellina.

Comunque le lenti non le stavano per niente male. Guardò l’orologio: era presto, la festa non sarebbe cominciata prima delle dieci, ed erano solo le sette. Poi non voleva essere certamente la prima ad arrivare. Anzi ora, pensandoci, prese il cordless e compose il numero di Simone. Il ragazzo di Aurora rispose dopo due squilli.
Enrica ripassò velocemente i punti salienti della lezione n. 8 (“Come fare della vostra voce un’AUTENTICA voce sexy”) del corso su dvd “Recitare è la mia vita” e sospirò un:
“ Simo, ciao, come stai? Io sto qui, ti stavo pensando, sai, e allora ho pensato che…”
“ Ma chi sei?  Ma come parli?”
“Ma Simo, sono Aur…no, volevo dire sono Enrica! Ecco, volevo chiederti: perché visto che vai anche tu alla festa di Flavio, perché non mi vieni a prendere?”

Appoggiò il telefono sul letto. Bene: verso le dieci Simone sarebbe venuto a prenderla e quella serata sarebbe poi finita con fuochi d’artificio, ne era certa.
Il gatto annusò il telefono e si sedette diritto sul cuscino.
 “Ecco, ora capisco! Anche se non sono una volpe, e sono un gatto anche un po’ vecchiotto, non credere che mi sfuggano certe cose…Una voce così io non te l’ho mai sentita! O hai una laringite potente, o… Ma sei matta? Tua sorella e Simone sono innamorati. Li ho visti io, là sul divano, in sala, certe effusioni, cara mia…Tu cosa c’entri?!”
Enrica aprì l’armadio. I vestiti migliori Aurora li aveva portati con sé, ma qualcosa era rimasto.
Dunque: l’abitino nero elasticizzato con la cintura rossa, la mini bianca a vita bassa con la camicetta dalla vertiginosa scollatura, la gonna lunga con la fascia di brillantini, da portare con una maglietta cortissima che lasciava scoperta una ampia zona fra il seno e l’ombelico. Posò gli abiti sul letto, scacciando in malo modo il gatto. Lui la guardò stringendo gli occhi, con lo sguardo da cattivo che aveva imparato a fare osservando alla tv i suoi eroi dei cartoni animati.
“ Credi forse di entrarci, in quegli abitini? Se ben ti ricordi, sono sette anni che abito in questa casa, tu ne avevi diciassette, Aurora tredici, ma anche allora lei sinuosa e femminile era, e tu una giraffa, sembravi, una giraffa sgraziata con il sedere grosso.”
Togliendosi l’accappatoio Enrica si guardò tutt’intera nello specchio interno dell’armadio. Forse era meglio mettersi qualcosa di suo, addosso, pensò, e lasciar perdere gli abiti di Aurora.

Aurora. Lei l’avrebbe voluta chiamare Barbie, glielo aveva detto subito a mamma e papà: o Barbie, oppure quella bambina piagnucolosa e pisciona se ne poteva tornare da dove era venuta.
Aurora: che nome stupido!
E lo pensava anche adesso che era cresciuta. Aurora: un nome inconsistente, privo di forza. Vuoi mettere con Enrica?

La mosca era stecchita sotto la zampina di Turiddu. Lui se ne stava seduto come una sfinge sotto la finestra e la luce del tramonto gli ammorbidiva il pelo con pennellate dorate.
“Se non ci stai attenta, come questa mosca finisci! L’invidia non porta mai a niente di buono! E che, io mi metto forse ad invidiare una pantera? Io sono un gatto e so stare da gatto, io.”
Enrica, riavvolgendosi nell’accappatoio, si sedette davanti alla specchiera.
 
Simone l’aveva conosciuto lei, tre mesi prima. Era stato al Free Word, un posto dove si andava, sì, per ascoltare musica alternativa, ma il vero scopo era procurarsi fumo bere a dismisura e assicurarsi un angolo di divanetto dove sbattersi il partner di turno. Questo, almeno, era quello che stizzosamente  pensava Enrica.
Era capitata lì solo per caso, un sera, trascinata suo malgrado dalla compagnia: lei non beveva, non fumava e dio mio no non si faceva le canne. In quanto a brancicamenti, poi, era da un po’ che tutte le sere si chiedeva perché mai continuasse a avvelenarsi con la pillola anticoncezionale, visto che erano mesi che lei avrebbe anche potuto chiamarsi Maria. Nel senso di Goretti.

Cominciò dagli occhi. Un strato leggero di ombretto dorato, in alto, subito sotto le sopracciglia, come le aveva detto di fare la sua amica, commessa in una profumeria.
Il gatto inclinò la testina:
“ Mai ti truccasti, e cominci a farlo ora? Se uno non lo sa fare, lasciare perdere, deve. Il giusto equilibrio fra verità e menzogna, ecco quel che ci vuole nel trucco. E Aurora, sì che in queste cose ha la mano esperta.  E poi ognuno deve sapere che gli serve. Enrica, a te, che ti serve?”

