Io non ce la faccio più a vivere in questo paese. Vorrei andarmene, abiurare la mia cittadinanza: non è la mia Patria, questa. No, non ce la faccio più a vivere in questo paese.
(da un articolo di Alessandro Ciampa su www.napoli.com):
Il dramma del mare si consuma in un palcoscenico senza spettatori, la triste sorte degli attori non protagonisti si trasforma in un desolante massacro umano, una tragedia molto più grande di quanto si possa pensare. Seduti da casa con telecomando e televisore si può solo provare rabbia, sgomento, oppure soddisfazione ed appagamento, dipende dagli inermi ed ignoranti punti di vista.
Qualcuno dovrà pur decidere sulle sorti di un popolo migratore disperato, di cui non conosciamo nulla, non contempliamo il dolore e la disperazione, un popolo alla ricerca di libertà e felicità, alla ricerca di un apparente mondo migliore per se e per i figli; qualcuno dovrà pur decidere cosa è più giusto o sbagliato per noi italiani e per loro africani! Certo può essere opinabile l’idea che un signore dalla montatura degli occhiali rossi e dal cravattino verde, che guadagna soldi “italici” pur proclamandosi “straniero”, “padano”, debba decidere per tutti, ma cosa vogliamo farci, questo è uno dei tanti paradossi e controsensi del nostro Bel Paese.
Maroni ha esultato rimandando in Libia una carretta del mare con a bordo centinaia di “fantasmi”, forse nessuno dei quali libici. E che farà la Libia? Un paese che non ha aderito alla Convenzione sui rifugiati del 1951 e che non ha mai approvato un sistema di asilo per gli immigranti, continuerà ad usarli come nei mesi precedenti, chiusi in piccole gabbie da polli, continuerà a torturare gli uomini e violentare le donne.
Medici Senza Frontiere ed addirittura il Commissariato delle Nazioni Unite si sono detti preoccupati e sconcertati per la linea di governo italiano, differente dagli anni passati e preoccupante per i diritti internazionali dell’uomo.
Il signore in verde che ha esultato: “Risultato storico”, non sa di aver condannato a morte decine di persone, non conosce nemmeno il destino e la vita negata dei rifugiati, pronti a perdere tutto, a sfidare la morte, per un mondo nuovo, che ha la parvenza di essere “vivibile”.
Non dico che dobbiamo aprire le frontiere a tutti, non c’è lavoro per noi, tantomeno per loro, ma lo spirito di umana assistenza, di aiuto verso bambini e donne stremate, per gente in diritto di chiedere lo status di rifugiati politici, lo dovremmo avere!
In una società che va verso la globalizzazione economica, apre le frontiere commerciali, si espande finanziariamente, si allarga sino alla “Comunità Europea”, ha ancora le divisioni nord e sud, bianco e nero, ricco e povero, cristiano e musulmano. Ed allora se mettiamo il nostro futuro nelle mani degli uomini in verde, ahimé sempre più presenti nella nostra società, l’Italia ripartirà dai vagoni metropolitani per soli milanesi o soli extracomunitari e arriverà a nuovi lager ideologici ed apartheid di massa!
Vestiamo con la pelle del terzo mondo, acquistiamo diamanti con il sangue dei poveri, mangiamo e ci muoviamo con le sofferenze degli emarginati, e poi abbiamo paura delle reazioni, abbiamo paura di conoscere, vedere ed affrontare.
I barconi che furono, il barcone vergogna conteso da Malta ed Italia, ed i barconi che sempre ci saranno, mai si fermeranno, sono la colpa e la conseguenza della nostra, europea, politica in Africa, della nostra emarginazione verso quella che è stata la nostra più grande risorsa economica.
Good luck Africa, Good luck Italy!
Voglio terminare con un’intervista di repubblica.it ad una donna ospitata a Lampedusa:
Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse. Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro.
Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace”
Vergogna! Vergogna!! Vergogna!!!
E ancora:
(da www.repubblica.it del 7 maggio 2009)
MILANO - Una volta c'erano i posti riservati alle donne, agli anziani o agli invalidi. Ora il deputato della Lega Matteo Salvini propone le carrozze della metropolitana "per soli milanesi". Il capogruppo del Carroccio nel comune di Milano sceglie piazza della Scala e la presentazione dei candidati milanesi della Lega per lanciare la sua provocazione. Lo dice da leghista convinto e "da milanese che prende il tram".
"Meglio vagoni solo per extracomunitari". Convinta, appoggia l'iniziativa anche una candidata al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni, compagna di partito del deputato leghista. Stesso principio di apartheid ma con una sfumatura leggermente diversa. Se il deputato distinge tra "milanesi" e altri, lei tra italiani ed stranieri. Per la Piccinni meglio sarebbe riservare "vagoni solo per extracomunitari". "Ci sarebbe più sicurezza", assicura.
Le critiche. Le provocazioni dei politici leghisti non hanno tardato a sollevare apre critiche da entrambi gli schieramenti. Il primo a censurare l'idea è stato un politico della stessa coalizione di Salvini, Aldo Brandirali del Pdl: "L'unico modo per applicare la proposta del deputato è mettere stelle sul petto, di diversi colori, a seconda della razza". Gli ha fatto eco il segretario del Pd Dario Franceschini, imperativo contro il collega: "La proposta dei posti a sedere solo ai milanesi conferma l'atteggiamento razzista della maggioranza. E' successo già una volta nella storia, 50 anni fa, negli Stati Uniti, Rosa Parks, donna nera, si rifiutò di alzarsi da uno dei posti dell'autobus riservati ai bianchi. Da quell'episodio partì la lotta di Martin Luther King". Anche il capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera Massimo Donadi non concede attenuanti al deputato leghista: "E' una proposta vergognosa e razzista, un'indecenza. Ricorda la segregazione razziale, alimenta la xenofobia ed il degrado culturale del nostro Paese".
La marcia indietro. Dinanzi al muro di condanne che le sue parole hanno sollevato, Matteo Salvini si è affrettato a fare marcia indietro: "La mia proposta sarà valida fra dieci anni se la sicurezza nei trasporti pubblici meneghini non cambierà". E poi ha precisato: "I posti saranno riservati ai milanesi sì, ma di qualsiasi razza e colore. Chi mi critica non ha mai preso certe linee a rischio. Lo faccia, e cambierà idea".
E se è stata (solo?) una provocazione non me ne frega un cazzo! Solo il fatto che questo Salvini abbia potuto pensare una cosa simile mi fa ribollire il sangue. Ecco dove stiamo arrivando, nella nostra bella, civile, democratica Repubblica, a questo:
La giostra
di James Langston Hughes
Non c'è posto per Jim Crown
sui cavalli della giostra.
Sui cavalli della giostra?
Un signore mi domanda:
perchè ne hai tanta voglia?
Io vengo dal Sud,
dove al negro e al bianco
- laggiù nel sud-
non è permesso di sedere accanto.
C'è un vagone per Jim Crown,
un vagone a parte sul treno,
laggiù nel Sud.
E nell'autobus,
ci mettono dietro, nell'autobus.
Ma la giostra è rotonda
E non possono mettermi dietro:
dov'è dunque un posto a cavallo
per un ragazzo negro?
L’ho già inserita diverse volte, questa canzone. Ma la ripropongo, e la riproporrò altre cento volte, perché mi sembra che dica tutto quello che c’è da dire.
Franco Battiato: Povera Patria