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...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzonte Più riguardo a Donne, ricette, ritorni e abbandoni

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domenica, 16 novembre 2008

Vicenza, addì 14 novembre 2008

P1080366Eccomi qui, amici cari. Sono sopravvissuta all’evento che mi vedeva protagonista… E devo proprio dirlo: sono felicemente sopravvissuta… Sarà perché avete tenuto le dita incrociate? Forse, e mi fa piacere pensarlo. Ma soprattutto è per la grandissima professionalità, gentilezza, accuratezza, generosità di Alberto Carollo, in prima persona, e dei suoi validi collaboratori.

La presentazione del mio “Donne ricette ritorni e abbandoni” ha avuto, grazie a loro, una pubblicità capillare nella zona, che ha fatto sì che la saletta della libreria fosse al completo. Devo confessarlo: il mio incubo era che non si presentasse nessuno. Ho esperienze di presentazioni di libri dove, a parte qualche parente dell’autore, a far parte del pubblico c’ero solo io. Addirittura mi è capitato, a un festivalino del libro a Rovigo di essere l’unica spettatrice: in pratica c’eravamo l’autrice, l’editore e io. Orribile!
Per cui, sentire il ticchettio dei passi delle persone che scendevano le scale per raggiungere la saletta della
libreria, beh… un dolcissimo suono, lo definirei.

Ora lo so che vi aspettereste una cronaca dettagliata. Ma che dire? Mi sembra che tutto si sia svolto un po’ come in un sogno. Ascoltavo Alberto che mi poneva domande, e mi sembravano assolutamente intelligenti e interessanti (perché lo erano, in verità), mi sentivo rispondere in maniera altrettanto intelligente e interessante ( e su questo, invece, ho molti dubbi), insomma, mi sentivo così sicura come se non fossi io, oppure come se fossi una “io” che avesse appena sniffato qualcosa di illecito, esperienza che non ho mai fatto, ma che presumo ti faccia apparire per un tempo breve una persona tutta certezze, prima di crollare e non sapere neppure più come ti chiami. E in effetti, questa cosa qui, il crollo, voglio dire, l’ho avuto quando sono andata a dormire, perché tutta la notte non ho fatto altro che essere trascinata in un vortice di incubi tipo che  la presentazione era ancora in corso e io non riuscivo a spiccicare parola, e che poi  saltava fuori che il libro non lo avevo scritto io ma una tizia di Busto Arsizio che si presentava in libreria e mi massacrava di botte, compito molto facile visto che era una lottatrice di sumo. E altre cose di questo tipo.

E pensare che, invece, la serata è stata gradevolissima, almeno per me. Anche il pubblico è stato fantastico. Avete presente quando, alla fine di una presentazione o di una conferenza scatta la frase rituale rivolta al pubblico: “e ora, se qualcuno vuol porre domande…”?  Avete presente il gelo che quasi sempre cade in sala, i  colpetti di tosse, lo struscio delle sedie sul pavimento? Niente di tutto questo, l’altra sera: il pubblico è intervenuto, ha domandato, si è mostrato interessato. Beh, anche l’intervento del pubblico ha determinato la buona riuscita dell’evento.
Ecco: direi che tutto è stato perfetto.  Sembra anche che qualche copia del mio libro sia stata venduta. E questo mica capita sempre alle presentazione di autori sconosciuti…

Altro non saprei dire... Ora che ci penso avrei dovuto registrare tutto, così sarei stata più esauriente. E poi, dire di me mi riesce sempre difficile.
Passo quindi ai ringraziamenti, che faccio davvero con tutto il cuore:


Ringrazio Alberto, Patrizia, Aurora, Davide e tutta l’equipe di CaRtaCaNta: persone professionalmente e umanamente eccezionali.

Il pubblico che ha dedicato a una anonima scribacchina un venerdì sera.

La libreria Mondadori Quarto Potere di Piazza delle Erbe  che mi ha ospitato con molta cordialità.

La mia amica Mirella che mi ha accompagnato e sostenuto in questa mia bella esperienza vicentina.

Tutti i Vicentini che ho incontrato durante il mio breve soggiorno e che mi hanno fatto scoprire una cosa che non sapevo: la loro estrema gentilezza e disponibilità. Anche se questa mia affermazione, quando l’ho esposta durante la presentazione, ha stupito e non poco, i vicentini presenti.

Se poi volete saperne di più, della serata, allora, ecco cliccate qua sotto:

Come è andata la serata

Le foto

Ah, se vi dovesse capitare di soggiornare a Vicenza ecco qui un indirizzo che vi consiglio vivamente.

http://www.bbvicenza.com/


Concludo con un’altra cosa che mi riguarda:
QUI


 Buona serata domenicale con questa canzone, che a me piace, e mi ricorda quando ero piccola (nell’era Jurassika)

Quizas quizas quizas





venerdì, 14 novembre 2008

Pro memoria

vicenza16

E così ci siamo. Domani partirò per Vicenza, e domani sera…tatatatà…
La presentazione del mio libro…
Non è la prima che faccio, ma è la prima volta che gioco, come dire, fuori casa.
E un po’ di timore c’è.  Anche se so che tutto è stato organizzato molto bene da Alberto Carollo e dai suoi collaboratori dell’associazione CaRtaCaN
ta. Ma forse è proprio questo che mi intimidisce: la paura di deluderli.
Beh, ricordate di incrociare le dita per me, per favore, questa sera, venerdì 14 novembre alle ore 21.
Io sarò all’interno della libreria Libreria Mondadori Quarto potere   in piazza delle Erbe, Vicenza.
E se voi avrete le dita incrociate mi sentirò più sicura.

Ci risentiremo forse domenica.
Buon fine settimana a tutti!

Vi lascio con una poesia?
Sì, vi lascio con una poesia (mia)  e anche un po’ di musica.

Ciaoooo!!!


Suoni di notte

Mentre  mi fumo un’altra sigaretta,
e alla radio c’è una canzone di Bob Marley
e passa un jet nella sua rotta notturna
e sgocciola il rubinetto là in cucina
e ronza una zanzara intirizzita
e romba il treno nella sotterranea
e un grido acuto lacera la notte
e un telefono squilla  a pianterreno
e la serranda del pub viene abbassata
e i libri intorno urlano pensieri:
che chiasso fa il silenzio del mio cuore.