Quella sera Simone era sbucato da sotto il banco bar, lì al Free Word, nelle mani una confezione da sei. Altobiondoocchiazzurriorecchinosorrisoconfossetta. Pumpumpum: non avendo assunto alcuna sostanza stupefacente, Enrica era stata certa che l’oggetto che aveva causato l’alterarsi del suo battito cardiaco era di carne e di ossa. Gli aveva chiesto una birra, dato che lui le teneva ancora in mano, e aveva guardato ipnotizzata le sue dita abbronzate togliere la lattina dalla confezione. I suoi occhi avevano rilevato il tatuaggio all’interno del polso, una piccolissima barca, con la vela gonfia al vento. Si era piazzata sullo sgabello, girellando il bicchiere fra le dita, non bevendo, perché in realtà la birra le faceva schifo, ma non perdendolo di vista mai. Alla fine la compagnia di Enrica si era trascinata in un altro locale, ma lei era rimasta, fino a quando lui aveva pulito tutto, aveva spento le luci sul bancone e l’aveva finalmente guardata.
“ E tu? “
“ Se ne sono andati tutti, non è che mi puoi accompagnare?”
Così lui l’aveva accompagnata, sotto casa avevano parlato una mezz’oretta, scambiati i numeri di telefono, e luiforsestavaquasiper…quando un’ auto era sbucata velocemente dall’angolo della strada altrettanto velocemente si era fermata e ne era scesa Aurora: come un’apparizione aveva attraversato con due falcate la via ed era sparita nel portone. Enrica aveva avuto l’impressione che la fisicità elettrica della sorella avesse stazionato per un attimo nell’abitacolo dell’auto di Simone.
“ Ehi, la conosci, quella?”
“ Seee, è mia sorella. Buonanotte.”
Enrica era scesa dall’auto  sbattendo con forza la portiera.

L’ombretto bianco, le aveva detto la sua amica profumiera, andava appena appoggiato, molto sfumato, all’angolo degli occhi. Ma angolo esterno od interno? Va be’, niente ombretto bianco.
“ W l’Erasmus!” cantarellò Enrica sulla musica di “ W la mamma”. Ma la voce era un po’ incerta. Più che figlia unica, nel silenzio della casa vuota, si sentiva un’orfana. I suoi al mare, e in casa solo quello stupido di Turiddu, che chissà perché continuava a non staccarle gli occhiacci gialli di dosso.
“Chi se ne frega?” disse a mezza voce “ l’importante è che stasera io mi riprenda Simone. Se gli piace il “tipo Aurora”, ecco che io sarò “il tipo Aurora.”
“Minchia, ma allora proprio nulla, capisci! Ognuno unico è, con le sue cose belle e con le sue cose brutte. Poi senti, confidenzialmente, da gatto a ragazza, non è che tu sei poi da buttare via. Giraffa, sedere grosso, sì, son cose che si dicono…ma guardati bene, con attenzione. Lascia perdere tua sorella, e guarda te, ora.”
Il gatto si era allontanato dalla finestra ed in un moto di empatia, si stava strofinando contro le gambe della ragazza.
Enrica lo guardò stupita. La bestia non si mostrava mai affettuosa con lei. Anche lui aveva scelto Aurora, fin dal primo momento che era entrato in casa loro.
“Cosa stai cercando da me? Ti ho già dato da mangiare! Su, sparisci!”
“Enrica Enrica guardati, credi forse di sentirti bene, ora, con quel progetto minchioso nella testa? E Simone, anche se starà con te, come lo giudicherai, poi?”
Il gatto le saltò in braccio proprio mentre lei stava applicandosi il mascara sulle ciglia. L’estremità dell’applicatore le finì in un occhio.
“ Oh, porca…”
Si guardò allo specchio. E si mise a ridere. Un occhio verde e l’altro marrone perché la lente si era spostata. Sbaffi di mascara sparsi vicino al naso, due macchie di ombretto di diversa grandezza sulle palpebre.
 Ma il naso non era poi così enorme, e le labbra erano carine, ben modellate, e morbide. E gli zigomi pronunciati le davano un non so che di esotico. E la pelle era luminosa e chiara.
 Si alzò dalla sedia davanti alla specchiera, recuperò il telefono, spense la luce ed uscì dalla stanza di Aurora.
Andò in bagno a sciacquarsi il viso e a togliersi le lenti.
Fece una telefonata.
Dall’armadio in camera sua scelse un bel paio di jeans alla pescatora e una T-shirt che le lasciava nuda la schiena. Ai piedi si mise gli infradito con le perline.
Passando dalla cucina per uscire di casa, gettò un occhiata a Turiddu che dormiva  con un sonoro ronfare, acciambellato nella sua cesta.


Da Donne ricette ritorni e abbandoni Pendragon 2005

E ancora leggerezza con:


Vinicio Capossela
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martedì, 29 aprile 2008

Il canto prigioniero

cardellinalutinocardellinalutino

Il canto prigioniero

Non si alza più libero il mio canto,
ma chiuso in una gabbia di cristallo
si strappa con il becco piume e carne
e note mute si impastano col sangue.
La frustrazione lo ha fatto prigioniero
quando si è accorto che la libertà
è solo un’illusione del pensiero.

Bologna, 24 febbraio 2008 ore 13,15



E, in piena contraddizione, quasi un ossimoro ecco:

Il mio canto libero
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venerdì, 18 aprile 2008

Follia

LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002

LABIRINTI

                                                                                                      

Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti sogno o son desto la vita è un sogno sogni di gloria i sogni muoiono all’alba sogni infranti sogni da interpretare dalla cabala al lettino denti patimenti mare madre sogni allegorici sogni leggeri di bambino con risate come cascatelle sogni evanescenti sogni che sono incubi sogni ambiziosi io ho un sogno i have a dream dormire sognare morire forse sogni profetici sogni di santi di eroi di naviganti sogni fuori rotta.
Sogni di un pazzo.


I miei sogni, in questa stanza con croci alle finestre, su questo letto bianco e stretto, con gli odori acidi dei medicinali, con i passi felpati che si aggirano intorno e i chiaroscuri e le ombre e le grida che il mondo chiama follia. I miei, di sogni, che si dilatano nel dormiveglia inciampante, nel sopore indotto da fiale.
Il sogno, il mio. Il sogno del paziente disteso sul letto n.8, stanza 27, la prima a sinistra dopo la cappella, quella cappella dove santi immemori si cibano di preghiere sbiascicate.

