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giovedì, 05 giugno 2008

Eccomi!!!!!!!

P1070087(2)


Lo so, lo so che avevo scritto: chiuso per ferie fino al 3 giugno…Ma mi sono presa…un giorno sabbatico: disfare la valigia, caricare lavatrici, scaricare le foto, ricaricare me stessa, ricompormi, tornare a concentrarmi sulla banale quotidianità della mia vita….E cominciare anche a prepararmi per qualcosa che avverrà sabato mattina…ma che vi dirò domani…Non è una cosa eclatante, ma già sono (un pochettino) agitata. Ma non è una cosa brutta, non preoccupatevi.
Allora, prima di farvi un breve resoconto del viaggio, vorrei ringraziare tutti gli amici che mi hanno augurato buone vacanze.


@Stefania: Buon mare! Ma quale mare? E quali libri hai portato con te?
@Cri, Antonio: ho seguito i consigli, mi sono divertita, sì, soprattutto perché non ho mai visto un telegiornale…
@Glò, Natàlia: La prossima volta venite con noi…
@Antonella, Barbara: grazzzzzzie!!! (Dove in Sicilia? Ne parlerò proprio in questo post…)
@Cinzia: In effetti ogni tanto mi sentivo centinaia di occhi puntati addosso…
@PourParler: davvero? Beh, peccato che tu abbia la mamma lontana, ma il disagio è compensato dal fatto che puoi aver modo di far conoscere questa bellissima parte d’Italia alla tua piccolina in arrivo. A proposito: manca pochissimo, vero?
@Laura e Lory: Non potrei mai dimenticarvi…Per mille piacevoli motivi, e anche perché il vostro “Le colpe dei padri” ha viaggiato con noi: l’ho regalato infatti a Maria, la mia amica compagna di vacanza.
@Glò, Antonio, Natàlia: Eccomi!!!!!


E ora piccole riflessioni, impressioni, ecc.ecc. del mio viaggio in Sicilia.
Non conoscevo molto di quest’isola, se non le piccole isole che la circondano: le Eolie, Lampedusa, Ustica. Di Palermo mi aveva parlato con entusiasmo mio figlio, entusiasmo che ora mi sento di condividere in pieno. Una città dai mille contrasti, dove veri gioielli architettonici si alternano a case di cui rimane in piedi solo una facciata, con le finestre che, invece di inquadrare un interno, fanno da cornice a uno scampolo azzurro di cielo.
P1070187
Una città dove in vicoli stretti e tortuosi scopri l’insegna di piccoli teatri, di circoli culturali, di caffé letterari. Dove la gente è estremamente gentile e disponibile se chiedi un’informazione.  Una città piena di fermenti, vitale, nonostante gli edifici diroccati, ricordi indelebili della guerra, nonostante quello che inesorabilmente nasconde, e che leggiamo sulle cronache dei giornali. Mi hanno deluso un poco i mercati di Ballarò e Vucciria, ma ci hanno detto che stanno a mano a mano diventando sempre più luoghi turistici, perdendo il loro colore originale. P1070131
Le strade principali erano disseminate da piccoli manifesti con le foto di Falcone e Borsellino (il 23 maggio è stato l’anniversario della strage di Capaci) con la didascalia : eroi    per sempre. Sono stata favorevolmente colpita di vedere che  erano tutti intatti, nessuno li ha sfregiati. Forse significa qualcosa, non credete?  Ho anche sentito gente di Palermo che diceva che la città in seguito a quelle stragi si è come risvegliata, che Falcone e Borsellino non sono morti invano…E che i giovani vogliono una Palermo (e una Sicilia) migliore. E a proposito di discorsi captati qua è là, sembra proprio che ai Siciliani il famoso ponte (quello che sua grazia-nostra disgrazia vuole, vuole, estremamente vuole) non interessi minimamente, anzi, proprio non lo vogliono, questo ponte, i Siciliani. Ci sono ben altre priorità, dicono, nella loro isola: ad esempio le linee ferroviarie, davvero molto scarse, all’interno, benché siano state costruite costosissime stazioni, morte ancor prima di diventare effettive.
E qualcosa bisognerebbe fare anche per gli incendi che hanno già cominciato a ferire la costa. La massima parte dolosi, ho sentito dire. Ci siamo trovate, Maria e io, sull’autostrada che da Palermo porta a Cefalù in un pomeriggio appesantito da un forte vento di scirocco. Fiamme ai bordi della strada, fiamme sul crinale di una collina. Avanzavamo a passo d’uomo, in una fila di auto che sembrava non finire. E a parte questa situazione indubbiamente disagevole mi ha colto la tristezza di vedere la distruzione, soprattutto quel serpente di fuoco che divorava la collina. La tristezza e la rabbia.
Beh, questo è comunque l’unico ricordo negativo del viaggio. 
Anche Cefalù è stata un’ottima meta per la nostra vacanza. Il momento più bello? Sorseggiare una birra, godendoci uno splendido tramonto, e lasciare volare i pensieri, pigramente, fino a svuotare la mente e divenire tutt’uno con il mare e il cielo che si abbracciavano per il loro serotino saluto.P1000394










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L’ultima tappa avrebbe dovuto essere San Vito Lo Capo, località che ho sempre sentito descrivere (da tanti viaggiatori italiani conosciuti in tutto il mondo) come i tropici italiani. Ma neppure una camera, trovammo… Fregate inesorabilmente dal lunedì festivo, che ha forzatamente prolungato il fine settimana…Ma, come si usa dire, non tutto il male vien per nuocere. Abbiamo infatti soggiornato a Scopello, un vero e proprio gioiellino. P1070407
Un microscopico borgo a picco sul mare: pensate che d’inverno Scopello conta ben 40 (dico quaranta!) abitanti. Mare incredibilmente bello ai suoi piedi, e atmosfera magica e rilassante fra le sue mura. D’obbligo, è ovvio, una visita a San Vito Lo Capo e alla vicina Riserva Naturalistica dello Zingaro (vietata alla Lega?). Posti splendidi, anche se purtroppo sovraffollati. A dire la verità San Vito mi ha un po’ deluso: forse perché la mia aspettativa era troppo grande, e anche perché il giorno in cui ci siamo andate tirava un insopportabile vento. E io il vento lo odio. E poi, come ho già scritto, tanta, troppa gente ammassata nelle spiagge. Ma obbiettivamente devo riconoscere che sia il paese che il mare sono bellissimi. E poi abbiamo pranzato in un delizioso ristorante africano, il Ta’am: se passate da quelle parti lo consiglio.
Ecco, più o meno è tutto. Sono stata bene, ho constatato ancora una volta come il nostro Paese sia bello, e come io, comunque, mi trovi più a casa nel Sud che nel Nord d’Italia. Così come mi capita di sentirmi a casa quando vado in Oriente. P1070423
E’ bella, l’Italia, sì. Mi verrebbe da dire che, purtroppo, sono gli Italiani, ultimamente, a non essere tanto belli. Ma questo, oltre a essere forse banale, è un altro discorso






.
Un’ultima cosa: grazie, Maria! Hai allietato con la tua presenza, la mia vacanza. Oltre a essere un’amica squisita, sei anche un’ottima…autista. Senza di te non avrei visto nulla…Ma non è certo solo per questo che ho gradito la tua compagnia.

