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venerdì, 22 febbraio 2008

Mira, la più giovane

gabbiani
Questa sera è Mira che appare in scena. E’ l’ultimo personaggio  femminile di Isole (il mio romanzo…incompiuto) che ancora non conoscete. Una ragazzina di quattordici anni, figlia di Nadia e nipote di Celeste e Assunta. Una ragazzina non proprio felice.
Per un…ripasso, potete leggere gli altri capitoli pubblicati entrando nei link qui sotto

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14729728/Isole

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14825988/Ancora+Isole%3A+Assunta

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/15300685/Celeste



II- Pensieri


Ma quanto è lontano, il mare? E la strada quale sarà? Quando lui mi parla del mare me lo fa apparire vicino, così vicino che mi sembra di potere immergere la mano nell’acqua, e poi mettermi le dita in bocca e assaporare tutto quel salato. Forse avrei dovuto prendere la corriera, ma allora il gioco “e cammina cammina cammina” non potevo più farlo. Invece così posso giocare alla principessa smarrita che cerca la strada per arrivare al giardino incantato. Come in quella storia che ho scritto l’anno scorso, anche se poi, lì, la principessa moriva. A scuola l’ho fatta leggere a Elisa, e lei ha detto che sono scema, che è meglio che mi faccia un ragazzo, invece di perdere tempo con quelle cretinate. Non le ho detto che io un ragazzo ce l’ho. Non posso raccontare di Arturo. Ah, ecco la merceria. E’ forse il posto più desolato di questo paese abbandonato, con questa serranda mangiucchiata dalla ruggine, e l’insegna dove non si legge più niente. In casa nessuno ne parla mai. Mi piacerebbe vedere cosa c’è, li dentro. Ci penso spesso, anche se non chiedo. Solo quella volta, alla nonna, per l’affitto. Ma lei ha fatto quella faccia brutta, e allora non sono andata avanti. Forse c’è un mostro addormentato, pronto a svegliarsi e mangiarci tutti quanti. Ha ragione Elisa: sono proprio scema. Arturo no, lui dice che sono il suo piccolo genio, che a strofinarlo può esaudire ogni suo desiderio. A volte però fa male. E anche quando si mette a urlare e dice quelle cose da matto, fa male. Quando non riesce a entrare dentro di me, e urla che io lo faccio apposta a rinchiudermi, che sono una piccola troia, che sto con tutti, che ha decifrato un messaggio nel tg della sera prima, che anche se parlavano del traffico sull’autostrada, in realtà il filmato era rivolto proprio a lui, per dirgli in codice quanto io sia troia, e lo ripete sulla mia bocca, troia troia troia, con le labbra che diventano una lama di coltello. Poi si alza e va in bagno, e c’è sempre il rumore dei contenitori dei medicinali che lui scaraventa a terra, e poi torna da me, con il tubetto bianco e azzurro che ormai conosco così bene, mi allarga le ginocchia mentre il verme biancastro esce dal tubetto, e mi spalma di crema proprio lì, e strofina, e io sento come se avessi una candela accesa in mezzo alle gambe. Ma sto ferma. Mi metto a pensare alle onde, alla musica della risacca sulla sabbia, che lui mi ha fatto sentire su un cd. E così che Arturo riesce a fare all’amore. Lo sento mentre si fa grande dentro di me, e i suoi movimenti si confondono con l’altalena delle onde, sei la mia primavera, dice. E io penso che mi fa un male cane, lì in basso, ma che sarà bello quando dopo mi cullerà, e mi spazzolerà i capelli, e mi parlerà come se io fossi una ragazza grande e mi leggerà le poesie. E penso che l’ho strappato a mia madre, e che vorrei tanto che lei lo sapesse.