Cammino in una strada piana, la luce è abbacinante, un sole bianco appeso a un cielo basso mi opprime. Non c’è nessuno intorno. Ma so di non essere solo, so che da dietro le finestre chiuse di questi palazzi a forma di piramide mi osservano i vostri occhietti sferici, lo sento il sibilo maligno dei vostri sguardi.  Mi accorgo con vergogna di essere nudo, il mio corpo si ripiega a terra e con le unghie comincio a grattare l’asfalto per scavare una buca e sottrarmi ai vostri sguardi e sparire. Ma le mie dita tremanti trovano acqua fresca, dolce  e allora mi immergo in quella limpidezza, e rido e rido  e rido  mentre verso di me  nuota un delfino azzurro. Mi sfiora e sento la pelle di seta, e sono così felice che piango lacrime dal sapore di zucchero ma mi  ritrovo nuovamente in quella strada con le piramidi di acciaio e c’è una folla che mi viene incontro e si avvicina sempre più sempre più, mi circonda, mi toglie l’aria. Sui  volti maschere bianche, occhi come  foglie lanceolate di colore nero opaco. Le maschere si sciolgono sui visi e li lasciano nudi e sono i miei compagni di stanza e il dott. Cenni e l’infermiera Danieli  che mi si stringono addosso sempre più minacciosi.  Le finestre dei palazzi si spalancano e io spero e chiedo aiuto ma al di là delle finestre non c’è nulla, solo rettangoli bui. Grido ancora, ma non esce suono dalla mia bocca spalancata e il terrore mi sovrasta. E mi sovrasta la gente e mi schiaccia e non ho più spazio e mi manca il respiro e nel silenzio si alza una litania, mille voci che cantano: tu sei un numero, un numero, un numero e l’eco delle parole va e ritorna e rimbalza lontano e ritorna.  E mi ritrovo in un altro luogo, un prato con grandi fiori colorati, c’è una salita davanti a me, e tu stai in cima, mi tendi la mano, ma te ne stai immobile, e io avanzo e i fiori mi sorridono, le corolle si piegano gentili, come per un saluto. E continuo a salire, lo sguardo fisso su di te, mia amata, verso la tua mano tesa, mi arrampico spezzandomi le unghie nella roccia, sto per sfiorare le tue dita…ma la tua immagine diviene sfocata, stai diventando trasparente, ti confondi sempre più con il cielo. Un passo ancora e forse… Precipito lentissimamente verso il nulla. E grido il tuo nome, Angela, amore mio.

Riemergo in un acre bagno di sudore, il cuore che mi martella in questo guscio che ancora chiamano corpo.
Grido e grido e grido.
Un pizzicore sul braccio.
L’infermiera Danieli chiude piano la porta.


Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti…


Da: Donne ricette ritorni e abbandoni - Pendragon 2005
(con qualche revisione….)


Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.
(Arthur Schopenhauer)

Ti regalerò una rosa










 


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venerdì, 11 aprile 2008

Segnalazione

cont2Solo una segnalazione, questa notte: in verità ho avuto un giorno denso di impegni, e ho navigato poco, oggi.
E' uscito il nuovo numero di Arteinsieme, un numero colmo di poesie, questo. Fra i tanti poeti e poetesse, Renzo ha inserito pure me, che poetessa non mi sento, ma solo apprendista di versi...Lo ringrazio per la fiducia...
Se volete leggere la mia poesiola fate click
Qui


Sempre in Arteinsieme, ma
qui,
ecco la recensione scritta da Renzo Montagnoli sul bellissimo, intenso romanzo di Sabrina Campolongo "Il cerchio imperfetto". Mi unisco a Renzo, senza alcun dubbio,  per invitarvi a leggere questo libro della giovane scrittrice milanese.






postato da: Soriana alle ore 00:41 | link | commenti
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venerdì, 14 marzo 2008

Post leggero (ma lunghetto...)

CicognaRGB

La cicogna Elvira si stirò, reprimendo uno sbadiglio. Naturalmente si stirò come  fanno le cicogne, inarcando leggermente la schiena e sbattendo le ali  tre volte velocemente. Ok, quello che stava per iniziare era solamente un lavoro temporaneo, ma all’agenzia le avevano detto che se avesse svolto bene i suoi compiti ci sarebbe stata forse la possibilità del rinnovo del contratto. Decise  quindi di darsi una mossa e di non indugiare neanche un secondo di  più nel suo comodo nido.

Aristodemo Papino  (Papy, per le poche amiche ) quella notte  non era riuscito a chiudere occhio. E  voglia a numerare le pecore, e poi ancora a contare  a ritroso da diecimila a zero! Niente da fare: sveglio come un controllore di volo in una notte tempestosa ( o come lui sperava fosse sveglio un controllore di volo se mai gli fosse capitato di essere a bordo di un aereo in una notte tempestosa). La sua mente non era riuscita a staccarsi dal pensiero di Figliolino. Si era alzato  ben tre volte per assicurarsi che tutto fosse a posto: la culla, il fasciatoio,  il latte in polvere, lo sterilizzatore. Aveva caricato e ricaricato il carillon della “Casina delle Api”, e quando si era accorto di oscillare la testa al suono della musichetta, con un sorriso ebete sul viso (aveva la predisposizione ad analizzare le sue espressioni facciali anche senza uno specchio), se ne  era tornato a letto, sentendosi un po’ sciocco.
Certo che questa cosa di poter avere bambini  senza dover passare da una femmina era davvero  strepitosa! Lui, con le ragazze, non è che fosse  proprio l’uomo più fortunato del mondo!

Fino a un mese prima la sua esperienza di acquisti  on line si era limitata a:


1 manuale di giardinaggio.
1 dozzina di saponette al sandalo.
1 piscina gonfiabile.
1 apriscatole elettrico.
1 stira-cravatte.