Foto (in ordine di apparizione):
Un colorato vicolo palermitano.
Uno scorcio di Santa Maria dello Spasimo (Chiesa di Palermo mai ultimata: un luogo altamente suggestivo)
Il mercato di Ballarò
Tramonto a Cefalù
Tenerezza a Castelbuono (Parco delle Madonie)
Scopello: Tonnara e faraglioni
Quella lì sono io, seduta al baretto del Baglio S. Lorenzo a Scopello.


postato da: Soriana alle ore 16:11 | link | commenti (15)
categorie: i miei viaggi
venerdì, 25 gennaio 2008

Il ritorno

Nero_opaco



























Sono tornata. Sono in Italia. Sono rientrata nel dolce suol natio. E l'unica immagine che mi sento di inserire all'inizio di questo post è la rappresentazione del nero, un nero opaco, assoluto. Non ho visto telegiornali, non ho letto quotidiani. Sto ascoltando Fahrenheit, dove si sta discutendo della giornata di ieri. Si parla di sputi, di insulti vergognosi, di brindisi osceni, di un altrettanto osceno personaggio che ha sporcato, leggendoli dei versi che io amo. Si sta parlando della giornata di ieri. Si sta parlando dell'ultima discesa verso il degrado più abbietto. E allora è il nero, il colore del post di oggi. Perchè nero è il presente e nero, cieco, senza speranza alcuna è il futuro. Non tanto perchè sia caduto un governo, che ci siamo avvezzi, a queste cose, ma perchè è il subumano che ci guida. E' il subumano che vomita la sua vittoria. E altro non ho voglia di dire.
postato da: Soriana alle ore 16:05 | link | commenti (12)
categorie: i miei viaggi
mercoledì, 23 gennaio 2008

Un'ultima lettura sotto il sole

P1050715



























Lascio Kamala con un senso di malinconia. L’ultimo giorno, l’ultima spiaggia. Mi si affacciano degli interrogativi, alla mente…Tornerò, rivedrò ancora questo posto? Beh, alla mia età credo sia normale porsi queste domande…Perché non si sa mica, alla mia età, quante pagine rimangono ancora da leggere…Senza dubbio, quello che è certo, è che non sono molte…
Ma, per dirla con Ornella Vanoni…Tristezza, per favore va via…

E a proposito di pagine, vorrei parlarvi brevemente di un’altra lettura che mi ha fatto compagnia in questa lunga vacanza.


Annalisa Ferrari è per me un’ottima scrittrice. Forse l’ho già scritto, ma ci tengo a ribadirlo. Ogni volta che leggo qualcosa di suo mi incanto e mi domando soprattutto perché non abbia mai pubblicato, se non (poche, che io sappia) cose su Internet e un breve romanzo storico, ma con una casa editrice particolare, di cui vi dirò più avanti.
Una certa idea me la sono fatta, però: io credo che Annalisa non ci tenga per niente a veder pubblicato un suo libro. Io credo che Annalisa sia una scrittrice “pura” che scrive davvero per la gioia che questa attività dona a chi la esercita. Perché mi è difficile pensare che, se avesse spedito un manoscritto a qualche editore, avrebbe ottenuto un rifiuto. Il suo stile letterario, il lessico da lei utilizzato, la leggerezza del narrare anche quando affronta storie drammatiche sono eccellenti, perfetti, sono oltremodo gradevoli.  Devo essere sincera: la invidio, Annalisa: un’invidia “buona”, certo, perché se fosse invidia…verde non sarei qui a scrivere questo mio veritiero, anche se modesto, elogio.
Il mio nome dimenticato” :  è questo il breve romanzo storico che ho letto sotto l’ombrellone tailandese. E’ la biografia di Gerolamo Lazzeri, un nome dimenticato, appunto, infatti non credo che voi che mi state leggendo lo conosciate. Un grande idealista, vissuto dal 1894 al 1941. Un uomo che ha anteposto l’amore verso la libertà, verso la giustizia, agli affetti famigliari, soffrendo e facendo soffrire, per questa sua quasi innata predisposizione. Ma un grande uomo, indubbiamente. Forse un grande illuso, un utopista, ma di cui oggi, in questi tempi così privi di anime luminose, si sente la mancanza. Annalisa Ferrari ripercorre tutta la vita di Gerolamo, ci fa rivivere la sua infanzia, l’adolescenza inquieta, la giovinezza durante la quale il Lazzeri prende sempre più coscienza di quanto gli sia insopportabile convivere con l’arroganza dei potenti, la maturità scandita da eventi drammatici, fino alla sua morte, fino a quando, appunto, il suo nome verrà per sempre dimenticato. E in questo percorso altri personaggi, delineati in maniera squisita, prendono vita nelle pagine del libro: la madre, i fratelli, e soprattutto Annie, la donna che resterà sempre a  fianco di Gerolamo e che con grande intelligenza e sensibilità farà da trait d’union fra lui e i loro figli, per i quali il padre è quasi uno sconosciuto. E credo che  questo personaggio femminile sia davvero difficile poterlo abbandonare con noncuranza in un angolo della memoria dopo aver letto “il mio nome dimenticato”.
La ricerca che ha permesso a Annalisa di scrivere questa biografia è stata capillare: il reperimento dei documenti,  la visita dei luoghi dove la vicenda si è svolta, i contatti con chi ha conosciuto Gerolamo, con i suoi discendenti. Un vero e proprio viaggio nella storia, il cui svolgimento l’autrice documenta minuziosamente nell’appendice al libro. Ma “Il mio nome dimenticato” non è solo un romanzo storico, è un bellissimo libro che si legge in un fiato, e con quella passione che, chissà perché, molte volte, nasce solo quando ci troviamo davanti a una narrazione basata sulla fantasia.
Dicevo prima della casa editrice che ha pubblicato il libro di Annalisa. Una casa editrice che, forse, ha molte più valenze di alcune che espongono i loro prodotti negli scaffali delle librerie. Il suo nome è: Edizioni la Biblioteca che non c’è. Un’iniziativa nata dall’impegno di Annalisa e degli allievi della scuola nella quale insegna. Non quindi una Casa editrice ufficiale, ma, forse, più preziosa, perché nata da una sorta di atto d’amore di Annalisa Ferrari sia per la lettura sia per la scuola. Chi volesse saperne di più, o chi volesse (almeno credo) acquistare questo libro (che consiglio vivamente)  ecco l’indirizzo mail de La biblioteca che non c’è: biliochenonce@virgilio.it
Vorrei (spero che Annalisa non me ne voglia) riportare l’incipit di questo romanzo, giusto per darvi un breve assaggio della scrittura davvero ottima di Annalisa Ferrari.

Per dipingerla, quella terra di Lunigiana, ci sarebbe voluta una scatola di gessetti colorati.
Di tanti colori, ma soprattutto di verdi. Un’esplosione di verdi. Quello, tenerissimo, delle querce, il verde grigio dei contorti antichi olivi, il verde scuro e stinto dei lecci, quello cupo dei pini, e il verde chiazzato dei boschi, sparsi per la regione a nascondere le poche, preziose vigne.
La carrozzabile si poteva percorrere senza fretta, in quello scorcio di fine ottocento. A ogni svolta, a ogni indugio, mostrava una terra di strade, pievi, abbazie, chiesette, che ancora oggi si affacciano sul Magra.


Bello, vero?

Racconti (e anche una ballata) e altro potete leggere qui:


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=52&c=&det=2098&valRcc=YW5uYWxpc2EgZmVycmFyaQ==

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=45&c=21&det=2101&valRcc=YW5uYWxpc2EgZmVycmFyaQ==

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=45&c=20&det=2142&valRcc=YW5uYWxpc2EgZmVycmFyaQ==

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=45&c=21&det=2257&valRcc=YW5uYWxpc2EgZmVycmFyaQ==

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=45&c=21&det=2346&valRcc=YW5uYWxpc2EgZmVycmFyaQ==

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/15236920/Annalisa+Ferrari+in%3A+Altre+scr

Inoltre un suo racconto è stato pubblicato nel numero 5 di Randagi l’e-book curato da Assunta Altieri.

E i suoi due blog meritano senza dubbio di essere inseriti nella lista dei preferiti:

http://circolobaldoni.splinder.com/

http://laprof.splinder.com/

Sono contenta di aver concluso la mia…serie di post tailandesi parlandovi di questa brava scrittrice.
Ora non mi rimane che salutarvi. La valigia è quasi pronta. Domani lascio il sole, la sabbia, il verde azzurro dell’acqua, i massaggi, e…il pankake.
Da domani l’altro si ricomincia: e non mi sembra proprio che in Italia troverò una situazione serena. E meno sereni, di conseguenza, saranno i miei post. Insomma, bisogna ricominciare a indignarsi. Anche se, dentro di me, non ho mai smesso.



Bob Marley ha molti molti fans, qui in Tailandia. E allora perché non chiudere con lui, la mia vacanza?

http://www.youtube.com/watch?v=hg2n039txnk
postato da: Soriana alle ore 17:50 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi
martedì, 22 gennaio 2008

sawasdee krap, sawasdee ka

P1050919


























(wat Chalong)

Sì proprio sawasdee krap, sawasdee ka…che starebbe a dire: salve, ciao, nelle due versioni a seconda che ci si rivolga a un uomo o a una donna…Che hanno ‘ste raffinatezze, i tailandesi….

