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lunedì, 07 luglio 2008

Sorelle nell'ombra

211220450_d80a53c23b"Tu, che mi sorridi verde luna..."


“ Ecco, ha ripreso a piovere.”
Devono essere le sei: le infermiere che hanno finito il turno stanno uscendo dal portone della clinica e  si dirigono correndo verso il parcheggio.
Teresa si allontana dalla finestra e si avvicina al letto. Le ombre della sera avvolgono malinconicamente la stanza. Indovina, più che vederlo, il viso della sorella, i capelli opachi sparsi sul cuscino, le palpebre abbassate, la pelle tirata sugli zigomi. 
    “ Sai, i dottori hanno detto che ti devo parlare, che devo cercare di farti svegliare raccontandoti cose. Ma io…io non sono mai stata brava a parlare.”
Si guarda le mani.
    “ A lavorare sì, quello l’ho sempre fatto. Prima nelle case della gente, poi in fabbrica. Ho cominciato che tu avevi dieci anni. Io ne avevo quattordici. Andare a servizio, si diceva allora. Pulire, lavare, lucidare, stirare, e poi ricominciare tutto, neanche un grazie, neanche un per favore. Portavo a casa i soldi, servivano, sai…. La mamma li prendeva, li divideva in mucchietti: questo per il fornaio, questo per il latte, questo per la bombola del gas. La luce della lampadina pioveva sul tavolo della cucina, e illuminava la testa della mamma, i tuoi capelli biondi che sfioravano il quaderno, e quell’aiuto che ogni settimana io riuscivo a dare.
Quando lei, la mamma, se ne è andata (ricordi quel giorno, la mamma di botto a terra, le sue mani che artigliavano il petto, il sibilo del suo respiro) ho avuto paura che ti portassero via, che mi separassero da te.
Ecco perché l’ho cercato. 
Ecco perché l’ho fatto tornare, il babbo.”



Teresa si stringe le mani in grembo. Sta lì, seduta accanto al letto di Antonietta, ne ascolta il respiro regolare. Sembra proprio che la sorella stia solo dormendo.


    “ti prego ti prego Teresa non parlare del babbo quando lui è tornato nella nostra casa è come se si fosse spento tutto il sole sentivo l’odore delle sue sigarette dovunque quelle ore in cui tu eri al lavoro quei pomeriggi lontano dalla scuola tu non sai Teresa non sai l’orrore me lo porto ancora dentro ma non potevo raccontarti niente non mi avresti mai creduta e poi ti avrei dato un gran dolore con te lui era diverso non ti parlava quasi si faceva servire non ti guardava mai oh come avrei voluto che si comportasse così con me non più abbracci non più baci su tutto il viso non più carezze insinuanti e quell’odore di fumo stantio addosso a me lui ansimante e quell’odore che mi entrava nei pori della pelle mentre mi prendeva il terrore che tu tornassi dal lavoro mentre lui mi teneva lì immobilizzata sul materasso del letto di mamma e scendessi all’inferno con noi”


 Un’infermiera si affaccia sulla porta:
    “ Non stia lì al buio.” dice “ Ora le accendo la luce.”
Teresa stringe gli occhi.
La luce.


    “ Ti ricordi, Antonietta, la prima volta che abbiamo visto il mare? Ti ricordi come era forte la luce del sole, ti ricordi quel prato azzurro che non finiva più, e l’odore di pulito dell’aria? Avevi tredici anni, io avevo cominciato a lavorare in fabbrica, tu avevi appena preso la licenza media, e così, una domenica, siamo salite su un treno e siamo partite. Un giorno, una notte, lontano da casa. Lontane da lui. “

 Taci, taci, si dice Teresa. Raccontale delle risate che avete fatto, delle scarpe piene di sabbia, del gelato che sgocciolava sulle mani, di quella canzone, come faceva…


    Tu, che mi sorridi verde luna… ti ricordi quella canzone, Antonietta?  Ti piaceva tanto, dicevi che ti faceva sognare. L’avevano messa in un film, con quell’attrice, ti ricordi, quella bella, con i capelli rossi, come si chiamava?…Avevi preso un po’ di colore in quei due giorni al mare. Eri bella. Ti ho guardata, quando siamo tornate a casa, mentre ti spogliavi per fare il bagno, e per un attimo ho avuto paura. Stavi diventando grande. Per un secondo, ma solo per un secondo, ho pensato che forse…lui…anche con te...”