Poi aveva scoperto www.cicogne.org. Aveva supposto che fosse un sito per amanti di bird watching (interesse che lui aveva fin da piccolo, molto prima che l’osservazione dei volatili si scomponesse in due parole inglesi)… E che ci aveva scoperto, invece? Un supermercato di neonati! Un momento, non vi sto parlando di quei posti orribili in cui si aggirano gli orchi cattivi. No, era un sito molto serio, iscritto alla Camera di Commercio, con Partita Iva e Codice di  Adeguamento Cee.  Il nostro Papy ne era rimasto incantato e aveva pensato: e perché no? L’ultima ragazza lo aveva lasciato sei mesi  prima, affermando che lui era troppo dolce e mite e che, nonostante il fisico atletico, non era per niente uno di quei tipi Ramboniani che piacevano a lei.
Da allora Papy  si era detto: basta con le donne. Ma  si sentiva un nido vuoto dentro il petto: aveva bisogno di dare amore, solo così il nido si sarebbe riempito.
Non c’erano foto in quel sito (un figlio si sceglie per il cuore e con il cuore e non per il colore degli occhi, citava una didacalia), ma solo nomi. Aristodemo (Demo per gli amici) aveva clickato su “Acquista” e si era aperta una maschera fitta fitta di istruzioni.


La cicogna Elvira prese con il becco la scheda con l’indirizzo che la segretaria del centro con molta supponenza, in verità, le aveva consegnato il giorno prima.
“Dovrò decidermi a comprarmi un paio di occhiali.” pensò con un lampo di stizza, mentre stringeva gli occhi per mettere a fuoco la scrittura. “Via …Via …e che cavolo c’è scritto? Via…ecco Belfiore, mi sembra.”
Accese il computer ( l’aveva comprato con i soldi della liquidazione da insegnante e ne  era gelosissima) per stampare la mappa. I tasti si erano già un poco consumati per quel becchettio veloce al quale lei era abituata, ma ancora tenevano.
Ecco fatto: era una strada di periferia.
“Speriamo che ci sia un balcone, o un bel tetto a terrazza” sospirò Elvira.


Figliolino si sentiva nervoso. Lasciare il Luogo per andarsene in un posto sconosciuto, lo riempiva d’ansia.
“Meno male che mi hanno messo il pannolino doppio, non voglio mica arrivare dal mio papà tutto bagnato! Chissà come sarà questo papà?  Gli altri bimbi a volte hanno anche una mamma, ho sentito dire... Ma  la cosa importante è che mi dia da mangiare, poi quando sono più grande magari giochiamo anche. Spero solo che il volo vada bene: ho sentito raccontare di una cicogna che ha fatto cadere un bambino! Non so dove sia finito, quel pupo, qui di sicuro non è tornato. Non c’è nessun bambino rotto, qui! Il Luogo è molto bello, perché è tutto rosa e azzurro, e poi noi bambini abbiamo tante nuvolette dove possiamo dormire. Però non ci prendono mai in braccio. Deve essere bello essere preso in braccio. Se il mio papà mi prenderà in braccio io gli vorrò tanto bene. Se mi prenderà in braccio potrò perdonarlo anche se non mi darà tanto da mangiare. E  poi lo farò anche giocare con me, e non gli farò mai la pipì addosso. Se penso forte a questo papà non sono più nervoso. Ma questa cicogna, quando arriva?”


Prima bisognava compilare una scheda con tutti i dati anagrafici, la professione, gli hobby. Poi indicare la motivazione per la quale si stava facendo quella scelta (spazio dieci righe, da riempire tutte); infine c’era  una specie di tavola di Mosè, disegnata sullo schermo, con un titolo  rosso a caratteri ben arrotondati:


    LE DIECI REGOLE INDISPENSABILI PER ESSERE UN BUON PAPA’

1)    Ama tuo figlio sempre, per tutta la vita, al di là di tutto.

2)    Prenditi cura del suo corpo, della sua mente e della sua anima.

3)    Non raccontargli mai bugie.

4)    Trasmettigli il rispetto e l’amore per il prossimo.

5)    Rispetta le sue idee, per quanto possano essere diverse dalle tue.

6)    Insegnagli l’amore per la natura, per i libri,  per la musica,  per l’armonia.

8)    Ridi  con lui, e mai di lui.

9)    Insegnagli che è bene essere  e non apparire.

10)    Quando verrà il momento lascialo andare, in piena libertà e autonomia.



  
Demo aveva stampato tutto e per qualche giorno aveva portato sempre con sé quel decalogo. Lo leggeva al lavoro, a letto, mentre faceva colazione, in bagno. Aveva analizzato seriamente punto per punto. Si era interrogato a lungo su ogni   regola: era in grado di rispettarle? Per esempio, la regola n. 6: lui la natura l’amava molto, ma in quanto a libri e musica non è che ne sapesse tanto.
“Bene, impareremo insieme.” Si disse. “Credo che un’altra regola sia: sii umile e mai supponente.”
Così aveva compilato tutti i moduli, mentre nel cuore gli cresceva una musica nuova, un’armonia d’archi, ampia e serena. Rimaneva solo da scegliere il nome; li aveva fatti scorrere uno a uno: ecco, Figliolino. Quel nome lo aveva riempito di tenerezza: si era sentito già papà, nella maniera più completa.

La cicogna Elvira arrivò nel Luogo con cinque minuti di ritardo. La guardarono un po’ storto, ma non dissero niente. La portarono davanti a una nuvoletta azzurra. Il bimbo era proprio carino, sembrava un ragazzino sveglio. Lo misero in una cesta imbottita e le consegnarono anche un palmare:
“In caso di emergenza.” le disse la giovane cicogna  segretaria, guardandola con sufficienza.
Il cielo era quasi blu, tanto era sereno. Non c’erano troppe correnti, e il volo si presentava proprio tranquillo. La cicogna Elvira spalancò le ali, virò a sinistra, e iniziò il suo viaggio.


