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venerdì, 27 giugno 2008

26 giugno 2008: Fermiamo la Tortura

AgathaTorturePiombo-e


Oggi, anzi dall’orologio mi accorgo che devo scrivere ieri, si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Internazionale a sostegno delle vittime della tortura. Già, perché in un’epoca in cui le società dovrebbero essere tutte “civili”, la pratica della tortura è ancora assai diffusa, proprio come nel medioevo. Metodi senza dubbio molto più raffinati, più tecnologici, anche, ma ugualmente devastanti per il corpo e la psiche di chi ne è vittima. Ma poi non sempre più tecnologici. A volte, come riporto qui sotto, basta una corda, o un paio di manette, o qualche filo elettrico. Costo zero, praticamente.

Metodi di tortura
Il metodo di tortura più comune tra quelli descritti è quello di legare con una corda e la forma più comune di questo metodo è il cosiddetto “elicottero”. Questo può essere effettuato con forme diverse:

“Elicottero”: alla vittima vengono legati mani e piedi dietro la schiena, mentre è distesa per terra a faccia in giù, viene legata con una corda per le mani e i piedi, a torace nudo, all’aperto sotto il sole, la pioggia e nelle notti fredde. Questa punizione viene assegnata per un limitato numero di giorni, il massimo riportato è 55 giorni nella prigione sull’isola di Dahlak Kebir, ma spesso si limita a una o due settimane. Il prigioniero rimane legato in questa posizione per 24 ore al giorno, eccetto che per due o tre brevi pause per i pasti o per le funzioni corporali.

“Otto”: la vittima viene legata con le mani dietro la schiena, sdraiato a terra con la guancia poggiata al pavimento, ma con le gambe libere.

“Gesù Cristo”: la vittima è a torso nudo, i polsi legati, e sta in piedi su di una pedana con le mani legate al ramo di un albero; la pedana viene rimossa, lasciando la vittima sospesa, con i piedi appena sollevati da terra, in una posizione simile ad una crocifissione. Viene quindi preso a colpi sulla schiena nuda. Questa viene considerata una tortura molto severa, limitata a soli 10 o 15 minuti, per evitare gravi ferite permanenti. Il primo episodio conosciuto di questa tortura è stato riportato nella prigione di Adi Abeto, nel 2003.

“Ferro”: i polsi sono legati dietro la schiena con manette di metallo, mentre la vittima è distesa a faccia in giù e viene picchiata con bastoni o frustata con fili elettrici sulla schiena e le natiche.

“Torcia” o “Numero otto”: all’interno di una speciale camera di tortura, la vittima viene legata con i polsi dietro la schiena e i piedi legati; un bastone viene posizionato sotto le ginocchia e sostenuto da entrambi i lati orizzontalmente su di una struttura; il corpo è voltato in modo che i piedi siano esposti in su. Le piante dei piedi vengono quindi colpite con bastoni o frustate (questa punizione era comune in Etiopia e in Eritrea prima dell’indipendenza, sotto il regime del Dergue).

La tortura utilizzata durante gli interrogatori di prigionieri politici, detenuti nelle prigioni di sicurezza, ha incluso anche elettro-shock e torture sessuali, come ad esempio una bottiglia di coca-cola piena di acqua legata ai testicoli. (da un rapporto di Amnesty International del maggio 2004).



La maggior parte dei Paesi africani, la Cina, la Russia, la Polonia, la Romania, la Lettonia…Sono solo alcuni dei Paesi nei quali si applica la tortura sui prigionieri. E non posso certo non aggiungere il civilissimo grande Paese che corrisponde al nome altisonante di Stati Uniti d’America: nessuno può dimenticare Guantanamo, nessuno può dimenticare Abu Ghraib.  E anche i torturatori stessi non vogliono che si dimentichino, questa sorta di fabbriche dell’orrore: esercitare la tortura non è più un fatto nascosto, ma qualcosa di esibito, che si vuol rendere ben visibile come deterrente al terrorismo…Quasi una tortura…umanitaria, insomma…
E l’Italia? Ah, l’Italia non manca, nell’elenco… Non è stata  forse tortura, quella che hanno subito i ragazzi del g8 di Genova ( ma non solo)?  E non è per reato di tortura che avrebbero dovuto essere condannati i poliziotti che hanno commesso quelle atrocità a Bolzaneto? No, assolutamente: il reato commesso è abuso di ufficio, perché nella nostra legislazione, nonostante ci siano state negli ultimi anni,  ben venti proposte di legge, non esiste il reato di tortura. Le perplessità che inducono a far sì che le proposte non diventino legge sono dettate dal timore che potrebbero limitare l’azione delle forze dell’ordine…Mah…
A questo proposito dovrebbe esserci in rete la petizione “Fermiamo la tortura” cui aderire con una firma. Però non sono riuscita a trovarla:  o mi è sfuggita o ci sarà nei prossimi giorni.
Dunque, puntando il riflettore sull’Italia vediamo che:
1)    In Italia si tortura.
2)    La tortura non è contemplata come reato
3)    In Italia, con il decreto Pisano, si possono far rientrare nel Paese d’origine persone anche non indagate, senza assicurarsi veramente che nella loro nazione non subiranno torture.  Per mettere a posto le coscienze dei nostri funzionari è sufficiente un foglio firmato da qualche ministro del paese di destinazione che asserisca che la tortura, nel caso specifico, non verrà applicata.
Ancora non si sa bene che sorte subiranno i rifugiati politici con la nuova legge contro l’emigrazione, ma pare proprio che ci sarà una restrizione.