Bob Marley No woman no cry



venerdì, 07 novembre 2008

6 novembre: guerre, gaffe, ma anche cose belle

4b06cba4bfcb9fca10989db2bbd51e8a.jpeg(Mino Ceretti, Uomo allo specchio )

E’ mio, il contributo di questa sera per : no a tutte le guerre, no alla loro celebrazione.
Poi, vi parlerò di qualcosa che mi ha reso felice, e che per me è importante.



Reduce

Che me ne faccio delle medaglie
che mi stanno sul petto, fredde e pesanti
e del drappo con stelle e strisce
riposto da mia madre in un cassetto?
Che me ne faccio dei ridondanti discorsi
di generali dalle mani sporche,
delle fanfare che suonano assordanti
dell’iscrizione al club dei veterani?
Che me ne faccio di tutto quel frastuono
se  non vedo più il mio viso nello specchio,
ma lo sguardo sgomento di un bambino,
le gambe spalancate di una donna
le fiamme alte che avvolgono le case,
la falce della morte che ho impugnato?
Che me ne faccio?


(Milvia)


E a proposito di reduci di tutti i tempi, anche di questo secolo, ecco
John, soldato in Iraq, barbone in America
un vecchio articolo de La Stampa, firmato da Giuseppe Semprini.
Vorrei che anche a queste situazioni Barack Obama mettesse fine.
E permettetemi una nota di leggerezza: Barack ha il mio stesso segno zodiacale (Leone) e il mio stesso ascendente (Toro)…Non voglio dire, ma, insomma, noi del Leone…Noi con l’ascendente Toro…
Obama, già. In America, ora, hanno Obama, che giustamente in questi giorni è sui giornali di tutto il mondo.
Noi, in Italia, oggi, ieri e domani abbiamo e avremo  lui. Quello lì, ci siamo capiti, no?  Quello con gli occhi da salamandra.  Ma esultiamo!  C’è anche lui sui giornali di tutto il mondo:
QUI per accertarsene.

Meglio passare ad altro: alla cosa che mi ha fatto felice.
Entrando, questa mattina, nel sito di Albero Carollo, il mio cuore ha fatto una piccola danza. Perché?
Perché mi è balzato agli occhi questo titolo

Donne, ricette, ritorni e abbandoni

Infatti Alberto Carollo ha fatto una bellissima recensione alla mia raccolta di racconti, una recensione da cui si evidenzia quanta attenzione Alberto Carollo abbia posto nella lettura del mio libro.
E…non so se ci avete fatto caso: da un po’ di giorni, aprendo la home page del mio blog, c’è un’immagine, prelevata direttamente da un banner di Cartacanta (l’altro sito-laboratorio curato da Alberto Carollo). Lì c’è un nome (il mio) e una data ormai prossima: 14 novembre.

Squillino le trombe!!!! Rullino i tamburi, perchè:
vicenza16
Venerdì 14 novembre, alle ore 21 presso Libreria Mondadori Quarto potere  
Piazza delle Erbe 9/A – VICENZA presentazione di Donne, ricette, ritorni e abbandoni di Milvia Comastri, alias Soriana, alias Rossiorizzonti, insomma, il mio primo, unico e forse ultimo (ultimo ultimo per sempre, intendo) libro.


C’è qualcuno, fra voi, miei amati lettori, che abita nei pressi di Vicenza? Mi piacerebbe tanto che foste presenti…
Comunque vi ricorderò questo avvenimento la prossima settimana.
Così come vi racconterò di Monselice, appena riesco a ritagliarmi un po' più  di tempo.


Concludo, ora. Concludo con una canzone tratta dalla colonna sonora di un bel film di Hal Ashby: Coming Home, Tornando a casa. Qualcuno lo ricorda? La storia di un reduce del Vietnam, drammatica e intensa. 

