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...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzonte Più riguardo a Donne, ricette, ritorni e abbandoni

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martedì, 06 gennaio 2009

Di mici, di McDonald, di libri....

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Ciao!  Vi starete chiedendo chi è quel micio (in posizione di micio morto, ma è vivissimo, vi assicuro) che compare nella foto. Ecco, rispondo subito. E’ un ospite, ospite che si è autoinvitato nella mia cameretta e ora se ne sta placido placido sulla sedia in balcone… L’ho trovato prima rientrando dalla spiaggia e quasi quasi, dato che è bianco su bianco mi ci stavo sedendo sopra…  Deve aver capito che adoro i gatti, forse ho un’aura gattara che lui deve aver individuato… Ora cosa succederà non so… Va bene che li adoro, va bene che sono sola è un po’ di compagnia mi potrebbe anche fare piacere, però condividere il mio lettuccio con lui, insomma, non è che mi entusiasmi troppo. Solo i gatti che conosco bene possono avere questo privilegio…
In effetti nell’albergo credo ci siano più gatti che clienti. E alcuni di loro, anche quelli piccolini piccolini hanno un vezzosissimo collarino di palline multicolori: non credo che si tratti di un collare antipulci, però. Magari farò loro qualche foto, perché sono proprio carini.

Sto scrivendo dalla mia camera, uno sguardo allo schermo e uno al mare. Una piccola pausa prima di ridiscendere in spiaggia.
Sono proprio contenta di aver scelto Kamala. Pur distando poco più di una decina di chilometri dalla famosa Patong è completamente diverso, come luogo: qui è il silenzio e la tranquillità e la lentezza che dominano, a Patong sono invece la frenesia, il cemento, il chiasso, l’occidentalità (non so se esista questo termine…) il cattivo odore di fogna, i maschietti (vecchi maschietti) che passeggiano tenendo per mano ragazze thailandesi “affittate” per la vacanza… Eppure molti, moltissimi turisti, e soprattutto italiani, preferiscono quella spiaggia. Anche per i bambini, dicono. E sapete perché? Ma perché c’è il Macdonald!!!! E così i loro piccoli milanesi, calabresi, emiliani e cosi via, possono sentirsi a casa, e mangiare… come Dio comanda. Giuro: questo ho sentito dire da una coppia italiana con figlioletto al seguito… E pensare  che la cucina tailandese offre molteplici possibilità di scelta: pollo e pesce, per esempio, vengono cucinati anche senza l’utilizzo di salse o spezie che possono essere poco graditi a un bambino.  Comunque quei signori hanno dimostrato di avere una grande apertura mentale, non trovate?
Anche la sera qui è tutto calmo. I negozi chiudono verso le dieci, la passeggiatina per attraversare il ban (villaggio, in lingua thai) impiega circa un quarto d’ora. Poi non rimane altro che sedersi sul balcone (micio permettendo) e ascoltare il rumore del mare. Bellissimo modo per impiegare il tempo.
E un altro modo molto bello, per utilizzare il tempo della vacanza, è leggere un buon libro. Come lo scorso anno vi parlerò dunque delle mie letture sotto l’ombrellone.
(come ho già scritto, nella valigia i libri occupavano metà dello spazio…)



Inizio con un romanzo che ho gradito molto: Questo
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L’avevo già iniziato in Italia, ma le ultime cento pagine le ho finite l’altra notte.
Di Zadie Smith avevo già letto Denti bianchi, e l’ aver scoperto questa giovane scrittrice mi aveva deliziato. Impressione che è stata confermata da questa mia seconda esperienza di lettura. La Smith è bravissima nel tratteggiare i suoi personaggi, e con apparente leggerezza affronta temi  molto pregnanti, come l’identità razziale (tema che l’autrice sente in modo particolare, essendo di padre inglese e di madre giamaicana), la sessualità, il rapporto fra ragazzi e adulti.
In particolare, in Della bellezza con sarcasmo che però non deborda mai nella parodia
Zadie Smith fa un impietoso quadro del mondo accademico statunitense (ma anche Britannico, dato che due personaggi sono insegnanti universitari inglesi).  Mi sono chiesta, a questo proposito, se c’è qualche autore italiano che abbia affrontato mai questo argomento: credo che ce ne sarebbe da dire anche sulle nostre università, per quanto riguarda lotte di potere supportate da bieche meschinità e invidie fra docenti.  Io non ne conosco, di autori che abbiano affrontato questo argomento. Voi mi sapete dare qualche suggerimento?
Sia Denti Bianche che Della bellezza si leggono con molto piacere. Mi stupisce sempre quando in uno scrittore molto giovane (la Smith è del ’75 e aveva 23 anni quando ha ultimato Denti bianchi) trovo una così grande abilità di scrittura. Non mi rimane quindi che consiglarvi, se già non la conoscete, di arricchire la vostra biblioteca con i romanzi di questa autrice.

