LE NUVOLE
Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio.
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono le forme dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri.
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti...
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi piu il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere
più il posto dove stai.
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
(Fabrizio De Andrè)
Avevamo deciso di telefonare a casa, quel pomeriggio. E quando, passeggiando lungo Petchburi Road passammo davanti a una cabina oversea call io entrai e feci appunto il numero di casa. Mi rispose mio figlio. Non mi disse né ciao, né come stai. Mi disse solo: mamma, è morto Fabrizio De Andrè. Aveva appena sentito la notizia dal giornale radio. Incredulità, poi consapevolezza come un pugno nello stomaco. Cominciai a piangere. Quando uscii dalla cabina mio marito mi chiese cosa fosse successo. Poi, alla mia risposta, disse qualcosa di stupido. Ma era il suo modo per nascondere un’emozione che indubbiamente anche lui provava.
Improvvisamente non ero più in quella strada di Bangkok satura di auto, motorette, gente, ossido di carbonio. Mi trovai in successione in tanti luoghi diversi, tutti segnati dalla voce, dalle parole, dalla musica di Fabrizio.
Fabrizio (senza l’aggiunta del cognome, ai suoi inizi) e la sua La guerra di Piero. A Igea Marina, 1969. L’insegnavamo ai bambini della casa di vacanza in cui lavoravo. Eravamo un po’ speciali noi, in quella casa di vacanza gestita dalla Provincia di Bologna. Mentre nelle altre strutture analoghe si cantavano vecchie canzoni tipo il Piave mormorava o Quel mazzolin di fiori, noi cercavamo già da allora di inculcare nei nostri piccoli ospiti qualcosa di diverso, a ripudiare la guerra, per esempio.
Nel soggiorno della mia casa a Bologna, pochi mesi prima di lasciarla per iniziare una nuova vita altrove, sposandomi: L’antologia di Spoon River letta e riletta ascoltando la cassetta Non al denaro non all'amore né al cielo.
E poi, ancora a Igea, che nel frattempo era diventato il paese dove ero andata a vivere. Un altro bambino: il mio bambino, questa volta. Tirato su con latte, omogeneizzati, amore e musica: De Andrè, anche per lui.
E ancora, con lui, con Alex, ai concerti: Rimini, Bologna, e l’ultimo, mi sembra nella primavera del 1998, a Pesaro.
E chissà che anche quelle canzoni, con i testi in cui si dà voce a chi solitamente non viene ascoltato, a tutte le Bocche di rosa, e ai Michè, a tutti coloro zittiti dalle ipocrisie dei benpensanti, non abbiano contribuito a fare di mio figlio la bella persona che è.
La chitarra di mio marito che strimpellava il Pescatore, e noi a cantare in coro, nelle sere estive sul terrazzo prospiciente il mare.
E poi il mio ufficio, dove la musica, e soprattutto la musica di Fabrizio, era sempre presente, ricca colonna sonora che faceva da contrappunto a un lavoro che di poetico aveva ben poco.
Mi sfilavano davanti agli occhi tutte quelle immagini, accompagnate da un dolore sordo dell’anima, fatto di nostalgia, rimpianti, assenza. Mai più concerti, pensavo, mai più nuove canzoni. Non ci sarà più nessuno, in Italia, come lui, pensavo. E questo, a distanza di dieci anni, lo penso ancora.
Già, sono passati dieci anni, da allora. E questo anniversario mi ritrova di nuovo in Thailandia. Molte cose sono cambiate nel mondo. Tantissimo è cambiata la mia vita.
Ma l’emozione che provo riascoltando le canzoni di Fabrizio De Andrè è immutata.
E alla fine penso che anche lui, come i grandi Poeti, non se ne sia andato, che non potrà mai andarsene. Non è morto, Fabrizio De Andrè, perché le sue canzoni sono più vive e più attuali che mai. Non è morto perché, anche se lui rifiutava questa definizione, era, è un Poeta.
So che in Italia ci saranno oggi tantissime iniziative per ricordarlo. Mi riferisco in particolare all’iniziativa promossa da Fabio Fazio in Che tempo che fa, con l’invito a tutte le radio italiane a trasmettere nello stesso momento una canzone del grande cantautore. Mi spiace non poterci essere. Se qualcuno di voi la segue, me ne vuole parlare, per favore?
Vi propongo ora diversi video e un altro testo. Buona visione e buon ascolto.
Telegiornale del 11 gennaio 1999
Le nuvole
Il pescatore
Tutti morimmo a stento
Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati.
Dell'inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna.
Banchieri, pizzicagnoli, notai,
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.
Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?
Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.
La canzone dell'amore perduto
La ballata del Michè
Preghiera in gennaio