Figliolino tirò un sospiro di sollievo. Uheee, era fatta! Il viaggio era iniziato… Quella cicogna era un po’ spennacchiata, non doveva essere più tanto giovane. Ma Figliolino aveva sentito dire che l’esperienza è tutto nella vita, e si rassicurò.  Intanto il cancello dorato si stava rinchiudendo sul Luogo. Gli venne un leggero magone. Ma prese a succhiarsi il pollice e si disse che bisogna sempre guardare avanti,  e che fra poco avrebbe conosciuto il suo papà, e che quella bella giornata di sole sarebbe stata il giorno più importante della sua vita.
La cicogna aveva trovato una corrente discensionale, e ci si era tuffata. Figliolino ebbe un piccolo rigurgito e si aggrappò con le ditina all’orlo del cesto. Strinse gli occhi forte forte.
“Adesso provo a immaginarmi il mio papà.” pensò “ Così mi passa la paura”.  “Mi piacerebbe che fosse un papà alto e forte, così quando mi prende in braccio vedo tutte le cose giù in basso che sono piccoline e mi metto a ridere;  vorrei che capisse come piango; io non so ancora parlare, ma quando piango è come se dicessi delle parole: ho fame, ho freddo, ho sonno, ho paura.  Se ho paura lui mi deve prendere la manina e parlarmi. Vorrei che avesse un buon odore, così quando si avvicina lo sento. Vorrei…”
Figliolino si addormentò su quel “vorrei”. Una soffice nuvola rosa diede un bacetto al sole e si sfilacciò nell’azzurro del cielo.


Il nostro futuro papà  aprì l’armadio e tirò fuori il grande nastro arcobaleno. Doveva legarlo alla ringhiera del balcone: era quello il segnale che aveva concordato con i dirigenti del sito. La cicogna l’avrebbe avvistato facilmente e avrebbe depositato nel posto giusto il suo carico prezioso. Appoggiò il nastro sul letto e lo contemplò. “Proprio un bel nastro” disse ad alta voce. “Ha i colori giusti. L’arcobaleno viene dopo i temporali, a rallegrare gli occhi e il cuore. Così come farà il piccolino nella mia vita.”
Si accese una sigaretta, ma subito la spense. “Basta, basta anche con questo veleno.”
E prese il posacenere, lo lavò con cura e lo ripose nel ripostiglio sul  ripiano più alto dello scaffale.
Fischiettando uscì sull’ampio balcone e legò ben stretto il nastro colorato.
Era ancora presto, mancava più di un’ora all’arrivo di Figliolino. Ma avrebbe cominciato ad attenderlo fin da adesso. Si sentiva emozionato e un po’ ansioso. E girare lo sguardo sulla grande piazza su cui si affacciava il terrazzo lo avrebbe forse tranquillizzato. Si accorse ancora una volta di come era diventata bella, quella piazza, negli ultimi anni. Gli amministratori della città avevano fatto abbattere l’enorme edificio che sorgeva accanto alla cattedrale di San Teodosio.  Erano sparite banche e società finanziarie. Al posto di quel brutto palazzo erano nate piccole costruzioni: una moschea, una sinagoga, un tempio buddista, uno induista. E una casa bianca, con grandi finestre, per chi non credeva in nessun dio, ma credeva nell’uomo. Tutti i cittadini l’avevano chiamata, di comune accordo, La Casa delle Armonie. Così  capitava che quasi tutti i giorni ci fosse una  festa, e si vedevano bambini con la pelle di colore diverso giocare  sul selciato, e donne velate ridere e parlottare con ragazze in jeans e maglietta, e uomini scuri giocare a dama con uomini biondi.
“Questa piazza sarà una scuola di vita, per Figliolino,” pensò soddisfatto Demo. “ Sono proprio contento di abitare qui.”
Si sedette sulla poltrona di vimini e si mise a contemplare il cielo, in attesa di scorgere quel puntino che, ingrandendosi sempre più, gli avrebbe portato il più bel regalo della sua vita.


Intanto la cicogna Elvira stava cominciando ad avere dei problemi. Innanzi tutto quel bambino, all’apparenza così minuscolo, sembrava essere diventato pesante come un macigno. Il becco cominciava a farle davvero male, ed era terrorizzata che il cesto le sfuggisse. Glielo avevano raccontato, al centro, di quella cicogna che aveva combinato quel disastro… Sarebbe stato orribile, non solo per il povero bambino, ma anche per lei. Aveva tanto bisogno di quel lavoro. I soldi della liquidazione ormai erano diventati un mucchietto sottile sottile.
“Ma se potessi ritornare indietro “ pensò con forza, “ tornerei a fare quello che ho fatto. Non ci potevo più rimanere a insegnare nella scuola., dopo quella legge là, come si chiama… qualcosa che finiva per …matti…gatti…ratti…, ma, non ricordo…”
In effetti, da quando la cicogna Elvira si era licenziata per motivi ideologici, si era un po’ spenta, dimenticava spesso le cose, a volte si sentiva confusa. Il frequentare ogni giorno dei cicognini  adolescenti le aveva dato sempre una grande vitalità, e ora invece si ritrovava sempre più spesso come un’ebete davanti alla Tv, a seguire quasi con morbosità quel reality che stava avendo tanto successo: “Il Nido dei Famosi”.
Secondo il suo piano di volo  avrebbe già dovuto cominciare ad avvistare il nastro. Stava sorvolando la periferia est della città di atterraggio, là sotto c’era, ne era certa, via Belfiore. E allora perché non vedeva i colori arcobaleno?
Scese di quota, scrutò a destra, scrutò a sinistra, niente. Fabbriche, palazzoni tutti uguali e anonimi, un centro commerciale, le brillanti rotaie del tram. Finestre chiuse, qualche lenzuolo penzolante dalle ringhiere dei terrazzini, ma niente nastri.
“Forse quel papà ha cambiato idea, forse non lo vuole più questo piccolino” pensò la cicogna Elvira, che si sentiva sempre più demoralizzata.  Le venne in mente una canzonetta che andava di moda anni prima e diceva…il neonato dove lo metto? Ma quel ricordo non la fece ridere proprio per niente.
“Ho bisogno di fermarmi “ decise. “Se continuo, questo mi cade di sicuro. E meno male che se ne sta tranquillo” Ma proprio in quel momento dal cesto partì una specie di sirena, urla laceranti presero a riempire il cielo. Figliolino si era svegliato e, indubbiamente, aveva una fame da lupo.
La cicogna Elvira si sentì arrivare addosso un attacco di panico. Cominciò a inspirare ed espirare profondamente, come le avevano insegnato al CCS (Centro Cicogne Stressate), rallentò il volo, vide il tetto piatto di un fabbricone giallo, e piano piano lo raggiunse e vi si posò leggera.  Ecco, andava decisamente meglio, ora.  Ma il pupetto continuava a strillare. Elvira si sfilò il cesto dal becco, lo appoggiò sul piano di cemento e cominciò a dondolare il bambino con una zampa. Rien a faire… Non ne voleva proprio sapere di smettere.


