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sabato, 07 giugno 2008

Non è più tempo di eroi?

robertemartin

Il 6 giugno 1968 incontrai un amico: ero in Piazza Malpighi, e, finite le lezioni, stavo aspettando il filobus che mi avrebbe riportato a casa. Mauro mi abbracciò e mi disse: Hanno ammazzato Bob.  Non gli chiesi: "Bob?  Quale Bob?"  Lo capii subito. Avevamo passato molte serate parlando di Bob Kennedy, soprattutto dopo il suo discorso fatto in occasione dell’uccisione di Martin Lhuter King. Forse eravamo degli illusi, ma credevamo in lui, nelle sue parole. In lui e in pochi altri. In lui e in noi stessi, in quel movimento di ribellione e di sogni e di voglia di cambiamento che come un vento vitale stava attraversando il periodo che stavamo vivendo. Credevamo di tenere fra le dita la Verità, la formula magica per cambiare il mondo.  Nell’arco di due mesi e due giorni ci avevano privato di due punti di riferimento.
Continuò a tenermi abbracciata, Mauro. Mi era venuto freddo, anche se nella piazza, adornata dalle antiche tombe dei glossatori, il sole continuava a riscaldare le pietre.


Per ricordare quel giorno, per ricordare Robert Kennedy, per ricordare l’uccisione dei sogni che riempivano i nostri cuori quarant’anni fa  riporto stralci di un bell’ articolo-intervista  apparso su Repubblica e firmato da Mario Calabresi: Funeral train, le foto perdute del lungo addio a Bobby Kennedy. L’intervistato è Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre. Fusco accompagnò il feretro di Bob dalla Penn Station, a New York, fino alla Union Station di Washington.

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. "Era l'8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d'estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell'America, è durato un'intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train".

Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia".

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l'abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

"Venni investito da un'onda emotiva immensa, c'era tutta l'America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: "Dai, scatta, scatta, scatta"".

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C'è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d'altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull'attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell'addio.dome_13071516_44460

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. "Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere". I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

"La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. este_01094543_47440Quella è la foto simbolo dell'America dopo l'omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara".


Dopo aver letto l’articolo mi sono chiesta: potrebbe succedere anche oggi? Quale feretro che attraversasse per esempio l’Italia, potrebbe suscitare una simile reazione? La figura  reale, o pur anche immaginaria dell’eroe, può essere oggi rappresentata da qualcuno?
Alla parola eroe, oggi come oggi, mi sento di associare solo la figura di chi, fra difficoltà esistenziali ed economiche, cerca di vivere o meglio di sopravvivere, con onestà. Di chi cerca di resistere nell’immondizia prodotta da questa povera, morente civiltà.  A loro, a tutti quelli che ancora hanno speranza, e coraggio, e ideali, dedico:


We Shall Overcame

postato da: Soriana alle ore 17:25 | link | commenti (6)
categorie: calendari, i veri grandi della storia
domenica, 18 maggio 2008

Derattizzare: una lettera di Ettore Masina. E altro ancora

zingari

Allora: avevo deciso di terminare finalmente  il mio resoconto sulla Fiera di Torino, elencando i libri che ho acquistato, e di parlarvi anche di due belle presentazioni di libri cui ho assistito nei giorni scorsi a Bologna. Non sempre le presentazioni sono belle, ma quelle lo sono state. Ma, ormai mi conosco…c’è questa cosa, questa cosa sui Rom che mi tormenta, questa barbarie…E non riesco a tacere…Rimando a domani i resoconti letterari. Ora c’è altro.


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.


Bertolt Brecht

(Ringrazio l’amica Titti che mi ha spedito questi versi)

E io prima di tutto segnalo il bel post di Remo Bassini
che, oltre a essere per me interamente condivisibile, mi ha riportato alla mente Mariella Mehr, poetessa, scrittrice, e pure zingara, sì, e la sua dolorosissima vita. Andando a leggere il post di Remo potrete ben capire perché parlo di dolorosissima vita. Ho incontrato durante Festival letteratura questa stupenda, coraggiosa donna e ne sono stata colpita tantissimo. Questa donna…”nata sghemba”, come lei si definisce, dovrebbe essere molto più conosciuta da tutti, di quanto in realtà lo sia: per capire, per conoscere ciò che non sappiamo o non vogliamo sapere. Perché è l’ignoranza a determinare paura, e dalla paura scaturisce il razzismo, e l’odio, e l’intolleranza.  Prima di riportare la lettera di Ettore Masina voglio farvi conoscere una poesia di Mariella. Poi, se volete, in rete ne trovate tante. E potete pure acquistare i suoi libri.
Prima che mi dimentichi, poi, vi segnalo anche Questo blog  linkato da tempo fra i miei preferiti,  molto sensibile verso la situazione dei Rom.  Uno dei curatori è Giovanni Giovannetti, un altro nome che troverete andando a leggere il post di Remo Bassini e che ho avuto la sorpresa e il piacere di conoscere a Torino.



Niente,
nessun luogo.                                   P1010420
C'è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

(Mariella Mehr)

Andiamo a leggere ora le parole di Ettore Masina   Mi è arrivata ieri la sua lettera. A me non resta che condividerla con voi. Inutile che io aggiunga quanto mi faccia letteralmente orrore quello che è accaduto, quello che sta succedendo e che temo non si fermerà. Perché ora, soprattutto ora, e non necessitano spiegazioni, a un certo tipo di violenza è stato rilasciato un lascia-passare.


Derattizzare

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.

Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?

E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?

Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato  dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un  peso tanto grande  sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.

Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo  tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di  una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo  rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei  discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.

Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma,  e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.

Il carcere come unico apprendistato?


Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.

Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante  disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una  prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?


La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di  Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.

Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.

Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.


(Ettore Masina)


Di Ettore Masina è appena uscito presso l'editrice OGE di Milano (<info@edizioni-oge.com>),
un libro di racconti: Le nostre barche sono rotonde


La fotografia che apre questo post l’ho…rubata qui: I Rom scendono in campo.    Da leggere, pure questo, sempre per conoscere qualcosa di più.



Mio angelo di cenere
mercoledì, 16 aprile 2008

I vostri commenti (e una foto senza commento...)

bacioberlinguerbig.1115990831

Per ReAnto, Renzo, Valeria, Natàlia,  Antonella, Remo, Barbara, Glò, Beppe, Piera, Stefano, Annalisa, Sabrina, Stefania, Laura, Lory , Cristina: tutti i vostri commenti, sia al post del 11 aprile, sia a quello del…lunedì nero, li ho trovati splendidi, intelligenti, condivisibili. Non risponderò come in genere è mia abitudine a ognuno di voi: cosa potrei aggiungere a quello che voi avete detto molto meglio di quanto avrei potuto fare io? Cosa potrei aggiungere alle vostre espressioni di rammarico, di rabbia, che è anche il mio rammarico, la mia rabbia?  Leggerli, e rileggerli, mi ha dato forza, mi
ha tirato fuori da quella sorta di depressione in cui ieri, a mano a mano che venivano resi noti i risultati elettorali, ero caduta, anzi, ero precipitata.  Vi ringrazio quindi tutti per aver espresso il vostro pensiero che è così simile al mio. In particolar modo ringrazio Valeria per aver riportato un brano della lettera 129  di Ettore Masina,
che qui potrete leggere interamente. E di una cosa sono contenta: diversi blogger hanno riportato il pensiero di Masina. Se ho contribuito a fare conoscere questo vecchio saggio signore a chi ancora non si era imbattuto nel suo pensiero credo di aver aver fatto, finalmente,  qualcosa di positivo. Ecco i blog, a cosa possono servire: a espandere pensieri, a far conoscere parole salvifiche, salvagente cui aggrapparsi non per lasciarsi galleggiare e andare alla deriva, ma per continuare a nuotare, per non affogare nel mare della desolazione. Continuare a nuotare, continuare a lottare. Non rinchiudersi, non isolarsi. Porre attenzione, continuare a fare scelte corrette. Sto scrivendo un po’ così, mi vengono in mente frasi e le batto sui tasti, ma sono ancora confusa, straniata…Una sinistra che non esiste più (ma forse, e ha ragione Beppe, è da tempo che è sparita) una Lega che ci governerà per cinque anni…La miseria economica e culturale (e non so fra i due aspetti quale sia il peggiore) che metterà radici sempre più profonde…
Ma non voglio avere pensieri negativi, non voglio questa sera fare l’elenco di tutte le nefandezze che senza dubbio si verificheranno nei prossimi anni. Tanto le conosciamo tutti. No, questa sera  voglio pensare che fino a quando ci saranno persone come Ettore Masina, padre Alex Zanotelli,  scrittori come Erri De Luca ( i suoi Invincibili sono quanto mai attuali) e altri ancora i cui nomi ora mi sfuggono, e…sì, finchè ci saranno persone come voi, non tutto è perduto. E lo scrivo in tutta sincerità.
Mah…non so bene come è venuto questo post…E’ un po’…un po’ così, come le facce di quelli che hanno visto Genova… Che non c’entra nulla. Ma questo mi è venuto in mente e in tal modo ho anche trovato la colonna sonora di questa sera
(Non ho bevuto, non preoccupatevi…E’ che mi sembra mi manchi l’ossigeno…)

P.S.: Ancora una dimostrazione che nulla è casuale, che se viene in mente qualcosa che sembra bizzarro poiché del tutto slegato al pensiero precedente, in realtà non lo è, una connessione c’è sempre.  Giuro: quando ho parlato di Genova, prima, avevo poi pensato di inserire la canzone di Paolo Conte. E sono andata in you tube per cercarla. E invece ho trovato questo. E la connessione è ASSOLUTAMENTE palese.



Genova: 21 luglio 2001

E aggiungo infine una segnalazione:
La forza della verità
Un racconto storico di Renzo Montagnoli. E, a mio avviso, anche in questo caso la connessione è ASSOLUTAMENTE palese.
venerdì, 11 aprile 2008

Siamo a meno tre (fatti non foste...)

parlamentosenato
Non so perché, pensando alla stesura di questo post, mi sono venuti in mente questi versi celeberrimi: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" Forse perché ho paura. Forse perché ho una grande paura che fra non molto virtute e conoscenza possano sparire del tutto, e ci rimanga da vivere solo un’esistenza abbrutita, relegati per sempre al miserevole ruolo di sudditi.

Ho ricevuto oggi questa mail da Ettore Masina  Sono contenta di essere stata inserita nella sua mailing list: c’è una forza, in questo vecchio signore, che mi contagia, e di questa forza, soprattutto in questi giorni, io mi cibo. Condivido   la sua analisi, anche se, come quei suoi amici di cui scrive nella mail, so già che non condividerò il suo voto. 
Alla fine di questa lucida lettera ho inserito pensieri di altri tre grandi uomini. Che come levatura morale sembrano anni luce lontani da quelli che blaterano su tv e carta stampata in questi giorni, o , meglio, in questi ultim, desolanti anni. Eppure, a rileggerli, i loro pensieri sembrano rappresentare la fotografia della realtà  di oggi.
Ed ecco la lettera di Ettore Masina:


Ho (quasi) ottant’anni.Di tutte le mie facoltà una mi sembra ancora integra – e non sempre, purtroppo, mi dà gioia: quella facoltà è la memoria. Mi capita di ricordare, per esempio, che il mio compagno di seconda elementare Martin Bascià mi confidò un  giorno che il suo grande sogno era quello di poter tornare a casa, almeno una volta, con due chili di pane e mangiarne a volontà; accadeva nella Valcamonica del 1937, ma certamente milioni di bambini italiani condividevano allora quel sogno. Nello stesso anno venne a salutarci un cugino che partiva per la guerra di Spagna; era un  giovanissimo ufficiale e ci raccontò che il suo plotone era formato da cafoni e tarlucchi, analfabeti, vale a dire contadini disoccupati. Cinquantamila di quegli italiani andarono allora a combattere in un paese non loro e dalla parte sbagliata, senza sapere  perché, se non che era un lavoro duro, col fucile al posto della zappa, un lavoro per il quale si poteva anche uccidere o morire ma che intanto sfamava la famiglia.
Cominciano da quegli anni i miei ricordi “politici”; ed essi sono andati poi accumulandosi mentre crescevo: durante la guerra in cui i più poveri degli italiani furono mandati al macello dal fascismo, e poi durante la cosiddetta “ricostruzione” e i tentativi di occupazione delle terre incolte, con i carabinieri spediti da governi “moderati” a difendere la cieca avarizia dei proprietari terrieri,e con la mafia che perfezionava impunemente il suo potere.Ci furono le lotte operaie per uscire da una condizione di miseria e di diritti negati; il padronato creava i sindacati gialli e assumeva ex ufficiali e graduati dell’Arma per lo spionaggio nelle fabbriche e decretava i reparti-confino o il licenziamento per i sindacalisti veri che apparivano troppo zelanti.Poi ci fu il “miracolo italiano” che modernizzò il nostro Paese ma a prezzi durissimi per la povera gente: un tragico esodo di intere popolazioni,lo scardinamento di centinaia di migliaia di famiglie,nella disperata “spontaneità” di una migrazione lasciata a se stessa dall’incapacità dei governi e dal cinismo dei padroni.Qui i miei ricordi si fanno più precisi: ero diventato un giornalista, indagavo sulle conquiste (e le sconfitte) della democrazia italiana (di qualcuna di quelle mie inchieste c’è traccia nei libri di Crainz, di Murialdi, di Ada Giglio Marchetti).Quando venimmo ad abitare a Roma,nel 1964,lessi un rapporto della Pontificia Opera di Assistenza:testimoniava che in alcune parrocchie di periferia,al momento della distribuzione dell’ eucarestia,si formavano due file:prima andava all’altare la gente “bene”,poi i sottoproletari delle baracche e delle case “improprie”.Naturalmente nessuno aveva disposto questo orribile rituale.Il fatto è che quindici anni dopo la proclamazione della Costituzione repubblicana vi era in molti poveri la convinzione di essere cittadini e persino “credenti” di razza inferiore. (erano, in gran parte, persone che avevano obbedito, spesso, all’esortazione di votare al centro perché grandi pericoli incombevano sull’Italia).
In quegli anni, del resto, gli azionisti della Fiat si dividevano utili pari alla somma di tutti i salari e gli stipendi dei dipendenti  dell’azienda. L’idolatria alto-borghese per le rendite strangolava la ricerca scientifica e gli investimenti produttivi. Nel Sud il clientelismo avvelenava i partiti.
Attento a quelle realtà, diventai, spero di poterlo dire, uomo “di sinistra”.“Sinistra” non significava per me materialismo dialettico, tanto meno marx-leninismo, voleva dire, piuttosto, necessità di impegno per la giustizia sociale, scelta di civiltà, umanesimo. “Sinistra”, all’inizio, erano stati per me “La condizione operaia” di Simone Weil e “La battaglia”, il grande romanzo di Steinbeck sugli scioperi dei raccoglitori di frutta in California, e, prima ancora (naturalmente!) Tolstoj.Poi lessi Rosa Luxemburg e Piero Gobetti (non ancora Gramsci, quello venne più tardi) e insieme Léon Bloy e Peguy e Bernanos e Mounier e i documenti dei preti-operai francesi e il Voillaume dei Piccoli Fratelli. Se ripenso alla mia “sinistra”, però, più che a libri, torno a volti, a persone, alcune conosciute da vicino, qualcna amata da lontano: La Pira, Lazzati, Dossetti. Mazzolari, Balducci, Lelio Basso, Berlinguer, Ingrao, Zaccagnini, Turoldo,, Pintor, Danilo Dolci, Natalia Ginzburg,  don Milani, Paul Gauthier... Il matrimonio con  Clotilde e l’esplosione del Concilio come “Chiesa dei poveri” resero le mie scelte più chiare e definitive. La fondazione della Rete Radiè Resch mi donò la gioia di un grande gruppo di amici (per lo più cristiani, ma non solo) e la possibilità di venire in contatto con le eroiche avanguardie di quelli che Fanon definiva “i dannati della Terra”: i poveri del cosiddetto Terzo Mondo, con le loro lotte, le loro sconfitte, le terribili torture, le canzoni, le indomabili speranze: e l’autentica lotta di classe con la quale i  ricchi schiacciano i poveri. Più tardi - nel 1983, nel 1987, nel 1992 - accettai di candidarmi deputato nelle liste del PCI (poi PDS). Vissi mesi entusiasmanti in un’ampia zona del Nord: le province di Bergamo, Brescia. Varese, Lecco, Como, Sondrio, Padova, Verona, Vicenza e Rovigo. Erano luoghi in cui le sinistre erano minoritarie e la marea del razzismo localistico andava silenziosamente crescendo, e infettando anche gli ambienti “progressisti”; trovai spesso funzionari ottusi e, alcuni, ignorantissimi. Ma la grande massa degli iscritti e dell’elettorato mostravano un’Italia di grande e generoso impegno. Scoprivo, fra l’altro – e non potrò mai dimenticarle – la settarietà, la paura micragnosa, la stoltezza, l’incapacità di sperare con le quali la mia Chiesa, con le sue scomuniche, aveva sbarrato le porte a un popolo in grande maggioranza naturaliter christianus.
Ho rivisitato i miei ricordi, in queste settimane, mentre riflettevo sul voto che andrò a deporre nelle urne domenica prossima. Ho sentito, dapprima, una grande voglia di starmene a casa per esprimere il mio schifo per una legge elettorale che, se non altro, getta in stato confusionale, programmaticamente,la nostra democrazia. Ho concluso che avrei guardato con rispetto chi,condividendo il mio risentimento, avrebbe non già disertato i seggi (che sarebbe complicità con il potere, comoda, pigra, rancugnosa viltà) ma vi sarebbe andato per far verbalizzare, secondo ciò che la legge prevede, la sua decisione di non votare. Ma ho sentito che neppure quella poteva essere la mia scelta, che ogni volta che ci è concessa qualche opportunità di lotta ai nemici della democrazia non si possa rispondere: “Sono troppo indignato per farlo”. Quella dell’Aventino è una lezione terribile.