Ma è ora per me di ritornare in spiaggia, anche se il cielo si sta riempiendo di nubi minacciose.  Magari mi vado a fare un massaggio… Ah, un saluto anche dal micio. Sì, si è svegliato, ha lasciato il balcone è si è steso ai miei piedi. Sapete come si dice gatto in thai? Mèo, si dice. Un po’ onomatopeico, mi sembra. Vuol dire che quest’ospite qui lo chiamerò Meo.


E ora:

Fabrizio De Andrè: La città vecchia

lunedì, 05 gennaio 2009

In Thailandia: primo giorno

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Fino a tre giorni fa era questo il panorama che vedevo dal mio balcone....






































E ora, invece... Ecco, questa seconda foto l'ho scattata questa mattina all'alba, da un altro balcone, che per venti giorni sarà comunque il mio balcone....



Ciao a tutti!
Sono in riva al mare, ne sento lo sciabordio, tutto è molto tranquillo, qui intorno. Fra poco sarà buio (qui sono da poco passate le 18) e non mi rimarrà altro che andare a cena, fare una passeggiata attraverso il piccolo villaggio che mi ospita e leggere qualche pagina di un libro prima di addormentarmi.
E di libri avrei voluto parlarvi, di quelli che ho finito di leggere questa notte (quasi totalmente insonne, per effetto del Jet lang) e di uno che ho iniziato questa mattina. Solo di libri e di vacanze.
Ma la mia amica Nurit Peled mi ha inviato una mail con un allegato  che ritengo mio dovere pubblicare.
Anche se per un po’ avrei voluto dimenticare cosa succede nel mondo. 



AI POLITICI  ITALIANI

da parte di

Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo

Roma,  3 Gennaio 2009

 

Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana

 La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti,  pagano il prezzo dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una  minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma  basta con l' impunità  di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale.  Furto di  terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati,  colonie che  crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

 Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che  lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con  sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia  loro per diritto divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da

Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti  senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra  loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete  tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il  dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario.  Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani:  Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l' occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l'occupazione.
Dio mio in che mondo terribile viviamo!

Luisa Morgantini



Sempre veritiere le parole di Luisa Morgantini. Peccato che fra i politici ci siano ben pochi che abbiano il suo coraggio.

Allora, di libri, di mare, di tranquillità, vi parlerò nel prossimo post. Spero, almeno.

Ma voglio aggiungere anche questa segnalazione:

2009: Emergency di Pistoia

Il mio omaggio a Fabrizio De Andrè  in questo mio primo post tailandese è la sua bellissima
Creuza de ma
venerdì, 19 dicembre 2008

Poco tempo

Gaza
Navigo poco, in questi giorni, presa anch’io dai preparativi per il Natale imminente.
Poi ogni tanto mi fermo a riflettere. Per me, che mi definisco non credente, assolutamente laica, il Natale non dovrebbe poi avere tanta importanza…E invece non è così. Perché comunque da quando sono nata sono stata abituata a festeggiarlo e forse con non molta coerenza continuo a farlo. E a volte mi chiedo se questo abbia un senso.
Tutto questo per dire che non riuscirò a scrivere post lunghi o particolarmente impegnati,  da ora fino a Natale. Per mancanza di tempo, per stanchezza e per altro che qui non sto a dire.  Magari farò segnalazioni di cose che parleranno da sole. Cose anche pesanti e impegnative, come questa proposta di iniziativa che trovate qui:

Uno scatto contro l'assedio
che vi prego davvero di leggere, anzi, per essere ancora più motivati, guardate prima questo video che ieri mi ha segnalato la mia amica israeliana Nurit Peled  di cui vi ho parlato diverse volte:
Gaza in crisi, dicembre 2008.