Teresa si morde le labbra. Ancora una volta la sua voce va a sbattere contro l’argomento proibito, come fa una palla contro un muro, sbatte, e poi rimbalza.
Sono passati più di trent’anni. Ma il silenzio delle notti rotto dal respiro concitato del padre, le sue mani che la toccavano febbrili, e il peso del suo corpo che la opprimeva, non potrà mai dimenticarli


    “Sapessi quanto l’ho odiato, Antonietta” e neppure si accorge di aver ripreso a parlare  ”e quante volte avrei desiderato andarmene, sparire. Ma come avrei fatto, con te? Vedevo che a te lui voleva bene come a una figlia, ti coccolava, ti viziava come una bambina piccola. Sapevo che non ti avrebbe mai toccata. Ma non potevo lasciarti : tu volevi studiare, eri così brava a scuola, sei sempre stata tanto intelligente… I soldi che lui portava a casa, con i suoi lavoretti saltuari, bastavano a malapena per mangiare. Sai,  tu mi hai sempre detto che non parlo mai di me, della mia vita sentimentale. Ma io non ho mai avuto un uomo, dopo quello, mai. Non ne sono stata capace.”


“me la ricordo quella canzone Teresa la cantavo dentro di me mentre lui mi toccava cercavo di estraniarmi da quello che stava succedendo anch’io l’odiavo ma odiavo anche me la colpa doveva essere anche mia ero carina lo dicevano tutti mi mancava la mamma all’inizio ero stata contenta di essere la preferita mi accarezzava i capelli mi teneva in braccio mi metteva a letto e stava lì a guardarmi mentre mi addormentavo dopo ha cominciato a fare quelle cose e sapevo che con te non poteva farle perché non gli piacevi me lo diceva lei non è carina come te capisci io non potevo dirti nulla ho pensato di farlo quando ho finito l’università ma era tardi tu eri rimasta in quella casa lui si era ammalato e tu lì a curarlo non sarebbe servito a nulla parlarti.”


    “ Dopo che tu ti sei laureata avevo pensato di andarmene, andare a vivere per conto mio. Poi lui si è ammalato. Tu avevi la tua professione, te ne andavi in giro per il mondo,  e a lui, chi ci avrebbe pensato? Ho sentito in bocca il sapore della vendetta, e non mi è piaciuto. E sono rimasta. Ma quando è morto, credimi, Antonietta, non mi sono disperata. Tu eri lontana, e così non ho neppure dovuto far finta di starci male.”


    “Quel giorno ero a Detroit dopo la tua telefonata mi sono fatta portare in camera  una bottiglia dal bar dell'albergo
 ho brindato alla sua fine dopo sono stata male Teresa ho fatto un gesto stupido brindare non serve devo ucciderlo dentro di me”

 

    Teresa stringe fra le sue la mano della sorella. La pelle è arida, le dita le si abbandonano sul palmo. Prende dal comodino un tubetto di crema idratante. Le massaggia il dorso delle mani, lentamente, con dolcezza. Le mani della sorella sono nude, prive di qualsiasi simbolo di legame. Anche tu, pensa Teresa, non hai un compagno. Anche tu, alla fine, hai solo me. Ed io ho te, ancora e sempre.

    “ Non so se tu puoi sentirmi, Antonietta, nemmeno i dottori lo sanno, ma ti giuro una cosa: se ti risvegli,  ti racconterò del babbo, sì, te lo racconterò. Voglio dividere con te questo dolore, credo sia giusto. Perché ti voglio bene.”



    Teresa guarda oltre i vetri della finestra. La pioggia è cessata.
Nel cielo, un’immensa luna piena.
Non è verde, ma è una gran bella luna.


(Da  “Donne, ricette, ritorni e abbandon” Pendragon 2005)


Verde luna
postato da: Soriana alle ore 00:17 | link | commenti (7)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni, la mia scrivania
venerdì, 18 aprile 2008

Follia

LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002

LABIRINTI

                                                                                                      

Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti sogno o son desto la vita è un sogno sogni di gloria i sogni muoiono all’alba sogni infranti sogni da interpretare dalla cabala al lettino denti patimenti mare madre sogni allegorici sogni leggeri di bambino con risate come cascatelle sogni evanescenti sogni che sono incubi sogni ambiziosi io ho un sogno i have a dream dormire sognare morire forse sogni profetici sogni di santi di eroi di naviganti sogni fuori rotta.
Sogni di un pazzo.