Condivido la convinzione che queste elezioni ci pongono davanti a un mutamento radicale della vita politica italiana. Innanzi tutto, penso, a uno spaventoso decadimento culturale ed etico. Scrivo queste righe il 9 aprile, 53.mo anniversario del martirio  di Bonhoeffer, il grande teologo luterano impiccato dai nazisti; e traggo da lui la descrizione di quell’asfissia del pensiero creativo e dell’etica che oggi devasta tanta parte dell’Italia: "Si ha l'impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell' uno richiede la stupidità degli altri". Vale per gli elettori berlusconiani, i  quali, però, più che stupidi sono desiderosi di raccogliere le briciole dei pasti che il Monarca (la definizione è sua) consumerà a spese della Costituzione, della legalità e del senso dello Stato. Vale per gli elettori di Casini e dei suoi transfughi che hanno osato scippare lo stendardo della Rosa Bianca. Quasi ossessionati dalle denunzie vaticane e dalla consapevolezza delle proprie tentazioni, questi “cattolici” cercano di dar vita a una lobby di “fedeli” con la quale sbrecciare la laicità dello Stato per bloccare a termini di legge la secolarizzazione della nostra società. Nella loro sessuofobia e omofobia rappresentano il versante ecclesiale del razzismo leghista. E’ facile prevedere che dopo le elezioni Casini e la minidestra di Storace ritorneranno alla reggia di Arcore, esattamente come Bossi e Fini che pure quella reggia definirono, in altri tempi, “porcilaia”.
Molte e molti dei miei amici più cari mi hanno detto che voteranno PD. Guardo con grande rispetto alla loro scelta e so bene che alcuni lo faranno con spirito critico e lucida cognizione  dei difetti di quella formazione. Con lo stesso animo voterei come loro, se avessi la loro convinzione che il successo di Berlusconi è  l’unico pericolo  che sovrasta la democrazia italiana. Di questa minaccia, grave, anzi gravissima,  io non discuto l’importanza, ma penso  che i pericoli siano due e che il secondo, non minore del primo, sia quello di una definitiva scomparsa della sinistra.
Fra le poche certezze che la mia lunga vita mi ha dato, c’è quella che niente è stato regalato alla povera gente, che tutto è stato ottenuto, con fatica e pericoli, non soltanto fisici, dalla sinistra: dai lavoratori e dagli intellettuali che con essi si sono schierati. E’ una storia non priva di errori, di settarismi, di inadeguatezza, di colpe, di violenze; ma è anche una vicenda che ha dato dignità a masse che non ne avevano mai avuta o l’avevano persa, per sproporzione di forze, E’ stata movimento di popolo, con varie anime: marxista, cristiana, liberale. Si è spontaneamente unita ad esperienze che in altri luoghi della Terra miravano, anche quelle, a giustizia e libertà. Ha visto la concretezza dei problemi perché li ha esaminati, per così dire, dal basso. Le proprie ideologie hanno subito la verifica più dura perché misurate sulle necessità più dure della vita dei poveri. Per l’asprezza di quelle necessità la sinistra  è stata la forza che ha sconfitto spesso la ideologia del moderatismo, quella avara delimitazione del “possibile” in cui il potere borghese è maestro.
Non è stata l’unica forza di progresso, naturalmente. Altri gruppi di persone oneste hanno lavorato per costruire un’Italia migliore. Ma è un dato di fatto che quando la sinistra è stata debole, il progresso si è come arrestato. Nella storia della Repubblica, la sinistra è stata la volontà realizzatrice della Costituzione. Non si può espellerla dalla lotta elettorale in nome della paura. Non si può negarle la dignità di protagonista in questo evento. A me pare che neppure in nome di un pericolo imminente si possa chiedere, a chiunque creda nella necessità della sinistra come forza storica di giustizia, di associarsi a uno schieramento che ne abbandona speranze e lotte, a un disegno moderato, il cui programma si distingue appena da quello degli avversari. Sconfitta nella sua esperienza di governo  (soprattutto dalla violenza dei media che hanno sistematicamente enfatizzato come dirompenti le sue richieste a Prodi,, mentre sbiadivano le insidie dei Mastella, dei Dini, dei Bordon), la sinistra italiana ha bisogno di riprendere il suo coraggio e la sua fisionomia. Sta compiendo un lavoro di riaggregazione delle sue forze e la sua nuova unità è un evento che non può non essere riconosciuto e sorretto dal coraggio di chi ha sentito l’orgoglio di avere appartenuto, in altri tempi, alla sinistra come la definiva Norberto Bobbio: la sinistra è la scelta di chi privilegia il principio di eguaglianza fra le persone,  la destra è la scelta di chi nega questo principio. E il “centro”, ma questo lo dico io, è spesso il biglietto da visita di una destra “moderata”:
In queste ultime ore di campagna elettorale sono stato molto attento alle performances dei leaders dei vari partiti e ne ho provato nuova desolazione. La americanizzazione della campagna elettorale, con due soli Grandi Personaggi e, alle loro spalle, un pulviscolo di collaboratori, non pochi dei quali intercambiabili fra l’una e l’altra formazione, l’arroganza brutale di Berlusconi e la corsa al centro, il “nuovismo” di Veltroni, la sua meticolosa attenzione a negare ogni radice di sinistra al PD, mi hanno ulteriormente convinto che è indispensabile mostrare che molta gente, numerosa quanto più è possibile, rifiuta  questa semplificazione. La cancellazione (temporanea?) della sinistra storica dal panorama italiano sarebbe il primo trionfo di Berlusconi.
Già per questo il voto alla Sinistra Arcobaleno sembra a me doveroso, ma poi chi ha saputo penetrare nella demenzialità del Porcelllum, sa bene che se la Sinistra raggiungesse l’8 per 100, la sconfitta di Berlusconi sarebbe quasi certa.
Care amiche, cari amici, vi chiedo di votare  con me la Sinistra Arcobaleno. Sono già in buona compagnia (Ingrao, Castellina, Marco Revelli, Petrella, Eugenio Melandri, Perna etc. etc.) ma voi mi mancate, accidenti quanto mi mancate. O sbaglio?
Ettore Masina