E ora non mi resta che augurarvi buon ascolto:

http://www.youtube.com/watch?v=BL_mnqfRElM



 
postato da: Soriana alle ore 02:10 | link | commenti (7)
categorie: isole
sabato, 29 dicembre 2007

Celeste

slorenzo



















Vorrei farvi conoscere, questa notte, il terzo personaggio femminile di Isole: Celeste, le cui figlie,  Nadia e Assunta,  avete già incontrato qui:

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14729728/Isole

e qui:

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14825988/Ancora+Isole%3A+Assunta

Mi mancherà poi solo Mira, da presentarvi. Mira, che è figlia di Nadia, ed è un'adolescente che vive cose che non riesce a comprendere. Ma lo farò…il prossimo anno.


Celeste


Qualcuno si era messo a cantare “Sposi”, con la voce alla Rabagliati. Sul lungo asse appoggiato ai cavalletti rimaneva ormai solo il disordine della tovaglia sgombra, con qualche macchia sparsa di vino rosso punteggiata qua e là da briciole di pane e da foglie cadute dagli alberi sovrastanti. Dodici ottobre 1950: l’autunno si faceva spazio fra il sole dorato e tiepido che abbracciava il giardino della casa. La sposa aveva cominciato a riordinare la tavola, non appena gli invitati avevano svuotato il piattino della torta. Una vicina le aveva tolto le posate di mano e le aveva detto : “Ma che fai? Oggi è la tua festa, lascia stare!” Celeste si era seduta senza rispondere, si era girata verso Vincenzo e aveva incontrato il suo sguardo. C’era un che di smarrito in quegli occhi scuri, come se anche lui, come lei, non sapesse bene cosa stesse accadendo. Le era venuto in mente un cucciolo, guardandolo,  e aveva provato un moto di tenerezza.
“Sposi” continuava a cantare la voce “Oggi si avvera il sogno, siamo sposi…
La gente chiacchierava allegra, suo padre stava centellinando un amaro, lo sguardo perso in qualche suo pensiero.
Celeste ripensò alle parole che lui le aveva detto quella mattina. Suo malgrado sentì un calore che l’avvolse tutta. Le vennero alla mente frammenti di ricordi dell’adolescenza, risentì all’improvviso quella strana fame. Avvicinò la gamba a quella del marito, premette piano, con leggerezza, sentendosi arrossire. Vincenzo si volse verso di lei, le fece un mezzo sorriso, poi si alzò e entrò nella casa.
Lei cominciò a gingillarsi con i due sposini di bachelite che avevano decorato la torta. “Oggi si avvera il sogno siamo sposi”.
Quale sogno, Celeste?
Forse, quella canzone fatta scrivere dal passato regime per incentivare matrimoni e nascite, poteva anche dire la verità. Forse il sogno era quello: vivere tutta la vita accanto a un uomo, e servirlo, e non tradirlo mai.
Così come aveva detto il prete, qualche ora prima.

    La prima notte di nozze Celeste aveva scoperto due cose. Uno, il piacere di tenere una sigaretta fra le labbra, aspirarla e sentire il fumo che scende, va a pizzicare i polmoni, e osservare poi, con gli occhi socchiusi, come sale verso l’alto, mentre lo si butta fuori con lentezza.
Vincenzo, appena si era steso accanto a lei, aveva preso dal ripiano del comodino il pacchetto di Macedonia e aveva acceso due sigarette.
“Tieni, “ le aveva detto passandogliene una” sono una compagnia, sai? “
Ai primi tiri Celeste aveva cominciato a tossire come se non dovesse più smettere. Poi il fumo aveva cominciato a entrare in lei fluidamente, e la ragazza aveva imparato a trattenerlo un poco, e a farlo scendere dentro, in profondità, e a farlo poi uscire lentamente, fra le labbra socchiuse.

 E, mentre il posacenere si riempiva, Vincenzo aveva cominciato a parlare, tenendosi un po’ discosto da lei, con un linguaggio dapprima smozzicato, poi sempre più sicuro, ma incolore, come il fumo che scendeva nella gola di Celeste.