Oggi niente mare, ma una visita al più importante sito buddista dell’isola di Phuket, il Wat Chalong, un complesso di grandi e piccoli templi, dove il colore oro, rosso e bianco dei chedi e degli stupa si alternano con armonia. Un appuntamento rituale, per me questo, ogni volta che visito la Tailandia. Aggirandomi nei giardini, nelle stanze sovraffollate di statue di Budda, il mio pensiero è andato ai coraggiosi monaci birmani la cui protesta pacifica ha occupato circa due mesi fa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Chi ne parla più, della Birmania? Silenzio, silenzio assoluto. Ci sono altre notizie, ora: il Kenia, l’embargo israeliano, le morti sul lavoro. Tragedie di cui è sacrosanto parlare, certamente. Ma a me rimane sempre  l’impressione che le catastrofi esistano fino a che i media ne parlano. O meglio, che sia questa l’idea che “chi manovra i fili” ci voglia inculcare. Purtroppo, nel silenzio, si continuerà a morire, nel silenzio, si continuerà a subire. E si cesserà di parlare anche del Kenia, dell’embargo, delle morti bianche.  A volte mi sembra che anche le tragedie vengano trattate come sfilate di alta moda. I morti sfilano sulla passerella, poi escono di scena. E ci si avvia a un’altra stagione.
Mi sono lasciata prendere la mano, volevo parlare della mia, ormai  penultima, giornata di vacanza.
Anche se il mio pensiero è andato ai monaci, qui di monaci non ne ho visto neppure uno. C’erano molti fedeli, invece. E tanti turisti. Troppi, perché riuscissi a trovare un angolo tutto mio, e fare una sorta di…pieno di serenità, come a volte mi capita, in questi luoghi.  D’altra parte pure io ho fatto parte di quella folla di turisti. Quindi mica posso recriminare….
Sull’autobus del ritorno (questo della foto) P1050946, mi sono proprio divertita. L’autobus (se così si può chiamare) è un normale mezzo pubblico. Però durante il suo percorso effettua soste e deviazioni che possono mutare di volta in volta. Infatti non si limita al trasporto di passeggeri, ma il conducente consegna anche merci ai negozi (aiutato dai passeggeri quando i pacchi sono particolarmente pesanti). E poi fa anche da scuola bus, prelevando i ragazzini vicino all’istituto scolastico e  accompagnandoli in prossimità delle loro case. Molto carina, questa cosa. Fra l’altro l’autista si preoccupa se manca qualche studente, e chiede informazioni ai compagni. Questa cosa l’ho intuita, naturalmente, perché non conosco il tailandese, ma dalla gestualità che accompagnava il dialogo ho capito così. Infatti poi è arrivata correndo una bambina e l’autobus è partito subito.  Mi immagino cosa succederebbe da noi con un sistema simile…tutti protesteremmo…Perché noi, purtroppo, viviamo con l’orologio in mano, e abbiamo perduto (se mai la nostra civiltà occidentale l’ha posseduto) il dono di vivere la vita con lentezza, senza sempre star a inseguire il tempo.

Ero l’unica passeggera non tailandese, a bordo. Per raggiungere Chalong i turisti preferiscono utilizzare i tuk tuk (vedere foto)P1050893 o le auto a noleggio. E sorridendo ho pensato che bizzarramente mi trovavo più o meno nella situazione opposta  di quando abitavo a Igea Marina, e prendevo l’autobus per andare a Rimini: ero quasi sempre l’unica a non essere extra comunitaria. E oggi…ero l’unica a esserlo, in un certo senso.
Ho pensato anche un’altra cosa: che mi piacerebbe tanto imparare il tailandese, più che avere una maggior padronanza dell’inglese. Perché mi interesserebbe moltissimo scambiare impressioni e opinioni con appartenenti a questa popolazione, e anche ascoltare quello che dicono fra di loro. Oggi, per esempio, mi sarebbe davvero piaciuto capire i discorsi che facevano fra di loro gli studenti. Confrontarli con quelli dei nostri ragazzi. Beh, una cosa però li accomuna: a dodici, tredici anni anche questi hanno il loro (bel) cellulare. Constatare questo un po’ mi ha deluso…
Ma questa idea di imparare il tailandese mi …stuzzica assai…Vedrò di informarmi, al mio rientro in Italia.

Ciao, a domani. Che sarà l’ultimo mio post tailandese. Sigh…sigh…

P.S. un amico mi ha inviato una mail con questo link:
 
http://www.petitiononline.com/386864c0/petition.html

per favore entrate, leggete e firmate.


Dimenticavo la musica...Vi lascio con il grande Goram Bregovic

http://www.youtube.com/watch?v=DwA_Zg_z-FI

postato da: Soriana alle ore 17:40 | link | commenti (5)
categorie: i miei viaggi
domenica, 20 gennaio 2008

Ancora letture sotto il sole...

P1050883



























Uffa!!! Ma che noia questo sole, e questo mare dall’acqua cristallina, e le palme, e il pankake, e la sabbia borotalcoroberts e i sorrisi e tutte quelle orchideee, poi…Beati i miei connazionali rimasti in patria, che ogni mattina si svegliano nella tiepida oscurità dei riscaldamenti condominiali senza altro pensiero che raggiungere il posto di lavoro (sempre che ce lo abbiano, un lavoro) e di preparare la colazione a figli recalcitranti che non vogliono staccarsi dalla TV che così intelligentemente trasmette i cartoni alle 7 del mattino in osservanza al programma di Educazione del cittadino, che ha preso il via qualche anno fa. Beati loro, che mentre cercano di avanzare nel traffico praticamente immobile possono ascoltare il giornale radio che riporta tutte le cose esimie e altamente morali partorite dai nostri politici…
STO SCHERZANDO, NATURALMENTE!!!!!!!  Sto scherzando, sì, e spero che nessuno si sia irritato…E’ che la mia vacanza è agli sgoccioli, e fra neppure una settimana, mi ritroverò
immersa pure io in quel mondo che ho precedentemente descritto. A parte il lavoro (che non ho) il figlio (che ho, ma non guarda i cartoni alle 7 del mattino per limiti di età), l’avanzare nel traffico (perché non guido). Ma rimangono l’oscurità, e, soprattutto le malefatte dei politici. E basta questo a farmi piangere, al pensiero di rientrare nel nostro Bel Paese….
Per fortuna, mi potrò sempre isolare nella lettura. Abitudine che, come già ho avuto occasione di scrivere, non ho perduto neppure stando spaparanzata sulla sabbia borotalcoroberts….

E a questo proposito….


Cucivo, tagliavo e cucivo le stoffe che mi dava la sarta, facevo le asole. Imparavo per andare in America.


Questo è l’incipit di un libro che ho appena finito di leggere.

Due validi motivi mi hanno fatto infilare nello zaino, fra i tanti, anche il romanzo breve “Basterà uno sguardo” di Rita Zaghi. Il primo è senza dubbio di origine affettiva: Rita infatti è un’amica, e questa volta non virtuale, ma assolutamente reale. Abita a pochi chilometri da Bologna e insieme abbiamo frequentato laboratori di scrittura narrativa e in questo modo è nata la nostra amicizia.  Il secondo motivo è che Basterà uno sguardo ripercorrere la storia di una saga famigliare, e questa modalità narrativa ha sempre esercitato su di me un fascino molto forte.
A differenza di altri romanzi che narrano le vicissitudini di più generazioni, questo di Rita è breve, e forse sta anche in questo l’abilità dell’autrice. Perché riesce a raccontare, anzi a far raccontare ai suoi personaggi attraverso l’intrecciarsi delle loro voci, e utilizzando degli appropriati flash back,  le vicende salienti della storia. E se all’inizio il lettore può essere preso da una sorta di straniamento, quasi perdendosi fra voci e avvenimenti, ben presto tutto si fa chiaro e a lui non  rimane quindi che proseguire la lettura con curiosità e passione.  Le ambientazioni, sia logistiche che temporali,  sono accurate, segno che Rita, come ogni buon scrittore dovrebbe fare prima di iniziare la stesura di un romanzo, ha fatto delle ricerche approfondite, dato che l’epoca in cui si svolge buona parte della narrazione (le due guerre mondiali, l'immediato dopo guerra) lei non lo ha certo vissuto.
I personaggi vengono svelati pian piano o dalle loro stesse parole o da piccoli particolari (a volte basta anche la descrizione di un abbigliamento). Ognuno di loro acquisisce quindi una personalità ben delineata, un carattere attraverso il quale esprimono sogni e rancori, amore e disperazione, annientamento e speranza.