Molte di queste informazioni le ho apprese ieri mattina ascoltando Radio3 Mondo, che ha dedicato all’orrore della tortura l’intera trasmissione.
E’ stata posta anche una domanda agli ascoltatori: la tortura è ammissibile (per motivi di sicurezza, di prevenzione, ecc.)?

Mi hanno colpito due telefonate: un ascoltatore si è rivolto direttamente al conduttore e gli ha posto un quesito: nel caso di rapimento di minore ancora non rintracciato perché non si conosce il luogo in cui viene tenuto recluso, ma sia stato arrestato l’esecutore,  la tortura può essere applicata?
Un altro ascoltatore ha portato l’esempio di un terrorista che colloca una bomba ancora inesplosa: in caso di arresto, per conoscere la località, il terrorista  deve essere torturato?
Gli esperti in collegamento con la trasmissione hanno risposto di no, mai, in nessun caso bisogna ricorrere alla tortura.  Non si possono fare casi particolari, eccezioni, perché considerarli  eccezioni, casi particolari, può dipendere dalla percezione del singolo individuo, del singolo poliziotto. Non ci sono deroghe, non ci sono legittimazioni all’uso della tortura, hanno risposto.

E voi come avreste risposto? Ne vogliamo discutere? A me un po' di dubbi, per questi casi, sono venuti...

Ecco ora l’elenco di Link che possono essere utili per conoscere meglio il problema.

Intervista a Mauro Palma

Articolo 11 

Un libro di Claudio Fava: Quei bravi ragazzi


L'effetto Lucifero: Cattivi si diventa? Un libro di Phlip Zimbardo 



Medici contro la tortura


E adesso facciamo un  po' di ripasso:
Bolzaneto: il carcere del G8.


   

 
   
postato da: Soriana alle ore 02:12 | link | commenti (11)
categorie: cronache infernali
giovedì, 26 giugno 2008

Teatro Italia: passano gli anni, ma non cambia la Compagnia

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Sembra proprio che,  a interpretare il copione della commedia, o meglio delle tragedie che hanno accompagnato gli ultimi trenta, quarant’anni della nostra vita di italiani, sia una manciata di attori che si possono contare sulla punta delle dita. Sempre quelli, sono.  Cambia il titolo della rappresentazione, cambia a volte l’ambientazione, ma i nomi dei componenti della  Compagnia delle Verità (S)Velate non mutano. 
E allora, a ogni nuova rappresentazione, nella platea gremita,   si sentono bisbigli: ma quello, quel Marcinkus, dove l’ho già visto? Ma non era uno dei protagonisti di quella piece di parecchi anni fa, che c’erano pure quei due banchieri no,  il Calvi e il Sindona?…Si chiamava “Ior, ovvero i banchieri di Dio”, mi sembra.  E quelli lì, quelli della banda della Magliana? Ah, sì, è vero, ecco dove li ho visti: avevano interpretato quella cosa su Lago della Duchessa, ricordi? Quella sul depistaggio delle indagini sul rapimento Moro, e c’era anche un episodio che si svolgeva su un treno, mi pare…c’entrava la strage di Bologna… No, ma mica solo quella robetta lì…  Erano interpreti  eccezionali, loro…Figurati che a riconoscimento della sua grandezza uno dei
capi della banda, quello dal nome da bambino, Renatino, sì, è sepolto in una chiesa, che neanche i Santi, ormai, c’hanno quell’onore… Anzi, mi dicono che ci sia già un copione, in giro, dove sta scritto che vogliono andare a riesumare il cadavere…Chissà che si inventeranno di trovarci, in quella tomba?... Sono bravi, però, ‘sti autori, e anche gli attori… Ma a proposito, gli autori dei testi, chi sono? Mica l’ho mai saputo…

Solo quando appare lui, il Divo, il capocomico della compagnia, il deus ex machina di ogni rappresentazione, la sala piomba nel silenzio. Il pubblico lo riconosce immediatamente.  Da cinquant’anni non c’è copione che non preveda la sua presenza.
Lui, quasi un extraterrestre.
Lui, l’immortale.
Lui che non sarà mai logorato dal potere.