I miei sogni, in questa stanza con croci alle finestre, su questo letto bianco e stretto, con gli odori acidi dei medicinali, con i passi felpati che si aggirano intorno e i chiaroscuri e le ombre e le grida che il mondo chiama follia. I miei, di sogni, che si dilatano nel dormiveglia inciampante, nel sopore indotto da fiale.
Il sogno, il mio. Il sogno del paziente disteso sul letto n.8, stanza 27, la prima a sinistra dopo la cappella, quella cappella dove santi immemori si cibano di preghiere sbiascicate.

Cammino in una strada piana, la luce è abbacinante, un sole bianco appeso a un cielo basso mi opprime. Non c’è nessuno intorno. Ma so di non essere solo, so che da dietro le finestre chiuse di questi palazzi a forma di piramide mi osservano i vostri occhietti sferici, lo sento il sibilo maligno dei vostri sguardi.  Mi accorgo con vergogna di essere nudo, il mio corpo si ripiega a terra e con le unghie comincio a grattare l’asfalto per scavare una buca e sottrarmi ai vostri sguardi e sparire. Ma le mie dita tremanti trovano acqua fresca, dolce  e allora mi immergo in quella limpidezza, e rido e rido  e rido  mentre verso di me  nuota un delfino azzurro. Mi sfiora e sento la pelle di seta, e sono così felice che piango lacrime dal sapore di zucchero ma mi  ritrovo nuovamente in quella strada con le piramidi di acciaio e c’è una folla che mi viene incontro e si avvicina sempre più sempre più, mi circonda, mi toglie l’aria. Sui  volti maschere bianche, occhi come  foglie lanceolate di colore nero opaco. Le maschere si sciolgono sui visi e li lasciano nudi e sono i miei compagni di stanza e il dott. Cenni e l’infermiera Danieli  che mi si stringono addosso sempre più minacciosi.  Le finestre dei palazzi si spalancano e io spero e chiedo aiuto ma al di là delle finestre non c’è nulla, solo rettangoli bui. Grido ancora, ma non esce suono dalla mia bocca spalancata e il terrore mi sovrasta. E mi sovrasta la gente e mi schiaccia e non ho più spazio e mi manca il respiro e nel silenzio si alza una litania, mille voci che cantano: tu sei un numero, un numero, un numero e l’eco delle parole va e ritorna e rimbalza lontano e ritorna.  E mi ritrovo in un altro luogo, un prato con grandi fiori colorati, c’è una salita davanti a me, e tu stai in cima, mi tendi la mano, ma te ne stai immobile, e io avanzo e i fiori mi sorridono, le corolle si piegano gentili, come per un saluto. E continuo a salire, lo sguardo fisso su di te, mia amata, verso la tua mano tesa, mi arrampico spezzandomi le unghie nella roccia, sto per sfiorare le tue dita…ma la tua immagine diviene sfocata, stai diventando trasparente, ti confondi sempre più con il cielo. Un passo ancora e forse… Precipito lentissimamente verso il nulla. E grido il tuo nome, Angela, amore mio.

Riemergo in un acre bagno di sudore, il cuore che mi martella in questo guscio che ancora chiamano corpo.
Grido e grido e grido.
Un pizzicore sul braccio.
L’infermiera Danieli chiude piano la porta.


Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti…


Da: Donne ricette ritorni e abbandoni - Pendragon 2005
(con qualche revisione….)


Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.
(Arthur Schopenhauer)

Ti regalerò una rosa










 


postato da: Soriana alle ore 02:15 | link | commenti (4)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni, la mia scrivania
martedì, 04 marzo 2008

Diario minimo di Milvia (2' parte)

P1060183Era una bella giornata di sole. Gli uccellini cinguettavano allegri…

Ecco, questo potrebbe essere l’inizio di un temino di quinta elementare (sempre che i temi si facciano ancora alle elementari…)

Il fatto è che domenica scorsa è stata veramente una bella giornata di sole…E gli uccellini veramente cinguettavano ….O forse no, il loro cantare l’ho avvertito solo io, ma a cantare, in realtà, era il mio cuore.







