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martedì, 07 luglio 2009

Cainolandia: la lettera di luglio di Ettore Masina

clandestino01gCerco di dirlo pacatamente, quanto più posso, ma debbo dirlo ad alta voce perché mi accade frequentemente che amiche e amici mi domandino (ed io lo domandi a me stesso) cosa significhi essere cattolico; e ne parlo in pubblico perché oggi più che in tante altre occasioni sento il bisogno di far parte di un gruppo che non accetta di vivere passivamente la storia. E dunque grido: se pensassi ancora, come un tempo, che essere cattolico vuol dire prestare ossequio all’istituzione vaticana (lo stato-Santa Sede, la burocrazia ecclesiastica, il centro di potere che si incarica di tradurre il vangelo in diplomatichese, sbiadendone il significato), allora preferirei considerarmi cristiano in diaspora, lontano da ogni denominazione. In queste ore, infatti, sono travolto da un sentimento che è più che indignazione o rabbia o sconforto: la parola esatta per qualificarlo è schifo.
Molte delle persone che condividono la mia fede, spesso tormentata e confusa ma non ignobile (spero) nella sua ricerca di coerenza, hanno probabilmente già compreso a quale sciagurato evento mi riferisco. Il Parlamento italiano ha votato l’altro giorno il famoso  “pacchetto” sulla sicurezza, e subito tutte le associazioni cristiane che,  con competenza e generosità si occupano di migranti, hanno non solo dichiarato
 ma mostrato come esso sia del  tutto inadatto allo scopo e  destinato, invece, certamente,  a generare una grande massa di  dolori e di problemi; come esso sia, per darne una definizione assolutamente adeguata, non soltanto razzista ma nazistizzante. Ed ecco intervenire il Vaticano. Per confermare la denunzia e assicurare che la Chiesa intera, congregata intorno al suo fondatore, il quale non esitò a identificarsi nei poveri (“Ero straniero e tu mi hai ospitato…”) difenderà in tutti  i modi la causa dei poveri giunti fra noi spinti dalla miseria? Nient’affatto: per chiarire, invece, che le critiche al provvedimento non provenivano dalla Santa Sede.
 Dichiarazione inoppugnabile. Il Vaticano aveva evidentemente molte altre cose cui pensare. Ma come non essere certi che essa sarebbe  stata interpretata come autorevole e quasi definitiva delegittimazione dei dissenzienti? Questa lettura la trasmettono difatti a catena tutti i tiggì e la stampa  del governo. La maggioranza sghignazza: vedete? La Chiesa (quella che conta, il Papa e i cardinali) non hanno niente da dire, dunque sono con noi, e i cattolici insorti contro la legge sono i soliti esaltati (o comunisti).
Mi sono occupato per tanti anni, da giornalista, di informazione religiosa e so bene che cosa a chi gli domandasse perché,  risponderebbe il  fariseo con lo zucchetto rosso che ha dato ordine di diffondere quella precisazione. Direbbe che una cosa è la Santa Sede, presenza  statuale che si occupa di questioni internazionali; e un’altra cosa è la Chiesa articolata nelle sue presenze territoriali e delegata a occuparsi di problemi “locali”; che la Santa Sede, il Vaticano, patteggia i concordati, diffonde principi generali, non interviene pubblicamente in questioni nazionali. Non bisogna confondere – direbbe sorridendo l’alto prelato - diplomazia e profezia.
Naturalmente è così soltanto dal punto di vista formale,  almeno per quanto riguarda l’Italia. Siamo in molti, penso, a ricordare con quale pesantezza “alti” abitatori dei Sacri Palazzi siano intervenuti sul “caso Englaro”. Se qualcuno si preoccupò allora che la Santa Sede venisse coinvolta nel dibattito in quanto tale, quella volta i farisei in zucchetto rosso si guardarono bene dal dire che il Vaticano non c’entrava… Certi silenzi e certe informazioni non richieste sono manovrate accuratamente, razionalmente, addirittura sapientemente. Ma poiché -  è un dato di fatto - la Chiesa o è profetica o è una misera centrale di potere, quando ascolta più la voce della “prudenza” che quella dello Spirito Santo, la burocrazia vaticana rivela una sconcertante aridità di sentimenti, una mancanza di “pietas” che allontana masse crescenti di cattolici e conferma nel loro rifiuto quelli che, spesso dolorosamente, si sono allontanati.
Questa volta, a me pare, il chiamarsi fuori è particolarmente disgustoso perché gravissimo è quanto è accaduto. Non è un fatto “locale”, è un fatto d’importanza universale. Un intero Paese, a maggioranza cattolica, almeno nei censimenti, si dà, attraverso il suo parlamento, una legge, intrinsecamente ma con ogni evidenza, anticristiana. Dal 2 luglio 2009 l’Italia potrebbe mutare nome e chiamarsi Cainolandia perché è la legge dell’odio quella  che è stata approvata sotto il controllo governativo del voto di fiducia. Una vena di autentica crudeltà corre per i suoi articoli. Per farne qualche esempio. la puerpera clandestina la quale ricorra a una struttura pubblica sanitaria per partorire non potrà riconoscere anagraficamente il suo bambino (che potrà dunque esserle sottratto e dato in adozione, a questa ferocia neppure Hitler era arrivato!); l’entità delle multe che l’immigrato dovrebbe pagare è fuori dalle possibilità economiche di qualunque lavoratore “manuale”. Non devono arrivare nuovi stranieri e sarebbe bellissimo se anche gli altri se ne andassero o, nel caso rimanessero “ si decidessero a stare “al loro posto”. Benvenuto in Cainolandia, presidente Obama figlio di un nero; benvenuto presidente Sarkozy, figlio di immigrato… Il Bel Paese è dal 2 luglio 2009 una terra il cui popolo dichiara per legge che un milione di persone deve andarsene immediatamente o rendersi invisibile: comprese, perché il delitto di “clandestinità” riguarda non solo l’immigrazione ma anche il soggiorno, quelle badanti e colf che oggi integrano la vita di tante famiglie. Criminali anche loro: e non  conta che molte di loro e le loro datrici di lavoro stiano da tempo cercando una regolarizzazione. Criminali anche i profughi politici. Che c’entriamo noi, con le loro beghe? Se i clandestini non se ne andranno rapidamente (e dove? E come?), se i giudici, magari opportunamente stimolati da delatori in camicia verde, dispenseranno gran numero di condanne, le carceri del nostro paese, già in situazione di collasso, si trasformeranno rapidamente in lager. Così i centri di espulsione. Aumenterà il numero degli aborti. Si aprirà ben presto un conflitto tra le forze dell’ordine, alle quali il governo nega basilari finanziamenti e le ronde degli aspiranti sceriffi, desiderosi di provare i loro muscoli e le loro mazze da baseball sui nuovi sottouomini.
Un popolo che si dà leggi del genere cambia l’antropologia mondiale, tanto più  se era ricco di tradizioni di  civiltà e di realtà religiose. Il Papa è tedesco e forse non può cogliere in tutta la sua virulenza questa ideologia della paura, questa voglia di far del male a chi involontariamente ossessiona un’insicurezza che è, innanzi tutto, perdita di identità in un mondo in mutamento, questo antico simbolismo pre-cristiano per cui il forestiero è per definizione un nemico. Ma la Santa Sede, il Vaticano e – ahimé -  la Conferenza episcopale italiana non possono pensare di avere parlato  ai credenti  con chiarezza. La preoccupazione di nuocere a un governo amico, a un PdL definito dall’”Oservatore Romano” singolarmente adatto a difendere i valori cristiani, la stessa preoccupazione che ha soltanto bisbigliato la deprecazione ecclesiastica per i festini cavallereschi, anche stavolta è prevalsa sulla necessità della chiarezza. Come avvenne, purtroppo, per il fascismo e per il nazismo, il “Non ti è lecito!” del Battista e di Ambrogio, sembra eccessivo ai porporati benpensanti, i discorsi dei vertici ecclesiastici sono ancora una volta sussurri talmente vaghi che per risultare comprensibili bisogna studiarli a lungo. Potranno forse essere citati come alibi nel futuro. Nell’oggi, accanto al pianto dei respinti, appaiono mormorii timorosi di disturbare.
(Ma è venuta domenica. Molti parroci, salendo all’altare, hanno preso impegno, davanti alla loro comunità (o addirittura insieme con la loro comunità) di violare la legge leghista tutte le volte che il Vangelo lo richieda. E noi?

Pax Christi, movimento internazionale cristiano per la pace, ha diffuso un  comunicato che mi sembra importante:
IL RAZZISMO È ORMAI «A NORMA DI LEGGE»
«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 – «Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso», al Deutoronomio 10,19 – «Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto», alla Lettera agli Ebrei 13,2 – «Non dimenticate l'ospitalità, perché alcuni, pratican-dola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli». 

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l'unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l'idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di «nonpersone», di esseri umani, uomini e donne invisibili. É una perdita totale di senso morale e di sentimento dell'umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge «porterà solo dolore», osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti. 

Il dolore nasce dall'orrore giuridico e civile del «reato di clandestinità», dall'idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l'essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica. 

Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della "tratta", ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette "ronde"? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. 

Siamo il paese di Caino? Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l'unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno "figli di nessuno", potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all'aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il "si salvi chi può", darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l'insicurezza di tutti. 

Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l'altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. É una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell'esistenza. 
«Non c'è futuro senza solidarietà» scrive il cardinal Tettamanzi. Non c'è sicurezza senza l'aiuto reciproco, senza l'esercizio dei diritti e dei doveri dentro un'azione comune per il bene comune. 

Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare «casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l'intera famiglia umana». Per il Papa ogni comunità cristiana deve «aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione [...]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera» (Angelus 17 agosto 2008). 

Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari. 

La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. «Dio non fa preferenze di persone» (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144). 
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. É stata oscurata la gloria di Dio.


Ettore Masina


No me llames extranjero canzone-poesia di Rafael Amor
No me llames extranjero
Porque fue distinto el seno
O porque acunò mi infancia
Otro idioma de los cuentos
No me llames extraniero
Mira tu nino y el mio
Como corren de la mano
Hasta el final del sendero (...)
Tu trigo es como mi trigo
Tu mano como la mia
Tu fuego como mi fuego
Y el hambre no avisa nunca
Vive cambiando de dueno


Non chiamarmi straniero
bambino_salvoPerché fu diverso il seno

O perché cullò la mia infanzia
Un'altra lingua delle favole
Non chiamarmi straniero
Guarda tuo figlio e il mio
Come corrono per mano
Fino al termine del sentiero (...)
Il tuo frumento è come il mio
La tua mano è come la ma
Il tuo fuoco è come il mio fuoco
E la fame non avvisa mai
Vive cambiando padrone


   

 
postato da: Soriana alle ore 12:27 | link | commenti (3)
categorie: ettore masina
mercoledì, 03 giugno 2009

Ettore Masina: come, perché e per chi andrò a votare

bandiera20europaNon avevo intenzione di parlare delle prossime elezioni, per più di un motivo, che mi pare superfluo elencare.
Poi ieri ho ricevuto una lettera di Ettore Masina, una vera e propria dichiarazione di voto, motivata e chiarissima.
So che stimate molto questo Grande Vecchio, e ho pensato che era forse mio dovere condividere con voi le sue parole. Per cui, integralmente, riporto la sua lettera. Potete contestarla o approvarla, ma credo che non possiate negare che è una dichiarazione estremamente onesta e lucida.


Care amiche, cari amici, molte e molti di voi mi fanno l’onore di domandarmi come voterò alla prossime elezioni europee e se, e come, parteciperò, il 21 giugno, al referendum. Dico subito che trovo assai difficile decidere per questa seconda occasione, mentre mi pare di avere maturato una scelta sensata e responsabile a proposito delle elezioni. Cercherò di spiegare come vi sono arrivato e non mi meraviglierò se le vostre decisioni saranno diverse dalle mie. Sono il primo a comprendere che oggi più che mai qualunque opzione è discutibile.

Un voto per l’Europa. Mi pare diffusa una grande sottovalutazione del fatto che andremo a votare non per la ricostituzione del parlamento nazionale ma per quella del parlamento “continentale”. A meno di non  condividere l’ottuso pregiudizio che l’Unione europea è un’inutile escrescenza politica, si tratta dunque di partecipare alla rielaborazione di un organismo  che necessita di particolari competenze, sia per realizzarne i fini di libertà, eguaglianza e fraternità sia per opporsi alla costante minaccia di trasformazione dell’Unione in  una specie di notariato di decisioni prese altrove (l’Europa dei mercanti e dei banchieri) sia, infine, per garantirne un’efficace presenza in campo planetario, in costante dialettica con le altre istituzioni internazionali e con le cosiddette “grandi” potenze. Molti provvedimenti importanti attendono di essere presi a Bruxelles, a cominciare dalle questioni dei flussi migratori e dei diritti umani. Da qui, la necessità di valutare le capacità e le vocazioni internazionali dei candidati, ma, innanzi tutto, lo schieramento al quale appartengono. Emergono allora quattro scelte, per così dire negative: a) che non si può  votare Lega, b) che non si può  votare PDL, c) che non si può votare UDC, d) che non si può, secondo me, non partecipare al voto.

Non si può votare Lega.  La Lega è una presenza regressiva nei confronti di un organismo destinato a creare un concerto di popoli che cercano di realizzare una civiltà della pace nella giustizia. Questa meta, estremamente innovativa in un continente per secoli straziato da terribili conflitti (e ancora contrassegnato da ferite e cicatrici brucianti), richiede una solidarietà creativa che progressivamente rimuova barriere, demolisca muri (è il XX anniversario della caduta di quello di Berlino!), renda sempre più evanescenti le frontiere. Per la Lega, l’Europa dovrebbe, invece, essere una fortezza,  una cittadella di agiati in armi contro le richieste  di chi, chiedendo una vita degna di questo nome, esige di fatto una ridistribuzione delle risorse mondiali. Con uno dei suoi leader più importanti - il delfino di Bossi, Maroni- la Lega ha deposto ogni maschera e teorizzato ormai apertamente la necessità della cattiveria: pietà l’è morta, non  solo per gli extracomunitari ma anche per gli europei delle zone povere del continente. La spietatezza usata nel caso dei “clandestini”, brutalmente respinti nell’orrore da cui  speravano di sfuggire è la prova più evidente di  un egoismo razzista tale da attirare sul nostro paese la condanna dell’ONU. Per me, che mi sforzo di essere cristiano, rimane un penoso mistero che la diffusione di un’ideologia siffatta sia particolarmente elevata in regioni tradizionalmente cattoliche. Negli anni ’70 e ’80 era in quelle città e paesi che nascevano e vivevano di solidarietà “militante” decine e decine di organismi non-governativi per il soccorso dei paesi del Sud della Terra, travagliati dalla fame, dalle dittature o dalle conseguenze di un mercato selvaggio. Non v’era parrocchia che accanto alla meditazione del vangelo non ponesse l’etica della fraternità… I battesimi, le prime comunioni. le nozze, i funerali erano occasioni per ricordare l’impulso universalista del cristianesimo, la capacità di farsi, secondo la definizione di Balducci, cittadini “planetari”, di dire e di testimoniare, con don Milani, “I care”. La Lega ha saputo frantumare e involgarire questa tendenza sfruttando il terrore di una possibile perdita di identità sofferto dalle persone meno colte, resuscitando i fantasmi dell’invasione da parte dei “terroni” negli anni ’50.  Anche allora, del resto, il peso di una integrazione fra residenti e immigrati fu addossato su alcune categorie: come quella, quasi eroica anche oggi, delle insegnanti elementari. La “normalizzazione” post-conciliare dei seminari e la paura dei vescovi e dei preti per la crescente presenza dell’Islam hanno avuto gran parte, insieme al dissolvimento della rete di circoli, sezioni, associazioni, nell’instaurazione di una cultura consumista in cui ci si raggruppa nell’egoismo di comitati di quartiere, preoccupati soltanto che certi spettacoli non si vedano.