Teatro Italia, Compagnia delle Verità (S)Velate. Lo spettacolo continua. Ogni riferimento ad avvenimenti realmente accaduti varia di volta in volta, secondo la convenienza.
Italia: il libero Paese degli inganni.


Verità Svelate (con la S fuori della parentesi)



   
postato da: Soriana alle ore 00:34 | link | commenti (3)
categorie: cronache infernali
venerdì, 13 giugno 2008

Smettetela

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smettela di chiamarle morti bianche, che sono nere, queste morti, opache e senza luce

smettetela di presentare condoglianze e solidarietà ai parenti, che non conoscete, voi, cosa significhi la parola solidarietà

smettetela di considerare queste morti come se fossero un’eccezione, che stanno diventando una regola, queste morti

smettetela di farfugliare promesse di cambiamenti, di piani straordinari

smettetela di presentarvi ai funerali: non avete nulla da fare, lì

smettetela di accusarvi l’un l’altro, fazione contro fazione

smettetela di minacciare sanzioni che non verranno applicate perché non si fanno controlli

smettetela di parlare di formazione prevenzione e sicurezza: sono decenni che blaterate su queste cose.


Smettetela di parlare e parlare e parlare
tacete, tacete e vergognatevi
e si vergognino tutte quelle imprese, dalla più piccola alla più grande
che non si prendono cura in alcun modo dei loro lavoratori,
per risparmiare sui costi, per superficialità, per imperizia.



E noi smettiamola di dimenticare: Molfetta, Torino, Porto Marghera, Mineo…e ogni città, ogni paese, ogni frazione.
Si muore ovunque. 
Si muore ogni giorno, si muore di lavoro.
Morire di lavoro è assurdo.
Non è un campo di battaglia, il luogo di lavoro.



Concerto for Oboe in D Minor

 
postato da: Soriana alle ore 00:23 | link | commenti (10)
categorie: cronache infernali
martedì, 10 giugno 2008

Ma che bel Paese...

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Dalla rubrica “Lettere e commenti” curata da Corrado Augias sul quotidiano la Repubblica di sabato 7 giugno 2008

“Signora, lei farebbe il bagno con uno zingaro?”
Lettera scritta dalla signora Ilaria de Laurentis di Roma

<<Sabato scorso, anche se il cielo è coperto, decidiamo comunque di andare a Idromania, un parco acquatico alle porte di Roma. Io, i miei due figli e due loro amici. Alla biglietteria non c’è fila. Mi accingo a comprare i biglietti, avanti a noi c’è una famiglia composta da padre, madre e una bambina di circa un anno. Assistiamo a una breve discussione: alla coppia con la bambina viene negato l’accesso. La coppia insiste chiedendo di voler acquistare, come noi, regolarmente i biglietti ma a questo punto interviene la vigilanza che invita la famigliola ad allontanarsi definitivamente.
Il padre prova ad insistere ancora ma la moglie rassegnata convince il marito a rinunciare e si allontanano. Io e i bambini assistiamo a questa scena e allora chiedo alla vigilanza perché era stato impedito l’ingresso a quella famiglia.  Mi rispondono: “Signora, lei vorrebbe che suo figlio facesse il bagno in piscina con uno zingaro?” La famiglia ormai è in auto e si allontana, resto da sola a cercare le parole per spiegare ai miei figli perché noi possiamo entrare e loro no.>>


Occorrono commenti? Sì, un commento lo voglio fare. Mi faccio una domanda: chissà che hanno pensato, oggi, ascoltando i telegiornali, i genitori di quella bimba? Quando hanno sentito la notizia che bravi, stimatissimi, eccellenti professionisti toglievano polmoni, seni, cistifellee,
non per salvare un paziente (che ne hanno uccisi cinque…) ma per arrotondare lo stipendio? Arrotondare è un eufemismo, naturalmente, visto che si beccavano stipendi mensili di 28000 euro… Sì, mi piacerebbe proprio sapere cosa hanno pensato…Che si siano chiesti: Ma come, non siamo noi i criminali?

Non ho letto il giornale di domenica, né quello di lunedì, non so se ci siano state reazioni alla lettera della signora di Roma cui va tutta la mia stima. Vorrei che ci fossero molte persone come lei: se non si cominciano a denunciare questi episodi per cui non trovo neppure l’aggettivo adatto, se si tace, l’ondata di intolleranza e razzismo crescerà indisturbata. E’ già successo. Sono passati settant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Esattamente settant’anni.  E ci fu troppo silenzio, quella volta.


 E sempre sulla questione Rom segnalo  questo  blog, scoperto per caso questa sera.