Granarolo, domenica 2 marzo ore 10,30
P1060077
La bella libreria/caffè Biblion comincia ad affollarsi. Paola e Sara le gentili e preparatissime libraie accolgono il pubblico con calore e cordialità. L’atmosfera è molto gradevole, e io mi sento del tutto rilassata. Roberta, Angela e Barbara, tre delle magnifiche quattro del gruppo di lettura Liber the, che ha organizzato gli incontri (manca Lucia, che è una globe trotter e, beata lei, è sempre in viaggio…) parlottano fra loro, mettendo a punto gli ultimi dettagli. Arrivano il mio figliolino con Simona, la sua ragazza, e poi Franca e Antonio, i miei cognati, con Carla, un’amica che non vedevo da decenni.
Bene, si comincia. Con piglio da vera giornalista Roberta mi presenta e mi pone qualche domanda. Poi tocca a me.
 
Cosa ho detto non so, è sempre così quando mi capita di parlare in pubblico. Parlo parlo, ma se poi dovessi ripetere i miei discorsi ci sarebbe il vuoto.
L’unica certezza è che a un certo punto ho iniziato a leggere
  il racconto Il  compleanno di Amalia Gargiulo tratto dalla mia raccolta “Donne ricette ritorni e abbandoni” (sì, sempre quella, ma è l’unico libro che ho pubblicato, che ce posso fa’?...)
E mentre leggevo ho percepito nettamente che il pubblico presente mi ascoltava con attenzione, e a mano a mano che procedevo nella lettura, alzando gli occhi, ho notato la commozione di qualche spettatrice.
E’ stato un bel momento, quello. Perché suscitare emozioni è proprio ciò che tento di fare attraverso la mia scrittura.
Sono stata contenta anche che la lettura abbia suscitato molte domande da parte del pubblico.
Insomma, forse, fra le varie presentazioni che ho fatto del mio libro, questa di Granarolo è quella che mi ha gratificato di più. Mi spiego: nelle precedenti il pubblico, anche se più numeroso (a quella che feci a Rimini si vendettero cinquanta copie del libro e a Bologna credo una quarantina) era composto per lo più da amici, parenti e conoscenti. Pubblico facile, quindi. A Granarolo, a parte i succitati figliolino quasi nuora cognatini e amica ritrovata non mi conosceva nessuno. Eppure un po’ di libri sono stati venduti e moltissime persone mi hanno fatto i complimenti.
 

Ne approfitto per ringraziare pubblicamente il gruppo di lettura Liber The
e Paola e Sara, raro esempio di libraie che leggono veramente e amano il loro lavoro, per avermi dato questa possibilità . E, naturalmente, tutte le persone che sono state sedute a ascoltarmi con attenzione, mentre fuori era una bella giornata di sole e gli uccellini cinguettavano allegri…
.

Voglio confessarvi una cosa: questo post mi è costato una fatica incredibile e rileggendolo lo trovo anche piuttosto mal scritto. Mi capita sempre così quando devo dire di me, o del mio libro qui nel blog. Ma mi sono sentita di scriverlo quale piccolo riconoscimento a Roberta, Angela, Barbara, Lucia, Paola e Sara.

Vorrei ora porvi una domanda, o meglio, porre una domanda a chi scrive (e non importa se ha pubblicato o no): ho affermato prima che attraverso la scrittura io vorrei trasmettere emozioni. E voi, cosa volete trasmettere al vostro lettore?




La canzone di Amalia

postato da: Soriana alle ore 12:29 | link | commenti (8)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni
sabato, 10 novembre 2007

Questa notte…io, narcisista felice

P1040138P1050005


Prima di tutto ricordate che domani, domenica 11 novembre, alle ore 15 nella sala al primo piano della bellissima Villa Mazzotti,  Renzo Montagnoli
presenta i suoi Canti celtici nell’ambito della Quinta Edizione della Rassegna della MicroEditoria Italiana di Chiari (Bs). Chi non abita troppo lontano da Chiari ci vada, mi raccomando!!
Io purtroppo non potrò esserci. Ecco il motivo di quel fiore: perché è con un ciclamino, uno fra i miei fiori preferiti, che idealmente sarò vicina a questo mio caro amico.