Il voto al PdL. Non  insisto sull’impossibilità morale di votare PdL perché so bene che fra i miei lettori ci sono ben pochi berlusconiani e anzi, giurerei, nessuno. La  candidatura europea del Cavaliere, e la certezza che egli dovrà, appena eletto, dimettersi, alimenta le beffe di chi non dimentica le sue performances internazionali: la sua mania di baciare i colleghi (prima o poi ci riuscirà anche con Benedetto XVI), i suoi inviti agli affaristi americani a venire in Italia perché “abbiamo molte belle segretarie”, i suoi insulti ai parlamentari europei che pretendono di criticarlo, i suoi cucù, le sue corna, le sue vanterie seduttive nei confronti di rocciose governanti scandinave, le sue invocazioni a Obama nell’austerità di Buckingham Palace, le sue agghiaccianti barzellette, che gli valgono in Francia il soprannome di Pisse-froid. Peggio (molto peggio!) ancora: la sua detestazione per ogni forma di controllo democratico, il suo perenne ricorso al vittimismo nei confronti dei giudici e le disinvolte dichiarazioni di essere sempre stato assolto, quando la verità è che i reati di cui era accusato sono andati in  prescrizione grazie alle tattiche dilatorie dei suoi avvocati o sono stati “sbiancati” da leggi ad personam, tutto questo è lo schermo preoccupante di situazioni ancor più allarmanti. Come nota il Financial Times, che non è propriamente un organo comunista, “il pericolo di Berlusconi è la demonizzazione degli avversari e un rifiuto di lasciare spazio a qualunque potere di controllo”. Votare PdL è ampliare questo pericolo, la drammatica realtà è che nel PdL, se si escludono Fini e Tremonti, non esiste più una classe politica di governo, esistono soltanto i proni funzionari di un’azienda-nazione. Ha ragione Veronica Lario: non   siamo alla dittatura ma a un (basso) impero del quale sono da temere eccessi di tutti i tipi e, aggiungo io, l’estremismo più pericoloso: quello della mediocrità.

Il voto all’UDC. È possibile votare un partito che ha fra i suoi vertici  il senatore Salvatore “Totò” Cuffaro, condannato per favoreggiamento di un mafioso? Un partito che esibisce come biglietto da visita elettorale il ballerino Filiberto di Savoia, il quale si vanta di essere “parente di quasi tutti i governanti europei”, come se fossimo ancora al tempo delle monarchie? Un partito che candida orgogliosamente Magdi Cristiano Allanm giornalista arabo italianizzato,  ex musulmano, battezzato sotto i riflettori della televisione, un uomo  che sparge detestazione per  l’Islam e venerazione per lo stato di Israele? Un partito che ha come suo leader l’onorevole Casini, esempio di assoluta coerenza: transitato per tutte le correnti DC, poi nel mondo della Destra con Berlusconi, senza Berlusconi,  contro Berlusconi, domani chissà?

Non andare a votare. Sin qui la mia personale inchiesta mi è risultata facile. Ma poi? Sono avviato verso gli 81 anni e calcolo di  aver dovuto affrontare il mio dovere di elettore almeno una cinquantina di volte. Credo di avere votato DC in 5 o 6 occasioni, una volta “Comunità”, una volta il Movimento Politico dei Lavoratori, per il resto, sempre, per la sinistra propriamente detta: PDUP, PCI, PDS, DS, Rifondazione, Sinistra Arcobaleno. Questo significa che, nella quasi totalità dei casi, ho votato partiti di opposizione, di minoranza. In parte la mia scelta era dovuto alla conoscenza ravvicinata di persone eccezionali (Zaccagnini, Basso, Labor, Castellina, Pintor, Lombardo Radice, Ingrao…), in parte alle mie convinzioni religiose. Credo nella laicità della politica ma credo anche che il vangelo mi imponga di preferire  i movimenti che mi sembrino occuparsi con maggiore coinvolgimento della situazione dei poveri, i “nostri” e quelli “esterni”. Essere con le minoranze ha significato per me vedere bocciate proposte che mi sembravano valide, e vanificate fatiche, sentirmi accusato (anche da amici e persino da parenti) di estremismo, e avere spezzata la mia carriera nella RAI. E però ho avuto la gioia di conoscere donne ed uomini straordinari, capaci di spendersi per la creazione di un mondo migliore, e  la mia vita è stata illuminata di entusiasmi e di fatiche aperte ai sorrisi della solidarietà. Non sono mancati, com’è ovvio, momenti duri e anche durissimi. Vi sono state occasioni in cui ho pensato di non andare a votare. Talvolta mi è sembrato che le forze in campo fossero così sproporzionate che il mio impegno e quello dei miei compagni e compagne sarebbe stato del tutto inutile. Talvolta che la democrazia fosse così infestata da poteri occulti che le elezioni non avrebbero avuto che il valore di un rito. Talvolta che nella mia stessa parte  non mancassero persone di pericoloso settarismo. Allora cedevo allo sconforto o addirittura a una sensazione di nausea – e mi sembrava giunto il momento di mostrare ai professionisti della politica che anche persone ostinate come me mandavano al diavolo baracca e burattini; e arrivavo a domandarmi se per caso non  valesse il “tanto peggio tanto meglio”: se una più vasta astensione non avrebbe provocato un benefico choc nel sistema politico. Nello squallore di una situazione che ha gravità inconsuete, queste sensazioni e tentazioni sono state nelle settimane scorse ben vive in me, come in tanti miei conoscenti.
E però, dopo averci seriamente riflettuto, sono profondamente convinto di doverle respingere, come in passato. In politica non esistono vuoti, le astensioni contano, di fatto, come voti attribuiti alla maggioranza, ne ingrandiscono la vittoria, segnalano diserzioni e disperazioni, rinsaldano nei potenti la convinzione di poter esercitare abusi, in un paese arreso o indifferente. Nell’impossibilità di distinguere gli scontenti e gli indignati dai menefreghisti, la politica perde i suoi contorni a favore di una apparente massa di inetti, ammaestrati dal monopolio televisivo. Più che nelle altre vicende della nostra storia nazionale, nelle elezioni che ci stanno davanti un sensibile aumento delle astensioni rafforzerebbe ulteriormente il progetto berlusconiano e della P2, in cui tutti i poteri sono nelle mani di un regime sempre più populista e autoritario. Non sarebbe la dittatura, forse, ma qualcosa di molto simile. La presente recessione economica (la più grave degli ultimi ottant’anni) ha trasformato l’Italia in un paese cupo e smarrito in cui le paure degli anziani si mescolano alle profonde incertezze e a un avvilente senso di inermità di centinaia di migliaia di giovani.
Dunque, votare è necessario, nonostante le difficoltà di riconoscersi nel ventaglio delle forze di opposizione. È necessario mostrare che non sono poi tanto poche e pochi le elettrici e gli elettori che pongono la loro obiezione di coscienza.

L’Italia dei valori e il Partito Democratico. Tra le forze d’opposizione, quelle più notevoli per dimensioni sono, come tutti sappiamo, l’Idv e il PD. So che alcuni miei conoscenti voteranno il partito di Di Pietro e rispetto la loro scelta. Dirò francamente, tuttavia, che a me l’Idv non piace.  Mi rallegra  quando leva la voce contro le mascalzonate della maggioranza ma più spesso mi sembra connotata da un populismo parallelo e simmetrico a quello del Cavaliere. La sua progettualità è scarsa, rudimentale, marcata da insuccessi che ne rivelano i limiti.
Ho molta simpatia per Dario Franceschini. Sta bravamente cercando di portare il PD a un concetto di opposizione più ferma, chiara e articolata di quella dei suoi predecessori. Questa “linea” ha certamente resuscitato simpatie e consensi in un elettorato cui sembrava che certa, come dire?, paciosità nei confronti di Berlu-sconi, finisse per sfociare in un consociativismo, preoccupato soltanto di porre qualche limite allo strabordare di Forza Italia. Perché, allora, non voterò PD come tanti dei miei amici?  Ecco: la mia impressione è che nonostante tutto, il PD raccolga piuttosto la tradizione della DC che quella della sinistra parlamentare. I suoi esponenti ex PCI si presentano come cauti riformatori, i suoi esponenti teo-con ricordano la destra democristiana e hanno nel partito un peso spropor-zionato, grazie a un vantato prestigio in Vaticano; i cristiano-sociali, nobile pattuglia conciliare, non riescono  a evitare che il cosiddetto interclassismo caro alla “dottrina sociale della Chiesa” sbiadisca tensioni anziché indurire una lotta, doverosa ma anche possibile, a tutela dei diritti dei poveri. A causa di questi problemi interni, il PD sembra incapace di prendere posizioni forti nel paese, di mettere le sue strutture al servizio dei movimenti che si oppongono alla devastazione della scuola pubblica, all’immiserimento della ricerca scientifica, alla crescente distruzione del welfare. Appare incerto nella sua fisionomia, come in attesa di un evento catastrofico che ancora non è sicuro ma che appare possibile e forse probabile: per esempio di una trasmigrazione di Rutelli & C. in un partito di centro “cattolico”,  da costruire con  Casini e la benedizione del cardinale Scola, patriarca di Venezia (e di CL).
E non mi piace, del PD, il quale aggrega poco più di un quarto dell’elettorato, la strategia e la tattica del bipartitismo (il solo PD contro il monolito berlusconiano), il suo arroccarsi  in “splendido isolamento”, come unico partito di opposizione, con una specie di disprezzo per le altre formazioni politiche italiane.  Comprendo bene, tuttavia, che proprio questa tattica elettorale convogli verso il PD il voto di tante brave persone, preoccupate di costruire uno sbarramento alla deriva autoritaria del paese. Dirò di più: se pensassi che il problema fosse soltanto questo, di creare in parlamento un argine allo strapotere berlusconiano, forse anch’io voterei PD.   Ma in queste elezioni non si vota per il parlamento italiano e il pericolo di un aumento dell’elettorato di destra non è il solo. C’è anche (o è lo stesso pericolo ma su un diverso versante della vita nazionale) il pericolo di una nuova emarginazione della sinistra: già assente dal parlamento italiano, essa verrebbe cacciata anche dal parlamento europeo. Non credo che chi ha a cuore l’ideale di una democrazia arricchita da un massimo di pluralismo possa pensare che questa eliminazione (la quale comporterebbe assai gravi riflessi anche nel nostro paese) sia un avvenimento augurabile.
Nei  130 anni della sua storia, la sinistra italiana ha commesso errori di tutti i tipi. Ha pensato di poter essere forza di governo e insieme di opposizione, di potersi concedere lunghissime fasi costituenti, infinite e astruse polemiche e reciproche scomuniche, ha avuto nostalgie leniniste e nostalgie proudhoniane, ha eretto le sue Inquisizioni e festeggiato piccoli trionfi senza accorgersi che erano effimeri. Ha creato cultura come nessun’altra  parte politica, ha offerto interpretazioni dei destini umani e colto il dolore degli umili, forse più delle chiese. In nome di tutto questo si è ininterrottamente frantumata, nel nostro Occidente, ogni volta dando luogo a due coaguli (o più) ”di unità”: e come altre volte è avvenuto, a queste elezioni si presenta, sciaguratamente, in due tronconi, in aperta concorrenza e polemica fra loro. Tuttavia a leggere bene la storia di questa sinistra democratica, è chiaro che le velenose contrapposizioni personali, i settarismi infantili, le tentazioni di violenza, tutto questo ciarpame individualista non hanno mai potuto scalfire una verità: che la sinistra, in Italia come altrove, è stata la protagonista delle lotte più generose e importanti della storia, il tentativo di riaffermare il principio di eguaglianza fra le persone, un principio che le forze di destra hanno di fatto sempre negato e quelle “di centro” cautamente trattato, in nome della “ragionevolezza”.
Non c’è mai stata in Italia durevole conquista di giustizia e dignità umana senza l’apporto determinante della sinistra e dovunque la sinistra è stata repressa, coartata e/o vittima delle sue contraddizioni, lì è cresciuto in proporzione diretta, l’autoritarismo dei governi. Vale anche per l’oggi: l’estromissione della sinistra dal parlamento nell’aprile dell’anno scorso ha avuto riflessi politici immediati. Il tono provocatorio della maggioranza, il suo cinismo, la sua arroganza sono aumentate, la sfida ai sindacati indurita, la volgarità della progettazione, trasformata in ferocia. Il “pacchetto-sicurezza”, che ha già passato il vaglio del senato contiene norme scellerate, gli attacchi alla magistratura si sono incarogniti, la complicità con Israele approfondita, l’impoverimento del sistema sanitario sfrontatamente avviato, mentre l’inerzia del governo di fronte alla miseria che colpisce almeno il 10 per cento delle famiglie italiane rivela la lontananza siderale fra il Lider Maximo di Arcore e la realtà del paese. Il governatore della Banca d’Italia prevede un durissimo aumento della disoccupazione…

Voterò a sinistra, ancora  una volta. Quale delle due? Io non credo nelle scomuniche, credo nel duro cammino da fare, e da ricominciare ogni volta che abbiamo sbagliato la direzione. Guardo le due liste elettorali e le vedo fitte di nomi di persone che conosco, uomini e donne, pieni di idee e di voglia di fare, onesti, distaccati da ogni conflitto di interesse. Voterò per tre di loro: di fronte a ciò che c’è da fare seguirò la mia vecchia bussola, il cui ago ormai trema ai miei passi ma continua a segnare il Nord della mia vita: la convinzione che bisogna essere attenti a ciò che unisce piuttosto che a ciò che ci divide.
(Avevo promesso ad amici ed amiche di specificare le “preferenze” che segnerò sulla scheda. Allora, a costo di sembrare un ingenuo - che nel linguaggio di certa politica significa stupido - racconterò che pensando alle persone da eleggere ho innanzi tutto pensato a quelle che se ne sarebbero tornate a casa dopo avere svolto un eccellente lavoro. Ora, di tutti gli europarlamentari di cui ho seguito per anni l’attività, quella che più ha suscitato la mia ammirazione per  il suo coraggio, il suo intuito, la sua saggezza, la sua capacità di fare rete è Luisa Morgantini. Speravo che, nonostante i suoi quasi  settant’anni, sarebbe stata ricandidata. Invece ho trovato un suo appello a votare Giuliana Sgrena. Non credo di poter dire che Giuliana sia mia amica ma certamente la stimo molto come coraggiosa giornalista e come donna di cultura. Il suo drammatico sequestro in Iraq, il suo coinvolgimento nel “caso Calipari” sono ancora ben presenti nei miei ricordi e perciò ho accolto con piena convinzione il suggerimento di Luisa. E poiché credo che negli anni terribili della presidenza Bush anche l’Europa sia stata infettata dalla cultura del disprezzo dei diritti umani, voterò anche due altri candidati di SINISTRA È LIBERTA' che si sono distinti nella lotta alla tortura, alle carceri disumane, alle renditions: Mauro Palma e Claudio Fava. Domani vi manderò qualche nota al riguardo).
Un caro saluto
Ettore Masina



E di elezioni ne parla oggi anche Renzo Montagnoli:
Perchè voterò
 

Beethoven: Sinfonia n. 9 Inno alla gioia
postato da: Soriana alle ore 11:00 | link | commenti (6)
categorie: ettore masina, elezioni 2009
domenica, 24 maggio 2009

La nuova lettera di Ettore Masina: respingimenti

Medusa
Leggetela con attenzione, contiene solo verità, merce molto rara, oggi come oggi. E trovo che abbia punti in comune, uno stesso sentire, insomma, con l'editoriale di Renzo Montagnoli che ho segnalato nel mio post precedente (post che vi invito a leggere interamente).