Un romanzo, insomma, dove tecnica e fantasia narrativa sono uniti in un equilibrato binomio.

Rita Zaghi, 55 anni, vive e lavora in provincia di Bologna. Dopo una vita in corsa si è fermata per mettere sulla carta parole e pensieri. Per giungere a questo ha percorso vie differenti, dal femminismo all’organizzazione in ambito lavorativo, passando per la new age. In questo suo vivere fra sogni e la realtà, fra tarocchi e marmellate, cerca di mantenersi in un equilibrio non sempre facile.
Scrive racconti, favole, poesie, per mettere sulle pagine le sue emozioni di donna.
“Basterà uno sguardo” è il suo primo romanzo breve.
Ha inoltre pubblicato in varie antologie:
Ri-scritture 2005, Edizioni Morgana.
Io scrivo, 2005, Edizioni Perrone
Racconti d’estate 2003, Edizioni Ibiskos
e altri racconti in antologie di Associazioni diverse.

(dal retro di copertina di Basterà uno sguardo, che è stato edito da Il Melograno, ed è uscito nell’ottobre scorso. E, credo sia importante sottolineare, il Melograno non è una casa editrice che richiede ai suoi autori un contributo per la pubblicazione.)


E dato che nel libro di Rita numerosi sono i personaggi femminili, ecco un video con delle belle immagini stilizzate di donne.

http://www.youtube.com/watch?v=D4TPhtrbLDo
postato da: Soriana alle ore 13:11 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi
giovedì, 17 gennaio 2008

Piove piove viene il sole

P1050827



























(...dopo la pioggia)

Il cielo oggi, al mio risveglio, era tappezzato di nuvole gravide di pioggia.  Ma ho preso ugualmente il tuk-tuk e sono andata a Kamala beach, perché lo so: piove piove viene il sole…La filastrocca che recitavamo da bambini qui è particolarmente veritiera…
E infatti mi sono goduta alcune ore di sole, leggendo, lasciando vagare pensieri (leggeri, però) e sonnecchiando. Poi la pioggia è arrivata all’improvviso,  mentre stavo appunto sonnecchiando. Un parapiglia, un fuggi fuggi e ci siamo ritrovati tutti in un attimo sotto la tettoia di paglia del barettino, ed è stato divertente, perché in pochissimi metri quadrati si incrociavano linguaggi diversi, dal francese al russo, dal tailandese all’italiano, dal tedesco all’inglese. Una sorta di torre di Babele a livello del mare. E il mare, al di là della fitta cortina di pioggia era di un bellissimo color argento con sfumature viola e le colline che circondano la baia un’esplosione di verde, da cui salivano, come da piccoli fuochi, pennellate fumose create dall’impatto delle gocce di pioggia con il calore del terreno. Un bel momento, davvero. Poi di nuovo il sole, ma meno ardente, più gentile.  Ho fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia e i piedi nudi che affondavano nella sabbia bagnata mi hanno dato una  sensazione  molto bella. Mi sono sentita viva come non mai. Non lo so perché. Ma è stato bello, davvero.
Credo che se il prossimo anno tornerò in Tailandia sceglierò proprio Kamala, per il mio soggiorno. E’ un baan (che in tailandese significa villaggio) con un  hàat (spiaggia) dal volto senza dubbio più umano di Patong (che mi piace sempre meno). Turistica, sì, anche Kamala. Ma tranquilla, più silenziosa, più dolce. Una fila di ristorantini economici e dove la cucina tailandese non è imbastardita dai sapori europei, piccoli negozietti, sorrisi che appaiono sinceri. Anche se dista a pochi kilometri da Patong,  Kamala è davvero molto diversa. 
Mi sono concessa anche una piccola goloseria: un’ottimo banana pankake, cucinato su quei trabiccoli dotati di ruote che i tailandesi adattano a cucina, durante il giorno. P1050832





















(la signora del banana pankake)

Il banana pankake è una di quelle cose che come le hai ingerite ti regalano quel kiletto (e nei punti sbagliati…) come se niente fosse. Ma, come ha scritto l’altro giorno Maria, in un suo commento, ne vale davvero la pena.  E’ una specie di crepe, che viene rosolata in un abbondante (ma magnifico) burro dal colore dorato, e che si riempie con pezzettini di banana e miele. Poi ci sono altre varianti, tipo nutella ecc. Ma è alla versione originale, che io rimango fedele. Poi, una volta cotta, sulla crepe viene aggiunto un po’ di latte condensato e semi di sesamo. Penso proprio che domani me ne…sparerò un’altra. Poi tanto io  cammino…e smaltisco…
Di ritorno dalla spiaggia altra concessione: messa in piega, manicure e pedicure…Il tutto per 400 bath, che sarebbero circa sui 9 euro. E devo dire che i miei capelli non sono mai stati sottoposti a un lavaggio così lungo e gradevole. Già la sedia: avete presente la poltrona del dentista, dove si sta praticamente stesi? Ecco così è la poltrona dove ti fanno accomodare per il lavaggio. E poi non si limitano a lavare e a sciacquare: ma ti fanno anche un massaggio alla testa assolutamente stupendo. E io, i massaggi alla testa, li adoro.
Post leggero leggero, quest’oggi. Perché è così che mi sento: leggera (nonostante il pankake…) come una farfalla. E i miei capelli sono lucidissimi.


Bene: ho deciso che è ora di concludere la pubblicazione di Meno quarantotto. Ecco quindi qui sotto l’ultima puntata.

Ciao, a domani. Vi mando il solito raggio di sole….




Alla fine, poi, non le aveva detto niente. Steso sul letto, vicino a lei, vedeva ora l’incerta luce dell’alba sfumare gli oggetti della stanza, sentiva un rubinetto sgocciolare in bagno, lo sbattere di una porta, la rauca voce di un francese che rientrava ubriaco.
Aveva mantenuto l’impegno: la strenna di Natale lei l’aveva avuta. Ma questo era il giorno di  Santo Stefano, un giorno in cui, a volte, i giocattoli  regalati il giorno prima si rompono.
Quando il sole rese meno incerti i contorni delle cose, si alzò. Sotto la porta  della stanza un cameriere aveva infilato una copia del “ Phuket Gazette”. La prese e andò a sedersi in terrazza. Al The Loft, a Phuket Town, alle 10 si inaugurava un’importante mostra fotografica su Arti e Tradizioni del Nord Tailandia. Si preparò in silenzio. Sul comodino, vicino al telefono, lasciò un appunto: a mezzogiorno, sotto l’ombrellone. Ciao.



Suei avrebbe voluto recarsi al Wat Chalong, quella mattina. Era un mese che non andava al tempio,  ora ne sentiva davvero l’esigenza. Poi pensò a quella giovane donna del giorno prima: voleva esserci quando lei sarebbe scesa in spiaggia. Le avrebbe offerto un altro massaggio, magari senza compenso. Anche Suei aveva sofferto per un uomo. Sapeva come ci si sentiva.



Lo zio di Ta Ta si svegliò che la luce del sole già pioveva sulla stuoia, entrando  dalla crepa del tetto. Aveva la bocca arida, la testa confusa. Si alzò e subito inciampò nella bottiglia vuota di  Mekong. Il whisky gli faceva sempre quel brutto effetto, e i bicchieri erano stati parecchi, la sera prima, come non succedeva da tempo. Ta Ta era tornata a casa nel pomeriggio, le tasche del vestitino piene di conchiglie. Lui le aveva urlato addosso, le aveva detto di non provare neanche a muoversi di casa senza dirglielo. Soprattutto il giorno dopo, che sarebbe stato un giorno importante, per tutti e due.  Le aveva svuotato le tasche e aveva buttato le conchiglie sul tavolo.
Dalla tinozza sul retro riempì un piccolo secchio e si rovesciò l’acqua sul corpo magro.
Il letto di Ta Ta era vuoto.
Uscì, ma nel cortile c’era solo il gallo, chiuso nella sua gabbia, che si guardava intorno con occhi selvaggi.
Provò a chiamarla, si affacciò sul soi. Ma la bambina non c’era. Non riusciva mai a farle fare quello che lui voleva, era  una piccola ingrata capace solo di andarsene su e giù per la spiaggia tutto il giorno.
Rientrò in casa, e si guardò intorno, come se lei potesse essere nascosta in qualche angolo di quella misera cucina. La sveglia segnava le nove e mezza. A  mezzogiorno sarebbe arrivato quell’uomo. Con un gesto violento della mano spazzò via dal tavolo tutte le conchiglie. Tintinnarono leggere sul pavimento lastricato di cemento.
Doveva assolutamente andarla  a cercare.