Ecco, io taccio. L’appello e le immagini e le didascalie al video dicono tutto quel che c’è da dire.  Non occorrono altre parole.
postato da: Soriana alle ore 23:28 | link | commenti (5)
categorie: dall italia e dal mondo, cronache infernali, nurit peled
martedì, 11 novembre 2008

Meglio tardi che mai

P1080363(quella lì in piedi, rossochiomata, sono io)


Ecco qui, finalmente il mio (breve, credo, perché sono molto molto stanca) resoconto della serata del 1 novembre, a Monselice.

A prescindere dal risultato, devo dire che è stata una serata bellissima. Mi è capitato molte volte di partecipare a cerimonie di premiazione organizzate da Concorsi letterari ma non ho mai trovato una simile generosità da parte degli organizzatori.
Voglio ricordare che il concorso era Il Poeta e il Narratore, promosso dall
' Associazione culturale Amici delle Arti (in collaborazione con il Comune di Monselice, Assessorato alla Cultura); mi sono classificata fra i dieci finalisti (e su duecento racconti partecipanti, non è poi un cattivo risultato) con il racconto L’incubo di Anselmo.
La proclamazione dei tre vincitori, sia per la sezione poesia sia per quella di narrativa, è stata  determinata dal pubblico presente in sala, cui era stata consegnata una scheda di votazione. Si potevano assegnare tre voti, per ciascuna sezione, e questa mi è sembrata una buona cosa: In un vecchio post  
avevo ironizzato un po’ sulla modalità di voto, pensando si svolgesse diversamente…

Allora, perché è stata una serata bellissima? Perché mi è piaciuto, come già ho detto, constatare le generosità di questa Associazione che ha:

Offerto alloggio gratuito ai finalisti e a un loro accompagnatore in una graziosissima struttura

Organizzato una serata dove, a intervallare le letture dei lavori finalisti, fatte da due giovani attori bravissimi,  si sono esibiti due musicisti, un cantante e un illusionista, pure loro giovani di Monselice e pure loro validissimi. Così come lo è stata, validissima, la conduttrice della cerimonia.

Allestito un ottimo e davvero ricco buffet ( e io non sono tanto di …bocca buona, e se affermo che era ottimo, ottimo, era)

Assegnato premi in denaro ai primi tre classificati sia per la poesia che per la narrativa (il primo premio era di 1000 euro, non pochi, vero?)

Fatto stampare   L'antologia  che contiene poesie e racconti finalisti dalla Casa Editrice Giraldi, offrendone 2 copie agli autori

La settecentesca Villa Contarini,  poi, scelta come luogo della premiazione, è un edificio molto affascinante.

Ecco: chi di voi ha avuto occasione di partecipare a cerimonie di questo tipo, credo possa essere d’accordo con me che molto raramente, per non dire mai, ha trovato queste cose tutte insieme.

 Voglio poi ricordare la gentilezza di Davide Donato   lo scrittore che è anche  presidente dell’Associazione promotrice, di sua moglie, e la simpatia delle sue  educatissime e graziosissime  bimbe.
E a proposito di figli, la piacevolezza della serata si deve anche (per me, è ovvio) alla presenza del mio…pargoletto Alex, della sua fidanzata Simona, di  Stefania,  che era venuta a sostenere la zia, e di loro due amici: Nunzia e Valerio. Li bacio e li ringrazio per il tifo, da qui.
Concludendo: se mai decideste di partecipare a un concorso, ricordatevi questo nome: Il Poeta e il Narratore. Il prossimo anno sarà alla sua seconda edizione, e, avendo iniziato il suo cammino così bene, sono certa che altrettanto bene lo proseguirà.


Avevo detto che il post sarebbe stato breve…E invece, ecco qui. Ma perché sono così…telematicamente logorroica?

Beh, già che ci sono ecco il racconto con cui ho partecipato.
E poi basta, per oggi.


Ah, la musica, dimenticavo…
Alla fine del racconto, musica c’è.