Profughi accompagnati
di Ettore Masina


Chi legge la storia non soltanto sui libri scritti dai vincitori, ma anche ascoltando   i lamenti o i silenzi  dei poveri ai quali i mass-media dei potenti tagliano le corde vocali, chi si addentra nei fatti del passato e in quelli della cronaca che viviamo e di cui – lo vogliamo o no – siamo responsabili, protagonisti e autori, chi non dimentica il vangelo né la dura, lunga, sofferta esperienza del costruire una società in  cui all’uomo l‘uomo sia fratello e non lupo, sa bene che accadono eventi i quali, a tutta prima, possono sembrare episodi di scarsa rilevanza, ma che invece, a pensarci bene, segnalano il livello del male di cui siamo tutti portatori se non ci occupiamo attivamente di chi patisce una crudele negazione dei suoi diritti alla vita. Quegli eventi non sono visibili o rumorosi come guerre devastanti né uccisioni di tiranni, né il rosseggiare di  sanguinose rivoluzioni; non spingono i parlamenti a convocarsi d’urgenza, non incidono sui bollettini di borsa, non modificano i programmi scolastici né sbiadiscono la nostra cupa concentrazione sui “fatti nostri”. Poiché sembrano riguardare soltanto gruppi di poveri, si concede loro poco spazio – ed effimero – della nostra attenzione. Se mai questa attenzione sembri obiezione ai loro comportamenti, i governanti ci assicurano che si tratta di spiacevoli incidenti di percorso nella difesa del nostro livello di vita, che sono accaduti una volta ma non si ripeteranno perché hanno anche un  valore deterrente nei confronti dei poveri che turbano il nostro ordine pubblico. Come dicevano i terroristi “rossi”? Punirne uno per rieducarne cento.
Quegli eventi, però, sono spie di vetro che saltano, mostrando le crepe del nostro sistema di vita, collettivo e personale. Che siano cose di poco conto è illusione dei potenti e magari anche nostra, di noi inquieti e tremuli galantuomini e buone donne che voltiamo la faccia dall’altra parte, “tanto non c’è niente da fare”: quegli eventi, anche se vengono descritti in poche righe dal servilismo dei giornali e delle televisioni del governo, anche se si cerca di nasconderli come si nascondono certe deformazioni o mali ributtanti, lebbre o sifilomi, rimangono “attivi” nella storia. Apparentemente scomparsi, in realtà si incistano nelle nostre strutture sociali e nelle nostre identità, modificano i nostri valori, ci cambiano, talvolta irreparabilmente. Un giorno, scoprendone gli effetti devastanti, faticheremo a ricordarne l’origine, o addirittura saremo diventati così diversi (peggiori) da non vedere il fango nel quale abbiamo scelto di camminare. Già ai meno giovani fra noi è facile constatare come i politici italiani usino oggi abitualmente un linguaggio che sarebbe risultato a tutti intollerabile solo pochi anni fa, e avanzino seriamente proposte razziste le quali, ancor prima che crudeli, pochi anni fa sarebbero state considerate demenziali.
Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in quel liquido cimitero in cui si  seppellisce il genocidio dei miseri che ci chiedono pietà segna, secondo me, un mutamento antropologico di terribili dimensioni: è la regressione a tempi lontani e crudeli che la storia della civiltà ci aveva illuso essere dimenticati per sempre, a tragedie come questa: “
Nel 1847, ottantaquattro bastimenti furono fermati a Grosse Isle, sotto Quebec. Fra gli immigranti irlandesi che cercarono rifugio sotto fragili capannoni esposti a tutte le intemperie, ne morirono 10 mila. E 3 mila erano così soli che nessuno  ne conobbe mai i nomi. Come dice la Bibbia, li ho visti distesi sulla spiaggia, li ho visti trascinarsi nel fango e morire come pesci fuor d’acqua”.(1)   Un secolo e mezzo più tardi, l’Italia, uno degli 8 paesi più “sviluppati” del mondo, ha usato una nave da guerra, uno dei costosissimi capolavori della tecnologia militare, per rimandare in un vero e proprio lager un piccolo gruppo di miseri che erano riusciti ad evaderne. Non c’è nessun italiano, che non sia analfabeta di ritorno, il quale ignori che cosa sia un centro di detenzione profughi in Libia: creature umane sottoposte a un trattamento miserabile, torture, violenze carnali e persino – come hanno raccontato tante persone che sono riuscite a fuggirne - donne che muoiono cercando di abortire il piccolo nemico che il carnefice ha  seminato nel loro grembo. È a inferni del genere che abbiamo riconsegnato 227 persone che non avevano altra colpa che quella di cercare pane e dignità, che per respirare un po’ di speranza hanno percorso lunghi, pericolosi, dolorosi cammini di fame e di violenza. Per difendere la nostra paura, siamo diventati gestori di morte. Lo hanno compreso bene i nostri marinai, che non  hanno avuto il coraggio di disobbedire a ordini che infangavano la nostra bandiera, ma che hanno espresso la loro vergogna nell’assistere alla disperazione di chi aveva intravisto una terra libera e si vedeva inchiodato alla violenza del nostro egoismo. Nostro, sì, o della maggior parte di noi, elettori di un governo infettato e corrotto dalla capacità di odio della Lega. O che, adesso, tacciamo.
Quello che è successo non può essere valutato in tutta la sua gravità se non si ricorda che il governo Berlusconi ha praticamente “tagliato” ogni nostro aiuto alle popolazioni più povere del Sud della Terra, e questo mentre la crisi economica mondiale morde con maggiore ferocia le aree del sottosviluppo. Né si può dimenticare che molte delle persone che ci chiedono asilo vengono da regioni (Afghanistan, Iraq) sconvolte da guerre cui l’Italia partecipa; ed altre fuggono da conflitti  (Etiopia, Eritrea, Somalia, Congo…) cui neghiamo ogni attenzione anche se non pochi governi comprano armi dall’Italia o si muovono al servizio di aziende italiane (legno, petrolio, coltan: il minerale necessario ai nostri cellulari)  le quali devastano aree immense dell’Africa. Inoltre fra quei 227 esuli molti, come è risultato in tutti gli sbarchi a Lampedusa, avevano diritto di asilo nel nostro Paese, secondo l’articolo 10 della nostra Costituzione, perché colpiti nei loro diritti umani; ma nessuno ha udito i loro racconti, e il respingimento li rimetterà probabilmente nelle camere di tortura dalle quali erano  usciti senza più giovinezza; respinti dall’Italia, saranno respinti dalla Libia… Ma poi: non  ci dicevamo tutti (o quasi) cristiani? Respingere chi chiede aiuto, ci dice il vangelo, è il peccato più grave che si possa commettere: vedi Matteo XXV, 31-46: “Ero forestiero e voi non mi avete ospitato… Via, lontano da me, maledetti!”.
È per questo che parlo di un nostro mutamento antropologico. Siamo ancora capaci, in molti, di solidarietà per i nostri connazionali colpiti da catastrofi naturali, ma non vediamo più, come accadeva in una stagione felice, la disperazione di nostri fratelli colpiti dalla crudeltà di un sistema economico su cui si basa la nostra agiatezza. Nella terribile odissea dei respinti si rivela lo scadimento etico, l’imbarbarimento che connota ormai tanta parte della nostra società, a cominciare dalla casta politica. Se la gioia manifestata in questa occasione  dal ministro Maroni, propagandista della “cattiveria” di stato, sembra l’infame soddisfazione del cacciatore di schiavi fuggiti dalla spietata violenza dei padroni e da lui riportati alla frusta, quella non meno sfolgorante dei Cota, dei Bricolo, dei Calderoli e dei loro seguaci mostra chiaramente che ci troviamo ormai in un regime di proto-apartheid: il progetto non è soltanto quello di impedire l’arrivo di immigrati ma anche di rendere difficile quanto più è possibile la vita di quelli già residenti fra noi. Il “pacchetto sicurezza” ne è eloquente documento.
Tuttavia la brutalità leghista non è forse l’immagine più dolorosa di questi giorni: i contorcimenti di Rutelli e di Fassino mostrano quanto purtroppo il Partito Democratico sia ancora ben distante dall’impronta di limpida forza di opposizione che Franceschini sta coraggiosamente tentando di consolidare; e ignobile risulta l’ipocrisia di certi portavoce del Popolo della Libertà. Penso per esempio all’onorevole Bocchino che con aria contrita parla della dolorosa necessità di essere “severi” con  l’immigrazione illegale. “Severità” il respingi-mento nel lager? Sembra di risentire lo squadrista mutilato di “Armarcord” che si lamentava della violenza alla quale i suoi camerati erano “costretti” dall’insana smania di libertà degli antifascisti…
Avevo già scritto queste righe quando oggi, 12 maggio, è avvenuto un fatto nuovo. Con insolita durezza, il presidente del Consiglio ha rivendicato a sé l’iniziativa del respingimento (lui lo chiama “accompagno”!) dei profughi, sottolineando che Maroni non ne è stato che  l‘esecutore. Un dubbio mi inquieta. Berlusconi era sembrato un po’ distaccato dall’evento, limitandosi a dire, con l’abituale approssimazione, che l’Italia non  vuole essere uno stato multietnico. Come mai gli preme adesso la rivendicazione di un fatto che ancora una volta ha attirato al nostro paese la riprovazione internazionale? Mi domando se qualche sondaggio non gli abbia mostrato che l’episodio ha procurato alla Lega un consenso talmente vasto da inquietarlo o da spingerlo ad appropriarsene. Se così fosse, sarebbe davvero un tristissimo momento per  chi crede nei valori umani.
Comunque sia, penso che non ci si possa arrendere, e di fronte a una crudeltà “politica” sia necessario, innanzi tutto, alzare la voce. Mi sembra che il silenzio sarebbe correità.  Deve risultare evidente al governo, alle sue forze parlamentari, ai suoi sondaggi che vi sono milioni di italiani che non sono tanto sciocchi da ritenere che il fenomeno migratorio debba essere lasciato a se stesso ma che pensano che le leggi che debbono regolarlo non possono prescindere dalle sue cause  e dai doveri di umanità, i quali soltanto consentono di poter parlare di civiltà. I rozzi, gli insensati, i paurosi trascinati dalla paura all’odio razziale sono presenti dovunque e sfruttano la nostra inerzia. Impongono le loro scelte politiche a un governo che si mostra insensibile alla  crudeltà di certi provvedimenti (ciò che la dice lunga anche su certe scelte di politica interna: mancata protezione delle pensioni minime,  dei 2 milioni e mezzo di cittadini che “vivono” sotto il livello di povertà, dei lavoratori precari, dei disoccupati senza cassa integrazione…). A molti di noi potrà parere impossibile  o inutile far sentire la propria voce. Non è così: stringersi intorno agli strumenti che la società civile  si è data (dal Commissariato Italiano Rifugiati alla Caritas alla Chiesa Valdese alla miriade di organismi non-governativi che onorano il nome dell’Italia nel Sud dei poverissimi), scrivere al presidente del Consiglio, ai parlamentari cui si è dato il voto e ai candidati delle prossime elezioni, far votare ordini del giorno agli Enti locali cui siamo vicini, organizzare e sostenere dibattiti e manifestazioni… esiste una pluralità di iniziative che le comunicazioni informatiche moltiplicano e rendono possibili in tempi brevissimi.
Servirà a poco? Bonhoeffer scriveva dal carcere: “L’essenza dell’ottimismo è una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica per sé”. Penso che non dobbiamo lasciare il futuro agli avversari della dignità umana. E che a questo valga la pena di spendere un po’ del nostro oggi.


(1) Oscar Hanlin , Gli sradicati, Edizioni di Comunità, 1978



Mi sembra che questo video possa degnamente fare da colonna sonora e filmica alla lettera di Ettore Masina. E vi propongo anche il testo.

Ritals (*) Gianmaria Testa

Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un'altra da imparare in fretta
prima della bicicletta
Lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l'onta del rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto
E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare
lo sapevamo anche noi
il colore dell'offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l'onta del riufito
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto  
 

(*)Rital (al plurale ritals) è un termine dell'argot popolare francese che indica una persona italiana o di origini italiane. Esso possiede una connotazione peggiorativa e ingiuriosa. Secondo alcune fonti esso deriva dal fatto che, nonostante anni di residenza Oltralpe, gli italiani non riuscivano a pronunciare correttamente la r francese.
Questo termine fu affibbiato dai francesi agli operai italiani immigrati in massa in Francia prima e dopo la seconda guerra mondiale per lavoro.
Alternativamente a questa origine "fonetica" e rispettosa del termine "rital" si puo' pensare che, data la connotazione peggiorativa, il termine derivi dalla parola "ritaglio", vedi anche l'assonanza, nel senso di "vestito di ritagli", cioe' con vestiti rammendati con toppe/pezze, e in linea con la figura della maschera (stereotipo) italiana di Arlecchino.


(da Wikipedia)
postato da: Soriana alle ore 12:19 | link | commenti (8)
categorie: cronache infernali, ettore masina
martedì, 27 gennaio 2009

E tutto ricomincia

P1050677(sempre foto dello scorso anno, è... Mannaggia mannaggia...)