Buffalo Sprinfield: Expecting to fly
venerdì, 25 luglio 2008

La visita

droga



Proprio mentre pensa di lasciar perdere e rifugiarsi in macchina e accendere il riscaldamento e appoggiare la testa sul volante e piangere, ecco che il portoncino si apre.
“ Siiiì?”
“Buongiorno, sono Marika, l’amica di Teddy.” dice, la voce che per un attimo si affossa nella gola, e risale poi con un respiro grosso.
“ Entra, entra…”
L’uomo la precede lungo lo scuro stretto corridoio, claudicando lievemente.
“ Vieni, siediti qui in salotto, vado a chiamare mia moglie.”
Lui tossisce, quella tossetta di imbarazzo che lei conosce: anche a Teddy succedeva di farsela uscire, i primi anni, quando non trovava risposte a certe domande che lei gli faceva, o quando lei lo scopriva bugiardo, per l’ennesima volta.
Mentre si guarda intorno sente l’uomo chiamare la moglie:
“ Tina, Tina, c’è l’amica di Teodoro!”
Teodoro: anche ora che non c’è più, che non ci sarà mai più, né per loro, né per nessuno, lui non è alla fine Teo, o Teddy, ma ancora Teodoro, nome che lui ha sempre odiato.
La sala è zeppa di mobili troppo scuri, troppo ingombranti, quadri bui decorano le pareti, grosse cornici dorate li racchiudono. Marika non scorge finestre, in un primo momento, poi le vede, pesanti tendaggi tirati sui vetri. Pensa a Teddy, ai suoi primi passi in quella stanza, alle sue risate di bambinetto che si smorzavano andando a sbattere contro quel ciarpame. Neanche una foto di Teddy, sul ripiano dei mobili.
Marika si avvicina al divano verde cupo. Chiude un attimo gli occhi.
“ Ma ho fatto bene a venire qui?” si chiede, mentre un filo di nausea le sale in bocca.
Sono passati due mesi, per due mesi ha rimandato di giorno in giorno questa visita. E ancora non sa cosa farà, o cosa dirà.
La madre è più alta del marito, i contorni più netti. Entra nella stanza portando del freddo, con sé, come se fosse stata all’aperto fino ad allora.
“ Sono Tina” dice con voce asciutta “ mi scusi se l’ho fatta aspettare, ma ero sul terrazzo, a stendere i panni.”
Anche la mano che le porge è asciutta, e fredda. E freddi sono gli occhi che scrutano Marika, mettendola a disagio.
Il padre tossicchia e chiede se vogliono un caffè, poi si allontana per prepararlo.
Le due donne si siedono, una di fronte all’altra.
 Parole si inciampano, si scontrano le une con le altre, si arrestano di botto.
 Poi:
“ Ma lei, Maria, lei c’era quando…insomma, quando è successo?”
Marika non la corregge, sospetta che l’errore sia voluto.
Sì, lei c’era. Era arrivata a casa quella sera e c’era una strana luce e c’era come un rumore e c’era una presenza impalbabile o forse era un’assenza incombente.
“ Era da più di un anno che Teddy non toccava droghe. Aveva anche smesso di fumare. Vostro figlio “ e intanto prende in mano la tazzina col caffè che l’uomo le ha porto “ vostro figlio aveva trovato un lavoro, poi era contento perché… ”
La madre continua a fissarla con sguardo duro, troppo attento, come se volesse andare al di là della verità che lei sta raccontando, pensa Marika.
“ Perché è piombata qui, questa. Perché lui l’ha fatta entrare… Perché mi ha chiamato… Qualcosa vorrà da noi, se è qui…” rimugina la madre e quasi non ascolta quello che la ragazza sta dicendo.
Marika fa scivolare lo sguardo e le sue parole sul volto dell’uomo.
“ Quando sono tornata a casa dal lavoro, quella sera, l’ho trovato steso a terra, in bagno. La siringa piantata nel braccio. Teddy era ancora vivo, ma non riusciva a muoversi. Ha detto qualche parola, mentre l’autoambulanza ci portava all’ospedale; non ho capito bene, la voce era troppo flebile. Parole rubate al fiato, smozzicate. Poi, poco dopo, se ne è andato.”
Marika parla con voce neutra, il tono contenuto. Mette le parole una dietro l’altra, come se infilasse perle per farsi una collana.
“ Teodoro…Teddy ha sofferto tanto? ” L’uomo le ha messo una mano sul polso. Ha mani pallide, delicate, quasi femminili.
“Io non voglio i particolari, è morto, punto. Poi lo sai benissimo, noi lo avevamo già perso tanti anni fa…” La voce della donna è stridente, la frase finisce con un singulto, che ricorda più la rabbia, che il dolore.
Marika non sa se essere impietosa, e raccontare le convulsioni e gli occhi sbarrati di Teddy e il grido con cui ha chiuso la sua vita, e vendicarsi, così, e vendicarlo. Oppure tacere. Li guarda quei due, ormai vecchi, lui che le siede accanto sul divano, e continua a tenerle il polso, leggermente, con le dita che sembrano zampette di uccello, e la donna, lei, la madre, seduta davanti a loro, grande scura diritta sulla poltrona, senza alcun tratto morbido, senza nessuna smorzatura. Lei, la madre, così come Teddy gliel’ha sempre descritta.
Posa la sua mano sulla mano che le tiene il polso.
“ E’ finito tutto in fretta. “ dice” Non ha avuto modo di soffrire troppo. E poi lo tenevo stretto e…”
E gli parlavo del nostro bambino, dice dentro di sé, di come sarà bello, di quanto lo amerò, di come non lo lascerò mai solo, di quanto gli racconterò di suo padre.
“ Teddy “riprende Marika,” aveva pensato di chiamarvi, qualche giorno prima di morire. Ora che era pulito da tanto, avrebbe voluto vedervi, voleva che vi spiegaste, fra voi, che riprendeste i rapporti…”
“ Ma non lo ha fatto” si affretta a dire la madre. “ Non lo ha fatto. Sono sette anni che non lo sento.”
Il marito la guarda e sente quanto la odia, in quel momento, a quanto l’ha odiata quel pomeriggio di due mesi prima, quando è arrivata la telefonata del figlio, e dopo pochi istanti lei ha riattaccato e poi gli ha detto:
“ Era Teodoro. Gli ho detto di non chiamarci mai più, di non venire a casa nostra, gli ho detto che per noi è morto.”
E pensa a quanto si odia, per aver permesso a lei di disegnare la loro vita. Quel figlio spezzato, drogato, terribile, sì, ma sempre figlio, anche quando ti rubava in casa, anche quando spariva per settimane, e poi tornava come un pezzente, non si doveva cacciare, abbandonare, cancellare.
“ Quando lei ci ha telefonato per dirci di Teodoro, mio marito ed io abbiamo deciso di non venire giù a Rimini per il funerale. Noi, le ripeto, l’avevamo già perduto tanto tempo fa… Era come se lo avessimo già seppellito. Ho sempre pensato che non me lo meritavo un figlio così. Vede, la mia famiglia d’origine era una famiglia per bene, un’ottima famiglia. Mi sono chiesta un mucchio di volte come sia potuto succedere che…”

“ Credo che mia madre abbia sempre nutrito un forte rancore, nei miei confronti.” La voce di Teddy è presente ancora nella memoria di Marika, insieme alla immagine devastata del ragazzo, in quei primi giorni in Comunità, cinque anni prima. “ La sua famiglia. Me ne parlava sempre: generazioni e generazioni di farmacisti, li vedevo così indietro nel tempo che riuscivo ad immaginarli pestare nei mortai erbe e minerali e insetti, poi filtrare, misurare, pesare, seri, austeri, precisi. Mai un errore.”

L’uomo si è alzato. Si avvicina alla moglie, la voce gli esce bassa, ma pesante, sembra che voglia schiacciare la donna con il piombo fuso delle sue parole:
“ Non gli hai mai dato tenerezza, a quel figlio, lo hai considerato sempre un intralcio. Una volta gli hai detto, ti ricordi, ed era ancora piccolo, avrà avuto sì e no tredici anni, gli hai detto che era l’errore della tua vita. “

Sai,” le aveva detto Teddy, mentre se ne stavano abbracciati, a letto, l’ultima notte del loro primo anno passato insieme “ una volta mi fece vedere il libretto universitario. Vedi, vedi, tutti trenta, mi
disse, mancavano solo due esami da niente, ma sei arrivato tu, e ho dato addio a tutto, per te. Ricordatelo questo, aveva enfatizzato.
Pensa, avevo solo nove anni.”