La seconda foto, invece, è un’altra storia.
Non sono brava a farmi promozione. Non parlo quasi mai del libro che ho pubblicato. Mi sembra ormai una storia lontana, un figlio che si è incamminato per la sua strada, forse trovando intoppi, lungo il suo cammino, forse perdendosi. Ma che ogni tanto si fa vivo, attraverso parole di amici.
Come è successo questa mattina. L’amica che mi parla di lui ha usato parole bellissime, tanto che il mio sguardo che scorreva lo schermo si è annebbiato. Anche se penso che questa mia creatura non se li meriti del tutto questi elogi. Sono una madre piuttosto obbiettiva, io.
Con il permesso della mittente voglio comunque riportare qui le cose bellissime che Cristina Bove
, che come tutti sapete è un’eccellente poetessa, mi ha scritto questa mattina:

Leggo il tuo libro, pensando di imparare a cucinare qualcosa di nuovo e...mi ritrovo a piangere di commozione!
Ho appena finito di leggere "Amalia Gargiulo"...  A parte il fatto che scrivi magnificamente, riesci a portare il lettore, lo incateni al tuo narrare. La tua prosa scorre liscia ch'è un piacere leggerla.
Hai, credo, un'istintiva abilità, che ti consente lo sfalsamento temporale senza intoppi. Flash-back immediati, cui la mente non deve soffermarsi per capire.
E poi le ricette...Merita di essere letto con parsimonia, centellinato, e per me che sono una lettrice vorace e veloce questo significa che sei fra quei pochissimi scrittori che ho prediletto, che non mi stanco di rileggere, e dei quali mi "gusto" ogni passaggio.
Lo comprerò per regalarlo ad alcune mie care amiche.

Grazie, Cri!!!

E in una sorta di sbornia vanagloriosa aggiungo altre cose, altri giudizi che si possono trovare in rete su “Donne, ricette, ritorni e abbandoni”.

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&c=&det=393&valRcc=bWlsdmlhIGNvbWFzdHJp
Recensione di Renzo Montagnoli

Recensione di Cinzia Pierangelini (che riporto così, perché non sono riuscita a estrarre il link…)
scritto da cochina63 il venerdì, dicembre 29, 2006,dicembre 29, 2006 08:42

Si è fatto aspettare questo libro, sebbene fosse in città, in magazzino, ma introvabile.Ne è valsa la pena, però. Non so recensire e il mestiere di critico non mi si confà, dunque intanto non dirò che è ben scritto, scorrevole, si legge in un soffio etc.etc. Dirò solo una cosa: mentre leggi sei nella storia, ti immedesimi e questo è ciò che deve fare un libro. Perciò, cara Milvia, smettila di sminuire il tuo libro di racconti perché a me piace, senza dubbio sei tra gli esordienti (che schifo di termine) che mi son piaciuti di più! Brava, son sempre più contenta d'averti incontrata (e ora due copie del tuo libro sono alla hobelix di Messina, per chi fosse interessato!).
p.s.commento del marito:Oh, questa sa scrivere!




http://guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/294140.shtml
Recensione di Loredana Limone, cui segue pure un’intervista, qui sotto:
http://guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/295908.shtml


Altre recensioni, fuori da Internet, sono state redatte da Geraldina Colotti nell’allegato a Il Manifesto del 26 giugno 2005;
da Chiara Cretella, sul n.4 di
Stilos (14/27 febbraio 2006);
Altre ancora sono apparse su diversi quotidiani locali.
Un’altra volta, magari, quando cederanno nuovamente i freni della mia ritrosia, riporterò anche quelle.


Poi, quando ancora il libro non era stato pubblicato e aveva un altro titolo (Storie in attesa), un commento sulla rivista letteraria “Storie” ( n. 56 marzo/aprile 2005) che ho già inserito in un vecchio post (tag: Donne, ricette, ritorni e abbandoni).
Ah, ci sono state pure due partecipazioni a programmi tv. Private ma a diffusione nazionale. Ci credete? Non mi ricordo il nome...
Perchè non ho mai fatto nulla per queste promozioni...Alcune sono accadute per puro caso (passa-parola?) altre probabilmente grazie alla Casa Editrice.