Eccomi tornata a casa.  Che poi non è tanto male. La mia casa, voglio dire. Perché se per casa intendessi Patria, beh, meglio stendere un velo pietoso…
Penso che ormai l’ EsseBi  abbia  superato (in senso peggiorativo) i classici discorsi da bar. Non so se un qualsivoglia avventore pronuncerebbe mai quella irrispettosissima, stupidissima,  odiosissima frase che quel signore che abbiamo delegato a governaci si è lascio uscire dalle labbra (labbra???...).  Credo che quella frase l’abbiate presente tutti, quindi non sto qui a sporcare il mio blog nel ripeterla. Ancora una volta dico: che schifo…
 Meglio pensare alla vacanza e al signor Meo che mi ha accompagnato con i suoi tre Luk-Meo (gattini) fuori dall’hotel e aveva la pretesa di salire anche sull’auto che mi stava per accompagnare all’aeroporto.  Una scena davvero buffa, che ha fatto ridere parecchio lo staff dell’albergo.

Comunque sono a casa, ora. Un po’ frastornata, per via del jet lag.  Con mille incombenze che ho rimandato a domani (pagare l’abbonamento Tv, le spese condominiali, la quota associativa ad Amnesty, telefonate, rispondere a mail, parrucchiere, spesa…). Ah, anche scrivere di nuovo a Splinder, per via della faccenda delle foto. Che proprio mi scoccia un sacco, questa cosa….
Domani, farò tutto domani.

Faccio anche un po’ fatica a scrivere, perché mi si chiudono gli occhi. Praticamente per il mio orologio biologico…tailandese sono le sei del mattino…

Allora me ne sto zitta, e vi propongo un mini dossier che mi è arrivato oggi come allegato a una mail di Ettore Masina.  Per una migliore comprensione del tutto pubblico anche il testo della mail.


Ettore Masina a mailing list:

Ho ricevuto l’allegato mini dossier e mi sembra  importante diffonderlo  perché  io stesso ero stato colpito e addolorato dal  “servizio”  del TG1 che mostrava il vero giubilo con il quale i due vescovi   sardi (ma mgr. Mani è toscano) accoglievano il presidente  Berlusconi al suo  arrivo a Cagliari per la campagna elettorale  di Forza Italia. Era (e raccolgo  il parere di molte altre persone) qualcosa di assai diverso dalla sobrietà  virile della  tradizionale  generosissima ospitalità sarda. Ecco un altro triste episodio della  consonanza che una parte delle  autorità  ecclesiastiche italiane mostra per il Cavaliere e i  suoi adepti.
Due  notazioni. La prima: il cattolico Dino Biggio,  di cui ben conosco la fede, ha  agito ricordando che il Concilio  ha riconosciuto ai laici "il  diritto e  talvolta anche il dovere  di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda  il bene  della Chiesa". Se i vescovi potessero contare su una  maggiore   conoscenza della sensibilità dei laici e fossero pronti ad accoglierne dolori,  consigli e speranze, la Chiesa italiana vivrebbe in  migliori  condizioni.
Seconda notazione: l’arcivescovo  di Cagliari è abituato a  frequentare  le autorità. È stato  Ordinario militare italiano e come tale   ha rivestito  il  grado di generale di corpo d’armata. A questa funzione   sembrò del  tutto adatto quando   in una trasmissione  televisiva  del maggio 1999 dichiarò   che  i suoi piloti (disse proprio   così: “I miei piloti”) bombardando la Serbia compivano “opere  di carità”.


Ed ecco i testi dell’allegato alla mail:


Dino Biggio a Ettore Masina

Sabato 10 gennaio si è tenuta a Cagliari la grande convention del Popolo delle Libertà. Per sostenerla efficacemente con tutto il suo peso è calato in Sardegna Silvio Berlusconi. Si è così aperta ufficialmente la campagna elettorale, che ha preso il suo avvio non in una sede del partito, o in una salottino riservato di un hotel, ma... nei locali del seminario diocesano della nostra città. Berlusconi e il suo seguito sono stati accolti con tutti gli onori dall'arcivescovo Giuseppe Mani, dal suo ausiliare Mosè Marcia, da uno stuolo di preti e seminaristi apparentemente festanti. Quale miglior avvio per una campagna elettorale aperta con la calorosa, paterna, convinta benedizione dell'arcivescovo di Cagliari, nonché Presidente della Conferenza Episcopale Sarda? Se i "fedeli" dell'Isola avevano bisogno di una chiara indicazione di voto, l'hanno avuta in modo inequivocabile dal più alto esponente della gerarchia ecclesiastica sarda.
Non ho retto alla profonda indignazione provata nel vedere quella messinscena trasmessa dai telegiornali nazionali e ho scritto una "lettera aperta" all'arcivescovo.
La lettera l'ho trasmessa via mail ad amici, conoscenti, preti... L'ho spedita anche ai giornali  L'Unione Sarda, La Nuova Sardegna, L'Unità, ma nessuno ne ha fatto cenno, neppure un piccolo stralcio. Eppure il problema del sostegno (non formale ma reale) delle gerarchie cattoliche dato al grande manipolatore mediatico di consensi è questione grave e, per molti credenti, dolorosa.




Lettera aperta di Dino Biggio  all’Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani

Oggi si è aperta ufficialmente la campagna elettorale del Popolo della Libertà in Sardegna e, per sostenere vigorosamente la candidatura alla carica di Governatore di Ugo Cappellacci, contro quella di Renato Soru, è giunto a Cagliari il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Appena messo piede nell’Isola, il primo appuntamento che Berlusconi ha inserito nella sua nutrita agenda, quasi il primo “dovere” che ha voluto assolvere prima di ogni altro impegno, è stato quello di rendere “omaggio” a Lei, arcivescovo di Cagliari e presidente della Conferenza Episcopale della Sardegna. Forse per chiederLe una benedizione, propiziatrice dei favori celesti che accompagni il suo popolo verso la vittoria, o forse per manifestare pubblicamente ancora una volta, così com’è abituato a fare, qual è il suo rapporto con la “gerarchia” ecclesiatica: sintonia profonda, condivisione di ideali e di obiettivi, filiale sottomissione alle autorità religiose. Il Popolo, non solo quello della Libertà, ma anche l’altro, quello della sinistra comunista, deve capire con chiarezza e senza equivoci chi è che difende i principi e i valori cristiani della nostra gente!
E così il presidente Berlusconi, ottimo conoscitore delle regole della comunicazione, sa come fare per aprirsi un varco nelle coscienze indecise, quali carte giocare, quale mosse fare, per riuscire in qualche modo a condizionarle per condurle al suo “ovile”. Che cosa di meglio di una benedizione del Papa, o dei Vescovi, che non disdegnano di manifestargli la loro simpatia e il loro apprezzamento, facendo quasi a gara per avere il “dono” di una sua visita in seminario, o in episcopio, in sacrestia, o sull’altare nei posti riservati alle autorità. Sempre e dappertutto le sue giornate importanti si aprono col rendere omaggio a vescovi e cardinali, talora fermandosi anche a pranzo – com’è successo anche di recente col card. Sepe a Napoli.
Naturalmente in tutto ciò non c’è niente di male, è tutto legittimo. Non è certamente vietato ai governanti dialogare con le autorità ecclesiatiche, come non è proibito a queste ultime dialogare con i governanti del Paese. Ma quel che sconcerta e che scandalizza è constatare il rinato connubio tra potere politico e potere religioso. Questo è il capolavoro di Berlusconi e pare che alla Chiesa non dispiaccia.
Ecco, vederla stamani, insieme al suo ausiliare, in atteggiamento così premuroso, così eccessivamente ossequioso, ha provocato in me – ma sono certo che la stessa impressione l’hanno provata in molti – un moto di profonda indignazione. Mi si è come presentata l’immagine di una Chiesa che ama andare a braccetto col potere politico, che puntella e benedice premurosamente. Che tristezza!
Che responsabilità grande vi assumete con i vostri comportamenti: confondete le coscienze di coloro che non sono dotati di adeguato senso critico. Questo è lo scandalo Eccellenza, come Lei sa bene. E Lei dovrebbe anche sapere bene che questo non può essere un modo sereno per annunziare il Vangelo di liberazione ai poveri.
Quando l’ho vista con Berlusconi mi è tornato in mente il grido del profeta Osea: «Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza», e quello di Isaia: «I suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma tali cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori incapaci di comprendere. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione… Perisce l’innocente, nessuno ci bada».
Lei col presidente Berlusconi – come riferiscono le agenzie di stampa – ha parlato “delle bellezze della Sardegna e delle sue potenzialità. Il “suo” presidente del Consiglio – come Lei ama definirlo – “è innamorato pazzo dell’isola. È stata una conversazione di convenevoli”. I problemi dell’Isola, quelli che stringono in una morsa migliaia di poveri della nostra terra, ma anche quelli tremendi che anche oggi abbiamo visto scorrere alla televisione insieme al vostro incontro – i bombardamenti di innocenti palestinesi da parte israeliana su Gaza, le carrette della morte che gettano sulle spiagge di Lampedusa 500 disperati in cerca di vita – quelli non era il caso di farli entrare nella vostra gioiosa conversazione.
Perdoni il mio sfogo eccellenza, mosso solo da una esigenza di sincerità e di lealtà verso il Pastore della mia Chiesa in Cagliari.
-    Dino Biggio –


    
Risposta dell’Arcivescovo a Dino Biggio:
"L'Arcivescovo di Cagliari riceve chiunque chiede di incontrarlo senza distinzione di persone".
 Nient'altro, senza un saluto e senza firma


Forse chiudere questo post con un canto anarchico non c’entra molto. O forse sì.
Ogni giorno di più odio i potenti.


La ballata di Pinelli
(e a dicembre di quest’anno di anni ne saranno passati 40…)
postato da: Soriana alle ore 00:57 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi, povera patria, ettore masina
martedì, 13 gennaio 2009

Gli aquiloni di gaza

kite_sunsetVi prego davvero come non mai di leggere questa lettera di Ettore Masina con attenzione, e se potete, se volete, vi pregherei anche di riportarla nei vostri blog. Lo so che è molto lunga, ma la ritengo molto importante per avere una visione storica e obiettiva sulle origini del conflitto fra Israele e Palestina. 
Grazie.