  pasolini2"L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
(Pier Paolo Pasolini , Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962)












 facegrams"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza facegramsè abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
(Antonio Gramsci 11 febbraio 1917)


don-milanidon-milani "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto…"
(Don Lorenzo Milani Da Lettera ai giudici)

Concludo con questo video, con questa canzone che ho già inserito altre volte nel blog, ma che ogni giorno mi sembra più idonea a descrivere la nostra ...
povera patria

sabato, 05 aprile 2008

E noi lo abbiamo ancora, un sogno?

MLKCMartin Luther King: 4 aprile 1968- 4 aprile 2008. Quarant'anni dopo. Non è, il mio, solo un invito a non dimenticare. E anche un invito a riappropriarci dei nostri sogni, a non lasciarci spegnere dall'apatia e dall'indifferenza, a non rifugiarci nel qualunquismo e nelle critiche sterili, a continuare a combattere contro chi considera il denaro il solo valore esistente, contro chi non rispetta le differenze, contro chi consuma e sperpera le risorse che appartengono a tutti gli abitanti del pianeta. Un invito a credere ancora, anche se può sembrare un esercizio obsoleto e assurdo all'asserzione che un altro mondo, se lo vogliamo,  un altro mondo è possibile.



Ingrid Betancourt
da ReAnto

Martin Luther King
da
Beppe Iannozzi
e da
Giulia

Una Tv che dovrebbe vergonarsi
una sdegnata e condivisibile riflessione in Declinato al femminile

Majarie
pubblica un frammento del nuovo libro di Luisito Bianchi, che uscirà in libreria alla fine di maggio.
A chi ha letto quel capolavoro intitolato
:
La messa dell'uomo disarmato  non c'è certo bisogno di consigliare l'acquisto di questo nuova opera di Don Luisito, perchè sarà naturale, per loro, acquistarlo.  A chi non conosce questo autore mi sento di consigliare, come non mai, di riempire al più presto questa lacuna.
Per avere più notizie sul nuovo libro:
I miei amici. Diari 1968-1970


Non tutti sanno che...
Gli...svarioni di certi critici: da I sognatori


Stagioni di Mario Rigoni Stern
la splendida, partecipata recensione di Renzo Montagnoli a uno splendido libro.

Alla deriva
una mia poesia pubblicata nel nuovo numero di Arteinsieme.

L'ortaggio Giuliano Ferrara

Nel Ghibellino

Un giorno di Cristina Bove
In Armonia delle parole


Da Saviano a Gherardo Colombo
Se ne discute nel nuovo blog di Remo Bassini

Qui
e
Qui
Due recensioni dei Canti Celtici di Renzo Montagnoli, un'ottima silloge poetica che di recensioni positive ne ha già meritate parecchie.


Incontri da dietro un vetro
Raccontati con la sensibilità che la contraddistingue, da Sabrina Campolongo

Simona B.Lenic: Setalux
Presentazione a Bologna dell'interessante romanzo di questa giovane scrittrice riminese.

E siccome non si vive di soli libri ecco:

Pasta al pesto di pistacchio
Cinzia Pierangelini, da...Cochina diventa cuochina...



Ritorno seria e vi propongo questo video:
I have a dream

Buona fine settimana a tutti!
lunedì, 04 febbraio 2008

Una lettera tutta da leggere

giornienuvole_2





































In un suo diario, pubblicato dall’editore Gamberetti nel 1997, Ettore Masina si definisce fin dal titolo “cattolico errante”. A mio parere, l’assonanza con l’espressione “ebreo errante”, può già dire qualcosa sulla personalità dell’autore. Ma per rendere comprensibile la mia affermazione vi invito a entrare nel suo sito e leggere le sue note autobiografiche (http://www.ettoremasina.it/scheda%20bio.htm).
 