L’incubo di Anselmo

Lui, quando ancora era in grado di farlo, li aveva chiamati viaggi. Un odore, la rotondità della voce di una donna, lo splash delle scarpe in una pozzanghera. Bastava un niente, anche qualcosa di insignificante come la danza di una falena intorno alla lampada, di banale, come il sospiro asmatico dell’autobus che si fermava dietro casa.  E la mente gli si animava e cominciava a nuotare a ritroso e lui si ritrovava dieci, venti, sessant’anni prima, in luoghi di cui aveva perso memoria, con persone che non rammentava più di avere conosciuto.
La Cesira, ad esempio, come aveva fatto a dimenticarsela.
La Cesira con le poppe alte come colline, i fianchi larghi, i suoi no arroganti  buttati in faccia con una risata. I sogni che ci aveva fatto sulla Cesira, i sogni.
La Cesira gli era tornata in mente per l’odore del fieno, quel giorno che suo nipote lo aveva portato in campagna. Come se gli fosse entrata dal naso e gli fosse uscita dagli occhi. Gli era arrivata proprio lì davanti, con il vestito bianco e rosso che portava alla domenica, con quel bottone slacciato con malizia, e i solco fra i seni imperlato di sudore, e l’onda nera dei capelli. E lui si era alzato dalla panca che stava sotto il pioppo, e le aveva gridato, agitando il bastone,  perché no? sempre no, mi dicevi, perché no? Solo con gli altri le allargavi le gambe…
Suo nipote era uscito di corsa dalla casa, nonno che c’è?, aveva chiesto. Poi, scrollando la testa, era rientrato.
“ Cazzo, il nonno dà ancora i numeri.” aveva detto alla moglie. “ Non si può andare avanti così. Lo sai che dovremo prenderla presto, quella decisione. Soprattutto ora che è arrivata la bambina.”
“Povero nonno Anselmo…” aveva mormorato la moglie.
Il vecchio si era seduto di nuovo. Il bastone era caduto a terra con un piccolo schiocco secco. Aveva socchiuso gli occhi, mentre il mento aveva preso a scivolargli verso il petto. La nebbia appiccicosa e densa era nuovamente lì, accucciata dentro la sua testa.
A fare del suo corpo tutto un tremito, come se le sue ossa fossero devastate dalla febbre, c’era  poi quel sogno ricorrente. Quel cagnaccio con le fauci spalancate, con i denti lucidi di saliva, le gengive rosse come sangue, il ringhio che spezzava la notte. Un cane nero, enorme, pronto a balzargli addosso, ad annientarlo, a divorarlo.
Non era in grado, il vecchio, di dare spiegazioni al nipote che si precipitava in camera, svegliato dalle sue grida. Riusciva solo a coprirsi il volto con il lenzuolo, a rannicchiarsi sotto le coperte che sussultavano per il tremare del corpo, le ginocchia premute contro il ventre. E ce ne voleva di pazienza a Luciano, per calmarlo. E alla Cinzia, che arrivava poco dopo con la tazza di camomilla zuccherata. E intanto si svegliava anche la bambina, e bisognava correre da lei, e prenderla in braccio, e sperare che si riaddormentasse in fretta, ché gli occhi si chiudevano dal sonno e dalla stanchezza. 
“Cazzo, non si può andare avanti così”, diceva Luciano, quando se ne tornavano a letto. ”Fra poco suonerà la sveglia, chi dorme più, adesso…” 
“Povero nonno Anselmo…”, mormorava Cinzia, spegnendo la lampada.
L’incubo lasciava ad Anselmo anche una strana sensazione: come se dentro la sua testa svolazzasse un qualcosa di indefinibile che lui tentava inutilmente di afferrare. Un lembo stracciato di ricordo che se ne andava su e giù fra i corridoi della memoria, ormai  sempre più bui, senza lasciarsi mai afferrare. Non era come quando lo veniva a trovare la Cesira. Che perfino l’odore, riusciva a sentirne. Non come quando per la prima volta gli avevano fatto vedere la bambina.
Quel visetto stropicciato gliene aveva portato un altro, alla mente. Quello della Rosita, e così l’aveva chiamata, la bambina, mentre Luciano si affrettava a dirgli di non toccarla, che le mani non se le era lavate, e che Chiara, si chiamava, non Rosita.
Chiara Chiara Chiara, si era ripetuto lui. Las ciama Chiara, brisa Rosita. Rosita la gne piò, la Rosita l’é morta.