Lettera 138 Gennaio 2009

Gli aquiloni di Gaza
Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il nome di Santi Martiri Innocenti. In realtà si tratta di un racconto midrashico, cioè simbolico: nessun testo storico registra un avvenimento del genere nella Palestina di quel tempo. Adesso questo avvenimento e il nome che lo descrive sono diventati realtà: proprio a partire dagli ultimi giorni del dicembre scorso e proprio in  Palestina, decine e decine di bambini vengono uccisi, non da sgherri assatanati, ma da un esercito fra i più potenti della Terra con generali, bandiere,  ferrea disciplina, minuziosi piani di battaglia.
Perché Santi e Martiri quei bambini di Betlemme coetanei del Signore? La liturgia risponde con una formula che a me pare stupenda: martiri e dunque santi perché "non loquendo sed moriendo confessi sunt", perché non con parole ma con la morte hanno testimoniato il Cristo. Così, una volta di più, la riflessione evangelica coglie il nesso intimo fra il Salvatore e i più poveri dei poveri: il loro destino, la loro storia ignorata dai libri, persino la storia effimera (di pochi giorni, mesi o anni) dei piccini uccisi dalla violenza degli adulti sono storia sacra, inscritta nel mistero della croce. Qualcuno mi ha detto tempo fa che nelle icone ortodosse dell’Epifania la culla di Gesù bambino ha la forma di una bara. (Ma le notizie che arrivano da Gaza mentre scrivo, il 6 gennaio, dicono che la popolazione non riesce più a seppellire i suoi morti).
Non con le parole ma con la morte testimoniano la realtà tutti i piccoli schiantati  dalla nostra follìa o dalla nostra inerzia. Siano i bambini violati dai “turisti del sesso” o quelli schiacciati dalle fatiche di certi lavori “minorili”,  le creaturine vietnamite che nascono deformi a causa dei defolianti disseminati dagli americani durante la guerra; o siano  i ragazzini-soldati di certe aree africane o quelli uccisi, mutilati o psichicamente straziati dai conflitti, come i piccoli afghani e congolesi e sudanesi, quelli israeliani assassinati dai terroristi o, adesso, quelli massacrati dall’esercito israeliano, le vittime infantili del nostro tempo testimoniano che il male distende le sue ali di tenebra in tutte le epoche e i luoghi, e può insediarsi nel cuore di ogni uomo.  I bambini violati e uccisi  accompagnano con le loro ombre il nostro cammino e vanificano con i loro lamenti o i loro insanguinati silenzi la nostra pretesa di essere autori di una civiltà sempre più “umana”: giusta, cioè, libera, generosa. E tenera.
Credo fermamente che nessuno di noi possa “chiamarsi fuori” da queste realtà planetarie, che legami più o meno visibili ci saldino ai mali del nostro tempo e che non sia possibile  uscire dalla nostra inevitabile condizione di carnefici (o, almeno, di favoreggiatori di carnefici) se non cercando di cogliere in tutta la sua valenza le nostre responsabilità. Credo, cioè, che innanzi tutto il nostro dovere non sia soltanto di piangere le piccole vittime ma di conoscere le condizioni storiche che le hanno crocifisse, per vedere se non sia possibile da parte nostra qualche intervento per un mutamento della realtà. Senza questa ricerca di informazioni è come se ci rifiutassimo di vedere il volto di quei bambini, di conoscerne il nome, di ascoltarne il lamento. Questa mancanza di informazioni emerge più che mai, oggi, davanti a Gaza. Mi sembra terribile: su un dramma planetario che da più di sessant’anni  insanguina una Terra santa a tre religioni monoteiste, dunque a miliardi di persone, la gente ha idee confuse o addirittura non ne ha.
Gaza,  la strage di tanti bambini (e dei loro genitori), la nostra pretesa di neutralità o addirittura la nostra compassione pesata al bilancino per l’una e l’altra parte in lotta, sono infatti una tragedia alimentata dalla disinformazione o dalla manipolazione dell’informazione. Se i palestinesi, i loro diritti violati, la libertà che gli viene negata sono così spesso ignorati da noi, cioè condannati, da mezzo secolo, all’insignificanza, è perché l’opinione pubblica internazionale è stata fortemente condizionata dalla propaganda israeliana. È ovviamente impossibile esaminare dettagliatamente  come e perché, ma chi, come me, segue con attenzione, da cinquant’anni la vicenda medio-orientale sa bene che  è un discorso necessario per uscire da una situazione di profonda ingiustizia: e che si possono porre, al riguardo, alcune considerazioni   incontrovertibili. Bisogna cominciare da lontano: dopo la prima guerra mondiale, che aveva disgregato l’impero ottomano, le cosiddette Grandi Potenze  ridisegnarono a loro piacimento, con sprezzante cinismo, la carta geopolitica dell’area. Con tutta la violenza dell’ideologia colonialista, considerarono primitivi e indegni di piena libertà  i popoli arabi: imposero loro monarchi feudali o  regimi corrotti, servili nei confronti di Londra e di Parigi. Fu in quel tempo che si cominciò a progettare, su pressione del movimento sionista, dei suoi amici altolocati e della vergogna dei pogrom europei, uno stato ebraico da erigere nelle antiche terre dei Patriarchi e dei Profeti. Subito dopo la seconda guerra mondiale, il progetto fu tradotto in realtà. Fu la realizzazione di un sogno per gli ebrei, ma una terribile sciagura per gli arabi che abitavano da secoli la Palestina. Su di loro si abbatté come un maglio la cattiva coscienza dell’Europa e degli Stati Uniti per non avere efficacemente impedito il genocidio ebraico: il nuovo stato  fu insediato non già in una regione semi-deserta (“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”) come sosteneva la propaganda sionista, ma in una zona popolosa, in cui esistevano condizioni di vita superiori a quelle di certi “cantoni neri” europei. Grandi masse di arabi furono costrette all’esodo dalle terre in cui erano nate, erano nati i loro padri e i padri dei padri dei padri. Per affrettare la fondazione del nuovo Israele, alla crescente opposizione palestinese si contrappose un feroce terrorismo sionista:  la strage della popolazione del villaggio di Deir Yazzin (trucidati 250 uomini, donne, vecchi e bambini), la distruzione di un’ala dell’hotel King David, a Gerusalemme (91 morti), l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite, Folke Bernadotte… Non pochi degli autori di questi atti di terrorismo entrarono poi a far parte dei governi del nuovo Stato. Che io ricordi, non vi furono efficaci censure morali da parte dei politici  o dei mass-media occidentali. Sembrò allora a molti (anche a me, debbo dire) che questi “partigiani” riscattassero con l’ardimento di molte loro imprese l’inerme rassegnazione con la quale milioni di ebrei europei erano andati al macello nei lager. E sembrò  a moltissimi (e sembra ancora) che l’incomparabile gravità della Shoah concedesse ai superstiti una specie di salvacondotto  che permettesse loro qualunque crudeltà. Questa legittimazione alla violenza venne  sostenuta con enorme efficacia dai mass-media vicini alla (o posseduti dalla) ricca diaspora ebraica negli Stati Uniti: ricordo ancora con quanta emozione vidi  film come “Exodus” di Preminger, lessi romanzi come “Ladri nella notte” di Koestler. Anche a me, come a moltissimi cittadini dell’Occidente, la fondazione dello stato di Israele, la guerra del 1948 apparvero l’ultima grande epopea del XX secolo.
 A questa “copertura” mediatica non potevano certo rispondere i palestinesi: alcuni “contenuti” in stati non loro (come la Giordania), altri divenuti profughi di precaria sopravvivenza,  altri ancora rimasti minoranza priva di qualunque potere politico nel nuovo stato ebraico. Così, quasi per una reazione spontanea, l’opinione pubblica occidentale introiettò la convinzione, tipicamente razzista,  che il nuovo Stato ( non pochi cittadini del quale e molti sostenitori all’estero appartenevano – o erano collegati - all’intellighentzia occidentale), fosse un caposaldo della civiltà “bianca” nel Medio Oriente,  di fronte a un nazionalismo arabo straccione e feudale.
Le guerre dei regimi arabi contro lo Stato ebraico rinforzarono questa supremazia mediatica: i farneticanti proclami del loro odio, la loro incapacità di promuovere l’idea di uno stato pluralista e laico anziché di due stati creati con   drammatici spostamenti della popolazione locale, rinsaldarono nell’opinione pubblica internazionale l’immagine di un piccolo Israele permanentemente minacciato da una enorme valanga di nemici e dunque costretto a un duro esercizio della forza. Ben pochi si accorsero, nel passare degli anni, che questa immagine era sempre meno autentica perché non teneva conto dei crescenti aiuti e garanzie prestati dagli Stati Uniti allo stato ebraico, tali da creare ormai una realtà inattaccabile dai suoi vicini: uno stato che possiede il quinto esercito della Terra per potenza di fuoco e un rilevante armamento nucleare. Chi ha indicato questa evidente realtà, sostenendo che, ormai garantita la sicurezza di Israele, era giunto il momento di chiedergli  un maggiore e sincero assenso a una pace che garantisse giustizia ai palestinesi, è stato sempre messo a tacere con l’accusa di antiebraismo: vorresti forse una nuova Shoah? Tre generazioni di israeliani si sono ormai succedute dalla fondazione del nuovo Stato, accade persino che i nonagenari scampati al genocidio lamentino che il “loro” governo lesini aiuti alla loro vecchiaia, la caratteristica di Israele come “stato-rifugio” per gli ebrei in diaspora è ormai una romantica illusione, ma l’accusa di antigiudaismo viene ancora rivolta a chi critica i governanti di Israele. Qualche volta l’accusa è di “antisemitismo”: i filo-israeliani meno colti non sanno neppure che anche i palestinesi sono semiti.
Le sconfitte arabe hanno consegnato a Israele, di fatto, l’intera area destinata, secondo gli illusori progetti dell’ONU, a uno stato palestinese. Questo avvenimento epocale ha stravolto gli stessi  fondamenti ideali  dello stato ebraico. Nella sua dichiarazione di Indipendenza stava scritto: “Lo Stato di Israele si  dedicherà allo sviluppo di questo paese per il bene di tutti i suoi cittadini; sarà  fondato  sui principi di libertà, giustizia e pace, e sarà guidato dalla visione dei profeti di Israele; garantirà pieni e eguali diritti, sociali e politici, a tutti i suoi  cittadini, indipendentemente dalle differenze  di religione, di razza o di sesso; tutelerà  la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”. Di fatto, invece, Israele, quasi sospinta da un vento malvagio, si è trasformata in una potenza brutalmente coloniale che opprime con continue violazioni dei diritti umani un popolo in crescente disperazione. Centinaia di risoluzioni dell’ONU contro questi eccessi sono finiti nei cestini della carta straccia premurosamente forniti dagli Stati Uniti, grazie al loro potere di veto. Hanno vita durissima i pacifisti israeliani, coraggiosi, creativi, incessanti costruttori di ponti fra i due popoli che il cinismo dei governanti distrugge  demolendo ogni speranza di pace. Nello stato ebraico sono presenti, distruttivamente, forze politiche che sognano di costringere gli arabi a un esodo definitivo dalla loro terra, altre, più numerose, che premono per la costruzione di un regime permanente di apartheid  affidato all’esercito perché lo indurisca di quando in quando affinché i palestinesi “non creino problemi “, altre ancora disponibili alla creazione di uno stato arabo ma a pelle di leopardo: bantustan collegati fra loro da esili corridoi. Queste forze eversive si sono sempre schierate (esplicitamente o sotterraneamente) contro ogni piano di pace. Certamente, al riguardo, non mancano responsabilità palestinesi. Vergognosamente traditi dai paesi arabi, condizionati da una frammentazione della loro dirigenza politica, continuamente provocati dall’esercito israeliano, gli abitanti dei territori occupati hanno commesso anche loro profondi errori di valutazione e di azione.
Quarant’anni di dominio militare con l’uso di punizioni collettive (le case abbattute, i blocchi stradali che per giorni e giorni isolano villaggi e città, impedendo il transito persino alle autoambulanze), la diffusione dell’uso della tortura, l’imprigionamento di ragazzi, la chiusura delle scuole, la devastazione degli uliveti, l’erezione di un muro che taglia paesi e li separa dai campi, il sequestro di terre per i villaggi dei coloni armati, hanno avvelenato l’anima dei due popoli. Da un lato (quello palestinese) la ferocia di un terrorismo che per essere segno di disperazione non è meno criminale, oppure una rassegnazione che spinge all’inerzia, la corruzione di buona parte della dirigenza politica, un crescente fondamentalismo  religioso. Dall’altro lato (quello israeliano) l’uso della paura e dei raid come strumento elettorale, una cultura violentemente razzista e nazionalista, la convinzione che gli arabi siano del tutto inaffidabili e persone senza dignità.  I grandi scrittori di Israele (gli Yehoshua, i Grossman, gli Oz….) registrano con dolore questo scadimento etico, che si estende al trattamento dei cittadini arabo-israeliani. Spesso il comportamento delle truppe di occupazione è tanto crudele che quando, ai tempi della prima Intifada, Yitzchak Rabin suggerì ai soldati di non sparare contro i ragazzi palestinesi che lanciavano pietre ma di spaccare loro le braccia, egli fu considerato una “colomba”, un buono e persino un “molle”.
 Gli psicologi israeliani denunziano l’insorgenza di nevrosi collettive. Vi sono segni di insensibilità crescente. Eccone uno, di oggi: “Piombo fuso” è un giocattolo donato ai bambini israeliani nella recente festa di Hanukkah.  I generali hanno dato questo nome (Operazione Piombo fuso) ai piani dell’offensiva contro Gaza. I generali sanno bene che metà della popolazione di Gaza ha meno di 15 anni…  E sanno che Gaza e la Striscia, con 2500 persone per chilometro quadrato, sono la più popolosa area della Terra. Bombardarla dal cielo e dal mare, come si sta facendo, o invaderla per combattere casa per casa significa mettere in atto un macello che ricorda certe imprese naziste.
Scrivo queste cose non per esecrare il popolo di Israele, al quale auguro invece di tutto cuore di diventare propulsore di pace e di benessere, ma perché sono convinto che molti non le sappiano, e che, invece, la diffusione della verità sia la strada necessaria alla giustizia. Ma interessa la verità  ai mass-media italiani? Voglio raccontare un episodio al  riguardo. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per  i diritti umani.  L’agenzia dell’ONU per i profughi mi invitò a portare una delegazione di parlamentari in visita ai campi in cui si accalcavano decine di migliaia di palestinesi. Fu un’esperienza drammatica: vedemmo un popolo che ci sembrò allo stremo, angariato da anni in mille modi, portato al furore da una congerie di leggi, decreti, bandi militari che ne impedivano ogni crescita e libertà. Ricordo come questa mancanza di diritto fosse evidente a Gaza, immensa metropoli di poverissima gente. Gli occupanti vi applicavano leggi israeliane, egiziane e persino del mandato britannico… Tornati a Roma presentammo la nostra relazione al presidente della Commissione Esteri, Flaminio Piccoli. Egli rilevò che nonostante la diversità politica (la delegazione “andava” da Democrazia Proletaria al MSI), il documento era unitario e  la documentazione era importante. Decise di convocare una conferenza stampa. I giornalisti accreditati a Montecitorio sono più di 300. Non uno (non uno, avete  capito bene) venne ad ascoltarci.
Milioni e milioni di italiani (la grande maggioranza) hanno come esclusiva fonte di informazione il TG1. Da anni questa testata affida il notiziario sull’area medio-orientale a un giornalista, Claudio Pagliara, che è certamente assai meno obiettivo dei giornalisti israeliani. Per esempio, continua a ripetere che l’offensiva israeliana è dovuta israeliana al fatto che Hamas aveva rotto la tregua stabilita con Israele. In realtà Hamas ha deciso di non rinnovare la tregua scaduta, motivando questa decisione con l’inasprimento del blocco alla Striscia e il bombardamento del 4 novembre, che ha causato la morte di 6 miliziani. In questo modo – ha scritto la stampa israeliana - si è  “innescato un nuovo ciclo di pericolosa, anche se controllata, violenza, caratterizzata da occasionali colpi ed incursioni da parte di Israele e da corrispondenti lanci di razzi e  spari da parte palestinese” (Daniel Levy, Haaretz, 19 dicembre”).
Tzahal, l’esercito israeliano, non consente ai giornalisti di entrare nella Striscia e dunque le notizie che ci arrivano dai luoghi della battaglia sono tutto fuorché obiettive; ad aumentare questo squilibrio, il giornalista del TG1 è prodigo di servizi sui danni   che i razzi di Hamas procurano ad alcune città israeliane. Ora questi lanci sono un’iniziativa criminale ma non sono, purtroppo, una prerogativa di Hamas. Pagliara ha sempre taciuto che da anni – e anche durante i tentativi di trattative di pace – Tzahal  lancia missili sui territori occupati, dichiarando che si tratta di “esecuzioni a distanza” di supposti criminali. Questi missili hanno provocato ormai centinaia e centinaia di “danni collaterali” palestinesi. I missili sono intrinsecamente diversi dai razzi?
Tanto meno il giornalista italiano ha espresso i dubbi dei suoi colleghi israeliani sulle reali ragioni dell’attacco a Gaza. Per esempio: "Fonti dell'establishment della Difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l'operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas". (Barak Ravid, Operation "Cast Lead": Israeli Air Force strike followed months of planning, Haaretz, 27 dicembre 2008).
Infine l’inviato del TG1 non si è mai dilungato sulle sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza dall’assedio israeliano sottolineate da altri suoi colleghi: “L’assedio di Gaza ha distrutto per un’intera generazione la possibilità di vivere una vita degna di essere vissuta” (Tom Seghev, Haaretz 29 dicembre 2008); e anche “Mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e il personale sanitario è spesso costretto alla drammatica scelta di quali feriti curare e quali abbandonare a se stessi, (New York Times, 1 gennaio 2009).
Concludo questo tragico cammino per le strade insanguinate della Palestina e di Israele facendo mie le parole con le quali Pietro Ingrao ha commentato la strage in atto a Gaza: “Sono convinto che non è con quella violenza iniqua che Israele può tutelare il suo domani. Anzi credo, temo che con questa aggressione infausta essa seminerà nuovo alimento per gli estremisti disperati di Hamas”. Nel 1991 io credetti di vedere nascere nei campi profughi una nuova leva di kamikaze. Ricordo gli occhi di un quindicenne a Deishah mentre mi raccontava del pianto disperato di una sua sorellina quando, a un chek-point un soldato le aveva sventrato una bambola, convinto che in essa si celasse dell’esplosivo. A Gaza ci sono più di 750 mila bambini. Ricordo con il cuore che piange gli aquiloni che essi levavano in mezzo al fango dell’inverno in cui li vidi e che mi sembrarono speranze levate verso il cielo. Quanto odio sta fermentando nel cuore di quei piccini, accanto alla paura? Non solo le lacrime degli orfani ma anche il rancore muto, e forse ancor più desolato, degli orfani “psicologici”: quelli che si sentono traditi da un padre che sembra non sapere, non volere difenderli, lui stesso terrorizzato, affamato. Che ricco raccolto per gli estremisti, per la violenza del loro odio che a un bambino può sembrare forza. I sedicenti amici di Israele non lo capiscono?
La pace è una bambina che corre verso un rifugio in cui sentirsi finalmente al sicuro. Palestinese o israeliana, che importa? Il suo grido dovrebbe strapparci alla nostra inerzia, che forse non è tale ma disperata sensazione di inutilità. Ma non dobbiamo cedere al pessimismo della ragione. Come cittadini, come cristiani (quelli di noi che osano dirsi tali) dobbiamo trovare modi per far sentire ai nostri governanti  che la loro prudenza ci sembra viltà. Nella triste decadenza dei partiti la nostra solidarietà deve trovare nuove forme. Internet ne offre e non dobbiamo ritenerle troppo piccole, troppo deboli. Tra il poco e il nulla c’è un abisso.
Ai diplomatici Benedetto XVI ha detto che per vincere “l’inaudita violenza” dell’attacco a Gaza è forse necessario un ricambio generazionale dei governi, dunque un grande coraggio. Io ricordo quello di Paolo Vi che, per riportare lo sguardo della Chiesa sul mistero del Cristo, non si lasciò fermare dalla situazione militare della Terra Santa, ma sfidò la prudenza dei diplomatici annunziando con semplicità che lui sarebbe comunque partito. Davanti a lui, almeno per qualche ora, si aprì una meravigliosa strada che io ricordo di avere percorso con Eugenio Montale: era un viottolo che zigzagava fra crateri di bombe nella no men’s land, la terra di nessuno fra la Gerusalemme della Legione Araba e quella di Tzahal. Per qualche ora la Città Santa tornò una, la Bella dei Profeti, del Vangelo e del Corano.
 E però noi non possiamo richiedere coraggio soltanto ai governanti. Decine di riservisti israeliani in questo momento si stanno trasformando in refuznik, obiettori di coscienza, che per questo saranno incarcerati. Non vogliamo assomigliargli almeno un poco? Davvero ci terrorizza la probabilità di essere definiti “amici di Hamas”?