La madre ha sollevato il volto, lo sguardo un arma puntata sul marito.
“ Tu sei stato debole con lui, sono sempre dovuta intervenire io nella sua educazione, tu eri preso da altro: ci giocavi insieme, lo facevi ridere, andavate in giro, mai un rimprovero, mai un questo non si fa, ridevate, voi, giocavate. Io, come se non esistessi. Ho dovuto essere dura, lo capisci, ma ho fallito, perché tu non mi hai aiutato. E lui, lui era comunque un debole. Come te, come i tuoi.”
Marika vede il padre che apre la bocca, ribadisce qualcosa. Ma non sente più. Non le interessa. E’ un teatrino. E’ come sapeva sarebbe stato. E’come Teddy le aveva raccontato.
Sa già che poi il padre alla fine tacerà, debole, sì, e stanco, e disilluso dalla vita, e la madre continuerà i suoi percorsi di aridità e rancore.
“ Ho fatto proprio male a venire.” si dice. “ Loro con il nostro bambino non c’entrano nulla, non li voglio nella mia vita.”
Eppure sa anche che Teddy ha continuato fino all’ultimo ad amarla, questa madre, ad anelare al suo conforto, gli errori commessi per provare inconsciamente a se stesso che era veramente lui quello sbagliato, che la madre, quindi, aveva ragione a non volergli bene. E la disintossicazione, poi, anche quella principalmente per lei. Sì, è molto probabile che Teddy l’abbia poi fatta, quella telefonata. Per dirle che ne era fuori, per dirle del bambino.
Si alza, loro continuano a tirarsi accuse. La stanza sembra ancora più scura, c’è qualcosa che ti invischia, lì dentro, che ti fa sprofondare. Marika se ne vuole andare subito. Non saluta, si avvia velocemente nel corridoio, apre il portoncino, lo richiude alle spalle, inspira un gran boccata d’aria e si sente meglio, anche se ha l’odore della nebbia della Padania.
Cammina verso l’auto. Si sente chiamare:
“Marika, aspetta!”
Si ferma, si volta. Il padre di Teddy la chiama a gesti, poi si avvicina.
“ Senti, questo è il numero di telefono della biblioteca dove svolgo lavoro di volontariato tutti i venerdì. Chiamami, se vuoi. E scusaci, scusaci di tutto. E grazie. ”
Alza un braccio, come se le volesse carezzare il volto. Poi lo lascia cadere, e si allontana con il suo zoppettio.
Marika appallottola il biglietto. Accanto all’auto c’è un cestino per i rifiuti.
Mette in moto. L’aspettano tre ore di viaggio. Spera che quella nebbia se ne vada. La musica invade l’abitacolo: la Ninna Nanna etnica di Eugenio Bennato.
Si china per raccogliere lo sgualcito foglietto con il numero di telefono che dal cruscotto è caduto a terra.
Forse lo chiamerà, forse no.
Ha sei mesi di tempo per decidere.

(Da Donne, ricette, ritorni e abbandoni Pendragon 2005)

Ninnananna
(non ho trovato la bella ninnananna di Bennato…)


postato da: Soriana alle ore 09:52 | link | commenti (5)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni, la mia scrivania
lunedì, 07 luglio 2008

Sorelle nell'ombra

211220450_d80a53c23b"Tu, che mi sorridi verde luna..."


“ Ecco, ha ripreso a piovere.”
Devono essere le sei: le infermiere che hanno finito il turno stanno uscendo dal portone della clinica e  si dirigono correndo verso il parcheggio.
Teresa si allontana dalla finestra e si avvicina al letto. Le ombre della sera avvolgono malinconicamente la stanza. Indovina, più che vederlo, il viso della sorella, i capelli opachi sparsi sul cuscino, le palpebre abbassate, la pelle tirata sugli zigomi. 
    “ Sai, i dottori hanno detto che ti devo parlare, che devo cercare di farti svegliare raccontandoti cose. Ma io…io non sono mai stata brava a parlare.”
Si guarda le mani.
    “ A lavorare sì, quello l’ho sempre fatto. Prima nelle case della gente, poi in fabbrica. Ho cominciato che tu avevi dieci anni. Io ne avevo quattordici. Andare a servizio, si diceva allora. Pulire, lavare, lucidare, stirare, e poi ricominciare tutto, neanche un grazie, neanche un per favore. Portavo a casa i soldi, servivano, sai…. La mamma li prendeva, li divideva in mucchietti: questo per il fornaio, questo per il latte, questo per la bombola del gas. La luce della lampadina pioveva sul tavolo della cucina, e illuminava la testa della mamma, i tuoi capelli biondi che sfioravano il quaderno, e quell’aiuto che ogni settimana io riuscivo a dare.
Quando lei, la mamma, se ne è andata (ricordi quel giorno, la mamma di botto a terra, le sue mani che artigliavano il petto, il sibilo del suo respiro) ho avuto paura che ti portassero via, che mi separassero da te.
Ecco perché l’ho cercato. 
Ecco perché l’ho fatto tornare, il babbo.”



Teresa si stringe le mani in grembo. Sta lì, seduta accanto al letto di Antonietta, ne ascolta il respiro regolare. Sembra proprio che la sorella stia solo dormendo.


    “ti prego ti prego Teresa non parlare del babbo quando lui è tornato nella nostra casa è come se si fosse spento tutto il sole sentivo l’odore delle sue sigarette dovunque quelle ore in cui tu eri al lavoro quei pomeriggi lontano dalla scuola tu non sai Teresa non sai l’orrore me lo porto ancora dentro ma non potevo raccontarti niente non mi avresti mai creduta e poi ti avrei dato un gran dolore con te lui era diverso non ti parlava quasi si faceva servire non ti guardava mai oh come avrei voluto che si comportasse così con me non più abbracci non più baci su tutto il viso non più carezze insinuanti e quell’odore di fumo stantio addosso a me lui ansimante e quell’odore che mi entrava nei pori della pelle mentre mi prendeva il terrore che tu tornassi dal lavoro mentre lui mi teneva lì immobilizzata sul materasso del letto di mamma e scendessi all’inferno con noi”


 Un’infermiera si affaccia sulla porta:
    “ Non stia lì al buio.” dice “ Ora le accendo la luce.”
Teresa stringe gli occhi.
La luce.