Aveva letto il biglietto, e aveva sorriso. La sera prima, in un negozio a Karon, avevano visto un bellissimo braccialetto, tutto pietre dure e argento cesellato. Sapeva perché lui ora non era lì. Sarebbe tornato con un pacchetto, glielo avrebbe messo fra le mani, avrebbe aspettato impaziente che lei lo aprisse, l’avrebbe guardata con il viso leggermente inclinato, così come era sua abitudine, per vedere il lampo di gioia che le avrebbe colmato gli occhi.
La notte precedente si erano addormentati tranquillamente, solo tenendosi abbracciati. Ma era stato dolcissimo.
Aprì il cassetto dove aveva riposto i costumi da bagno: quello nero, un po’ austero, ma che le riempiva il seno scarno, o il due pezzi turchese, che si intonava al colore dei suoi occhi, o quello rosso come una pennellata di allegria? Era contenta di farsi bella per lui.

 
   
Dall’appartamento di Patong Hill usciva un’assordante musica da go-go bar. Lui urlò alla ragazza di abbassare il volume: doveva fare una telefonata. Il cliente rispose subito.
“Va bene, non c’è problema, vado da solo a prendere la bambina. Va bene, per l’altro pagamento ci vediamo questa sera. Va bene, so che è a mezzogiorno.”
Aveva detto l’italiano con voce incolore. Poi:
 “ Ma è sicuro che la bambina ci sarà, vero?”
 E il tono si era come strozzato.
Bene. Non aveva proprio nessuna voglia di vestirsi, scendere a Patong, andare all’albergo del cliente, portarlo alla casa del guercio…  Chiamò la ragazza. Le mise una mano in mezzo alle gambe.
Lei era calda e accogliente come solo le puttane sanno esserlo.



 Il sogno, quel sogno, non era apparso quella notte. Non aveva dormito molto, però: era stato a lungo a guardare il cielo che era davvero un tripudio di stelle. Si era sentito bene, in armonia con il silenzio.  Ora, mentre si faceva la barba, avvertiva tutto il suo corpo come aperto al sorriso. Era eccitato e tranquillo al tempo stesso, si sentiva forte, invincibile.  “La mia piccola,” mormorò” la mia piccola Ta Ta…”
Meglio, che l’uomo di Bangkok non lo potesse accompagnare. Non era più una transazione commerciale. Lo poteva credere un appuntamento d’amore.
Poterle dare tutto…Poterle fare tutto.
Anni prima era apparsa una notizia sui media: un uomo italiano, di passaggio a New York, era andato alla ricerca di una bambina molto piccola. La polizia, avvertita in qualche modo, lo aveva fatto contattare da un finto mercante di bambini, per incastrarlo. La registrazione della telefonata era andata in onda in TV anche in Italia.
“ Ma le posso fare tutto? Anche pisciarle addosso? Anche tagliarle i capezzoli?” sussurrava l’uomo, la voce deformata dal registratore.
Sua moglie, seduta accanto a lui, si era messa a piangere per l’orrore. L’ingegnere si era sentito prendere invece da una inebriante eccitazione, aveva dovuto uscire dal salotto. Era andato sul balcone a respirare forte. E aveva continuato per molto tempo a sentirsi in testa quelle parole.
Si preparò con attenzione: i bermuda colorati, che lo facevano più giovane, la maglietta di lino con la faccia di Snoopy, le scarpe da tennis azzurre. Un ragazzo che va ad incontrare la piccola amata.
Sapeva già dove portarla. Un posto sicuro, gli aveva detto l’uomo di Bangkok. Può stare con lei quanto vuole, tutto il tempo che occorre.
Era ancora presto, neppure le nove. Poteva anche andarsene in spiaggia. Una lieve abbronzatura avrebbe migliorato il suo aspetto.



La spiaggia era gremita di gente. Venditori, turisti, massaggiatrici.
Una cartolina sempre uguale a se stessa, ormai da decenni.
Suei scorse la donna che le si avvicinava veloce. Aveva un costume rosso acceso, che la ravvivava e metteva allegria.
Sbattè il telo per togliere la sabbia  e la fece distendere. 
   

 
Lo zio di Ta Ta  camminava lungo la riva, spingeva lo sguardo avanti, si voltava. Lei in genere andava verso Kalim per raccogliere le conchiglie, ma chi poteva mai dire cosa aveva fatto quel giorno. Magari era scappata, magari non avrebbe dovuto sgridarla, il giorno prima.… Se per mezzogiorno non l’avesse trovata era la fine. Ed erano quasi le dieci.  Imprecò e con stizza scalciò la sabbia. Poi continuò la sua ricerca.
 

Era un enorme mostro. Aveva quattro braccia, una bocca come una voragine. Lo toccava dappertutto, lo voleva divorare. Gli prendeva le mani e gliele immobilizzava. Lo stringeva fino a stritolarlo. Poi lo supplicava, lo implorava, gli chiedeva perdono con voce lamentosa, gli faceva viscide carezze, gli lasciava tracce di saliva su tutto il corpo. E di nuovo lo stringeva, lo soffocava, sempre più forte, sempre più forte. E a lui i polmoni  si chiudevano, il respiro non veniva più su.
“Papà, no, basta Papà, ti prego!”
Si era addormentato sulla sdraio, davanti al pacifico mare di Patong. Era stato peggio di ogni altra volta. Il sudore gli scorreva in rivoletti sulla pelle arrossata dal sole. Si alzò in piedi, e si scrollò, come per liberarsi dai residui repellenti del sogno.

E le acque si ritirarono e quell’inusitato fenomeno causò stupore, curiosità, straniamento.
Poi si alzarono, come un muro, alte, alte.
E ritornarono.
E fu il terrore.



Automobili ombrelloni insegne motorini asciugamani televisori barche sandali  giornali abiti souvenir borse bottiglie libri accendini occhiali stuoie biciclette sdrai scatole moto d’acqua radio cappelli corpi.
E corpi.
E corpi.
E corpi.
Uno sull’altro, devastati, mutilati, accartocciati, scomposti.
Questo aveva prodotto l’onda.
Un caos cieco, allucinante, inimmaginabile fino ad un attimo prima.
C’erano grida, richiami, domande, pianti sommessi, gemiti, sirene.
C’era il silenzio.
   
Nella schiuma fangosa, in un piccolo anfratto fra la spiaggia di Patong e quella di  Kalim, galleggiavano  un cocco, un grande cappello di paglia, un sandalo di plastica, una scatoletta di crema abbronzante, un costume da bagno arancione e una   farfalla.
Blu, come avrebbe dovuto essere il colore del mare.

FINE







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postato da: Soriana alle ore 15:33 | link | commenti (6)
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mercoledì, 16 gennaio 2008

Buon compleanno, Rossiorizzonti!

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Rieccomi a voi…Ieri mi sono presa una piccola pausa, ma non posso rimanere lontana troppo a lungo dalla mia casetta…
Anche perché oggi, esattamente nella notte fra il 15 e il 16 gennaio Rossiorizzonti compie un anno….
Il tempo, scusate la banalità, è davvero volato.
Non mi sembra vero che siano passati 365 giorni, 365 notti da quella, di notte, (di fronte a un mare diverso da questo, con il freddo e il grigiore che allagavano il paesaggio e l’anima)  in cui, per gioco, così tanto per provare. mi costrui questo spazio.
Se devo fare un bilancio  posso affermare che è solo positivo. Nessun conto in…rosso, per Rossiorizzonti. E non parlo della qualità dei contenuti, che non sta certo a me giudicare, ma della opportunità che questo blog mi ha dato di conoscere persone che mi sono diventate amiche. Persone dalle quali  ho avuto tanto, sia conoscendole poi di persona, sia entrando a mia volta nelle loro “case”. Un arricchimento continuo…Non faccio elenchi, non cito nessuno: perché a tutti sono grata, sul serio.
Insomma, non so se sia corretto: ma io per prima voglio dire: buon compleanno, Rossiorizzonti! D’altra partre mi sembra più che normale che una madre auguri buon compleanno al proprio figliolo, no?