Ettore Masina

Roberto Vecchioni: Shalom
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venerdì, 26 dicembre 2008

Passato è il Natale

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E così è passato anche questo Natale, e spero che per tutti vuoi sia stato davvero un buon Natale.  Per me lo è stato, l’ho trascorso con gli affetti più cari, e non potevo chiedere di meglio.
Dopo questa piccola pausa dedicata al privato, al calore della famiglia, è forse però il momento di tornare a riflettere sulle cose che succedono intorno a noi. E la lettera che è arrivata oggi nella mia cassetta della posta me ne dà occasione. Vi prego di leggerla con attenzione. E mi farà piacere se la commenterete. E anche se la diffonderete. Grazie.



LETTERA 137 DI ETTORE MASINA

dicembre 2008


Natale e Hanukkah

…. E la gloria del Signore avvolse i pastori di una grande luce… (Luca 2,9). Da quella luce mi sono tante volte, gioiosamente, lasciato travolgere anch’io, ma quest’anno non ci riesco. Troppe ombre inquiete e inquietanti mi sembrano addensarsi sui giorni che stiamo vivendo; e non sono soltanto le ombre della crisi economica, che martirizza tante famiglie. Questo è il Natale felice della P2: Berlusconi, seguendo il vangelo di Gelli e il proprio sfrenato narcisismo, sente possibile ormai trasformarsi nel Lider Maximo di una democradura e ne dichiara l’intento. È il Natale felice di un’arroganza papista che pretende di definire persino il significato dell’identità di genere mentre senza misericordia distoglie gli occhi dalle crudeli persecuzioni degli omosessuali in tante parti del mondo. È il Natale felice di un clericalismo che impone al governo italiano di revocare i pur esigui tagli al finanziamento delle scuole private e ottiene pronta esecuzione del suo volere. È il Natale felice di cattolici che si credono fedelissimi al Cristo perché vanno alla messa di mezzanotte ma non sentono lo scandalo di un milione di famiglie italiane che non hanno soldi a sufficienza per mangiare e riscaldarsi, mentre il 10 per 100 della popolazione si  divide il 50 per 100 della ricchezza nazionale. È il Natale felice dei liberisti, atei devoti che ottengono da Benedetto xvi patenti di nobiltà. È un Natale in cui nelle parrocchie del Nord, salvo belle eccezioni, si tace sul razzismo e nelle nostre “Betlemme” - paesi e città – Maria e Giuseppe invece che casa trovano ostilità e disprezzo perché, extracomunitari, “non sono dei nostri”. E’ un Natale in cui a molti vescovi (compreso quello di Roma) i problemi del sesso, dei feti e della condanna a una “vita” vegetativa sembrano più importanti delle guerre, almeno a giudicare dalla frequenza e dalla severità dei loro interventi.

In  questa festa della Natività siamo costretti a ripensare ai morti poiché i vivi appaiono pochissimo vitali, o peggio. Il trentesimo anniversario della scomparsa di papa Giovanni ha fatto ricordare con nostalgia a molti di noi la sua pastorale della tenerezza, il magistero della misericordia, la denunzia della irrazionalità delle guerre e l’assoluta necessità della pace, il riconoscimento della suprema  importanza dei poveri come requisito indispensabile della autenticità di una Chiesa evangelica. Abbiamo ricordato con commozione che il suo Concilio ci sospinse verso la coraggiosa ricerca di un nuovo linguaggio della fede, il riconoscimento delle competenze dei laici nelle questioni terrene, la libertà della Chiesa da ogni sudditanza ideologica, economica, culturale e sociale. Ci diede la gioia di un cammino  non frenato dalle grida di quelli che egli definì “profeti di sventura”: quelli che allora volevano e oggi vorrebbero il cattolicesimo trasformato in fortezza e in sultanato, macchina erogatrice di voti e idrovora di privilegi, forza conservatrice a difesa delle oligarchie.

Sì, siamo spinti a cercare coraggio nel passato per tenere vive le nostre speranze. Basta vedere come centinaia di blog e di siti riprendono e diffondono, in questi giorni, il testo dell’intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer sulla corruzione dei partiti diventati strutture di poteri oligarchici e di interessi personali. I “ragazzi dell’Onda” scoprono le profezie laiche di Calamandrei e cominciano ad avvicinarsi a quelle di Gramsci e di Gobetti. È un fatto di suprema importanza  che alle nostre spalle vi siano maestri e lezioni che hanno ancora evidente valore. Ma è ben triste vedere tanta parte della cultura d’oggi avvoltolarsi nelle dispute più astratte, lontanissime dai problemi del pianeta. I maestri di ieri non possono bastarci, la giustizia, la libertà, la verità devono essere costantemente ridefinite per rispondere alle sfide che la storia ci pone. Quando in molti pensavamo che la adorazione del Mercato, negando la dignità di popoli interi, non potesse modellare la Terra a proprio piacimento, i suoi adoratori e missionari ci  rispondevano con un nome di donna, come quelli che i meteorologi danno agli uragani: TINA. Sorridendo, ci respingevano nei sotterranei dell’illusione e dell’inermità: There Is No Alternative, non c’è alternativa. Cercano di farcelo credere ancora, mentre la smodata fame del capitalismo invoca adesso aiuti e partecipazioni statali.

Questo è un Natale triste per i giovani che vanno acquistando la piena compren-sione del precario destino al quale il liberismo e l’inerzia politica dei genitori (e dei nonni!)  li  destina. O forse più che triste, questo Natale, per loro  è un momento di ripensamento perché dopo le rivolte della banlieu parigina e i fatti di Atene molti studenti e lavoratori sentono che rivendicare i propri diritti è una lotta necessaria che richiede creatività e capacità di autodisciplina. La speranza è che questa lotta sia dura ma abbia, come sinora in Italia è avvenuto, i  colori della nonviolenza.

Mi accorgo che continuo a parlare di speranza e ne sono contento. La speranza è un sentimento che spesso mi costringe a essere diverso da come vorrei: più duro nell’indignazione e più attento ai semi di libertà e di giustizia che il vento della storia continua a spargere nei nostri giorni; dolorante per le continue sconfitte che il Potere infligge agli uomini e alle donne di buona volontà e profondamente convinto che nessuna di  queste sconfitte è definitiva; appassionato ricercatore di testimonianze di quella piccola gioia cui anni fa dedicò uno splendido articolo Lucio Lombardo Radice: il sentimento che nasce dalla consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere. Se ciascuno di noi sapesse tenere un’anagrafe di questi testimoni e usarla per rinsaldare la propria ansia di giustizia e di libertà, se sapessimo testardamente cercare di tessere reti solidali, daremmo luogo a una società ben diversa da quella fondata sulla paura che oggi sembra prevalere. Ma bisogna che impariamo a uscire dalle nostre case per dare vita a laboratori di ideazione e di azione. Io penso che i luoghi privilegiati per questa ripresa etica prima ancora che politica siano la scuola e l’eguaglianza fra cittadini, le cosiddette politiche sociali.

Non si arriva alla mia età senza avere vissuto Natali luminosi e Natali tristi. Nel dirlo mi viene subito in mente quello di quando avevo cinque anni e il volto sfigurato da un “incidente” chirurgico; i 25 dicembre degli anni 1940 e ’41, in cui mio padre era in guerra e noi non avevamo sue notizie; quello del 1956 in cui il giornale presso il quale lavoravo era fallito e io potei regalare a mia moglie soltanto sei marron-glaceés, e via via sino a quello del 2003 che trascorsi in ospedale per una frattura… È a questo elenco che aggiungerò il Natale del 2008, benché io possa dirmi felice nella mia privacy. La grande luce della Notte Santa non mi sembra diffondersi sulla Terra che amo tanto appassionatamente.

La liturgia che celebrerò nel mio cuore sarà piuttosto quella della festa ebraica di Hanukkaa, che va componendosi proprio in questi giorni. È una festa che parla di una speranza piccolissima e insieme audace. Una leggenda racconta che quando, nel secondo secolo a.C., gli ebrei riuscirono a liberarsi del giogo ellenico e a tornare liberamente al centro simbolico della fede, il Tempio, per poterlo liberare dalle tracce delle nefandezze che i pagani vi avevano compiuto, bisognava che per otto giorni ardessero i lumi della menorah, il candelabro a sette braccia. Dell’olio consacrato che doveva alimentare le luci si trovò, tuttavia, soltanto una piccola ampolla che poteva bastare per poche ore.  Le fiammelle furono accese, e il Signore le fece ardere per dieci giorni mentre veniva raccolto l’olio necessario. Come tutte le imprese di liberazione degli oppressi, questa storia mi incanta; ma a rendermi più suggestiva la festa e a farmene sentire convocato è soprattutto, al di là della fede che vi si esprime, la  liturgia con la quale la si celebra: ogni giorno, per sette giorni, si accende una candela. È come se si facesse quel poco che si può, si desse vita a una luce piccolina, e però, testardamente, un po’ alla volta, quella luce venisse alimentata sino a vincere del tutto le tenebre. Così immagino la mia speranza. La vostra speranza, oso dire.

Parlando di Hanukkah, mi viene in mente l’ultimo libro tradotto in italiano di quel  grandissimo scrittore che  è Abraham B. Yehoshua. È una storia israeliana che parla di un paese immerso in una tragedia, quella di una perpetua guerra strisciante che di quando in quando si impenna in  combattimenti o in  atti di terrorismo. Nelle trombe degli ascensori di modernissimi grattacieli risuonano singhiozzi e lamenti, forse perché troppi morti chiedono giustizia o forse perché lavoratori sfruttati hanno inserito volontariamente brecce nei muri; i bambini, il sabato, vanno a trovare i padri negli accampamenti militari; l’odore più diffuso è quello del lubrificante per la manutenzione delle armi... In un paese così  anche le parole impazziscono: e “fuoco amico”  vuol dire che un soldato è stato abbattuto,  per tragico errore, dai suoi commilitoni. Se poi a essere ucciso è un giovane che cercava in qualche modo, di rendersi meno odioso alla popolazione “occupata” , allora si può comprendere perché suo padre abbandoni Israele e vada a vivere in Africa, di  questo solo desideroso: di non vedere più nessun ebreo, neppure i parenti, neppure i giornali, neppure un oggetto ebraico, neppure le candeline per le feste di hanukkah.

Così una festa di speranza illumina ancora una volta una situazione che è come uno squarcio nel ventre della Madre Terra. Tre generazioni di bambini cresciuti nell’odio, è possibile che noi guardiamo tacendo?

Un caro saluto da

Ettore Masina




Vi lascio con la musica meravigliosa di Antonio Vivaldi.

http://www.youtube.com/watch?v=WxYpM8dpPVI


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giovedì, 04 dicembre 2008

La mia posta

manifestazione

Era molto tempo che non ricevevo nella mia casella di posta elettronica una lettera di Ettore Masina.  Ma, finalmente, è arrivata, e io, come sempre, voglio condividerla con voi.
Prima però volevo accennare ad altre belle cose (libri, per l’esattezza) che mi sono arrivati o mi arriveranno non attraverso la posta elettronica, ma attraverso la cara vecchia posta tradizionale.
Oggi mi è arrivato:


Gli scheletri di via Duomo di Stefania Nardini
 e leggendo la recensione di Gordiano Lupi, la prefazione che al romanzo ha scritto Antonio Ghirelli  e l’incipit sono sicura che sarà un’ottima lettura.

Due giorni fa, invece, ecco cosa c’era, nella cassetta postale
Giovinezza-Partitura con violino e canto
 la prima pubblicazione di quel genietto di Francesco Giubilei.  Aveva 13 anni, Francesco, quando lo ha scritto…E sono curiosissima di leggerlo.

Se poi qualcuno non conoscesse ancora Francesco Giubilei vada a leggere
QUI

E un altro libro di Francesco è fra quelli che, invece, mi devono arrivare:
Bastola: la signora del fuoco
(è mia intenzione averli tutti, i libri di questo ragazzo, perché sono certa che ne farà di strada…)

insieme a:
'a jatta di Cinzia Pierangelini
(e Cinzia è una garanzia di belle storie e di ottima scrittura)

L'ultimo libro che sono in attesa di ricevere è
Doppio Squeeze di Enrico Gregori
Non ho letto il primo romanzo di Gregori (Un te prima di morire) ma ho letto alcuni suoi racconti. Ed è proprio per questo motivo che ho ordinato il libro…

Beh, siamo vicini a Natale… Prendete questo piccolo elenco come consigli per regali…
Mi fido di questi quattro autori. Se già li conoscete, so che vi fidate anche voi. Se non li conoscete…fidatevi ugualmente.


Un’ultima cosa:
Vi va di continuare a scrivere sul quaderno di Cosimo Piovasco?

QUI

E ora le lettera di Ettore Masina.