La prima figlia di Anselmo era morta ad appena sei mesi di vita, due giorni dopo l’arrivo degli americani. Il corteo funebre con la carrozza bianca in testa aveva proceduto lentamente, fra jeep e sventolare di bandiere, fra pianti di gioia che avevano tolto voce al  dolore straziante di Anselmo.

 “Nonno, alla bambina non ti devi avvicinare.” gli diceva sempre il nipote. “ I vecchi non si sa mai che malattie possano avere. Quando vuoi te la portiamo vicino noi.” Cinzia lanciava al marito uno sguardo obliquo, si accostava al vecchio e gli dava un bacio sulla testa.  “Quando vuoi,” gli sussurrava “chiedilo quando vuoi.”
Ma Anselmo non lo chiedeva. Se ne stava seduto sulla poltrona, lontano il più possibile dalla carrozzina dove stava adagiata la piccola. Ne ascoltava i gorgoglii, le prime risatine, ne percepiva l’odore di latte. Imparava a conoscerla così, da lontano, quella nuova Rosita.

Anche quella notte aveva sognato il cane. Da sotto il lenzuolo con cui si era tutto ricoperto aveva avvertito la presenza di Cinzia. Ne aveva sentito la voce che lo chiamava con dolcezza. Lo stesso tono con cui lei parlava alla bambina. Si era scoperto il volto, aveva afferrato la mano della donna e se l’era premuta sulla guancia. I lineamenti di Cinzia avevano cominciato a scomporsi, e avevano preso le sembianze della moglie, morta tanti anni prima. Il tremore del corpo si era fatto più blando, e dopo poco si era riassopito.
Al mattino aveva ancora quel frullo, nella testa, quello straccetto mai afferrato di ricordo che sempre si presentava dopo l’incubo.
Anselmo si sistemò sulla sedia in giardino. Cane, biascicò. Va vi va vi va vi. Agitò per un attimo il bastone verso il cielo, poi si quietò e chiuse gli occhi.
Cinzia stese il plaid sul riquadro di erba, all’ombra della magnolia.  Rientrò in casa e dopo poco riapparve con la bambina e la mise a sedere sul panno, insieme a qualche pupazzetto di gomma. Cominciò a farle il solletico, a baciarle le ditina paffute. Chiara lanciava acuti gridolini di allegria. Anselmo socchiuse gli occhi: l’è prezisa a  la Rosita, pensò nel dormiveglia. Lo riscosse la voce di Cinzia:
 “Nonno, devo andare alla posta. Vado in bicicletta, così faccio prima. Cinque minuti e torno. Chiara la lascio qui. La lascio con te. Non più di cinque minuti. Vieni, portiamo la sedia vicino a lei.”
Il vecchio spalancò gli occhi. Mosse la testa più volte per assentire e si alzò.

Fu il trillo di Chiara che lo riscosse dalla sonnolenza. E qualcosa di diverso. Un suono basso, come un brontolio di tuono quando si appresta il temporale. Aprì gli occhi.
Il cane era a pochi metri dalla bambina. Lei gli agitava contro una paperetta di gomma, e farfugliava allegra. Il cane era nero, enorme. La piccola gli gettò addosso il giocattolo. Il cane spalancò le fauci interrompendo il ringhio e si apprestò a balzarle addosso.
La sedia cadde a terra senza alcun rumore. Il vecchio era in piedi, roteava il bastone con tutte le sue forze, lanciando grida che non parevano umane. Il cane spostò lo sguardo sull’uomo. E  balzò di lato.
L’ultimo suono che Anselmo percepì, prima di svenire, fu un secco richiamo in una lingua a lui sconosciuta.

