L’ho scritto diverse volte, e oggi ho ancora occasione di ripeterlo: la Rete mi ha fatto entrare in rapporto con persone bellissime, e con alcune di queste, poi, ho stretto anche profondi rapporti di amicizia “reale”.
Altre le frequento solo virtualmente, magari attraverso i commenti sul mio blog. E ogni tanto, poi, mi capita di imbattermi casualmente in conoscenze nuove, tanto belle anche loro da rendermi sempre più grata al mondo di Internet.
Dino Biggio l’ho conosciuto attraverso un altro grande: Ettore Masina.
Del signor Biggio (che annovero nella mia amata schiera di Resistenti) avevo già già pubblicato qui qualcosa di molto interessante. E sono molto molto contenta che l’altro giorno lui mi abbia contattato per farmi partecipe di altri suoi testi.
Quello che questa sera vi riporto è la risposta di Dino Biggio all'articolo di fondo scritto dall’arcivescovo di Cagliari e apparso nell’ultimo del Portico - il settimanale della diocesi di Cagliari – dal titolo L’onore delle armi. L’articolo del Portico potete leggerlo entrando in questo sito:
http://www.diocesidicagliari.it/aspxPages/funzioni/portico.aspx
Articolo che mi ha ispirato anche il titolo di questo post. A dir la verità non solo questo articolo, ma anche altre svariate cosette in odor di chiesa, sono state fonte di ispirazione. Ma per non mettere, come si dice, troppa carne al fuoco, di un’altra di queste cosette (tanto per non far nomi di Giulio Tam) ne parlerò domani.
Ed ecco cosa scrive Dino Biggio, con ironia e intelligenza.
SCHERZI COI FANTI MA LASCI STARE I SANTI
In effetti i gradi di Generale di Corpo d’Armata li sente sempre ben appuntati sulle spalline della sua veste viola, l’arcivescovo di Cagliari, a giudicare dall’articolo di fondo che ha firmato nella prima pagina del suo settimanale diocesano Il Portico che, a caratteri cubitali, titola l’intervento “L’onore della armi”. Linguaggio squisitamente militare il suo, che ben gli si addice, rimandando a una prassi invalsa nelle armate di tutti i tempi, quella di tributare appunto l’onore della armi al nemico soccombente, di cui viene riconosciuto il valore. Sbaglierebbe tuttavia a pensare che il vincitore voglia riservare tale ossequio allo sconfitto o che questi lo attenda con ansia.
L’estensore dell’articolo si ostina a sostenere la tesi che quella del 10 gennaio è stata una visita “privata”, per la quale aveva l’obbligo di una “doverosa accoglienza” verso il Presidente del Consiglio, venuto in Sardegna, come precisa, “in occasione della campagna elettorale”. Nessuno, ritengo, ha mai pensato di contestare il diritto-dovere dei vescovi di accogliere, anche calorosamente, un’alta carica dello Stato, quando ne venga fatta loro richiesta. Il problema è relativo esclusivamente ai tempi e ai modi, che devono essere sempre improntati a esigenze di prudenza, per evitare possibili strumentalizzazioni della Chiesa da parte del potere politico (di “qualunque” parte esso sia espressione) e, soprattutto, per non creare disorientamento nelle persone meno provviste di adeguati strumenti critici. Se la visita era realmente privata, si poteva quanto meno evitare la presenza di fotografi e operatori televisivi, che hanno immortalato l’evento, divulgandolo nella stessa mattinata attraverso i giornali e le reti televisive, locali e nazionali.
L’articolista precisa anche che, “visti i risultati delle elezioni”, “non si possa ritenere il vescovo determinante nell’esito elettorale”. E allora, viene spontaneo domandarsi: a che pro quelle visite presidenziali richieste a gran parte dei membri dell’episcopato sardo, residenziali ed emeriti? Davvero qualcuno è convinto di poter far credere a tutti che quelli fossero soltanto gesti privati di “cortesia”? Se le cose stessero realmente così, quei presuli che non hanno aderito alla richiesta d’incontro, sarebbero stati quanto mai scortesi. O semplicemente prudenti, come auspicato da molti.
Ciò che lascia più stupiti, però, è il fatto che l’arcivescovo non solo non prova alcun disagio per le reazioni critiche che gli sono state manifestate per iscritto da “molti”, ma addirittura esse lo hanno anche “molto divertito”. E qui il problema si fa più delicato, perché esprime in modo plastico l’atteggiamento che egli adotta nei confronti di quei “molti”. Si diverte, appunto. Verrebbe da domandargli: sa chi sono quei “molti”? Ha mai cercato di dialogare con loro e di avere anche per loro un atteggiamento di “doverosa accoglienza”, così come sente l’obbligo di riservarla al Presidente del Consiglio? Eppure il Decreto Conciliare Christus Dominus raccomanda vivamente ai vescovi di comportarsi “come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti, come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti e la cui autorità ricevuta da Dio incontra un’adesione unanime e riconoscente”. Non sia mai che voglia essere ricordato da molti come colui che si diverte sempre!
Che cosa ho visto. È il titolo della lettera pastorale che l’arcivescovo ha scritto ai fedeli perché, come testualmente dice “mi piace raccontare le mie esperienze, sperando di descrivere nella verità la situazione della nostra Chiesa di Cagliari da me vista all’inizio del nuovo millennio”. Bella la veste grafica delle settanta pagine del libretto, di cui la metà riempite da diverse sue immagini con un candido agnellino sulle spalle e da numerose altre fotografie di pregevoli opere dell’arte sacra, tutte conservate nei Musei Vaticani romani. Quanto al contenuto, attesa la rilevanza normalmente rivestita da simili documenti, lascio ad altri di esprimere un giudizio più autorevole del mio. Ma, quel che posso dire con onestà, è che alla fine della lettura mi è venuto spontaneo chiedermi: ma che cosa ha visto l’arcivescovo? Non ho trovato altra risposta che questa: quasi nulla! Un giorno, forse, quando vorrà ascoltare anche la voce di chi per il momento lo fa soltanto divertire, qualcuno potrà anche raccontargli di tante cose che non ha proprio visto durante la sua permanenza a Cagliari.
Nel suo parlare, il nostro affabulatore, non manca quasi mai di additare esempi luminosi di santi uomini che ha avuto la fortuna di incontrare nella sua vita. Il più ricorrente è quello del santo vescovo di Molfetta don Tonino Bello, di cui addirittura dice, senza temere il ridicolo, d’essere fatto dello stesso stampo. Nel suo soddisfatto commento politico alla recente competizione regionale, il puntello al suo ragionare lo ha trovato in Giorgio La Pira, effettivamente santo sindaco di Firenze e “modello di come si deve fare tra cristiani”. Siccome, però, sembra, almeno a tanti di quei “molti”, che questi esempi non riesca proprio a proporli in modo convincente, farebbe bene a continuare, come peraltro ha sempre fatto nel corso della sua lunga e fortunata carriera ecclesiastico-militare, a scherzare coi fanti, ma lasciar stare i santi.
Cagliari, 2 marzo 2009 Dino Biggio
Maria Carta Dies Irae