Ho conosciuto, o meglio ho visto e sentito parlare Ettore Masina a Bologna durante un convegno (mi sembra che fosse un convegno su psicanalisi e guerra, ma non ne sono sicura). Ma di lui non sapevo molto, e alcune cose le ho scoperte leggendo la sua biografia.  Non sapevo che, dal 1983 al 1992 fosse stato deputato, per esempio. E, scoprirlo, mi ha fatto piacere: allora possono esistere anche politici illuminati, onesti, mi sono detta. E anche cattolici che sono aperti e rispettosi verso un pensiero diverso dal proprio…Non so, ma in questi tempi mi è sempre più difficile crederlo… Vuol dire che  insieme al nome di padre Alex Zanotelli aggiungerò anche quello di Ettore Masina come rappresentanti di quello che dovrebbe essere il vero, originale pensiero cristiano, avulso da ogni faziosità e integralismo.


Da Ettore Masina ieri ho ricevuto una mail: probabilmente, grazie alla mia amica Mariolina, che è sua amica, sono finita nella sua mailing list: perché mica mi conosce, lui. E di questo inserimento, a Mariolina, sono molto grata.
Mi piacerebbe che pure voi condivideste con me le parole di questo grande uomo. Spero di non infrangere nessuna regola pubblicando la lettera nel blog…ma ci tengo molto che anche voi possiate leggerla. Comunque, questa e altre lettere davvero illuminate, potete sempre leggerle nel sito indicato all’inizio del post.

E’ una lettera lunga. Ma sono certa che la leggerete fino alla fine.