Figliolino aveva avuto un incubo spaventoso. Aveva sognato che la sua cicogna spalancava il becco e che lui, il cesto, la copertina azzurra e il lenzuolino con le paperette precipitavano in basso, sempre più in basso, senza fermarsi mai. Si era svegliato urlando. Ma subito si era accorto di avere una gran fame e il suo pianto aveva assunto un’altra modulazione. D’altra parte i neonati, anche i più saggi, sono così: passano di botto da una sensazione all’altra, senza starci a pensare troppo. Non c’era attesa di papà, cadute, nuvolette o cicogne che tenessero: lui ora aveva fame e basta.  E  lo stava gridando con tutta la forza dei suoi piccoli polmoni.


La cicogna Elvira era disperata. Il bimbo aveva il faccino tutto rosso, e urlava, urlava. Un’idea attraversò d’improvviso la sua mente, come una luce. Alzò leggermente un’ala, chinò il capo e si strappò una piccola penna sotto un’ascella. Le scese una lacrima di dolore. Un po’ tremante infilò la piuma fra le labbrucce del piccolo. Il pianto cessò immediatamente. Elvira tirò un sospiro di sollievo. Il bimbo succhiava tranquillo, e lei poteva ricominciare a pensare.

Aristodemo Papino era molto preoccupato. Si era stancato gli occhi a furia di scrutare il cielo. Ma della cicogna e di Figliolino neanche l’ombra. Che quelli del sito fossero impostori? Che fosse successo un incidente? Non ci poteva neppure pensare. Lui lo amava già tanto, quel suo figlioletto! Aveva passato le ore lì, sul terrazzo, a immaginare i giochi che avrebbe fatto con lui, le favole che gli avrebbe raccontato, le passeggiate…e anche a come imparare a dirgli di no, quando occorre, perché anche questo è amore.  Aveva persino pensato, guardando quella piazza piena di armonia, che doveva abbandonare la sua disillusione verso le donne. Avrebbe trovato anche lui una brava ragazza, una che potesse amarlo e amare tanto anche Figliolino. Bastava saper guardare con gli occhi giusti, e l’avrebbe sicuramente incontrata. Ma adesso questo ritardo lo buttava nella disperazione. Voleva tanto una sigaretta, ma aveva preso un impegno con se stesso, e allontanò quel desiderio. Si alzò dalla poltrona, raddrizzò il nastro e continuò l’attesa.


La cicogna Elvira sfilò  dal cesto la scheda con l’indirizzo e il palmare. Ahi ahi ahi! Erano sgradevolmente umidi, e Elvira non tardò molto a capirne la ragione. Sospirò:
“Speriamo che il palmare funzioni ancora!”
Rilesse con attenzione la scheda. Belfiore. Belfiore, proprio così c’era scritto! Accese il palmare: doveva telefonare al Centro? Che figuraccia, però! Perdersi così, proprio il primo giorno di lavoro… Doveva fare un altro tentativo. Si collegò a Internet, entrò in un motore di ricerca e digitò ( pardon, becchettò) Stradario della città. Le avrebbe fatte scorrere tutte, quelle maledette strade: Abba, Araldi, Baravelli, ecco Belfiore, con la sua bella mappina topografica. Indicava perfino il fabbricone giallo dove stava proprio lei in quel momento.Ma allora?... Proseguì: Coletti, Dandolo, Europa, Fontane, Garibaldi, Landi… e poi… MARTIRI DI BELFIORE!!!  In pieno centro, ad angolo con Piazza della Pace! Riprese la scheda. C’era una piccola emme  puntata, davanti alla parola Belfiore. Che stupida la segretaria del centro, con la sua aria falsamente efficiente! La fretta dei giovani… Roba da matti…
Elvira abbandonò quel filo di rabbia, e si lasciò riempire da un immenso senso di sollievo.
“Benedetta la tecnologia!” pensò.
Si lisciò le penne, inspirò profondamente, riprese il cesto, e si innalzò in volo. Il piccolo si era addormentato. Aveva un sorriso stampato sul visino. Chissà cosa stava sognando…
Sotto di loro scorreva un fiume, poi sorvolarono un parco pieno di verde, la ferrovia, un campo da tennis, ed ecco, finalmente, la città vecchia. La cicogna Elvira sentì il cuore tremarle di gioia.  “Ci siamo!!!” urlò dentro di sé.