Oggi ho fato shopping. Quindi non ho nulla di interessante, da raccontare…Ormai i centri commerciali da Tredate a Los Angeles sono tutti uguali…E anche quello vicino a Phuket Town non fa eccezione…
Solo una foto, quindi, scattata dall’autobus. Perché se i centri commerciali sono tutti uguali i mezzi di trasporto non lo sono. E la foto, con papà e ragazzini a bordo, ne è la dimostrazione.
Va beh, voglio essere particolarmente generosa…Metto anche la foto di una spiaggia…


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Ah, un amico mi ha scritto che il Benedetto ne ha combinata un’altra delle sue…Ma che ha fatto. ‘sta volta, il sommo papocchio? Ma forse è meglio che io non ne sia al corrente, così mi risparmio un'arrabbiatura...

Prima di salutarvi la solita (cioè, non la solita, perché è una nuova…) puntata di Meno quarantotto… Non è che vi sto annoiando, vero?




La puttana del First abitava sulla collina dietro Patong.
L’uomo di Bangkok, ogni volta che scendeva a Phuket, se l’affittava per tutto il periodo. Lei gli aveva insegnato certi giochetti che lui, anche scafato com’era, non si sarebbe mai sognato. Poi l’appartamento aveva l’aria condizionata, e perfino l’idromassaggio. Accessori al cui acquisto aveva indubbiamente contribuito anche lui, pensava mentre guidava  il Suzuki–
anche quello affittato per tutto il periodo-  lungo la salita. L’incazzatura di prima gli stava ormai passando. Infilò una cassetta nel mangianastri e mise il volume al massimo.
Certo che non aver visto la bambina poteva essere stato un grosso guaio. Ma quello là si era proprio fissato. La voleva. E l’avrebbe avuta. Sempre che l’altro stronzo gli avesse fatto trovare la nipote, il giorno dopo. Ma il farang aveva pagato in anticipo tutti e due e altri ce ne sarebbero stati dopo, di soldi. A quello scemo dello zio gli conveniva servirgliela in un piatto d’argento, la bambina, se non voleva gli capitasse qualche guaio. Che so, il tetto che gli crollava addosso in piena notte, o perdere l’occhio buono, o pulire gratis i cessi dei bordelli per tutta la vita.
La casa era ormai vicina. Cercò di farsi venire in mente come si chiamava la ragazza: Rat…Ras…. Assurdo che non se lo ricordasse, dopo tutte quelle volte.
Guardò l’orologio da polso, una cosa enorme e dorata -oro vero con tutti i carati che dovevano esserci- :dieci minuti a mezzogiorno. Quasi ventiquattro ore da passare lì, fra una scopata e una birra, una birra e una scopata. Sentì l’eccitazione salire, e affondò il piede sull’acceleratore.



Gliela aveva cantata, la canzone. Dopo averlo accolto dentro di sé, dopo che il loro sudore si era mescolato, dopo i baci che lui le aveva incollato dappertutto, in ogni cavità, in ogni tenera piega.
Lei gli aveva preso la testa e se l’era appoggiata sul seno e con la voce arrochita dall’amore gliel’aveva cantata. E non si era sentita ridicola, o inadeguata, come le capitava sempre di sentirsi con lui, ultimamente. Il marito giocherellava con un suo capezzolo, gli occhi chiusi, il respiro leggermente ansante. Ma anche prima, mentre facevano all’amore, gli aveva ripetuto di amarlo, in maniera incessante, un pentagramma  che aveva sottolineato tutto l’atto. Era il miracolo di Natale: lui era tornato da lei, l’aveva voluta, si erano presi con passione. Forse non era mai stato così, così forte, come questa volta. Mai più l’assenza di parole, mai più vuoto fra loro. Mai più.

Il marito contava gli attimi. Per riuscire ad avere quel rapporto con lei aveva dovuto ricorrere a tutte le fantasie, aveva pensato ad altre donne, sfiorate  per strada, viste in un film, sognate nell’adolescenza. Ma ora contava gli attimi. Ed era  ancora pomeriggio. Mai un Natale gli era sembrato così lento a passare. La verità era che lei era eccessiva in tutto, inadeguata al vivere. Anche la canzone: non era bastata quella percussione di tiamotiamotiamo mentre lo facevano. Lei era così: tendeva sempre a tracimare le sponde della normalità, ad inserire punti esclamativi ovunque. Estremamente irritante. Estremamente estenuante. Bene: lui la volontà gliel’aveva messa. Lei per il momento era felice. Aveva avuto il suo regalo di Natale.
Finalmente taceva. Si era addormentata. Lui si destreggiò con leggerezza per togliersi dal suo abbraccio. Uscì dal letto e andò in bagno a farsi una doccia.
Aveva una gran voglia di dirglielo quella sera stessa, che era finita.


L’ingegnere interruppe la comunicazione, dopo aver salutato sua moglie. Era stato contento di parlarle. Le voleva molto bene, anzi, indubbiamente l’amava. Erano una bella coppia. In quindici anni di matrimonio pochi litigi, e tutti futili.
Era sicuro che gli amici li invidiassero. Forse qualcuno si dispiaceva per la loro mancanza di figli. Ma la donna era sterile. Quando lei glielo aveva detto, ancor prima che parlassero di matrimonio, lui aveva tirato un sospiro di sollievo. Non voleva che bambini si trasformassero in figli.
“Va bene così” le aveva detto “ a me basti tu.”
Il primo bambino c’era stato a vent’anni. Non proprio bambino: un dolce adolescente di tredici anni. C’erano state solo carezze esitanti, curiose, eccitanti. Aveva percorso la geografia di quel corpo che aveva vibrato sotto le sue dita, si era fatto toccare dalle mani incerte del ragazzino, gli aveva leccato le palpebre chiuse, aveva stretto con delicatezza la sua virilità acerba.  Poi aveva sentito di non potere continuare. C’erano delle dissonanze. Troppi spigoli, troppe linee. Non era questo che voleva. Aveva creduto che in quella ripetizione ci sarebbe stato l’oblio. Ma si era sbagliato. Aveva bisogno di annegare nella morbidezza, nella flessuosità. Desiderava superfici soffici, cedevoli, semicerchi, volute, fenditure.
Non ce ne erano state tante, di bambine: dieci, solo dieci in ventisette anni.  Non  piccole, dodici, tredici anni; era stato facile avvicinare tutte, incredibilmente facile.  Si chiedeva a volte come i loro genitori potessero essere così distratti, tanto noncuranti  da perdersele per pomeriggi interi. Se  quei padri avessero posto più attenzione, lui non avrebbe potuto, non sarebbe riuscito a prendersi cura di loro.
Il suo. Il suo sì che era stato un padre vigile, sempre presente, attento ai movimenti, solerte nel tenerselo accanto.
Nessuna delle bambine era stata  innocente: alcune gli avevano chiesto regali, altre lo avevano guardato con terrore, perdendo tutta la luce, altre ancora avevano pianto con disperazione, rompendo l’incanto. E lui era stato costretto a camuffarsi, a fuggire, ad abbandonarle.
Fino a una settimana prima.
Ora c’era Ta Ta. Ancora dodici ore e poi Ta Ta. Piccola fonte incontaminata. Tepore, come un nido.  Ta Ta acqua di seta.

(continua...)






E ora un po’ di classica, che è sempre bello ascoltare.

http://www.youtube.com/watch?v=H9V5yUsrmdg



postato da: Soriana alle ore 14:15 | link | commenti (11)
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lunedì, 14 gennaio 2008