Erano arrivati a Roma che era già tardi, un inizio di pioggia li aveva sorpresi subito fuori dalla stazione. Lui l’aveva presa per mano e avevano corso goffamente, ostacolati dalle valige, fino al portone della pensioncina dove Vincenzo da tempo aveva una camera.
La proprietaria, assonnata, gli aveva consegnato la chiave, ammiccante. Gli aveva detto:
“Vincenzo, la faccia felice, la sua mogliettina. Le ho messo le lenzuola buone, nel letto. Quelle del mio corredo.”
Le lenzuola erano ricamate, ma il tessuto era rigido, e frusciava a ogni movimento.
Celeste si era messa a letto, aggiustandosi lo scollo della camicia da notte azzurra, sentendo sotto le dita il turgore dei capezzoli appuntiti. Aveva avvertito una fiamma, nel ventre, e aveva allontanato in fretta le mani dal suo corpo.
Vincenzo indossava ancora il vestito del matrimonio, e stava in piedi davanti alla finestra, di spalle a lei.
La moglie lo aveva guardato, non ti metti a letto? gli aveva chiesto, con voce bassa, e lui aveva aperto la finestra e aveva buttato la sigaretta ancora accesa, che aveva disegnato un arco arancione nel buio, finendo poi in una pozzanghera del cortile sottostante.

Ore dopo, Celeste guardava dai vetri il grigiore dell’alba che scendeva come nebbia a scolorare il nero di quella lunga notte. I piedi nudi le si stavano gelando sul pavimento freddo. Una sigaretta si stava consumando fra le sue dita.
L’altra cosa che aveva imparato su quel letto, in quella sua prima notte di nozze, era che c’erano aspetti  della vita che lei non avrebbe mai immaginato.



Avrei voluto trovare “Sposi”, in Youtube, ma mi pare proprio non ci sia…
E allora un altro Rabagliati. giusto per immergersi nell’epoca in cui si svolge questa parte del romanzo.


http://www.youtube.com/watch?v=YOne6Si7zvo
postato da: Soriana alle ore 01:08 | link | commenti (4)
categorie: isole
giovedì, 22 novembre 2007

Ancora Isole: Assunta

morisot_culla_328(Berthe Morisot - La culla)























Avete incontrato Nadia, l’altro giorno, ricordate?  (Per chi non l’avesse conosciuta può avvicinarla cliccando sul nuovo tag Isole.)
Perché allora non farvi conoscere, un po’ alla volta tutta la famiglia Dall’Olmo?
Ecco  allora Assunta, la sorella maggiore di Nadia. Farete la sua conoscenza proprio nel giorno in cui la madre rientra dall’ospedale dove ha partorito Nadia. Eh, sì, abbiamo fatto un bel salto a ritroso nel tempo…