Figliolino si svegliò con il cuoricino pieno di allegria. Sentiva che il suo papà era vicino. Non vedeva l’ora di essere cullato dalle sue braccia.

Papy scorse un puntolino, ancora lontano, forse solo un miraggio. Si soffregò gli occhi, li spalancò. Era proprio vero: una cicogna stava volando in alto, nel cielo, avvicinandosi sempre più. Cominciò ad agitare le braccia, saltellando, con il cuore che sembrava voler scappare dal petto.

La cicogna Elvira vide il nastro arcobaleno. Mai un’immagine le era sembrata più bella.
Fece una lenta virata, e iniziò il volo di discesa.





E ora me ne vado a nanna....



NINNA NANNA
postato da: Soriana alle ore 02:43 | link | commenti (8)
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venerdì, 29 febbraio 2008

Una stagione sospesa

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Una stagione sospesa



Lei lo aveva scoperto in quegli anni di distacco, quanto fossero diversi.

Lui era partito con il petto gonfio di parole retoriche, attaccate all’anima come lo erano le mostrine sulla sua divisa.
Era così, Rino: quando Mussolini parlava, non si perdeva una sola sillaba.
Silvia lo lasciava fare, non le importava. Aveva diciassette anni, allora. La scuola, qualche partita a tennis, il primo rossetto, un nuovo cappello, una festa. Erano quelle le cose importanti. I suoi, benestanti, inquadrati nel regime, non le negavano nulla. E così, inconsapevolmente, lei si era negata il privilegio di pensare. Ma era successo a tanti, in quell’epoca.
Dopo la partenza di Rino, però, qualcosa in lei aveva cominciato a cambiare.
Se si interrogava sui sentimenti che provava per Rino, Silvia non trovava più risposte. Da sempre lui era stato il suo compagno di giochi, il vicino di villa, e poi era stato il suo innamorato, il primo. Il ragazzo che la faceva ridere, che l’abbracciava stretta quando era triste, che la sorprendeva per tutte le cose che sapeva raccontarle: i poeti tedeschi, la musica, le costellazioni. Lui, più grande, bello, intelligente. Un ottimo matrimonio, quasi predestinato.
Si erano sposati due giorni dopo la chiamata al fronte; una cerimonia semplice, come si conveniva a un matrimonio di guerra. La luna di miele era durata dieci giorni. Erano rimasti a Milano, non avevano voglia di andarsene in giro. Poi Rino era dovuto partire.
E Silvia si era ritrovata a pensare a certi atteggiamenti del marito quasi fanatici, quando parlava del regime, a quella sorta di idolatria che manifestava per il duce. Allontanava allora, con fastidio, il pensiero, per  aggrapparsi al ricordo di quelle dieci notti, alla dolcezza che Rino le aveva dimostrato, alla passione sconosciuta da cui erano stati rapiti.

Poi Silvia aveva incontrato Marina, anzi, Franca, come si faceva chiamare ora la sua vecchia compagna delle elementari: faceva parte, Franca,  di una Brigata Partigiana. Non si era imposta, non l’aveva disprezzata, non l’aveva umiliata. Aveva parlato a Silvia con calma, con determinazione, per ore. Le aveva aperto gli occhi. Le aveva donato il privilegio di pensare. E Silvia aveva scelto.

In quei giorni, in quelle notti su in montagna, Silvia aveva pensato spesso ai suoi e a Rino. Non aveva scritto al marito del suo cambiamento: e non solo per la censura, proprio non se la sarebbe sentita comunque, di parlargliene.
Ai suoi, invece, prima di andarsene con Franca, aveva parlato, figlia finalmente cresciuta.
Se ne era andata, l’eco del silenzio del padre alle spalle, il sommesso pianto della madre che non riusciva a capacitarsi del tradimento della figlia.
Non li aveva più visti.

Poi la guerra finì e lei si trovò a dover ricucire il passato della piccola Silvia con il presente di questa donna forte, non più cieca, ma orgogliosa di sé, che aveva portato addosso un nome di battaglia luminoso: Stella.

Il percorso che portava alla stazione era scandito da ferite ancora fresche, voragini, macerie, pareti con finestre che avevano dentro il cielo. Sembrava di sentire ancora il rumore della morte, che non è silenziosa, ma gremita di urli e pianti e gemiti e sì, anche di silenzio, ma di un silenzio che frastorna.
Suo marito doveva arrivare alle undici e a Silvia il cuore batteva forte. Quattro anni, da quattro anni non si vedevano. Ma a Silvia sembravano cento, per come era cambiata. Le lettere che Rino le aveva scritto in quegli anni, Silvia le aveva ricevute in mucchietti di quattro, a volte cinque lettere insieme.  Gliele aveva fatte avere Tosca, la domestica dei suoi, riuscendo a sottrarle dalla cassetta delle lettere prima che i padroni le trovassero. Leggerle aveva riportato, anche su in montagna, quella sensazione di calore liquefatto, di languore che le invadeva il ventre. Ogni volta era un ritrovarsi e un perdersi, era vivere per mezz’ora in un'altra dimensione. Quando poi ritornava in mezzo ai compagni non poteva fare a meno di sentirsi in colpa verso di loro.

Attraverso un compagno partigiano, uno che riusciva sempre a essere informato su tutto, Silvia  seppe che Rino sarebbe arrivato in una stazione, che non era quella della loro città, una certa mattina.
Lei non aveva più rapporti diretti con nessuno della sua vecchia vita: era ancora troppo presto. Ora abitava  fuori Milano, in un piccolo paese, con i genitori di Franca che era ritornata a essere Marina.