    “ Ti ricordi, Antonietta, la prima volta che abbiamo visto il mare? Ti ricordi come era forte la luce del sole, ti ricordi quel prato azzurro che non finiva più, e l’odore di pulito dell’aria? Avevi tredici anni, io avevo cominciato a lavorare in fabbrica, tu avevi appena preso la licenza media, e così, una domenica, siamo salite su un treno e siamo partite. Un giorno, una notte, lontano da casa. Lontane da lui. “

 Taci, taci, si dice Teresa. Raccontale delle risate che avete fatto, delle scarpe piene di sabbia, del gelato che sgocciolava sulle mani, di quella canzone, come faceva…


    Tu, che mi sorridi verde luna… ti ricordi quella canzone, Antonietta?  Ti piaceva tanto, dicevi che ti faceva sognare. L’avevano messa in un film, con quell’attrice, ti ricordi, quella bella, con i capelli rossi, come si chiamava?…Avevi preso un po’ di colore in quei due giorni al mare. Eri bella. Ti ho guardata, quando siamo tornate a casa, mentre ti spogliavi per fare il bagno, e per un attimo ho avuto paura. Stavi diventando grande. Per un secondo, ma solo per un secondo, ho pensato che forse…lui…anche con te...”

Teresa si morde le labbra. Ancora una volta la sua voce va a sbattere contro l’argomento proibito, come fa una palla contro un muro, sbatte, e poi rimbalza.
Sono passati più di trent’anni. Ma il silenzio delle notti rotto dal respiro concitato del padre, le sue mani che la toccavano febbrili, e il peso del suo corpo che la opprimeva, non potrà mai dimenticarli


    “Sapessi quanto l’ho odiato, Antonietta” e neppure si accorge di aver ripreso a parlare  ”e quante volte avrei desiderato andarmene, sparire. Ma come avrei fatto, con te? Vedevo che a te lui voleva bene come a una figlia, ti coccolava, ti viziava come una bambina piccola. Sapevo che non ti avrebbe mai toccata. Ma non potevo lasciarti : tu volevi studiare, eri così brava a scuola, sei sempre stata tanto intelligente… I soldi che lui portava a casa, con i suoi lavoretti saltuari, bastavano a malapena per mangiare. Sai,  tu mi hai sempre detto che non parlo mai di me, della mia vita sentimentale. Ma io non ho mai avuto un uomo, dopo quello, mai. Non ne sono stata capace.”


“me la ricordo quella canzone Teresa la cantavo dentro di me mentre lui mi toccava cercavo di estraniarmi da quello che stava succedendo anch’io l’odiavo ma odiavo anche me la colpa doveva essere anche mia ero carina lo dicevano tutti mi mancava la mamma all’inizio ero stata contenta di essere la preferita mi accarezzava i capelli mi teneva in braccio mi metteva a letto e stava lì a guardarmi mentre mi addormentavo dopo ha cominciato a fare quelle cose e sapevo che con te non poteva farle perché non gli piacevi me lo diceva lei non è carina come te capisci io non potevo dirti nulla ho pensato di farlo quando ho finito l’università ma era tardi tu eri rimasta in quella casa lui si era ammalato e tu lì a curarlo non sarebbe servito a nulla parlarti.”


    “ Dopo che tu ti sei laureata avevo pensato di andarmene, andare a vivere per conto mio. Poi lui si è ammalato. Tu avevi la tua professione, te ne andavi in giro per il mondo,  e a lui, chi ci avrebbe pensato? Ho sentito in bocca il sapore della vendetta, e non mi è piaciuto. E sono rimasta. Ma quando è morto, credimi, Antonietta, non mi sono disperata. Tu eri lontana, e così non ho neppure dovuto far finta di starci male.”


    “Quel giorno ero a Detroit dopo la tua telefonata mi sono fatta portare in camera  una bottiglia dal bar dell'albergo
 ho brindato alla sua fine dopo sono stata male Teresa ho fatto un gesto stupido brindare non serve devo ucciderlo dentro di me”

 

    Teresa stringe fra le sue la mano della sorella. La pelle è arida, le dita le si abbandonano sul palmo. Prende dal comodino un tubetto di crema idratante. Le massaggia il dorso delle mani, lentamente, con dolcezza. Le mani della sorella sono nude, prive di qualsiasi simbolo di legame. Anche tu, pensa Teresa, non hai un compagno. Anche tu, alla fine, hai solo me. Ed io ho te, ancora e sempre.

    “ Non so se tu puoi sentirmi, Antonietta, nemmeno i dottori lo sanno, ma ti giuro una cosa: se ti risvegli,  ti racconterò del babbo, sì, te lo racconterò. Voglio dividere con te questo dolore, credo sia giusto. Perché ti voglio bene.”



    Teresa guarda oltre i vetri della finestra. La pioggia è cessata.
Nel cielo, un’immensa luna piena.
Non è verde, ma è una gran bella luna.


(Da  “Donne, ricette, ritorni e abbandon” Pendragon 2005)


Verde luna
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venerdì, 18 aprile 2008

Follia

LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002LA - Labirinti-Labirinto-cm80x60-acryl suVilleneuve 2002

LABIRINTI

                                                                                                      

Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti sogno o son desto la vita è un sogno sogni di gloria i sogni muoiono all’alba sogni infranti sogni da interpretare dalla cabala al lettino denti patimenti mare madre sogni allegorici sogni leggeri di bambino con risate come cascatelle sogni evanescenti sogni che sono incubi sogni ambiziosi io ho un sogno i have a dream dormire sognare morire forse sogni profetici sogni di santi di eroi di naviganti sogni fuori rotta.
Sogni di un pazzo.


I miei sogni, in questa stanza con croci alle finestre, su questo letto bianco e stretto, con gli odori acidi dei medicinali, con i passi felpati che si aggirano intorno e i chiaroscuri e le ombre e le grida che il mondo chiama follia. I miei, di sogni, che si dilatano nel dormiveglia inciampante, nel sopore indotto da fiale.
Il sogno, il mio. Il sogno del paziente disteso sul letto n.8, stanza 27, la prima a sinistra dopo la cappella, quella cappella dove santi immemori si cibano di preghiere sbiascicate.