Assunta

    Quando venne il momento del parto di Celeste, Assunta andò a stare da Lucianona, ma il giorno del rientro della madre, la bambina fu irremovibile: voleva tornare a casa sua e aspettarle lì, da sola.
     Per venire dall’ospedale sua madre prese un taxi. Aveva rifiutato l’aiuto del vicino, che si era offerto di andarla a prendere. Arrivò a casa che era quasi mezzogiorno. Assunta l’osservò scendere dall’auto nera, e notò il ventre sgonfio, e il passo un po’ incerto mentre la madre entrava in giardino e poi saliva i tre gradini che portavano al portoncino di ingresso. Il vestito le era diventato largo, come se fosse di una misura sbagliata. La figlia non le andò incontro. Aspettò che Celeste appoggiasse a terra la valigetta, che con difficoltà estraesse le chiavi dalla borsetta, mentre quel fagotto che  teneva sgraziatamente stretto a sé con un braccio, sembrava potesse scivolarle a terra da un momento all’altro. Poi  si allontanò dalla finestra e inspirò profondamente. Strinse le labbra e raddrizzò le spalle. Prese lentamente a scendere le scale che portavano al piano inferiore. Il cuore le batteva forte, con un rimbombo sordo.
     La madre la salutò appena. Entrò nel salottino e appoggiò la neonata sul divano, mettendole due cuscini ai lati del corpo. Altri li stese a terra sul tappeto.
    “Sta attenta che non cada” disse volgendo le spalle ad Assunta. “Io salgo un attimo. Dopo dovrai andare in farmacia, per il latte. Ah, l’ho chiamata Nadia, come volevi tu.”
    La bambina si avvicinò al divano e si chinò a guardare la sorella.  Nadia aveva gli occhi aperti, e Assunta vide che erano azzurri e che sembravano fissarla. Ma le avevano detto che i neonati non riescono a vedere nulla, nelle prime settimane di vita, e si sentì più tranquilla. Avvicinò una mano al piccolo pugno della sorella fino a sfiorarlo. Nadia aprì la manina e le afferrò con forza un dito. La pelle della neonata era calda e lievemente umida. Assunta scrollò la mano e si allontanò un poco. C’era un odore sconosciuto, intorno, lievemente acidulo, che incuteva timore. Riprese a osservarla, tenendosi distante. Gli occhi erano allungati verso le tempie, la bocca era piccola, rosata. I capelli erano una peluria biondissima, il naso minuscolo.
    “Nadia.” Pronunciò Assunta a fior di labbra. E fece una specie di sorriso teso. Nadia, come Nadia Tamelli, la bambina che le era più antipatica fra le sue compagne di prima media.
    Quando la neonata cominciò a piangere Assunta lanciò un breve sguardo verso le scale. Poi attraverso la porta-finestra uscì nel giardino. Ma il pianto la raggiunse anche fuori. Si mise sotto la magnolia, il più lontano possibile dalla fonte di quel suono insopportabile ed estraneo. Ma continuava a sentirlo, sempre più rabbioso, più concitato. Si portò le mani alle orecchie e le premette con forza. Rimase lì, ferma, con il respiro che sembrava bloccato nel petto, con il desiderio improvviso e disperato che l’orologio facesse vorticare all’indietro le sue lancette, e annullasse tutto il tempo trascorso negli ultimi mesi, i giorni spezzati, le voragini, l’assenza. Premeva forte le mani sulle orecchie, fino a sentire un bruciore che sembrava bucarle la testa. Ma il vagito continuava, le pareva sgocciolasse dalle sue dita, da tutta la sua pelle. Era un pianto acuto, desolato. Fu presa dalla paura che non smettesse più, che continuasse all’infinito. Rientrò in casa, attraversò velocemente il salotto evitando di guardare verso il divano. Salì correndo le scale ed entrò nella camera della madre, anche se si era ripromessa di non volerla vedere più, quella camera. Celeste era stesa sul letto, la stanza era in penombra, solo una lama sottile di sole filtrava dalle persiane socchiuse. Stava immobile, con ancora addosso quel vestito largo, un braccio ripiegato sul viso, a coprire gli occhi.
    “Piange” un bisbiglio. Poi ancora: “Piange” con la voce strozzata dal panico.
    Silenzio.
Poi, con voce piatta, senza muoversi, Celeste disse:
    “Avrà fame. E sarà anche sporca. Nella mia borsetta, lì sul comò, c’è la ricetta per il latte. Portati anche il portamonete e vai in farmacia. Fra poco scendo.”
    Nel riporre la borsetta Assunta urtò un oggetto, che ricadde sul ripiano del comò.
 Era la foto di nozze dei suoi.  La raccolse e se la infilò nella tasca del vestito.
Di sotto era tutto tranquillo. Assunta si avvicinò al divano: la piccola dormiva con il pollice in bocca. Una lacrima si era fermata in un angolo delle labbra.



Il video, invece è una cosa a sè, che nulla c'entra...Però è carino...
http://www.youtube.com/watch?v=10w_sEcHlGs

E poi, qui sotto, trovate le segnalazioni....
postato da: Soriana alle ore 02:35 | link | commenti (5)
categorie: isole
giovedì, 15 novembre 2007