Lettera 136 Ottobre Novembre

I ragazzi dell’Onda
Secondo la leggenda, fu il re Davide a cantare così, tremila anni fa. Secondo gli esegeti fu, assai più probabilmente, uno sconosciuto poeta di Gerusalemme nel sesto secolo avanti Cristo. Egli  contemplò, un giorno, torme di pellegrini salire il Monte del Signore, colmare di grida festose le strade che portano alla Città Santa; e, udendo quelle voci che si levavano alte nonostante la fatica del cammino, immaginò, e poi vide, che si trattava di giovani, e pensò che essi sarebbero sfilati senza timore sotto le torri di guardia dei soldati romani, e, giunti al Tempio, invece di fissare con reverenza la faccia nobile e antica del Sommo Sacerdote, avrebbero cercato di guardare oltre: al di là dei consacrati intenti al pio macello degli olocausti, al di là dei portici in cui gli scribi interminabilmente elencavano leggi, precetti e condanne per inevitabili peccati, persino al di là del velario che celava la  roccia su cui un tempo era stata deposta l’arca del Signore. Consapevole di rasentare una bestemmia e tuttavia con il cuore che gli cantava dentro, il  poeta si disse che quei giovani, al di là delle vecchie parole e delle vecchie pietre, cercavano il futuro, il volto del Dio che viene per compiere la storia con la sua giustizia e il suo amore. Così nacque, mi piace pensare, il salmo 23 che la liturgia cattolica ci ha ricordato questo mese:
Chi salirà il monte del Signore ?
Chi starà nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
 Chi non pronunzia menzogne (…).
Otterrà benedizione del Signore,
Giustizia da Dio, sua salvezza.
Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Dio…

Accetto volentieri, una volta tanto, l’accusa di retorica ammettendo che quel canto che ci giunge da remote lontananze mi  fa pensare all’Onda studentesca che nelle scorse settimane ha invaso (e spero nelle prossime tornerà a invadere) le nostre strade prima di frangersi ai palazzi del Potere.
Non mi illudo: so bene che gli studenti contestatori convinti e consapevoli delle ragioni della loro protesta non sono la maggioranza, essendo molti i ragazzi e le ragazze che accolgono volentieri ogni occasione di svago nata da un’interruzione della routine scolastica, molti e molte quelli e quelle che rimangono ai margini di ogni impegno, per pigrizia, immaturità, ignoranza o precocissimo cinismo; e non pochissimi quelli e quelle che, già vinti dalla angustia dell’attuale sistema sociale e politico, chiedono di continuare a studiare senza turbamenti perché l’aula scolastica gli pare l’unica anticamera di un posto di lavoro. So bene tutto questo ma continuo a pensare che l’Onda sia una straordinaria iniezione di giovinezza nel torpido corpo di un’Italia che pareva arresa alla volgarità culturale di un governo i cui ministri somigliano ogni giorno di più  al Perego di Albanese in “Che tempo che fa” o alle caricature che ne disegnano Crozza e le Guzzanti.
Penso, anche, che molti e molte dell’Onda si meraviglierebbero (o addirittura si irriterebbero) nel sentirsi dire che stanno cercando il volto di Dio. Il fallimento della catechesi cattolica di Ruini e di Ratzinger (e certamente anche nostra: di noi genitori e nonni che osiamo, ma fiaccamente, dirci cristiani) ha diffuso, fra i giovani, un’insofferenza generalizzata per la religione: i papa-boys sono molto più un pubblico da eventi collettivi che testimoni di una fede caratterizzata da impegni di solidarietà e di giustizia e i giovani di CL, che lo vogliano o no, si ritrovano riuniti intorno ad Andreotti come simbolo di un’occupazione clericale del potere… Io credo sinceramente, invece, che i protagonisti dell’ Onda siano caratterizzati proprio da una sensibilità “religiosa”, nel senso che trascende le preoccupazioni individuali e le trasforma in progetti collettivi di una società migliore. E questo è un modo “laico” per definire quel cammino verso la pienezza delle libertà e l’esodo dagli egoismi e dalla paura che noi cristiani (o sedicenti tali) definiamo ricerca del volto di Dio.
Anche le parole “mani innocenti e cuore puro” sono, nel mio convincimento, adatte a definire i protagonisti dell’ Onda. A differenza di altre “rivolte” giovanili, in questa vi sono caratteristiche che a me sembrano di toccante novità: l’assoluta nonviolenza, la ricerca di dialogo e di mutua solidarietà con i genitori e i docenti  che mostrino interesse per i problemi della scuola, la propensione a collegarsi con i sindacati; la fermezza con la quale respingono i tentativi di strumentalizzazione dei partiti politici (peraltro, ormai, così indeboliti da anemie etiche e culturali da non poter apparire propositivi o comunque degni di attenzione e di stima).
È proprio quel candore (parola così terribile da essere considerata politicamente suicida) che contraddistingue i giovani dell’Onda a suscitare nella maggioranza governativa un’inedita strategia. Non parlo di quella propugnata da Cossiga, vecchio osceno maestro e arnese di una polizia infedele alla Costituzione: la sua occhiuta follìa di stampo gelliano appare ormai inconsulta persino ai suoi antichi compagni di merenda. Parlo, invece, di quella tentata da più astuti politici di destra, e questa strategia è quella di rimproverare ai giovani di non estendere la propria rivolta alle trame dei vecchi e nuovi baroni che tengono in ostaggio gli atenei, trasformandoli in feudi mafiosi, massonici o in potentati famigliari: questo, non quello dei tagli al bilancio, sarebbe il vero problema del sistema scolastico. In  altri termini, ragazzi appena giunti all’università dovrebbero essere loro a indagare e scoprire e reprimere i guasti di un costume intollerabile che gli addetti agli organi di controllo e i mass-media governativi sembrano ignorare. Ho appena visto e ascoltato a “Domenica in” (oggi è il 30 novembre) un Personaggio (o dovrei scrivere un personaggio?) che burbanzosamente domandava a un gruppetto di giovanissimi universitari di Messina: “Ma voi dove siete stati  finora davanti agli scandali della vostra università?”, e si guardava bene dal dire dove fosse stato lui, operatore, lautamente pagato, dei mass-media con pretese di tuttologia…
*** *** ***
“Nonna, chi era Calamandrei? E come faceva a prevedere nel 1952 che un  giorno avrebbe potuto esserci un  partito autoritario pronto ad assaltare la scuola pubblica e le pubbliche università?”. Mi commuovo ascoltando mia nipote Marta, “primina” in  un liceo, che interroga mia moglie a proposito di un documento passatole da un compagno. Ecco una ricerca di storia costituzionale che supplisce ai silenzi – pigri o ormai  rassegnati, “dimissionari” – di tanti docenti. Entrano nelle scuole “auto-” o “co-gestite”, vanno in segreteria a firmare il registro delle presenze, poi tornano a casa. Non capiscono quanto sarebbe importante per  i ragazzi, ma anche per loro, vivere questi sforzi di apprendistato d’uomo. E lo stesso, naturalmente – e più – vale per i genitori. Ma qui il panorama è  confortante, a giudicare dalla protesta di tanti adulti contro  Gelmini & Co.
*** *** ***
(Quando c’era un altro Lui. Febbraio 1940. Nel ginnasio in cui stavo da pochi mesi, una mattina si sentì un lieto vociare. Il preside Gargano e i professori sorridevano un po’ imbarazzati mentre giovani che a noi sembravano meravigliosi giganti ci spingevano fuori dalle aule, ci raggruppavano in cortile e poi ci avviavano verso il centro della città e il monumento ai Caduti. Quei nostri fratelli maggiori  erano Giovani Universitari Fascisti ( cantavano “Siamo fiaccole di vita,/ Siamo l’eterna gioventù”…);  quel  giorno non portavano la divisa, vestita in tutte le altre occasioni in cui li avevamo visti; né in divisa eravamo noi, balilla moschettieri (“Nell’Italia dei fascisti, anche i bimbi sono guerrieri”…) perché, come appresi tanti anni dopo, dovevamo partecipare, per ordine del Partito, a una delle “dimostrazioni spontanee” con le quali gli italiani chiedevano la nostra entrata in guerra. In quelle settimane, durante i “sabati fascisti”, ci avevano insegnato un inno abbastanza solenne che aveva per tema le nostre pretese rivendicazioni territoriali: “Nizza, Savoia, Corsica fatal,/ Malta, baluardo di italianità”; ma quella mattina i “guf” ci insegnarono un’altra canzone: “E se la Francia non fa la troia/ Nizza e Savoia ci deve dar”. Ricordo ancora il brivido di piacere mentre venivo sollecitato dall’alto a usare una parolaccia che a casa mi avrebbe procurato una sberla spaventosa.
Poche settimane più tardi i giovani del GUF erano al fronte. Dopo qualche mese molti di loro erano morti, a vent’anni.)

Ettore Masina

Sito: www.ettoremasina.it



Ho voglia di

Bach
 
questa sera.

venerdì, 03 ottobre 2008

No all'indifferenza

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Nausea. Solo nausea e rabbia e indignazione si possono provare se si presta attenzione alle notizie di questo ultimo periodo. Ogni giorno episodi di violenza razzista, ogni giorno morti sul lavoro, ogni giorno ipocriti, falsi, e PERICOLOSI discorsi di chi ci governa.  Verrebbe da chiudersi in se stessi e dire:  le cose stanno così, non ci posso far niente, cerco di star bene io e amen. Verrebbe da costruirsi un castello di indifferenza e smettere di pensare. Ma è proprio questo che vogliono  i mostri detentori del potere.
E allora: cerchiamo di sottrarci all’indifferenza, prendiamo forza da chi non si stanca di indignarsi, 
facciamo in modo che, la nostra, non sia solo una rabbia sterile. Facciamo attenzione: il vero nemico non è il negro, il rom, lo straniero, il diverso, come ci vogliono far credere. Il vero nemico è chi ci induce a pensare questo. Il vero nemico è chi ci dice che non stiamo andando verso un regime, il vero nemico è chi sta uccidendo la cultura, chi manipola le parole. E il vero nemico è, anche, l’indifferenza.
Un uomo che non viene fagocitato dall’indifferenza, un uomo che continua a combattere è, lo conoscete già, Ettore Masina.
Ecco la sua Lettera più recente.  Parla della seconda guerra mondiale, questa lettera. E qualcuno forse si chiederà:  ma questo non c’entra con la situazione attuale!  Rispondo: ne siete proprio sicuri?


LETTERA 135
agosto-settembre 2008
L’articolo 11 e il comma 22

Nessun discorso teorico sulla pace vale quanto lo strazio dei ricordi, nessun discorso mostra, quanto lo strazio dei ricordi, le ragioni per le quali l’Italia inserì nella sua Costituzione l’articolo 11, il ripudio della guerra. I testimoni degli orrori che devastarono il nostro paese fra il 1940 e il 1945 vanno scomparendo rapidamente, per ovvie ragioni anagrafiche. Bisognerebbe raccoglierne con ben maggior cura i racconti perché certi  eventi  proiettano la loro ombra per generazioni.  Temo, invece, che il razzismo “federalista” finirà per spezzettare le vicende delle guerre in Italia, trasformandole in fatti locali proprio  mentre occorrerebbe, di fronte alle tentazioni militariste delle destre, diffondere una consapevolezza unitaria del passato.
Ho scoperto per caso, in Internet, che l’11 agosto era il 60mo anniversario del bombardamento di Terni e ho pensato che fosse una delle tante pagine di storia da rileggere.
Le vittime...
Le “fortezze volanti” americane– dodici – arrivarono sulla città alle 10,29 dell’11 agosto dell’anno 1943. La visibilità era ottima. Volando a 6-7 mila metri di quota, gli aerei sganciarono il loro carico micidiale. Quattro minuti dopo, Terni, mentre i bombardieri americani se ne tornavano alle loro basi tunisine, 1600 km a sud-est. era una città profondamente ferita.
Allora la gente andò a cercare i propri cari fra le macerie, la polvere fitta e acre, le urla dei bambini e delle donne imprigionati nelle case diventate sepolcri. Le strade si affollarono di soccorritori, di barelle, di traumatizzati incapaci di muoversi dai rifugi in cui avevano cercato riparo. Ma alle ore 12 arrivarono altri 32 bombardieri. Rimasero sul cielo di  Terni, anche loro, a quota 6000, quattro minuti. Quando se ne andarono, la città era morta. Non c’erano più l’Ospedale, la stazione ferroviaria, il municipio né  le scuole né le chiese. Interi quartieri erano trasformati in voragini, caverne, rovine crollanti.
Nel caldo atroce di quei giorni fu necessario seppellire i cadaveri al più presto, in grandi fosse comuni. Le autorità ne contarono 500. Nei mesi successivi, dalle macerie vennero estratti altri 450 corpi straziati.
... e gli “altri”
Per anni, dapprima con odio e furore, poi con rassegnata curiosità, i ternani, come quasi tutti i superstiti delle centinaia di bombardamenti che l’Italia subì in seguito alla guerra di Mussolini, si sono  domandati chi fossero stati gli autori della carneficina. Adesso molti documenti militari sono stati desecretati e la verità appurata. Vale la pena, secondo me, di conoscerla.
I 1320 aviatori che costituivano gli equipaggi delle “fortezze volanti” (gli US-B17) che compivano “azioni” sull’Italia facevano parte del NAFAS (il Sistema strategico americano del Nordafrica) ed erano di base  a Port du Fahs, in Tunisia. Quella mattina gli era stato ordinato di volare ad almeno 6 mila metri di quota, per non essere colpiti dalla contraerea. Quanto agli aerei italiani da combattimento che avrebbero potuto intercettarli, i superiori gli avevano garantito che nella zona non ne esistevano più: l’Italia era al collasso, gli Alleati erano ormai sbarcati in Sicilia, il duce era stato deposto, l’intero apparato difensivo e quello burocratico si sfari-navano. Trattative per un armistizio erano già in atto, ma nei cervelli dei militari esisteva una sola idea: schiacciare il nemico, subito, a costo di compiere stragi di civili.
I ragazzi delle fortezze volanti avevano un’ età media  di 21 anni; significa che alcuni di loro ne avevano poco più di 18. Li avevano addestrati con 100 ore di volo. Molti di loro, quell’11 agosto dell’anno 1943, erano alla loro prima impresa bellica. Terni era per loro, sino a quella mattina, un nome sconosciuto sulla carta geografica appesa, quella mattina, all’alba, nella sala del briefing. Provenivano  da tutti gli States e da tutte le condizioni  sociali, esclusa quella più povera e meno colta (che vuol dire anche: negra). Godevano di un trattamento logistico particolarmente buono ma sino all’ultimo giorno di guerra furono sfruttati dai generali– e spesso con una leggerezza criminale. Molti di loro furono colpiti da turbe psichiatriche. Lo scrittore Joseph Heller, che fu dei loro, dopo la guerra scrisse sulla loro vicenda un libro umoristico ma anche terribile. Il titolo era “Comma 22” e riportava una norma (inventata dai piloti) del regolamento del NASAF:
“Articolo 12, Comma 1
«L'unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.»
“Articolo 12, Comma 22
«Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.»

Il protagonista del romanzo era un pilota che, se ricordo bene, si chiamava Yossanan. La sua paranoia era quella di sentirsi odiato da tutti gli esseri umani, mentre lui non aveva “mai fatto male ad alcuno”. Vittime dei bombardamenti, naturalmente, escluse.

La guerra aerea ha caratteristiche di particolare efferatezza. Nella sua ultima versione strategica non mira soltanto né soprattutto ad abbattere aerei nemici né a colpire reparti nemici o installazioni e industrie belliche; i portavoce militari possono dichiarare il loro profondo rammarico ogni volta che vengono compiute stragi di civili, ma il compito principale dell’aviazione  è quello di seminare il terrore.
Di più: mentre il soldato “di terra” rimane, per così dire, immerso nell’orrore della battaglia, il pilota di oggi potrebbe indossare il camice bianco del tecnico che si trova a passare di lì per caso. A 8 mila metri di quota il nemico diventa un’astrazione e l’aviatore può seminare morte e distruzione senza vedere i risultati della sua impresa, senz’altra interiore vergogna che quella del turista che lascia cadere una cartaccia in un bosco. Ricordo la dichiarazione (pubblicata dal Corriere della Sera) di un pilota appena rientrato dopo un bombardamento della Serbia: “E pensare che il panorama è così bello!”. La tecnologia ha provveduto anche ai sensi di colpa del pilota Yossanan. Ecco un esempio di stravolgimento del concetto di onore, per non parlare di quello di eroismo. Ed ecco altre vittime, in divisa, non uccise ma disumanizzate.