Cammino in una strada piana, la luce è abbacinante, un sole bianco appeso a un cielo basso mi opprime. Non c’è nessuno intorno. Ma so di non essere solo, so che da dietro le finestre chiuse di questi palazzi a forma di piramide mi osservano i vostri occhietti sferici, lo sento il sibilo maligno dei vostri sguardi.  Mi accorgo con vergogna di essere nudo, il mio corpo si ripiega a terra e con le unghie comincio a grattare l’asfalto per scavare una buca e sottrarmi ai vostri sguardi e sparire. Ma le mie dita tremanti trovano acqua fresca, dolce  e allora mi immergo in quella limpidezza, e rido e rido  e rido  mentre verso di me  nuota un delfino azzurro. Mi sfiora e sento la pelle di seta, e sono così felice che piango lacrime dal sapore di zucchero ma mi  ritrovo nuovamente in quella strada con le piramidi di acciaio e c’è una folla che mi viene incontro e si avvicina sempre più sempre più, mi circonda, mi toglie l’aria. Sui  volti maschere bianche, occhi come  foglie lanceolate di colore nero opaco. Le maschere si sciolgono sui visi e li lasciano nudi e sono i miei compagni di stanza e il dott. Cenni e l’infermiera Danieli  che mi si stringono addosso sempre più minacciosi.  Le finestre dei palazzi si spalancano e io spero e chiedo aiuto ma al di là delle finestre non c’è nulla, solo rettangoli bui. Grido ancora, ma non esce suono dalla mia bocca spalancata e il terrore mi sovrasta. E mi sovrasta la gente e mi schiaccia e non ho più spazio e mi manca il respiro e nel silenzio si alza una litania, mille voci che cantano: tu sei un numero, un numero, un numero e l’eco delle parole va e ritorna e rimbalza lontano e ritorna.  E mi ritrovo in un altro luogo, un prato con grandi fiori colorati, c’è una salita davanti a me, e tu stai in cima, mi tendi la mano, ma te ne stai immobile, e io avanzo e i fiori mi sorridono, le corolle si piegano gentili, come per un saluto. E continuo a salire, lo sguardo fisso su di te, mia amata, verso la tua mano tesa, mi arrampico spezzandomi le unghie nella roccia, sto per sfiorare le tue dita…ma la tua immagine diviene sfocata, stai diventando trasparente, ti confondi sempre più con il cielo. Un passo ancora e forse… Precipito lentissimamente verso il nulla. E grido il tuo nome, Angela, amore mio.

Riemergo in un acre bagno di sudore, il cuore che mi martella in questo guscio che ancora chiamano corpo.
Grido e grido e grido.
Un pizzicore sul braccio.
L’infermiera Danieli chiude piano la porta.


Sogni. Sogni ad occhi aperti sogni nel cassetto sogni ricorrenti…


Da: Donne ricette ritorni e abbandoni - Pendragon 2005
(con qualche revisione….)


Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.
(Arthur Schopenhauer)

Ti regalerò una rosa










 


postato da: Soriana alle ore 02:15 | link | commenti (6)
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martedì, 04 marzo 2008

Diario minimo di Milvia (2' parte)

P1060183Era una bella giornata di sole. Gli uccellini cinguettavano allegri…

Ecco, questo potrebbe essere l’inizio di un temino di quinta elementare (sempre che i temi si facciano ancora alle elementari…)

Il fatto è che domenica scorsa è stata veramente una bella giornata di sole…E gli uccellini veramente cinguettavano ….O forse no, il loro cantare l’ho avvertito solo io, ma a cantare, in realtà, era il mio cuore.







Granarolo, domenica 2 marzo ore 10,30
P1060077
La bella libreria/caffè Biblion comincia ad affollarsi. Paola e Sara le gentili e preparatissime libraie accolgono il pubblico con calore e cordialità. L’atmosfera è molto gradevole, e io mi sento del tutto rilassata. Roberta, Angela e Barbara, tre delle magnifiche quattro del gruppo di lettura Liber the, che ha organizzato gli incontri (manca Lucia, che è una globe trotter e, beata lei, è sempre in viaggio…) parlottano fra loro, mettendo a punto gli ultimi dettagli. Arrivano il mio figliolino con Simona, la sua ragazza, e poi Franca e Antonio, i miei cognati, con Carla, un’amica che non vedevo da decenni.
Bene, si comincia. Con piglio da vera giornalista Roberta mi presenta e mi pone qualche domanda. Poi tocca a me.
 
Cosa ho detto non so, è sempre così quando mi capita di parlare in pubblico. Parlo parlo, ma se poi dovessi ripetere i miei discorsi ci sarebbe il vuoto.
L’unica certezza è che a un certo punto ho iniziato a leggere
  il racconto Il  compleanno di Amalia Gargiulo tratto dalla mia raccolta “Donne ricette ritorni e abbandoni” (sì, sempre quella, ma è l’unico libro che ho pubblicato, che ce posso fa’?...)
E mentre leggevo ho percepito nettamente che il pubblico presente mi ascoltava con attenzione, e a mano a mano che procedevo nella lettura, alzando gli occhi, ho notato la commozione di qualche spettatrice.
E’ stato un bel momento, quello. Perché suscitare emozioni è proprio ciò che tento di fare attraverso la mia scrittura.
Sono stata contenta anche che la lettura abbia suscitato molte domande da parte del pubblico.
Insomma, forse, fra le varie presentazioni che ho fatto del mio libro, questa di Granarolo è quella che mi ha gratificato di più. Mi spiego: nelle precedenti il pubblico, anche se più numeroso (a quella che feci a Rimini si vendettero cinquanta copie del libro e a Bologna credo una quarantina) era composto per lo più da amici, parenti e conoscenti. Pubblico facile, quindi. A Granarolo, a parte i succitati figliolino quasi nuora cognatini e amica ritrovata non mi conosceva nessuno. Eppure un po’ di libri sono stati venduti e moltissime persone mi hanno fatto i complimenti.
 

Ne approfitto per ringraziare pubblicamente il gruppo di lettura Liber The
e Paola e Sara, raro esempio di libraie che leggono veramente e amano il loro lavoro, per avermi dato questa possibilità . E, naturalmente, tutte le persone che sono state sedute a ascoltarmi con attenzione, mentre fuori era una bella giornata di sole e gli uccellini cinguettavano allegri…
.

Voglio confessarvi una cosa: questo post mi è costato una fatica incredibile e rileggendolo lo trovo anche piuttosto mal scritto. Mi capita sempre così quando devo dire di me, o del mio libro qui nel blog. Ma mi sono sentita di scriverlo quale piccolo riconoscimento a Roberta, Angela, Barbara, Lucia, Paola e Sara.