Gli hanno portato la bambina. Lei gli ha sbattuto la manina sul braccio ingessato e ha fatto una risatina. Luciano e Cinzia sono ai due lati del letto. Altri pazienti non ci sono, in quella camera d’ospedale. Parlano fra loro. Ogni tanto Cinzia ripete la stessa frase: Se non ci fosse stato lui…Non mi potrò mai perdonare di non aver chiuso bene il cancelletto. E stringe la mano libera dal gesso di Anselmo, e se la porta alle labbra.
“Cazzo, quei cani lì dovrebbero tenerli legati, …” l’nterrompe Luciano
“lo ammazzerei quello stronzo del padrone …E’ stato fortunato che si sia accorto in tempo che il suo cane era entrato da noi e lo abbia richiamato. Se no giuro che lo ammazzavo con le mie mani, quel figlio di puttana… Pensa te il nonno…ha avuto sempre una gran paura dei cani, lui.  Mi viene in mente che mio padre mi aveva detto una cosa. Quando il nonno era piccolo un giorno un cane stava per sbranarlo. Avrà avuto un sei sette anni. Il nonno è riuscito a arrampicarsi su un albero, e quello stronzo di cane sotto, che abbaiava e ringhiava e continuava a saltare.  Sembra che la cosa sia andata avanti per delle ore. Quando i suoi se ne sono accorti il nonno non riusciva più a parlare. E’ stato muto per dieci giorni, è stato. Insomma…voglio dire che è stato bravo, il nonno…Per la Chiara ha dimenticato la paura…”
“Sì, se non ci fosse stato lui…” Cinzia stringe la bimba al petto.
Una farfallina blu è entrata dalla finestra. Cinzia la guarda volteggiare per la stanza. Se ne sta in silenzio, la fronte leggermente aggrottata. La farfalla si posa per un attimo sui capelli di Anselmo, poi prosegue il suo volo, e torna all’aperto.
 “Senti…”,  inizia a dire Cinzia con voce incerta. Poi prosegue più spedita: 
“Io credo che il nonno dovrebbe rimanere con noi. In casa. A me non da fastidio. E’ come avere un secondo bambino… Niente… casa di riposo, vero, Luciano?”
Luciano guarda il vecchio che sembra dormire. Allunga un braccio, come per una carezza. Poi le sue mani scivolano sulla coperta, e sistemano le piccole grinze che si sono formate.
“Andiamo”, dice poi “la Chiara deve mangiare.”

Anselmo non sta dormendo Ha solo gli occhi chiusi. Sta pensando all’infermiera che gli ha cambiato la flebo poco prima. Bella mora… Due tette… Assomiglia  a quella là, com’è che si chiamava? quella che si rotolava nel fieno con tutti. Con tutti  meno che con me,  borbotta stizzoso prima di addormentarsi.



Non è proprio proprio attinente al racconto, lo è solo trasversalmente, come dice chi parla bene:
Francesco Guccini: Il vecchio e il bambino





 


mercoledì, 05 novembre 2008

oh, yeeeeeeeeeessssssssss!!!!!!!!!!!

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Forse non cambierà niente.
Senza dubbio non cambierà niente (purtroppo) nella politica interna del nostro Paese.
Senza ombra di dubbio l'elezione di Obama  non cambierà la mia vita.

Però a me mi piace (sgrammaticatura ad uso rafforzativo) un sacco che il 44' presidente degli Stati Uniti d'America sia un nero.
Questa cosa qui a me mi sembra davvero rivoluzionaria.

E mi è venuta in mente questa poesia:


LA GIOSTRA

di Langston Hughes (1902-1967)


Bambino negro alla fiera:
Dov’è il reparto di Jim Crow
In questa giostra,
signore? Perché ci vogliono salire.
Giù nel Sud da dove vengo
bianchi e negri
non possono sedere vicini.
Giù nel Sud nel treno
c’è un vagone per i negri.
Sul tram ci mettono dietro:
ma non c’è un dietro nella giostra!
Dov’è il cavallo
per i bambini negri?

 

E anche

Questa

canzone.

 

Ora riprendo la mia corsa, non verso la Casa Bianca, ma a rincorrere le cose arretrate.

A questa sera.


postato da: Soriana alle ore 12:25 | link | commenti (16)
categorie: barack obama, elezioni 2008, dall italia e dal mondo
lunedì, 22 settembre 2008

Chi se ne frega...

48cfae0c9169b_zoomMa come posso parlare di Mantova? Ma come posso parlare di libri, di incontri, di sorrisi, emozioni, amicizie consolidate, amicizie nate?
C’è una notizia, in questi giorni, che mi sembra la più terribile di tutte quelle pubblicate negli ultimi anni (e di terribili ne leggiamo ogni giorno).
Come posso parlare di cultura quando DELIBERATAMENTE si stanno uccidendo dei bambini, quando DELIBERATAMENTE si stanno facendo ammalare dei bambini, quando DELIBERATAMENTE si è approfittato delle condizioni sociali ed economiche di migliaia e migliaia di bambini somministrando loro veleno?
No, proprio non ci riesco, oggi, a scrivere del Festival Letteratura. Abbiate ancora un po' di pazienza.