Muore un po’ alla volta chi si arrende...
1
Non accade spesso, purtroppo, che la televisione mi tocchi “dentro”. L’ultima volta è capitato sabato scorso (26 gennaio) mentre seguivo “Che tempo che fa”, e Antonio Albanese, uno dei nostri migliori attori, stava dando voce e gesti a una sua creatura, l’onorevole Lacettola. Lacettola, lo dico per chi non lo ha mai incontrato sul video, è un parlamentare clientelista, maschilista, prepotente, mafioso, ignorante – e, da uomo di potere, orgoglioso della sua ignoranza. Improvvisamente Albanese si è fermato, è ammutolito, in silenzio si è tolto la parrucca, la giacca con le spalle “rinforzate”, la cravatta sgargiante, insomma la “divisa” di Lacettola.  Ha guardato un attimo la telecamera, con uno sguardo triste e forse disperato. Poi, invano richiamato da Fazio, ha lasciato lo studio. Il messaggio mi è parso chiaro. In quelle ore Lacettola cessava di essere una caricatura, era diventato un personaggio del tutto reale: era quel senatore dell’ Udeur che poco  prima, nell’aula di palazzo Madama, sputava in faccia al collega, era quell’altro, di AN, col golfino rosso sulle spalle, come se fosse in gita fuori porta, che masticava fette di mortadella a bocca aperta, era quell’altro ancora, di Forza Italia, che aveva stappato una bottiglia di spumante e la offriva ai colleghi. Con la sua faccia triste da inerme cittadino, Albanese sembrava chiedere a se stesso ma anche a noi: “Perchè continuare nella satira? Ormai i Lacettola hanno vinto”.
Siamo in molti, credo, a condividere quella desolazione. Ritornano (non “al potere”: quello, più o meno legalmente, non l’hanno mai perso davvero), ritornano alla direzione dello Stato, con  una forte maggioranza in Parlamento, Berlusconi & Co.,: il capitalista brianzolo barzellettiere, irriso da tutti gli economisti del mondo, ma anche temuto per le sue improvvisazioni, la smodata ricchezza, l’astuzia predatoria; e i suoi manutengoli: quelli di stretta familiarità (come Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata) e i mascalzoncelli  ravveduti, tornati a brucare la mano del padrone, come Casini; gli eversori della giustizia piegata ad personam perchè poi il Capo possa vantarsi di essere stato, “prima”, perseguitato; i Fini che fanno sapere ai giornalisti di essere padri tenerissimi di figli neonati ma non dimenticano di essere stati autori di leggi spietate;  le Moratti che, in base a quelle leggi, cacciano dagli asili comunali i figli degli emigrati non “in regola”; i Bossi che si vantano di poter trovare facilmente le armi per una rivoluzione padana; l’onorevole Storace che insulta la signora Levi Montalcini...
Sono già sicuri di stravincere le prossime elezioni ed io credo che non si sbaglino: il governo Prodi, i partiti che lo hanno sostenuto e travagliato, hanno, quantomeno, sottovalutato l’urgenza di una legge sul conflitto di interessi,  di nuove norme per le elezioni. Abbiamo davanti una catena di giorni più che difficili: una campagna in cui la sproporzione dei poteri mediatici impiegati dall’una e dall’altra parte ci farà sputare sangue, se vorremo parteciparvi. Vinceranno le elezioni, alla grande. C’è un’Italia poveraccia e infuriata dalla precarietà che già preme idealmente alle porte dei seggi  per votare contro tutto ciò che possa sembrare “disciplina”. Un’ Italia mucillaginosa, dice il Censis, un’Italia in cui, dice l’Eurispes, il 51 per 100 degli adulti non si fida più di alcuna istituzione e addirittura l’89,6 per 100 considera in blocco l’universo dei partiti come una casta di mascalzoni, tutti eguali fra loro..
2
Considero Albanese – l’ho già detto –un ottimo attore, apprezzo molto gli autori di “Che tempo che fa” (non per niente c’è fra loro Michele Serra) e penso che quello dell’altra sera sia stato un eccellente coup de théatre. E però lasciatemi dire che la psicosi del perdente perduto è il modo migliore per rendere trionfale la vittoria dei Lacettola. E questo non è soltanto un problema politico, già di per sé di fatale importanza.
Non basta, infatti, a mio avviso, elencare le difficoltà economiche del momento, con una crescente “proletarizzazione” di fasce sempre più ampie di ceto medio, né lo sgangherato ansimare dei processi costituzionali che dovrebbero generare governi saldi, politiche di giustizia , investimenti  a lungo raggio e così via. Non  basta la certezza che il nuovo governo di destra ripercorrerà la strada delle impunità, delle leggerezze, del travolgimento dei diritti dei cittadini. Si tratta, anche, di etica: di tornare a scegliere  valori e prospettive. Si tratta di dare, o di negare, qualità alla nostra vita.
Berlusconi  lavora sui circenses, a pagamento. Basta seguire per qualche ora la ottusa banalità dei programmi delle sue televisioni, i film più belli massacrati dalla pubblicità, i suoi tg bugiardi, i suoi “divertimenti” goliardici, le sue “striscie” vagamente ricattatorie. per comprendere quale devastazione culturale semini fra il gli utenti. Come sappiamo, attraverso i suoi dipendenti infiltrati nella RAI, non si limita a presenze istituzionali nella cosiddetta televisione pubblica, piegandone i dirigenti. Del suo amico Craxi si diceva che governasse un clan di nani e ballerine, Berlusconi non si interessa dei nani.
Temo fortemente che con il suo nuovo governo, l’onda  (o dovrei dire: l’orda?) montante della malacultura diventerà regime; e a un regime non si può rispondere se non con un vasto e profondo impegno culturale e morale. Forte sarà la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, mandando al diavolo la politica, anche quella dei partitii  cui abbiamo creduto. Berlusconi & Co. faranno di tutto per convincerci che questa sarà  saggezza. Forte sarà la tentazione di serrarci in casa, di evitare problemi che sembrano non toccarci personalmente, di cercare di difendere il futuro dei nostri figli e nipoti, pagando, se necessario, qualche prezzo. Faranno di tutto per convincerci che questa sarà realismo. Forte sarà la tentazione di rispondere a chi venisse a sollecitarci per qualche militanza politica. “Grazie, ho già dato”.
Forse tocca proprio ai vecchi come me, che hanno qualche cicatrice da obiezione di coscienza, dire: “Badate, la vita è bella soltanto quando è piena, cioè amorosa e coraggiosa. Non si tratta di impugnare una clava e presidiare l’imboccatura della grotta di famiglia, ma di vivere in modo che la sera, ponendo la testa sul cuscino, si possa dire a noi stessi: “Beh, povero cane, anche quest’oggi non hai perso la tua dignità né minacciato quella degli altri”. Si tratta - e questo è il dono più bello che posiamo fare ai nostri figli e  nipoti-  di creare reti di consentaneità, di  solidarietà, di amicizia militante, non soltanto proclamata. Di ricordare gli antichi maestri. Di ricordare le antiche resistenze. Di non cedere le speranze più care.
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Amici che hanno vissuto questa sgradevolissima esperienza mi dicono che l’incursione di un ladro in una casa non provoca soltanto danni e perdita di oggetti che hanno un valore ben più alto di quello venale, viene vissuta come una profanazione di qualcosa di sacro; ed è umiliante, come l’incontro con un voyeur o  un esibizionista.. Mi è capitato di vivere questi sentimenti quando l’onorevole Mastella, mentre sparava la sua lupara rosa contro  il governo di cui faceva parte, ha citato una poesia che anche lui, come me, credeva  di Pablo Neruda. Questa poesia, con l’amore e la gelosia del discepolo (di Neruda, non di Mastella) io l’avevo fatta mia, citandola agli amici che, il 14 febbraio 2003, circondavano me e Clotilde  nella festa per il cinquantesimo anniversario del nostro primo incontro. Riconosco il mio arbitrio, e per di più adesso so che la poesia non è di Neruda ma della scrittrice brasiliana Marha Medeiros;  ma non voglio che “Lentamente muore” rimanga soltanto sui resoconti stenografici della Camera, legata, oltre a tutto, a una brutta pagina della democrazia italiana:
Perché (ringraziando l’inconsapevole Martha) non farne un programma di resistenza alla subcultura berlusconiana?
Un abbraccio
Ettore Masina



Nella mia ricerca di video ho trovato questo: ecco come Giorgio Gaber vedeva la democrazia. e mi sembra ancora molto attuale.

http://www.youtube.com/watch?v=fE1Dkf1_3pI


postato da: Soriana alle ore 22:47 | link | commenti (6)
categorie: i veri grandi della storia
mercoledì, 30 gennaio 2008

Era un giorno come un altro

gandhi1
























Sono quasi le 17. Il Mahatma sta per raggiungere come ogni giorno, da quando è tornato a Delhi, il giardino della Birla House, per raccogliersi in preghiera. Al suo fianco le pronipoti Abha e Manu. Sembra un giorno come un altro, questo 30 gennaio 1948. La cappa di umidità che soffoca la città, i venditori di acqua con il loro grido cantilenante, le mucche che girovagano indisturbate a ridosso dei cordoli dei marciapiedi. I bambini seminudi, dai grandi occhi che guardano una pozzanghera dove piccoli insetti stanno aggrappati a un fuscello di paglia. Donne avvolte in sari splendenti di colori portano fagotti sulle teste altere, biciclette, qualche auto, cani che frugano famelici fra i rifiuti. Ma all’improvviso nell’abituale rumore del vivere consueto, si inserisce un suono diverso, inusitato. Pum pum pum: il piccolo grande uomo cade a terra. Un bisbiglio: Hej, Rama…oh, Dio. Ed è la fine.