Vorrei ora porvi una domanda, o meglio, porre una domanda a chi scrive (e non importa se ha pubblicato o no): ho affermato prima che attraverso la scrittura io vorrei trasmettere emozioni. E voi, cosa volete trasmettere al vostro lettore?




La canzone di Amalia

postato da: Soriana alle ore 12:29 | link | commenti (8)
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sabato, 10 novembre 2007

Questa notte…io, narcisista felice

P1040138P1050005


Prima di tutto ricordate che domani, domenica 11 novembre, alle ore 15 nella sala al primo piano della bellissima Villa Mazzotti,  Renzo Montagnoli
presenta i suoi Canti celtici nell’ambito della Quinta Edizione della Rassegna della MicroEditoria Italiana di Chiari (Bs). Chi non abita troppo lontano da Chiari ci vada, mi raccomando!!
Io purtroppo non potrò esserci. Ecco il motivo di quel fiore: perché è con un ciclamino, uno fra i miei fiori preferiti, che idealmente sarò vicina a questo mio caro amico.


La seconda foto, invece, è un’altra storia.
Non sono brava a farmi promozione. Non parlo quasi mai del libro che ho pubblicato. Mi sembra ormai una storia lontana, un figlio che si è incamminato per la sua strada, forse trovando intoppi, lungo il suo cammino, forse perdendosi. Ma che ogni tanto si fa vivo, attraverso parole di amici.
Come è successo questa mattina. L’amica che mi parla di lui ha usato parole bellissime, tanto che il mio sguardo che scorreva lo schermo si è annebbiato. Anche se penso che questa mia creatura non se li meriti del tutto questi elogi. Sono una madre piuttosto obbiettiva, io.
Con il permesso della mittente voglio comunque riportare qui le cose bellissime che Cristina Bove
, che come tutti sapete è un’eccellente poetessa, mi ha scritto questa mattina:

Leggo il tuo libro, pensando di imparare a cucinare qualcosa di nuovo e...mi ritrovo a piangere di commozione!
Ho appena finito di leggere "Amalia Gargiulo"...  A parte il fatto che scrivi magnificamente, riesci a portare il lettore, lo incateni al tuo narrare. La tua prosa scorre liscia ch'è un piacere leggerla.
Hai, credo, un'istintiva abilità, che ti consente lo sfalsamento temporale senza intoppi. Flash-back immediati, cui la mente non deve soffermarsi per capire.
E poi le ricette...Merita di essere letto con parsimonia, centellinato, e per me che sono una lettrice vorace e veloce questo significa che sei fra quei pochissimi scrittori che ho prediletto, che non mi stanco di rileggere, e dei quali mi "gusto" ogni passaggio.
Lo comprerò per regalarlo ad alcune mie care amiche.

Grazie, Cri!!!

E in una sorta di sbornia vanagloriosa aggiungo altre cose, altri giudizi che si possono trovare in rete su “Donne, ricette, ritorni e abbandoni”.

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&c=&det=393&valRcc=bWlsdmlhIGNvbWFzdHJp
Recensione di Renzo Montagnoli

Recensione di Cinzia Pierangelini (che riporto così, perché non sono riuscita a estrarre il link…)
scritto da cochina63 il venerdì, dicembre 29, 2006,dicembre 29, 2006 08:42

Si è fatto aspettare questo libro, sebbene fosse in città, in magazzino, ma introvabile.Ne è valsa la pena, però. Non so recensire e il mestiere di critico non mi si confà, dunque intanto non dirò che è ben scritto, scorrevole, si legge in un soffio etc.etc. Dirò solo una cosa: mentre leggi sei nella storia, ti immedesimi e questo è ciò che deve fare un libro. Perciò, cara Milvia, smettila di sminuire il tuo libro di racconti perché a me piace, senza dubbio sei tra gli esordienti (che schifo di termine) che mi son piaciuti di più! Brava, son sempre più contenta d'averti incontrata (e ora due copie del tuo libro sono alla hobelix di Messina, per chi fosse interessato!).
p.s.commento del marito:Oh, questa sa scrivere!




http://guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/294140.shtml
Recensione di Loredana Limone, cui segue pure un’intervista, qui sotto:
http://guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/295908.shtml


Altre recensioni, fuori da Internet, sono state redatte da Geraldina Colotti nell’allegato a Il Manifesto del 26 giugno 2005;
da Chiara Cretella, sul n.4 di
Stilos (14/27 febbraio 2006);
Altre ancora sono apparse su diversi quotidiani locali.
Un’altra volta, magari, quando cederanno nuovamente i freni della mia ritrosia, riporterò anche quelle.


Poi, quando ancora il libro non era stato pubblicato e aveva un altro titolo (Storie in attesa), un commento sulla rivista letteraria “Storie” ( n. 56 marzo/aprile 2005) che ho già inserito in un vecchio post (tag: Donne, ricette, ritorni e abbandoni).
Ah, ci sono state pure due partecipazioni a programmi tv. Private ma a diffusione nazionale. Ci credete? Non mi ricordo il nome...
Perchè non ho mai fatto nulla per queste promozioni...Alcune sono accadute per puro caso (passa-parola?) altre probabilmente grazie alla Casa Editrice.



Ma già che ci sono, sempre sollecitata dai fumi di questa sorta di ubriacatura, termino dando alcune indicazioni su dove e come si possa acquistare la mia raccolta di racconti.
Beh, sarebbe per me di estremo conforto essere nella lista dei vostri regali di Natale insieme a Remo Bassini, Cristina Bove e Renzo Montagnoli (li ho messi in ordine alfabetico, come si conviene in un elenco)… Sì, ne sarei proprio orgogliosa…


Credo che il sistema più semplice sia cercarlo, o ordinarlo in libreria. Presso le Feltrinelli non dovrebbe essere un problema, per lo meno non lo era fino a poco tempo fa. Penso poi lo si possa richiedere anche in altre librerie. E così si risparmierebbero anche le spese postali…
In rete, invece, ecco dove lo si può acquistare entrando qui:

www.pendragon.it   (che è il mio Editore)

http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-comastri_milvia/sku-12084257/donne_ricette_ritorni_e_abbandoni_.htm

http://www.internetbookshop.it/code/9788883423550/comastri-milvia/donne-ricette-ritorni.html


Forse anche in altri siti, ma non saprei dove.