Letture sotto il sole

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Come per ogni viaggio il mio zaino l’ho riempito più di libri che di vestiti. Soprattutto poi in questa vacanza, che ho affrontato da sola, due cose erano essenziali: il mio portatile e la lettura. Il portatile per aggiornare il blog, e sentirmi quindi legata ai miei amici virtuali e non, e la lettura, mia compagna quotidiana da quando avevo sei anni.
Questa mattina, davanti a un mare splendido, con alle spalle il dolce fruscio delle palme, ho terminato il romanzo di cui vi avevo parlato giorni fa: Le colpe dei padri, di Laura Costantini
Loredana Falcone. Mi dispiace di averlo finito. Avrei voluto rimanere in compagnia della famiglia Shelton ancora per giorni. Ma d’altra parte Laura e Loredana sono così abili a tener desto l’interesse del lettore che non ho potuto far altro che divorarlo.
I colpi di scena, nella storia di questa famiglia, si susseguono con ritmo incalzante, quindi nulla è prevedibile, ma al tempo stesso nulla è sopra le righe, il narrare non scivola mai nella banalità o nel deja vue.
La scrittura è perfetta, e se non sapessi che le autrici sono..romane de Roma, penserei che loro, nello stato dello Wyoming, nel ranch di Farret Corner ci sia nate e cresciute.  E questo che mi colpisce in maniera particolare in Laura e Loredana, al di là del fatto che le loro storie sono avvincenti: l’estrema precisione con la quale descrivono l’ambientazione dei loro romanzi. Lo avevo già notato ne La guerra dei sordi. Credo che per questa attenzione al reale si possa parlare di  scrittura onesta.  Così come onesta è la loro visione dei personaggi: che non si dividono mai in buoni e cattivi. Anche davanti al gesto più turpe (ed è un gesto assolutamente turpe quello che determina i destini dei fratelli Shelton) le autrici non si ergono a giudici, ma lasciano spazio alle loro creature affinché svelino al lettore anche i loro aspetti più umanamente teneri.
Solo il potere politico ne esce veramente male, solo questo potere viene condannato in maniera forte e chiara. Come è giusto che sia. Non solo fiction, quindi, ma anche riflessione e presa di posizione contro problemi attuali e, purtroppo, globali, nelle storie raccontate da Loredana Falcone e Laura Costantini.
Sono molto contenta di aver stampato e aver portato con me “La colpa dei padri”. Un bel romanzo davvero, che non può non piacere perché è una gradevolissima lettura, dove passioni, intrighi, dolore, perdita, ma anche speranza si miscelano in modo equilibrato. E aver appreso che il romanzo verrà pubblicato mi ha reso ulteriormente felice. La notizia potete leggerla qui:

 http://lauraetlory.splinder.com/post/15492976/Due+bellissime+copertine...

In bocca al lupo, ragazze! Non vedo l’ora di aver fra le mani il libro in una veste senza dubbio migliore di questa mia copia stampata su banalissimi fogli a4. Il vostro romanzo lo merita pienamente.

E, prima di andare a cena, vorrei ricordarvi che potete scrivere una mail a Fharenheit per votare il libro dell’anno.  Ecco la mail che ho ricevuto dalla redazione della mia trasmissione radiofonica preferita:

Il libro dell'anno di Fahrenheit

Si aprono le votazioni per la terza edizione de Il Libro dell’ Anno, il sondaggio tra gli ascoltatori che assegna il nostro Oscar al miglior libro. Tra tutti i titoli presentati nel corso del 2007, sono in gara i romanzi e i racconti italiani che, di volta in volta, hanno vinto il Libro del Mese (scelto da voi), e quelli indicati dalla redazione nella sezione del nostro sito I Magnifici 3, che sono i nostri favoriti, i libri che piu` abbiamo amato.
Votate il vostro Libro dell’ Anno scrivendoci una mail
 (fahre@rai.it)Il 1 Febbraio festeggeremo con una puntata speciale, in diretta dal Palazzo delle Esposizioni di Roma, insieme agli scrittori, ai critici, al pubblico e agli amici di Fahrenheit e proclameremo il vincitore del Libro Dell’ Anno 2007, ma assegneremo anche i premi speciali della redazione al miglior libro straniero, il miglior racconto, l’esordio e la conferma.
Siete tutti invitati a partecipare e a festeggiare con noi
Ecco l’elenco dei libri finalisti:

*Milena Agus, Mal di pietre, Nottetempo
Alberto Arbasino, Le piccole vacanze, Adelphi
Tullio Avoledo, Breve storia di lunghi tradimenti, Einaudi
Andrea Bajani, Se consideri le colpe, Einaudi
Marisa Bulgheroni, Un saluto attraverso le stelle, Mondadori
Andrea Carraro, Il sorcio, Gaffi
Marco Cassardo, Va a finire che nevica, CairoEditore
Ermanno Cavazzoni, Storia naturale dei giganti, Guanda
Paolo Cognetti, Una cosa piccola che sta per esplodere, Minimum Fax
Cristina Comencini, L’illusione del bene, Feltrinelli
Andrea Di Consoli, Il padre degli animali, Rizzoli
Martino Ferro, Il primo che sorride, Einaudi
Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori
Nicola Gardini, Lo sconosciuto, Sironi
*Fabio Geda, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, Instar
Andrej Longo, Dieci, Adelphi
Michele Mari, Verderame, Einaudi
Giuseppe Montesano, Il ribelle in guanti rosa, Mondadori
Sergio Nazzaro, Io per fortuna c’ho la camorra, Fazi
Alberto Ongaro, La versione spagnola, Piemme
Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi
Veronica Raimo, Il dolore secondo Matteo, Minimum Fax
Ermanno Rea, Napoli ferrovia, Rizzoli
*Mario Rigoni Stern, Stagioni, Einaudi
Clara Sereni, Il lupo mercante, Rizzoli
Domenico Starnone, Prima esecuzione, Feltrinelli
Sebastiano Vassalli, L’italiano, Einaudi
*Simona Vinci, Strada provinciale tre, Einaudi



Ahi ahi ahi….Per quale libro voterò, io? Sono in realtà in un grande imbarazzo. Fra i finalisti ho letto quelli che ho evidenziato con l’asterisco. E li trovo tutti assolutamente meritevoli…. Va beh, o tiro a sorte, o…Ma, non so proprio chi voterò. E, dato che il voto è…segreto, non svelerò la mia scelta, comunque.

La puntata di Meno quarantotto la rimando a domani. Che è già chilometrico, questo post…
A domani, dunque.



http://www.youtube.com/watch?v=Dau2_Lt8pbM

Perché questa canzone? Così, solo perché mi piace.
postato da: Soriana alle ore 16:18 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi
domenica, 13 gennaio 2008

E tra le foglie apparve una casetta...

P1050767



























Prima di tutto la segnalazione di un appello che Antanz1967, in un commento che ha lasciato ieri a un mio post mi prega di diffondere.
http://antanz1967.splinder.com/post/15477838/Una+firma+per+Kassim

Mi spiace davvero aver abbandonato temporaneamente i miei avvisi ai naviganti. Ma non sempre è facile connettersi a Internet, e sarebbe quindi ulteriormente complicato. Peccato, perché leggo, e ci sarebbero cose molto interessanti da segnalare….



Oggi niente mare. Ho fatto una lunghissima passeggiata al piedi delle colline di Patong, dove il turismo ha marchiato la zona in maniera più sfumata. Mi piace vedere insegne scritte solo in tailandese, e bambini che si limitano a giocare e non sono costretti a vendere rose o piccoli souvenir ai turisti. E ristorantini dove i clienti sono famigliole del luogo, e il mercato non affollato da farang, ma da massaie che con occhio e mano esperta valutano il pesce esposto sui banchi. Mi capita di sentirmi più vicina a queste persone che ai turisti vocianti, molto spesso volgari, che affollano il lungo mare. Non sono snob, ma a volte, sentendo alcuni discorsi, vedendo certi atteggiamenti, mi vergogno del colore della mia pelle. Questo di Patong non è, al di là delle eccezioni, un turismo di tutto rispetto, non è un turismo che si fa rispettare, se non attraverso il portafoglio e le carte di credito.
Ecco perché oggi sono stata particolarmente bene.  Via dalla pazza folla, insomma…Via, sotto il sole cocente, in compagnia (anche se larvata) di quella autenticità che purtroppo sta scomparendo. Avrei pure trovato la mia casetta ideale. Quella lì, sopra. Carina, vero?
Fra poco andrò a cena.  Vi ho già detto che amo molta la cucina thai. I miei piatti preferiti sono:
una zuppa con latte di cocco, pezzetti di pollo, radici di zenzero (profumatissime) tagliate a rotelline, altre radici e vegetali di cui non conosco il nome, foglie di lemon grass. Devo però sempre specificare: no patchi, che sarebbero, in lingua Tai, le foglie di coriandolo fresche, dall’aspetto di prezzemolo, ma con un sapore per me disgustoso.  Si chiama Tom Ka Kai, Tom significa zuppa, Kai pollo. 
Pat Tai: noodles (spaghettini di riso) con gamberetti, germogli di soia crudi, arachidi sminuzzate, verdurine misteriose, il tutto condito con uno spruzzo di lime e soia souce. E mi piace mangiarli rigorosamente con i bastoncini.

Som Tam, papaia salad: piccantissima ma imperdibile. Una semplice insalata di Papaia, ma il condimento è squisito.

E poi il pla (cioè il pesce) o i Kung (gamberetti)  conditi in tutti i modi possibili. Meglio, per me, se piccanti.