Posso capire tutto: posso capire che per errore si immettano nel mercato sostanze nocive.  Posso anche capire che nei laboratori di ricerca a volte si ottengano risultati falsati da un lavoro superficiale. Posso capire che certe pubblicità contengano menzogne (non nocive) sul prodotto reclamizzato.  Posso capire, anche se non giustifico. Ma accade, è accaduto molte volte, è accaduto negli anni ’50, ’60 con medicinali a base di talidomide che, somministrati a donne gravide, fecero nascere bambini focomelici. E’ accaduto con l’uso di strutture che avevano l’amianto come componente, che ha provocato e continuerà a provocare in futuro migliaia di morti fra coloro che ne sono venuti in contatto (anche se in questo caso si deve parlare di crimine, in quanto si è continuato a utilizzare l’amianto ben molto tempo dopo aver saputo della sua pericolosità). Posso capire tutto, anche se con molta fatica.
Quello che mi fa davvero inorridire, però, che mi fa incazzare, che mi fa piangere, che mi fa desiderare di non appartenere al genere umano è che ci sia stato qualcuno così mostruosamente disumano da alterare il nutrimento base per la crescita di un bambino, sapendo esattamente i danni enormi che avrebbe provocato. PER SOLDI, SOLO PER SOLDI, PER AVER UN COSTO DELLA PRODUZIONE PIU’ CONTENUTO E QUINDI POTER IMMETTERE SUL MERCATO UN PRODOTTO  ECONOMICAMENTE  PIU’ APPETIBILE,  E UN CONSEGUENTE MAGGIOR UTILE SULLE VENDITE.  IL TUTTO SCIENTEMENTE, DELIBERATAMENTE.
E chi se ne frega se tredicimila bambini sono ora ricoverati in ospedale, se più di cinquantamila bambini si sono intossicati nutrendosi con quel latte, se quattro (per ora) sono morti. Tanto sono bambini che appartengono molto probabilmente alle classi sociali più basse e allora chi se ne frega?
Chi se ne frega se migliaia di bambini hanno sofferto e stanno soffrendo dei terribili dolori che una colica renale provoca, chi se ne frega se dovranno convivere per sempre con un’ insufficienza renale?  Chi se ne frega?
E tutto questo accade nella grande Cina (ma forse non solo, perché chi ci dà la certezza che non avvenga in altre parti del mondo) che ha mostrato tutti i suoi lustrini e pailette durante le recenti Olimpiadi.
Per un attimo, leggendo queste notizie, il mio atavico, inflessibile odio verso l’applicazione della pena di morte ha vacillato. Solo per un attimo. Ma questo mio vacillare è stato un motivo in più per provare il disprezzo più assoluto verso questi criminali.
Scusate la veemenza. Se questo post vi sembra esagerato, se ho scritto stupidaggini, imprecisioni, o chissà che altro, è dovuto alla rabbia sterminata che ho dentro.


http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/esteri/cina-colla-latte/ancora-casi/ancora-casi.html



postato da: Soriana alle ore 17:12 | link | commenti (13)
categorie: dall italia e dal mondo, cronache infernali
venerdì, 12 settembre 2008

Da Ischia

parco-poseidonVi avevo dato appuntamento a questa sera, per dirvi per quali lidi fossi partita e per aggiungere altri frammenti del Festival Letteratura.  Beh, dove sono lo vedete dal titolo del post e dall'immagine.
Mi rendo conto, però, di essere stanchissima, e non solo fisicamente. E anche scrivere un post mi costa fatica.
Mi prendo una piccola pausa, mi ritiro per stare un po' in silenzio. Credo di averne bisogno. Farò forse qualche visita nei miei blog preferiti, forse lascerò qualche commento.
Il post su Mantova viene solo rimandato. Ci sono altre cose sugli incontri del festival che vorrei aggiungere. Aspettate qualche giorno e lo farò.
Ma questa sera mi sento un po'...così così. E allora vi lascio solo un abbraccio e questa canzone.