Ma già che ci sono, sempre sollecitata dai fumi di questa sorta di ubriacatura, termino dando alcune indicazioni su dove e come si possa acquistare la mia raccolta di racconti.
Beh, sarebbe per me di estremo conforto essere nella lista dei vostri regali di Natale insieme a Remo Bassini, Cristina Bove e Renzo Montagnoli (li ho messi in ordine alfabetico, come si conviene in un elenco)… Sì, ne sarei proprio orgogliosa…


Credo che il sistema più semplice sia cercarlo, o ordinarlo in libreria. Presso le Feltrinelli non dovrebbe essere un problema, per lo meno non lo era fino a poco tempo fa. Penso poi lo si possa richiedere anche in altre librerie. E così si risparmierebbero anche le spese postali…
In rete, invece, ecco dove lo si può acquistare entrando qui:

www.pendragon.it   (che è il mio Editore)

http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-comastri_milvia/sku-12084257/donne_ricette_ritorni_e_abbandoni_.htm

http://www.internetbookshop.it/code/9788883423550/comastri-milvia/donne-ricette-ritorni.html


Forse anche in altri siti, ma non saprei dove.

Bene. A questo punto la testa mi gira troppo, il naso è rosso, l’ubriacatura ha superato i livelli di guardia. Non mi resta (non vi resta) che rifugiarvi nella musica. Vecchia ma sempre travolgente, questa canzone…
Buona domenica a tutti.


http://www.youtube.com/watch?v=1MnswJKnULc
postato da: Soriana alle ore 23:07 | link | commenti (4)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni
giovedì, 17 maggio 2007

Sorprese del navigare

 

libroA volte mi  capita: vengo presa da un attacco di egocentrismo, entro in google, digito nome e cognome e vado in cerca di notizie. Su di me, naturalmente. E succede che scopro cosucce (carine) di cui non ero a conoscenza.
Come l’altro ieri.
Una recensione di “
Donne ricette ritorni e abbandoni” di cui non sapevo nulla. Stilata da una generosa signora che non sapevo proprio chi fosse, che si chiama Loredana Limone  e che ha un bel sito dove cibo e letteratura si fondono.
Poi a Loredana ho scritto per manifestare il  mio stupore e per ringraziarla. Mi ha risposto che si è parlato del mio libro due domeniche fa, a Radio Marconi, una radio milanese. E altre cose, mi ha scritto, carine anche quelle.
Insomma, naviga naviga e ci si imbatte in belle sorprese…
Ecco dunque la recensione, che potete trovare anche entrando in: guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/294140.shtml



Cibo per andare e ritornare

A cura di Loredana Limone

Pubblicato il 04/05/2007



Annalena è una donna ormai anziana, repressa dal rapporto con una madre dispotica e dai principi forti ed egoistici che le ha trasmesso quando era in vita. Oggi, stanca del gelo di cui si è circondata, lo sconfigge utilizzando una ricetta deliziosa e preziosa: i biscottini jolly con cui lascia che la sua gentilezza invisibile finalmente s’involi.


Annalena è solo una delle tante figure muliebri cui Milvia Comastri ha dato vita nella sua raccolta di racconti dal titolo Donne, ricette, ritorni e abbandoni (Pendragon) in cui, con prosa quanto mai vitale, l’autrice ci conferma il legame indissolubile che unisce l’essere umano al cibo: cibo per dire ti amo o per dimostrare odio; cibo per rinascere, cibo per costruire nuovi schemi, cibo per liberarsi... cibo per andare e ritornare.

E’ una prosa matura, quella della Comastri, attinta da una molteplicità di vissuti e sentimenti. E’ importante che un libro offra tanta varietà anche di scene, sì dico proprio scene: ogni singolo racconto – che ho letto con ingordigia come un appassionante romanzo - si presenta a fotogrammi che si intervallano e ci mostrano, in descrizioni senza sbavature, ora l’uno ora l’altro personaggio, ora una scena ora l’altra.

 

Ecco perché scorre fluidamente, ad esempio, la figura di Annina bambina, nel flashback della mente di Valeria che per lavoro, il suo primo vero incarico da giornalista, si ritrova in un’osteria a Casalecchio vicino a dove sua madre abitava da piccola, dove il cibo è buono ed ammorbidisce il ricordo doloroso della mamma malata che l’ha lasciata quando aveva 16 anni gettandosi nel Reno, ora bambina che ruba le ciliegie e non riesce a sfuggire al contadino.