Ma anche il pollo alla brace, su cui versare una salsina che vendono anche nei Seven eleven e che è…mamma mia, quanto mi piace…Anzi, mi devo ricordare di farne una scorta da portare in Italia.

Il bere? Di giorno una bottiglia di nam (che altro non è che una bottiglia di acqua) e alla sera una bella Singha, la birra nazionale, qui in Tailandia.

Sapete che vi dico? che a scrivere questo elenco mi è venuta una gran fame (si dice “appetito”, mi riprendeva sempre la mia mamma…). E allora mi preparo velocemente e vado a cercarmi un ristorantino. Di quelli non troppo turistici.  Vi lascio in compagnia  dei personaggi di Meno Quarantotto. Spero non vi annoino.
Ciao!



Lo zio di Ta Ta aveva finito di spazzare la cucina. Aveva controllato che nel frigorifero ci fossero le tre birre, aveva dato da mangiare al gallo, l’aveva tirato fuori dalla gabbia di bambù e lo aveva accarezzato a lungo, sussurrandogli una cantilena. Un buon gallo da combattimento, un buon modo per procurarsi un po’ di bath, e gonfiarsi di orgoglio ogni volta che l’animale lasciava nella polvere l’avversario sventrato.
Di soldi ce n’era sempre bisogno. Il tetto della casa era ormai andato e il primo monsone se lo sarebbe portato via. Il televisore era rotto da due mesi. Il vicino aspettava ancora che lui gli restituisse il prestito dell’anno prima. E gli aveva detto che non voleva più aspettare. La sua donna, poi, si era stufata di condividere con lui il guadagno della bancarella di souvenir.
Lo zio di Ta Ta non aveva un lavoro preciso. Si inventava qualcosa ogni tanto, andava dietro ai turisti sperando di spillargli qualche soldo con offerte assurde, ma un lavoro vero no, non lo aveva. Non gli piaceva averlo. Suo padre lo aveva costretto a lavorare fin da bambino e ora era stufo. Sapeva che prima o poi sarebbe saltato fuori qualcosa di facile, che non richiedesse sforzi eccessivi.
E infatti così era accaduto. Un incontro con quell’uomo che veniva da Bangkok, del tutto casuale. Una richiesta, un accordo. Ecco tutto. La bambina era ora  il patrimonio che lui possedeva, più redditizia del gallo, e anche meno esigente.
La cercò con lo sguardo, non si sorprese di non vederla: se ne andava sempre in giro, quella ragazzina.
Rientrò in casa mugugnando.
In un angolo del tavolo c’era il mucchietto di conchiglie di Ta Ta. Per un attimo si interrogò su cosa lui stesse per fare, e provò un lieve senso di disagio. Poi si rassicurò, dicendosi che lo faceva anche per lei. Avrebbe avuto più cose, tutte quelle sciocchezze che vogliono le ragazze, il profumino, il rossettino e quegli aggeggi colorati per tirare su i capelli che a lei piacevano tanto.
E poi aveva otto anni, non era una bambina piccola.  Lui a otto anni andava già in giro a vendere le rose ai turisti fino a notte fonda.
Uno scalpiccio nel cortile distolse la sua attenzione dal mucchietto di conchiglie.
Guardò la vecchia sveglia appoggiata sulla stuoia: erano le dieci in punto.



La moglie si sentiva bene. Era come se avesse preso tutta la luce del sole e se la fosse bevuta. La massaggiatrice ora le  stava passando le mani sulle tempie, poi le toccò i lobi delle orecchie e glieli tirò delicatamente. Pensò che era proprio un bel massaggio. Un massaggio fecondo, le venne da pensare. Le salì alla mente una canzone. Cominciò a cantarellarla a fior di labbra:
“Quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai
Non l’ho mai detto ma un giorno capirai…”
 Ecco forse era quello: non gli aveva mai detto quanto lo amasse. Solo ultimamente, piangendo, imprecando, recriminando, glielo aveva detto. Ma prima aveva dato per scontato che lui lo sapesse. Si fece una promessa: non fare passare più neppure un giorno, senza dirglielo.
   

Suei si sentiva svuotata, ma aveva fatto un ottimo lavoro, lo sapeva. La ragazza si era messa perfino a cantare, e ora che la poteva guardare in viso si accorse che dagli occhi la tristezza era sparita. Per quanto tempo Suei non poteva prevederlo, ma  una  tregua dal dolore era riuscita a donargliela.
   
Il marito si avvicinò alle due donne. La moglie si stava aggiustando le spalline del costume da bagno. Lui le diede un bacio sulle labbra, la prese per mano e la portò con sé. Lei si girò verso Suei, un sorriso felice sul volto.



L’ingegnere e l’uomo di Bangkok entrarono in casa. L’ingegnere si guardò intorno. Il suo cuore batteva impazzito. Tutta la notte l’aveva pensata, la bambina. Aveva immaginato quello che avrebbe fatto, con lei, tutti i giochi che le avrebbe fatto giocare.
Si era svegliato all’improvviso, ed era ancora l’inizio della notte, terrorizzato dal solito incubo. Ma lì, sul comodino, c’era la fotografia. E già gli era sembrato di sentire il tepore della carne, la seta dei capelli, lui che li liberava dalla farfalla e se li arrotolava intorno al polso. E poi tutto, tutto il resto. Aveva imbrattato le lenzuola. Ma non aveva importanza: lontano da casa poteva essere veramente se stesso, non l’ingegnere, non il marito. Niente sotterfugi, nulla da nascondere. Libero di concretizzare a pieno tutte le sue fantasie.
L’uomo che li aveva fatti entrare doveva essere lo zio. Un tipo ancora giovane, ma con un occhio ricoperto da una membrana biancastra e con denti guasti che sporgevano dalle labbra sottili.
Quello e l’uomo di Bangkok si misero a parlare velocemente in tailandese. Il procacciatore a un tratto alzò la voce, e l’altro a gesticolare come a dire non c’è problema.
“ Cosa succede?” si intromise con ansia l’ingegnere
“ Tutto ok, è tutto ok, la bambina non qui, adesso, ma poi viene, sicuro domani c’è.”
Si affrettò a rispondere l’uomo di Bangkok con un sorriso storto.
In realtà era incazzato nero. Quel brutto guercio doveva solo fargli trovare lì la bambina, e invece niente. Il cliente avrebbe potuto anche andarsene, a questo punto: di bambine se ne trovavano altre, e l’affare si sarebbe volatilizzato. Poi gli venne in mente che ne conosceva un altro paio, non più intere, ma ancora abbastanza piccole per essere appetibili. Provò a dirlo al cliente. Lui si fece rosso, e a voce alta, battendo il palmo di una mano sul tavolo, proclamò:
“No, voglio questa. Questa è la mia. Pago ora, non voglio neanche trattare. La voglio. Domani. Va bene?”
Poi aggiunse qualcosa a proposito di una farfalla.
“Butterfly?…” chiese perplesso  l’uomo di Bangkok.
Il cliente si mise una mano sui capelli e li sollevò.
“Come nella foto.” Disse.


(continua…)


Una canzone, ora. Sperando che non succeda come nell’ultimo post, che non è apparso quello che volevo. J. Denver, perché le sue canzoni le ho conosciute proprio in Tailandia, tanti anni fa….Strano, vero?

http://www.youtube.com/watch?v=-eaaR1Ay5P0





postato da: Soriana alle ore 16:13 | link | commenti (5)
categorie: i miei viaggi
venerdì, 11 gennaio 2008

Freedom!!!!

P1050733

















I
n questo tratto di mare (cui la mia foto non rende giustizia) oggi ho fatto un po’ di snorkelley,  divertendomi un sacco a osservare le evoluzioni di pesci coloratissimi. Peccato non avere una macchina fotografica subacquea, perché è una spettacolo veramente bellissimo…
Freedom  beach, una incantevole piccola baia, anche se a soli venti minuti di barca da Patong, è tutto un altro mondo. La sabbia è di origine corallina, per cui è bianca e impalpabile, un piacere camminarci sopra a piedi nudi. E il relax è assicurato. Quel relax di cui sento davvero la necessità.
Domani probabilmente altra escursione: a Coral island, che già conosco, e che rivedrò con vero piacere. Altri pesciotti colorati, altra sabbia come borotalco, e chissà che non trovi anche qualche bella conchiglia. Spiaggiata, però, perché quelle che ospitano un an