Isole

isole_tremitiOgni tanto mi assalgono sensi di colpa. Verso me stessa e verso qualcosa che sta da tempo fermo,
cristallizzato dentro il mio iBook.  Qualcosa intorno al quale dovrei lavorare. Oggi riprendo, mi dico. ma poi faccio altro.  E’ qualcosa che forse si potrebbe chiamare romanzo, che ha pure un titolo e una trama già pensata. Ma fino a che non avrà uno sviluppo rimane un niente, o quasi.
Ho riaperto oggi, la cartella di “Isole”, ho riletto qua e là.  Mi è sembrato quasi che i personaggi mi guardassero con aria di rimprovero…Domani, mi sono detta. Domani finalmente ci rimetto le mani. E poi ho pensato: Beh, se metto un capitolo nel blog, magari un po’ del mio senso di colpa si attenua…
E così faccio. E’ Nadia, che mi ha guardato più a lungo, come a dire: mi hai proprio piantata qui, e adesso che faccio? E allora sarà Nadia a uscire dalla cartella, questa sera.
La storia? Un breve accenno, che non voglio annoiare troppo: la vita di quattro donne unite da un vincolo di parentela. Celeste, le sue due figlie Assunta e Nadia e l’adolescente Mira, che di Nadia è figlia. Isole, è il titolo del romanzo, perché ognuna di loro, pur abitando nella stessa casa, vive in un mondo a sé, ognuna di loro ha qualcosa di segreto che non può né vuole condividere con le altre. Ogni capitolo ha il nome di un personaggio.  Isole, insomma. Fino a quando…Ma questo si vedrà.

Ecco: vi presento Nadia.






Nadia


    Prima di scendere dalla macchina si guarda nello specchietto retrovisore. Si aggiusta una ciocca di capelli, la sistema dietro un orecchio, poi la riporta a lambirle una guancia, osserva il gradevole contrasto di quel biondo dorato sulla pelle abbronzata. La fronte è liscia, con le iniezioni del mese scorso sono sparite quelle rughette che avevano iniziato a preoccuparla. Gli occhi blu, con quel taglio così particolare, allungato verso le tempie, non lasciano trasparire il nervosismo che la invade ogni volta che ha un appuntamento.
Lei si ostina a chiamarli appuntamenti di lavoro. Gira ancora con il book di quindici anni prima, quando ne aveva venticinque, di anni. Quindici anni di promesse, di aspettative bruciate, di castelli di sabbia fondati sull’unico lavoro vero che le era capitato: uno spot pubblicitario, dove lei si allungava avvolta da un velo sul cofano di un auto sportiva, e con voce roca diceva: prendimi, io sono qui.
Ma lei non si è mai abbattuta. Sa che prima o poi accadrà un miracolo, che il sogno si avvererà.

In giro poca gente, qualche giapponese, due donne anziane con un ombrellino, un gruppo di ragazzi seduti sul marciapiede con dei tatuaggi esposti al sole, che non si spostano per farla passare, e urlano un commento pesante, mentre lei li scavalca mostrando loro ancora di più di quello che lascia vedere la minigonna a vita bassa, la camicetta dalla scollatura profonda, annodata sopra l’ombelico.
E’ ormai ferragosto, e chi ha potuto se ne è andato al mare.
Domenica porterò al mare Mira, pensa Nadia, non andiamo mai da nessuna parte, lei e io. Sì, domenica, pensa. Senza mia sorella, senza nessuno, solo io e lei.