 

Ancora il cibo per tornare all’uomo amato, dopo una vita passata insieme dall’Italia all’America e ritorno, dopo aver acquietato la di lui stanchezza (in silenzio anche quando sapeva di quell’altra, Jennifer) e cresciuto i loro figli. Oggi Amalia si sente troppo sola senza il suo caro marito. Così sola da preparare una torta, quella di zucca che lui preferiva, e portagliela e mangiarla con lui/per lui sulla tua tomba. E non svegliarsi più.

 

Ma Milvia tocca anche temi sociali ed attuali, oltre al sentimento.

Come l’omosessualità, narrata con una tale delicatezza che è bello vedere Mauro preparare la pastiera per Adriano, il suo compagno, nell’attesa che questi ritorni dal funerale della madre che non ha mai accettato di avere un figlio gay. Come il mobbing che si manifesta all’inizio con la banale sparizione di una matita per aggravarsi con problemi sul lavoro creati dai colleghi invidiosi, quegli stessi sei che dividono l’ufficio e le giornate (anzi uno di loro ha diviso anche qualcosa di più intimo, ma solo per farle del male) di Delia che, quando finalmente realizza, si prende la rivincita con una bella torta al cioccolato Waldorf… in faccia a chi lo merita. Ed è un peccato per quel sestetto di imbecilli perché, da come è descritta, deve essere veramente buona.



postato da: Soriana alle ore 13:25 | link | commenti (11)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni
giovedì, 15 marzo 2007

Recensione di "Storie, ricette, ritorni e abbandoni"

Quando ancora non aveva questo titolo, quando aveva appena trovato un editore, quando era solo una pila di fogli A4 tenuti miseramente insieme da un nastro adesivo blu. Quando si chiamava (e c’era tutta una storia, sotto a questo titolo) “Storie in attesa”.

Recensione pubblicata sul n.56 della rivista “Storie” (marzo/aprile 2005) (www.storie.it)

Una raccolta di racconti partoriti in posti diversi: nelle sale di attesa, in macchina, a letto. Un ventaglio di suggestioni che spaziano dal patologico alla quotidianità più banale e sonnacchiosa. “Storie in attesa” raccoglie, come un variopinto collage, le molteplici esistenze che ogni giorno si accavallano nel nulla delle città. Vittime alienate, perseguitate dai loro stessi pensieri e dalla insoddisfatta voglia di scappare. L’episodio più riuscito sembra essere “Il sopravvissuto”. Una parabola di aspettative, disillusioni e ricordi angoscianti. Un incubo reso ancor più raccapricciante dalla prosa, solo apparentemente distaccata. Bene.

Ecco, questa fu la prima volta.
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sabato, 03 marzo 2007

Lo confesso

Ebbene, sì. Anch'io ho scritto un libro. Anch'io ho pubblicato. Anch'io, quindi, sono resposabile dell'uccisione di alberi (1000 copie, chissà quanti alberi? qualcuno mi sa rispondere? ). Pure io ho contribuito all'affollamento (in maniera molto modesta, in verità) sugli scaffali delle librerie. Mi dichiaro colpevole.

Veramente ero restia a parlarne. Davanti a questa cosa, non so perchè, mi nasce dentro una certa riservatezza, una sorta di timidezza. Ma parenti, amici e affini se ne stanno lì a soffiarmi sul collo, e dai, mi dicono, e dillo che hai scritto un libro. ..
E allora ecco che lo dico: sì, ho scritto un libro. Una raccolta di racconti: "Donne, ricette, ritorni e abbandoni" di Milvia Comastri
Pendragon 2005.

Se qualcuno...fosse interessato può trovarlo a Bologna alla Feltrinelli, ordinarlo in una qualsiasi libreria italiana, e anche in diversi siti Internet, fra i quali questo:
www.internetbookshop.it
dove si può lasciare anche un commento.

Ogni tanto riporterò le recensioni che nel tempo sono state redatte su questo libro.

Uffa!!! Fatto!
postato da: Soriana alle ore 13:52 | link | commenti (20)
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