Quando lo vide sentì immediatamente scendere le lacrime, senza neppure avere la sensazione di piangere. Avvertì lo smarrimento del marito, una fragilità del tutto estranea all’immagine che aveva fissata dentro dentro di sè, l’immagine di lui, alto, ridente, bello, forte. Le sembrò piccolo, quasi sperduto in quella divisa dalle mostrine sbiadite.
Gli corse incontro.
Muti per un attimo. Immobili. Poi l’abbraccio, i baci, l’ansia del respiro sui capelli, frammenti di suoni che faticavano a divenire parole.

L’albergo in cui Silvia aveva prenotato la stanza era più che modesto, al limite dello squallore. Se Rino se ne meravigliò, non disse però nulla.
I soldi glieli aveva prestati Marina.  E non erano molti.
Nel letto ritrovò tutte quelle sensazioni magiche e vibranti e insospettate che le avevano fatto considerare l’amore, allora, in quei dieci giorni lontani, un’emozione stupefacente. Il suo corpo aveva sete, e dissetarsi divenne, fra le pareti nude di quella camera, essenziale e primario. Le parole erano poche, se non parole di amore e di fame dei corpi  e c’erano i sospiri, e i respiri, caldi, e le esaltazioni.
Decisero di fermarsi qualche giorno. Lui aveva un po’di lire.  Silvia non voleva pensare, rideva, parlava di cose futili, raccontava bugie: stava reimparando il vecchio linguaggio. Lui, Rino, parole non ne diceva tante. La ascoltava, le faceva una carezza, le prendeva una mano. Aveva uno sguardo obliquo, a volte lei lo scopriva a fissare un punto, per terra, come se ci fosse chissà che. Solo quando facevano all’amore sembrava riscuotersi.
Andavano a mangiare in piccole trattorie, il cibo era insipido, ancora cibo di guerra.
Una sera –e ancora lei non gli aveva parlato di Stella- ad un tavolo vicino, in quella trattoria dove aleggiava sempre l’odore di cavolo bollito, un uomo cominciò a parlare dei “campi”. L’uomo, in quei “campi”, ci aveva perduto un fratello. Che era stato tradito, venduto da un abitante di quella stessa città. Che era partito da quella città, e non era più tornato. Che era stato annientato e bruciato e reso fumo. Con il consenso, la complicità, l’alleanza di quella città. E dello stato. 
Non erano notizie nuove, per Silvia, ma le erano come uscite di mente. Sentì il sangue salirle al viso.  Allontanò il piatto e disse:
“ Rientriamo, ti prego.”
Fuori c’era il chiarore della luna sull’asfalto, subito spento da una nuvola greve di pioggia.
A Silvia vennero in mente certe notti di luna piena, quando lei e i suoi  compagni erano  costretti a muoversi ugualmente, rischiando di essere scoperti.
Ne era valsa la pena, pensò
Si disse: “ Appena in camera gli dico tutto, non può non capire.”
Rino le mise un braccio sulle spalle e la strinse a sé.
“Silvia – cominciò a dire- “ Silvia, sono tutte menzogne. Ascoltami, Silvia: abbiamo perso la guerra, è vero, ma nulla, nulla, ci  impedirà di far rinascere il partito fascista. Siamo ancora in tanti, sai, e poi  tu sarai al mio fianco.”
Lei sollevò la testa di scatto, vide il suo profilo, il labbro inferiore un po’ sporgente, da bambino, il ciuffo che tendeva sempre ad abbassarsi sugli occhi. Si staccò da lui, ancora incredula, con la sensazione di sprofondare in un buco nero.
Poi si incamminò, veloce, senza voltarsi.


Lo rivide un anno dopo, in uno di quei giorni di pioggerella smunta e cielo sporco che ti si insinuano dentro e sembrano non volersene più andare.
La primavera tardava. Il tempo era come una stagione sospesa, in attesa di definizione.  L’incontro, casuale, creò un volo di passeri spaventati nel suo cuore. Rimase ferma davanti a lui, smarrita di parole. Rino aprì la bocca, come per dire qualcosa, poi la richiuse.
Rimasero lì, a guardarsi, mentre i passanti li urtavano.
“Ciao, Rino. “ Un soffio di voce.
“Ciao, Silvia”

E rimanevano lì, gli ombrelli che si toccavano.

Dall’altra parte della strada, nonostante la pioggia, alcuni muratori si passavano dei secchi, in uno dei tanti cantieri edili che stavano riportando in vita il Paese.

E rimanevano lì, gli sguardi che iniziavano a cercarsi.

Un muratore lanciò un richiamo e Silvia si girò istintivamente verso quella voce. Le fondamenta  del palazzo erano quasi finite.
Riportò la sguardo sul volto di Rino.
Forse era una goccia di pioggia. Forse era una lacrima.
Forse una ricostruzione era ancora possibile.
Allungò una mano e con un dito raccolse dalla guancia di Rino quella piccola goccia.


(da Donne, ricette, ritorni e abbandoni- Pendragon 2005)



http://www.youtube.com/watch?v=-oHWYctx-Rk
postato da: Soriana alle ore 02:53 | link | commenti (4)
categorie: la mia scrivania
lunedì, 25 febbraio 2008

Come un addio

2006615114050_fuoco
Ci sono oggetti che, anche se usurati, non riusciamo a buttare, perché contengono, nella loro materialità anche pezzetti della nostra anima. Così è per le storie, gli amori, i rapporti che hanno occupato una parte del nostro vivere. Anche se finiscono, e vorremmo solo dimenticarli, non ci riusciamo, perché saranno per sempre incisi nel nostro cuore.

Come un addio

Vorrei restituirti le parole
che mi hai donato in tutto questo tempo,
milioni di parole che, a farne una cintura,
avvolgerebbero i fianchi del pianeta.
O le vorrei bruciare sopra un rogo
che durerebbe nei secoli a venire
e renderebbe i ghiacciai della Terra
acqua stillante da esondare il mare
Potrei gettarle nel pozzo più p