Sono passati esattamente sessant’anni dall’uccisione di Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma. Grande anima, significa in sanscrito mahatma. Soprannome che a Gandhi fu dato da un altro grande indiano, il poeta Tagore.  Come tutti sanno Gandhi  è il fondatore della nonviolenza attiva e il padre dell'indipendenza indiana. Gandhi fu ucciso da un atto di violenza, da un atto di fanatismo, fu assassinato proprio da quell’atteggiamento mentale che lui aveva sempre osteggiato e combattuto.
Ma non credo che si possa parlare di sconfitta. Fino a quando anche un solo uomo si ricorderà delle sue parole, fino a quando anche un solo uomo cercherà di mettere in pratica i suoi insegnamenti, fino a quando anche un solo uomo si rifiuterà di imbracciare un fucile, ma per armi userà le parole e uno stile di vita volto al rispetto dei bisogni dell’altro, fino a quando la speranza di un mondo di pace sarà presente nella mente anche di un solo uomo, la battaglia di Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma sarà più che mai viva e attuale. D’altra parte, ricordiamoci che un secolo che ha partorito mostri come Hitler  e altri fabbricanti di morte ha dato vita anche all’opera di questo grande insegnante di pace. Forse, anche questa constatazione, può generare speranza.

Ecco qualche frase, qualche insegnamento del Mahatma. Credo che siano senza tempo. Credo che sarebbe importante farle, per quanto ci possa essere possibile, nostre.




Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne è nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.


L'unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa dentro di me.

Nel mondo c'è quanto basta per le necessità dell'uomo, ma non per la sua avidità.

Nessuna cultura può vivere se cerca di essere esclusiva

Un giornalista, durante un’intervista gli chiese: Mr. Gandhi, cosa ne pensa della civiltà occidentale?
Gandhi: Credo che sarebbe un'ottima idea!


…affidati alla piccola voce interiore che abita il tuo cuore e che ti esorta ad abbandonare …, tutto, per dare la tua testimonianza di ciò per cui hai vissuto e di ciò per cui sei pronto a morire” (The Bombay Chronicle, 9 agosto 1942).

"Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. È bene che una volta ogni tanto si brucino le dita."


Per una scodella d’acqua,

rendi un pasto abbondante;

per un saluto gentile,

prostrati a terra con zelo;

per un semplice soldo,

ripaga con oro;

se ti salvano la vita,

non risparmiare la tua.

Così parole e azione del saggio riverisci;

per ogni piccolo servizio,

dà un compenso dieci volte maggiore:

Chi è davvero nobile,

conosce tutti come uno solo

e rende con gioia bene per male”.



http://www.youtube.com/watch?v=hJVthotLkLQ

postato da: Soriana alle ore 01:45 | link | commenti (3)
categorie: i veri grandi della storia
domenica, 30 dicembre 2007

I care (Don Lorenzo Milani)

Don+Milani,+foto+di+gruppo+sotto+un+alberoSono passati 40 anni dalla morte di don Lorenzo Milani. Ma il suo pensiero è ancora estremamente attuale, come se neppure un giorno fosse trascorso da quando, con il suo operato e i suoi scritti, suscitò scandali in un modo basato su gerarchie immobili e ipocrite. Subì anche un processo, il priore di Barbiana, per aver reso pubblico il suo concetto di Patria e il suo pensiero sull’obiezione di coscienza. Processo che, in primo grado, si risolse con l’assoluzione piena dell’imputato. Ma la sentenza venne poi completamente rovesciata nel processo successivo, che si concluse con una condanna. Al momento della sentenza, però, Don Milani se ne era già andato, ucciso a soli quarantaquattro anni da una terribile malattia, la leucemia mieloide.

Vorrei proprio scrivere di quel processo, questa notte, o, meglio, delle motivazioni che hanno portato a esso. Del grande pedagogo, del grande Maestro, ne parlerò, forse, una prossima volta.

Tutto ha inizio con questo comunicato pubblicato sulla Nazione di Firenze del 12 febbraio 1965


Nell'anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l'Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana.
Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno:
«I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell'associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d'Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria.
Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà».
L'assemblea ha avuto termine con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.



La reazione di Don Milani fu immediata, e si manifestò attraverso una lettera inviata ai cappellani militari e pubblicata dalla rivista Rinascita.
Mi limiterò a riportare qualche stralcio, sia di questa, sia della lettera che don Lorenzo inviò poi ai giudici che presiedevano il processo,  estrapolando i brani che, secondo il mio sentire, sono i più significativi e ancora validissimi, al di là del fatto che attualmente in Italia non esista più il reato di obiezione di coscienza e che il servizio di leva militare non sia più obbligatorio.


…Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

…Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d'una «guerra giusta». D'una guerra cioè che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l'abbiamo trovata.

Da quel giorno a oggi abbiamo avuto molti dispiaceri:

Ci sono arrivate decine di lettere anonime di ingiurie e di minacce firmate solo con la svastica o col fascio.

Siamo stati feriti da alcuni giornalisti con «interviste» piene di falsità. Da altri con incredibili illazioni tratte da quelle «interviste» senza curarsi di controllarne la serietà.

Siamo stati poco compresi dal nostro stesso Arcivescovo (Lettera al Clero 14-4-1965).

La nostra lettera è stata incriminata.



Le due lettere sono molto lunghe, ma vale assolutamente la pena di leggerle interamente. La prima, poi, quella indirizzata ai cappellani militari, contiene una precisissima analisi di cento anni di avvenimenti storici, che ribalta la visione che ne hanno dato (e continuano purtroppo a darne) i libri di st