Bene. A questo punto la testa mi gira troppo, il naso è rosso, l’ubriacatura ha superato i livelli di guardia. Non mi resta (non vi resta) che rifugiarvi nella musica. Vecchia ma sempre travolgente, questa canzone…
Buona domenica a tutti.


http://www.youtube.com/watch?v=1MnswJKnULc
postato da: Soriana alle ore 23:07 | link | commenti (4)
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giovedì, 17 maggio 2007

Sorprese del navigare

 

libroA volte mi  capita: vengo presa da un attacco di egocentrismo, entro in google, digito nome e cognome e vado in cerca di notizie. Su di me, naturalmente. E succede che scopro cosucce (carine) di cui non ero a conoscenza.
Come l’altro ieri.
Una recensione di “
Donne ricette ritorni e abbandoni” di cui non sapevo nulla. Stilata da una generosa signora che non sapevo proprio chi fosse, che si chiama Loredana Limone  e che ha un bel sito dove cibo e letteratura si fondono.
Poi a Loredana ho scritto per manifestare il  mio stupore e per ringraziarla. Mi ha risposto che si è parlato del mio libro due domeniche fa, a Radio Marconi, una radio milanese. E altre cose, mi ha scritto, carine anche quelle.
Insomma, naviga naviga e ci si imbatte in belle sorprese…
Ecco dunque la recensione, che potete trovare anche entrando in: guide.dada.net/letteratura_gastronomica/interventi/2007/05/294140.shtml



Cibo per andare e ritornare

A cura di Loredana Limone

Pubblicato il 04/05/2007



Annalena è una donna ormai anziana, repressa dal rapporto con una madre dispotica e dai principi forti ed egoistici che le ha trasmesso quando era in vita. Oggi, stanca del gelo di cui si è circondata, lo sconfigge utilizzando una ricetta deliziosa e preziosa: i biscottini jolly con cui lascia che la sua gentilezza invisibile finalmente s’involi.


Annalena è solo una delle tante figure muliebri cui Milvia Comastri ha dato vita nella sua raccolta di racconti dal titolo Donne, ricette, ritorni e abbandoni (Pendragon) in cui, con prosa quanto mai vitale, l’autrice ci conferma il legame indissolubile che unisce l’essere umano al cibo: cibo per dire ti amo o per dimostrare odio; cibo per rinascere, cibo per costruire nuovi schemi, cibo per liberarsi... cibo per andare e ritornare.

E’ una prosa matura, quella della Comastri, attinta da una molteplicità di vissuti e sentimenti. E’ importante che un libro offra tanta varietà anche di scene, sì dico proprio scene: ogni singolo racconto – che ho letto con ingordigia come un appassionante romanzo - si presenta a fotogrammi che si intervallano e ci mostrano, in descrizioni senza sbavature, ora l’uno ora l’altro personaggio, ora una scena ora l’altra.

 

Ecco perché scorre fluidamente, ad esempio, la figura di Annina bambina, nel flashback della mente di Valeria che per lavoro, il suo primo vero incarico da giornalista, si ritrova in un’osteria a Casalecchio vicino a dove sua madre abitava da piccola, dove il cibo è buono ed ammorbidisce il ricordo doloroso della mamma malata che l’ha lasciata quando aveva 16 anni gettandosi nel Reno, ora bambina che ruba le ciliegie e non riesce a sfuggire al contadino.

 

Ancora il cibo per tornare all’uomo amato, dopo una vita passata insieme dall’Italia all’America e ritorno, dopo aver acquietato la di lui stanchezza (in silenzio anche quando sapeva di quell’altra, Jennifer) e cresciuto i loro figli. Oggi Amalia si sente troppo sola senza il suo caro marito. Così sola da preparare una torta, quella di zucca che lui preferiva, e portagliela e mangiarla con lui/per lui sulla tua tomba. E non svegliarsi più.

 

Ma Milvia tocca anche temi sociali ed attuali, oltre al sentimento.

Come l’omosessualità, narrata con una tale delicatezza che è bello vedere Mauro preparare la pastiera per Adriano, il suo compagno, nell’attesa che questi ritorni dal funerale della madre che non ha mai accettato di avere un figlio gay. Come il mobbing che si manifesta all’inizio con la banale sparizione di una matita per aggravarsi con problemi sul lavoro creati dai colleghi invidiosi, quegli stessi sei che dividono l’ufficio e le giornate (anzi uno di loro ha diviso anche qualcosa di più intimo, ma solo per farle del male) di Delia che, quando finalmente realizza, si prende la rivincita con una bella torta al cioccolato Waldorf… in faccia a chi lo merita. Ed è un peccato per quel sestetto di imbecilli perché, da come è descritta, deve essere veramente buona.



postato da: Soriana alle ore 13:25 | link | commenti (11)
categorie: donne ricette ritorni abbandoni
giovedì, 15 marzo 2007

Recensione di "Storie, ricette, ritorni e abbandoni"

Quando ancora non aveva questo titolo, quando aveva appena trovato un editore, quando era solo una pila di fogli A4 tenuti miseramente insieme da un nastro adesivo blu. Quando si chiamava (e c’era tutta una storia, sotto a questo titolo) “Storie in attesa”.

Recensione pubblicata sul n.56 della rivista “Storie” (marzo/aprile 2005) (www.storie.it)

Una raccolta di racconti partoriti in posti diversi: nelle sale di attesa, in macchina, a letto. Un ventaglio di suggestioni che spaziano dal patologico alla quotidianità più banale e sonnacchiosa. “Storie in attesa” raccoglie, come un variopinto collage, le molteplici esistenze che ogni giorno si accavallano nel nulla delle città. Vittime alienate, perseguitate dai loro stessi pensieri e dalla insoddisfatta voglia di scappare. L’episodio più riuscito sembra essere “Il sopravvissuto”. Una parabola di aspettative, disillusioni e ricordi angoscianti. Un incubo reso ancor più raccapricciante dalla prosa, solo apparentemente distaccata. Bene.

Ecco, questa fu la prima volta.
postato da: Soriana alle ore 00:55 | link | commenti (2)
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