E noi?

Avendo letto, postato da clochard spartacok@alice.it il racconto del bombardamento di Terni, mi è sembrato così interessante nella sua tragica eloquenza di dolore, morte e trasformazione di giovani in automi da parte della casta militare, da sembrarmi quasi doverosa la sua diffusione fra le mie amiche e i miei amici. Per una di quelle coincidenze  di cui la vita è tanto generosa, mentre io cominciavo a scrivere, il cielo di Orbetello (il luogo in cui mi trovavo) si è riempito di rumore ed è comparsa una squadriglia acrobatica dell’aviazione italiana. Per un’ora ha compiuto le sue straordinarie evoluzioni, riempiendo l’orizzonte di fittissime scie. Una capacità di coordinamento, una sapienza tecnologica, una lucidità di riflessi ammirevoli. Mi sono trovato di colpo sbalzato dal passato e dal teorico al presente e al concreto. Quelle armi esteticamente bellissime e quei piloti ardimentosi appartengono al nostro passato o al nostro futuro?
Mi sono domandato ancora una volta quale sia il cordone ombelicale che ci lega alla violenza in modo che sembra irresistibile, senza rimedio. Non so darmi risposta ma come vecchio mi sembra di portarmi addosso errori (per non dire: peccati) a non finire.


Ettore Masina




E forse c’entra anche questo video di
Erri De Luca
postato da: Soriana alle ore 16:42 | link | commenti (5)
categorie: ettore masina
venerdì, 08 agosto 2008

Due lettere e un raccontino/riflessione (parte seconda)

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Guardare le Olimpiadi in Tv? No, grazie!

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E ora, come promesso, la lettera di luglio di

Ettore Masina


masina


 

La Terra ha molti luoghi
1
Vengo da un luogo dove molte idee e certezze cadono o mutano,  come le foglie degli alberi al mutare delle stagioni, molte speranze sembrano bambine impaurite oppure madri intrepide nella loro inermità, e molte disperazioni affermano perentoriamente il loro potere; un luogo in cui talvolta il destino sembra un uccello da preda calato improvvisamente dalle oscure regioni dell’assurdità  per dilaniare piccole innocenti felicità quotidiane.
Vengo da un luogo silenzioso in cui i ricordi portano gli echi di grandi, spaventosi rumori: incidenti stradali, strumenti di lavoro diventati nemici, crolli  di impalcature, esplosioni; oppure ogni ricordo si è sperso nelle amnesie da choc, la tragedia è avvenuta silenziosamente perchè una piccola vena si è spezzata o – persino! – un  minuscolo insetto ha iniettato un micidiale veleno.
Vengo da un luogo ( un ospedale, come avrete inteso) in cui non tutti i ricoverati hanno due gambe o due braccia o polmoni funzionanti o piedi capaci di reggere un corpo: talvolta un corpo vecchio, talvolta un corpo giovanissimo. Un luogo in cui vi sono letti che sembrano cabine di astronavi, collegati, come sono, a macchinari, cavi, schermi televisivi, ma anche un luogo in cui le lacrime hanno lo stesso sale di quelle dei secoli passati. Porto notizie di quel luogo, ma prima devo spiegare perchè l’ho visitato.
2
Il luogo di cui parlo è un istituto di riabilitazione, il Gervasutta di  Udine. Vi sono approdato due volte (l’anno scorso  e quest’anno) in daily hospital, per qualche opportuno restauro, ma voglio dire subito alle amiche e agli amici che, grazie anche a questa scelta, le mie condizioni di salute sono oggi più che buone.
3
Il luogo che ho frequentato nel mese di luglio non è, naturalmente, un paradiso; anche qui vi è chi ha meno voglia di lavorare di altri e, come accade in tante altre sedi ospedaliere, è riconoscibile per la ruvidezza dei rapporti con i malati. Chi non ama il suo mestiere e non ha la forza di cambiarlo ( o di cambiare se  stesso) non può amare gli altri e si imprigiona in un bozzolo di infelicità. Anche qui vi sono gelosie e, mi figuro, camarille
Tuttavia il luogo da cui vengo mi è sembrato in grande prevalenza, un luogo pulito e onorabile per l’umanità e la  cortesia con la quale medici e paramedici trattano i pazienti; e soprattutto un luogo in cui più che pietà si respira stima, cioè si cerca di far capire al paziente che “farcela” è anche questione del suo coraggio. Una volta, in un ospedale romano, ho sentito un medico rispondere a un paziente che, un pò petulantemente, è vero, ma nel suo  pieno diritto, chiedeva informazioni sulla sua malattia: “Lei faccia il malato: segua le nostre prescrizioni e lasci perdere il resto, ché a quello  ci pensiamo noi”: una pretesa classista, castale che toglie dignità a chi soffre, così come gli toglie stupidamente gli abiti per confinarlo per l’intera giornata nell’avvilimento del pigiama.
La filosofia che a me pare di vedere in azione al Gervasutta è esattamente il contrario. L’infermità che  ha lacerato la qualità della tua vita è una sfida che è posta a te, fa parte della tua storia personale, dunque non puoi che esserne protagonista; il medico e i paramedici sono, se tu lo vuoi, tuoi alleati: possono guidarti ma proprio come una guida alpina che sa graduare i passaggi difficili, le forze del cliente, l’avvicinarsi di temporali imprevisti, le crisi di stanchezza, la necessità di soste, il  chiodo da piantare nella roccia. La capacità di sforzo portata sino a limiti ragionevoli ma non pietisti fa parte della filosofia: vedi vecchietti andarsene ringalluzziti, portano con  sé una bombola d’ossigeno ma hanno appena terminato un esercizio con pesi da tre chili; tre settimane è il periodo di tempo necessario, se il paziente “tiene”, a consentire a un amputato di camminare senza bastone su una gamba meccanica.

4
Nessuno viola le leggi della privacy ma molti ricoverati  seguono con rispettosa cordialità i progressi dei compagni più gravi. Mentre io frequentavo il Gervasutta, la persona più importante sembrava essere per molti Laura A. L’anno scorso ha quasi perso la vita in  un micidiale incidente automobilistico e adesso è rimasta tetraplegica. Vuol dire che muove soltanto un avambraccio e un polso. Siccome è una donna straordinaria, è diventata un po’ l’esempio del coraggio che è necessario ai pazienti del Gervasutta. Quando arriva nella stanza che serve da “ritrovo” sembra una regina sul suo trono, tanto è eretta nella carrozzina che le serve da esoscheletro e che lei ha imparato a guidare velocemente con quel suo polso eroico. Sorride, sempre, e forse è anche per quello che è tanto amata. Spesso, prima che lei arrivi dalla palestra o dalla “terapia occupazionale”, è preceduta dalle buone notizie: che ha finalmente potuto bere un caffé, che quel suo polso fatato è riuscito a sollevare un peso di 3 etti 3... Che sa persino azionare un computer: giorni  fa, sapendo che mia moglie Clotilde sta facendo alcune ricerche, le ha regalato un mazzetto di papers rintracciati in internet. Per la laurea di una figlia è uscita a far festa in un ristorante. Chi può, quando lei gira per i corridoi del Gervasutta, corre ad aprirle le porte antipanico.
5
Visitare un ospedale siffatto,  vuol dire rendersi conto della gravità di situazioni sulle quali si è spesso fatto della contro-retorica. Avete presente certa ironia delle destre sui  “mestieri usuranti”? Al Gervasutta  non arrivano casi “acuti” né lungo degenti, ma non è difficile incontrare vecchi che si portano addosso i segni  di fatiche durissime affrontate sin da giovani: contadini, minatori, muratori, emigranti: i superstiti di un’Italietta fascista e padronale che ai poveri assegnava soltanto guerre e  sfruttamento. Le storie che si raccolgono parlando  con vecchi schiacciati dalla loro stessa mansuetudine e ridotti a corpi deformi dovrebbero essere raccontate nelle chiese e nelle scuole. Commuove vedere quanto siano più alti e vigorosi i figli e le figlie che vengono a trovarli o amorevolmente li portano avanti e indietro dal daily hospital. La democrazia, i sindacati, le lotte proletarie hanno lasciato un segno – bellissimo! – sulla carne dei nostri figli. Ma qualcuno cerca di riportare indietro gli orologi.
6
Ho un’età che una volta si sarebbe detta “veneranda”, ma che oggi, soprattutto per certe statistiche e certi governanti, risulta “asociale”, nel senso che chiede alla comunità “troppi” e “troppo gravosi” impegni economici. Da questa constatazione, potrebbe – e forse dovrebbe - partire un lungo discorso che al momento non ho voglia di fare. Quello che invece voglio dire, e che mi sembra straordinariamente importante, è il seguente. Noi anziani finiamo, proprio in virtù della nostra età, per essere i veri intenditori del sistema sanitario nazionale. Allora va detto: il Gervasutta è un esempio di buona sanità ma non è un unicum. Ciascuno di noi, come ciascuno dei miei lettori e lettrici, ha certamente tristi casi da segnalare al riguardo; e una stampa, non sempre disinteressata, amplifica proteste e denunzie. Tuttavia, se lo si paragona ai sistemi sanitari, non si dice quelli del cosiddetto Terzo Mondo ma quelli dei fatidici G8, la nostra realtà ospedaliera risulta migliore di tutte le altre, in particolar modo di quella britannica e di quella americana.
Contro questa situazione è adesso in corso un’opera di smantellamento a favore del “privato”. Tra poco questa offensiva sarà più chiara; e a pagarne il prezzo sarà proprio la povera gente che ha votato Berlusconi e Tremonti.
7
Ridare qualità alla vita di chi sembrava ormai cacciato dalla disgrazia ai margini di ogni allegria e persino di ogni  serenità è opera preziosa. Nelle palestre del Gervasutta guardavo il lavoro delle fisioterapiste e dei fisioterapisti. Non se ne rendevano conto, loro, e si sarebbero meravigliati e meravigliate se gliel’avessi detto: ma qualche volta mi sembravano faticatori intenti a rimuovere grosse pietre da una strada, ed altre volte suonatori e suonatrici di strumenti  musicali, danzatori, impastatori di pane, genitori di adulti tornati bambini e di nuovo incapaci di camminare e coordinare i propri gesti; qualche volta severi nel chiedere maggiore attenzione e qualche volta amorevoli nel sollecitare speranze.
Li guardavo e pensavo: siamo a pochi chilometri da Aviano dove sostano gli aerei americani che trasportano verso luoghi di tortura i “nemici combattenti” dell’impero. Mentre sentivo la mia schiena raddrizzarsi e i miei muscoli rilassarsi sotto esperte mani che mi rendevano più libero pensavo a Guantanamo e a cento altre sedi di sevizie spesso elaborate sulle stesse basi scientifiche; e mi domandavo (e mi domando) come la nostra civiltà che mai come in questo tempo si occupa della bellezza dei corpi umani possa poi fingere di non sapere che le crocifissioni continuano.

Ettore Masina

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Attenzione!
Chi non riuscisse a procurarsi in libreria il mio "Le nostre barche sono rotonde", può acquistarlo direttamente  dalla casa editrice. Per farlo, spedire una e-mail al seguente indirizzo: info@edizioni-oge.com
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Ettore Masina   






Buon ascolto!


postato da: Soriana alle ore 00:47 | link | commenti (2)
categorie: leggeri e pesanti pensieri, ettore masina
domenica, 18 maggio 2008

Derattizzare: una lettera di Ettore Masina. E altro ancora

zingari

Allora: avevo deciso di terminare finalmente  il mio resoconto sulla Fiera di Torino, elencando i libri che ho acquistato, e di parlarvi anche di due belle presentazioni di libri cui ho assistito nei giorni scorsi a Bologna. Non sempre le presentazioni sono belle, ma quelle lo sono state. Ma, ormai mi conosco…c’è questa cosa, questa cosa sui Rom che mi tormenta, questa barbarie…E non riesco a tacere…Rimando a domani i resoconti letterari. Ora c’è altro.


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.


Bertolt Brecht

(Ringrazio l’amica Titti che mi ha spedito questi versi)

E io prima di tutto segnalo il bel post di Remo Bassini
che, oltre a essere per me interamente condivisibile, mi ha riportato alla mente Mariella Mehr, poetessa, scrittrice, e pure zingara, sì, e la sua dolorosissima vita. Andando a leggere il post di Remo potrete ben capire perché parlo di dolorosissima vita. Ho incontrato durante Festival letteratura questa stupenda, coraggiosa donna e ne sono stata colpita tantissimo. Questa donna…”nata sghemba”, come lei si definisce, dovrebbe essere molto più conosciuta da tutti, di quanto in realtà lo sia: per capire, per conoscere ciò che non sappiamo o non vogliamo sapere. Perché è l’ignoranza a determinare paura, e dalla paura scaturisce il razzismo, e l’odio, e l’intolleranza.  Prima di riportare la lettera di Ettore Masina voglio farvi conoscere una poesia di Mariella. Poi, se volete, in rete ne trovate tante. E potete pure acquistare i suoi libri.
Prima che mi dimentichi, poi, vi segnalo anche Questo blog  linkato da tempo fra i miei preferiti,  molto sensibile verso la situazione dei Rom.  Uno dei curatori è Giovanni Giovannetti, un altro nome che troverete andando a leggere il post di Remo Bassini e che ho avuto la sorpresa e il piacere di conoscere a Torino.



Niente,
nessun luogo.                                   P1010420
C'è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

(Mariella Mehr)

Andiamo a leggere ora le parole di Ettore Masina   Mi è arrivata ieri la sua lettera. A me non resta che condividerla con voi. Inutile che io aggiunga quanto mi faccia letteralmente orrore quello che è accaduto, quello che sta succedendo e che temo non si fermerà. Perché ora, soprattutto ora, e non necessitano spiegazioni, a un certo tipo di violenza è stato rilasciato un lascia-passare.


Derattizzare

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.

Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?

E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?

Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato  dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un  peso tanto grande  sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.

Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo  tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di  una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo  rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei  discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.

Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma,  e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.

Il carcere come unico apprendistato?


Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.

Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante  disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una  prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?


La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di  Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.

Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.

Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.


(Ettore Masina)


Di Ettore Masina è appena uscito presso l'editrice OGE di Milano (<info@edizioni-oge.com>),
un libro di racconti: Le nostre barche sono rotonde


La fotografia che apre questo post l’ho…rubata qui: I Rom scendono in campo.    Da leggere, pure questo, sempre per conoscere qualcosa di più.



Mio angelo di cenere