L’uomo le viene incontro nella penombra del bar.
 “Wolf”  si presenta.
“Nadia. Nadia Dall’Olmo.” Risponde lei, mentre cerca di valutarlo velocemente.
Sui cinquant’anni, attraente nonostante le lievi borse sotto gli occhi che denunciano qualche bicchiere di troppo. Quando lui la guarda in viso lei nota un’espressione di strafottenza, ma non le importa. Sa che un uomo è solo un uomo, ne ha viste tante di espressioni così sparire fra un paio di lenzuola. Forse potrei innamorarmi anche di questo, pensa fugacemente.
Ha bisogno di essere innamorata più di quanto abbia bisogno di aria da respirare. Questo da sempre, fin da quando ha memoria.
“Ho lo studio qui sopra. Andiamo.”
La precede camminando veloce, il codino che gli oscilla fra le scapole.
La stanza è piccola e afosa. Libri sulla storia del cinema sono accatastati un po’ ovunque. Per fare sedere Nadia sposta da una sedia una biografia di Orson Welles.
Non le offre nulla. Accende un ventilatore che fa volare a terra i fogli dattiloscritti che sono accanto a un computer. Non si siede. Si piazza davanti a lei, le gambe leggermente divaricate, le mani infilate nelle tasche dei jeans scoloriti.
Poi Wolf (uomo- lupo, pensa fra sé Nadia), comincia a farle una serie di domande sulle passate esperienze. Lei recita una sequela di luoghi e nomi, un po’ veri, un po’ inventati, poi tira fuori il book, glielo apre su quella che le sembra la fotografia migliore.
Lui lo richiude.
“Ma tu cosa sai fare?” le chiede.
Strano, una domanda così non gliel’ha mai fatta nessuno, che lei si ricordi.
In genere cominciano a toccarle il viso, a scomporle i capelli, a dire togliti qualcosa di dosso, a spostarle un braccio, a piegarle una gamba, per poi passare a soppesarle un seno, a fare qualche apprezzamento, a scattare foto, o a fare campi lunghi su tutto il suo corpo con la videocamera. Le dicono: leccati le labbra, mettiti un mano lì, giù la spallina, no, più giù, ecco, ferma.
A dire la verità è un po’ che questo non succede, anni forse.
Ultimamente quegli uomini le fanno solo promesse, le parlano di una parte sicura, di un ruolo importante, poi la invitano a cena, e naturalmente c’è sempre un dopo-cena, in una camera d’albergo con più o meno stelle. E quando poi lei si addormenta fra quelle pareti estranee sogna del film, della parte importante e dell’amore duraturo di un uomo. Sogna del successo da portare a casa, come un dono, a sua madre, a sua sorella. Per essere un po’ amata anche da loro.
“Allora, “ripete l’uomo- lupo “tu cosa sai fare? Cosa vuoi?”
So adagiarmi su un letto, so ridere, so essere accogliente, so essere dolce, so essere generosa del mio corpo e del mio tempo. So dire di sì, sempre. So che se te lo imponi la vita può essere bella. Cosa voglio? Voglio piacere, voglio vedere il desiderio negli occhi di un uomo, voglio essere amata, voglio sentirmi dire che sono bella. Che sono buona. Che sono una brava bambina.
 “Voglio fare del cinema.” Risponde con un tono così incerto che non convince neanche se stessa.
“ Senti, “le dice l’uomo” alla tua età cosa pensi di ottenere? Quando Manenti mi ha fatto il tuo nome, credevo che tu almeno fossi un tipo interessante. Quarant’anni, ho pensato, forse si può fare qualcosa. Ho questo progetto, questa sceneggiatura che mi hanno proposto: una donna di quarant’anni, il bilancio di una vita, un amore nuovo, tutte queste stronzate, insomma.  Però è una storia che tira. E anche se è una sfida, a volte un volto nuovo può portare il successo. Poi alla produzione costa meno. Ma del tuo viso non so che farmene. Non sei né famosa, né interessante. Sei vuota. Sei come un bicchiere da whisky che non verrà mai riempito. Bella, lustra, ma superficiale come una goccia d’olio sull’acqua. Sai cosa ti manca? lo  spessore. Le scalfitture della vita. Quelle che ho io, se sei capace di vederle, messe su da anni di delusioni e illusioni, sempre a un passo da realizzare qualcosa di buono, senza che ci sia mai riuscito. Ma questa è un’altra storia.  Poi sai cosa dicono nell’ambiente? dicono che sei una zoccola. Che poi non è così importante. E’ che sei diventata vecchia senza aver vissuto. Si vede nella tua bocca, negli occhi, in quegli straccetti che indossi come esca per gli stupidi. Ma io non lo sono, stupido, e di portarti a letto me ne sbatto. Manenti mi ha detto che hai una figlia. Non sono affari miei, ma lo dico per il tuo bene, credimi: fai la madre, e lascia perdere il resto. Scusa, forse sono stato troppo duro. E’ che mi hai fatto perdere del tempo, e questo mi fa incazzare. Ho anch’io i miei casini, cosa credi…”