Sabato italiano
giovedì, 21 agosto 2008

Ultima ora

200pxbeijing2008gamesoverlogo_2Qualcuno si era forse illuso che le Olimpiadi di Pechino portassero la Cina verso la democrazia? Ecco cosa ha rivelato  il Dalai Lama durante la sua visita a Parigi:

            

PARIGI (Reuters) - Il Dalai Lama ha accusato l'esercito cinese di aver ucciso decine di tibetani lunedì scorso sparando sulla folla.

In un'intervista pubblicata oggi sul quotidiano Le Monde, il capo spirituale tibetano afferma anche che 10mila persone sono state arrestate dopo le manifestazioni di metà marzo in Tibet e che il luogo della loro detenzione resta sconosciuto.

"L'esercito cinese ha ancora sparato sulla folla, lunedì 18 agosto, nella regione del Kham, nella parte orientale del Tibet: Sarebbero stati uccisi 140 tibetani, ma questa cifra deve essere ancora confermata", ha dichiarato.

"Dall'inizio delle proteste, il 10 marzo, alcuni testimoni fidati hanno potuto stabilire che 400 persone sono state uccise nella sola regione di Lhasa. Uccisi da pallottole, mentre manifestavano senza armi. I loro corpi non sono mai stati restituiti alle famiglie", ha aggiunto il Dalai-Lama.

Secondo lui, "se consideriamo tutto il Tibet, il numero di vittime è di sicuro più grande. Diecimila persone sono state arrestate. Non sappiamo dove sono state incarcerate".







postato da: Soriana alle ore 14:31 | link | commenti (9)
categorie: tibet, dall italia e dal mondo, cronache infernali
mercoledì, 02 luglio 2008

Solo una parola

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Libera!!!!!!!!!
postato da: Soriana alle ore 23:04 | link | commenti (8)
categorie: dall italia e dal mondo
martedì, 01 luglio 2008

Una porta sul Mediterraneo

portapaladino
Sono morti in migliaia: giovani, vecchi, bambini, uomini, donne. Sono morti disperati, consapevoli, nel momento della morte, che la mitica spiaggia del sogno non sarebbe mai stata raggiunta. Migliaia di storie, ognuno di loro un nome, uno sguardo, un passato fatto di miseria e soprusi, di sete e di fame, ma anche di volti amati, di terre estese, di tramonti incredibili, dell’odore di una terra madre e matrigna, e pur sempre amata. Migliaia di nomi, certo, ma per noi un unico nome: clandestini.
Sono morti in migliaia: senza sepoltura, senza pietà, senza troppo rumore, se non quello di una notizia sui Tg,  ogni volta che le onde si  sono rinchiuse su di loro. Notizie dimenticate in fretta, che suscitano, nell’ipotesi più ottimistica, una pietà momentanea. Ma poi si passa ad altro.


Dal 28 giugno c’è una opera d’arte che li ricorda. E’ una porta aperta sul mare di Lampedusa, quel mare che li ha inghiottiti, migliaia, ne ha inghiottiti. Una porta che dovrebbe simboleggiare la pietà e l’accoglienza.
Sentimenti, modalità sempre più rari.
Però, mentre  chi dovrebbe rappresentarci discute di impronte digitali(*) ( a quando un pezzetto di stoffa da applicare alla manica degli abiti?...) forse guardare questa porta può portare anche una seppur minima consolazione.



QUI
 una bella cronaca della cerimonia di inaugurazione della Porta di Lampedusa, porta d’Europa.


Su Aladino (radio3 ore 13) Luca Damiani ha oggi letto una bellissima poesia che Alda Merini ha voluto dedicare a questi morti senza nome. Cercando il testo in Internet per proporvelo, mi sono imbattuta in un blog che voglio farvi conoscere: Redrage
E' un altro Resistente: andate a trovarlo…


Alda Merini

"Una volta sognai"

Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d'avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.

Ero una tartaruga che
barcollava
sotto il peso dell'amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.

Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell'acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell'acqua.



                               


Termino con due canzoni. Perfettamente in tema.

Che il Mediterraneo sia


Mio fratello che guardi il mondo


(*) E se ci presentassimo tutti volontariamente per lasciare nei posti di polizia le nostre impronte digitali?





postato da: Soriana alle ore 02:24 | link | commenti (9)
categorie: dall italia e dal mondo