Nadia, un mulinello di parole, nella testa. Anzi due parole, soprattutto: vecchia e zoccola. Lei non si sente né l’una né l’altra. Non è vecchia, ha tutta la vita davanti, ha il viso liscio, un corpo perfetto, i seni senza cedimento, le natiche alte e sode. Non è una zoccola. Non ha mai dato amore a un uomo senza esserne innamorata. Anche solo per una notte, li ha amati tutti quegli uomini che si spingevano dentro di lei, che le dicevano bella, mi piaci, sei mia. Non ha mai voluto nulla, da loro, se non quelle parole.
Sente gli occhi che si riempiono di lacrime. Le scaccia con un gesto della mano. Si alza in piedi bruscamente, fa cadere il book, che si apre su quella foto fatta tanto tempo fa, in una fresca alba, i suoi seni e il pube ricoperti da foglie screziate di rosso, sullo sfondo di un Tevere limaccioso. Si chiamava Leo, il fotografo, aveva gli occhi verdi, e lei lo aveva amato intensamente per tre notti di fila.
    Cancellare tutto e rivestirsi di un sorriso. E’ quello che ha sempre fatto: la sua formula magica. Seppellire il dolore, coprirlo bene di terra e piantarci un fiore. Lo ha sempre fatto: con sua madre, ogni volta che le ha rifiutato un bacio, con sua sorella, ricca solo di rimproveri e di insegnamenti, ma avara di sorrisi e carezze, con sua figlia, ora, che ha quello sguardo di non celato disprezzo, con il suo attuale uomo che, anche se gira ancora in casa loro, la ignora la maggior parte del tempo, e quando sempre più raramente fanno all’amore lo fa con rabbia, stringendola troppo forte, lasciandole lividi sui seni e sulle braccia. E le dice stai invecchiando, le tue cellule stanno morendo, le sento sotto le dita, se ne stanno andando, rimane solo putredine. E lei si va a cercare altre storie, come quella di ieri sera, con  quello che l’ha scopata in macchina, ma alla fine è stato appagante, lui era gentile, l’ha chiamata tutto il tempo amore bello.
Al dolore, al rifiuto, Nadia ha sempre contrapposto un sorriso, un abbraccio, il dono del suo cuore. Ancora convinta che alla fine l’ameranno, che capiranno che lei vuole amarli con gioia, e vuole solo la loro felicità, e la propria. Anche quell’ uomo, Wolf, quel lupo dagli occhi taglienti: se si fosse fatto toccare, se lei avesse potuto offrirgli le labbra e poi scendere con la mano, e accarezzarlo, e placare quella sua ira aprendogli il suo corpo, forse, forse anche quel lupo avrebbe potuto amarla.

    I ragazzi hanno lasciato sul marciapiede quattro lattine di birra vuote che rotolano avanti e indietro spinte dalla brezza che si è levata. I giapponesi non ci sono più, partiti probabilmente per un’altra città, a riempire la macchina digitale di altre immagini, di altri monumenti millenari che si possano cancellare con un click.
Nadia fa un breve sospiro. Poi raddrizza le spalle, butta indietro la testa e avverte il piacere dei capelli morbidi che si allontanano dal corpo e le ricadono sulle spalle.
Ha già cancellato Wolf e le sue parole.
Non importa, si dice, era solo un uomo molto triste.
    La radio, in macchina, sta trasmettendo il notiziario. Un ragazzino, a Palermo, è rimasto schiacciato da un cancello elettronico. Palermo.
L’unica persona che ha provato per lei un vero interesse era di Palermo, pensa Nadia, mentre imbocca il casello dell’autostrada per ritornare a casa.



E ora buon ascolto.
http://www.youtube.com/watch?v=MBJxo3VSzLw
postato da: Soriana alle ore 00:02 | link | commenti (9)
categorie: isole