Non vi lascio con una canzone, ma con un piccolo
Spot



 
postato da: Soriana alle ore 02:01 | link | commenti (6)
categorie: fuori di testa, cronache infernali
domenica, 18 maggio 2008

Derattizzare: una lettera di Ettore Masina. E altro ancora

zingari

Allora: avevo deciso di terminare finalmente  il mio resoconto sulla Fiera di Torino, elencando i libri che ho acquistato, e di parlarvi anche di due belle presentazioni di libri cui ho assistito nei giorni scorsi a Bologna. Non sempre le presentazioni sono belle, ma quelle lo sono state. Ma, ormai mi conosco…c’è questa cosa, questa cosa sui Rom che mi tormenta, questa barbarie…E non riesco a tacere…Rimando a domani i resoconti letterari. Ora c’è altro.


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.


Bertolt Brecht

(Ringrazio l’amica Titti che mi ha spedito questi versi)

E io prima di tutto segnalo il bel post di Remo Bassini
che, oltre a essere per me interamente condivisibile, mi ha riportato alla mente Mariella Mehr, poetessa, scrittrice, e pure zingara, sì, e la sua dolorosissima vita. Andando a leggere il post di Remo potrete ben capire perché parlo di dolorosissima vita. Ho incontrato durante Festival letteratura questa stupenda, coraggiosa donna e ne sono stata colpita tantissimo. Questa donna…”nata sghemba”, come lei si definisce, dovrebbe essere molto più conosciuta da tutti, di quanto in realtà lo sia: per capire, per conoscere ciò che non sappiamo o non vogliamo sapere. Perché è l’ignoranza a determinare paura, e dalla paura scaturisce il razzismo, e l’odio, e l’intolleranza.  Prima di riportare la lettera di Ettore Masina voglio farvi conoscere una poesia di Mariella. Poi, se volete, in rete ne trovate tante. E potete pure acquistare i suoi libri.
Prima che mi dimentichi, poi, vi segnalo anche Questo blog  linkato da tempo fra i miei preferiti,  molto sensibile verso la situazione dei Rom.  Uno dei curatori è Giovanni Giovannetti, un altro nome che troverete andando a leggere il post di Remo Bassini e che ho avuto la sorpresa e il piacere di conoscere a Torino.



Niente,
nessun luogo.                                   P1010420
C'è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

(Mariella Mehr)

Andiamo a leggere ora le parole di Ettore Masina   Mi è arrivata ieri la sua lettera. A me non resta che condividerla con voi. Inutile che io aggiunga quanto mi faccia letteralmente orrore quello che è accaduto, quello che sta succedendo e che temo non si fermerà. Perché ora, soprattutto ora, e non necessitano spiegazioni, a un certo tipo di violenza è stato rilasciato un lascia-passare.


Derattizzare

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.

Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?

E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?

Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato  dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un  peso tanto grande  sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.

Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo  tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di  una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo  rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei  discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.

Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma,  e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.

Il carcere come unico apprendistato?


Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.

Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante  disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una  prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?


La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di  Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.

Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.

Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.


(Ettore Masina)


Di Ettore Masina è appena uscito presso l'editrice OGE di Milano (<info@edizioni-oge.com>),
un libro di racconti: Le nostre barche sono rotonde


La fotografia che apre questo post l’ho…rubata qui: I Rom scendono in campo.    Da leggere, pure questo, sempre per conoscere qualcosa di più.



Mio angelo di cenere
martedì, 06 maggio 2008

Ma che società siamo?

fioridimaggio

Forse sarà stupido sentirsi così depressi per un fatto di cronaca.
Forse.
Eppure è così che mi sento oggi: depressa.
Perché mi chiedo, ancora una volta, che società siamo.
Forse mi sento depressa perché la risposta la conosco: siamo una società gravemente malata e nessun medico (forse) è in grado di curarci.
Forse mi sento depressa perché vedo una gioventù che non ha futuro.
Gioventù bruciata, mi viene alla mente.
Giovani bruciati dalla mancanza di sogni che noi non abbiamo saputo fabbricare per loro.
Giovani bruciati dal seme della violenza che noi abbiamo piantato nei loro cuori.
E’ fatto di terra fertile, il cuore dei ragazzi. E’ spugna, è carta assorbente.
E’ uno specchio che riflette ciò che vede e se ne impossessa.
Poi lo estroflette, lo fa fa esplodere e tutto intorno va in mille pezzi.

Per la mia depressione di oggi
 ringrazio vivamente:

gli esimi futuri ministri che dicono di avere i fucili già caldi.

gli esimi sindaci  del nord-est che per avere città sicure, eleganti, senza macchia, fanno di tutta l’erba un fascio, gridando all’untore contro extracomunitari, omosessuali, barboni, mendicanti.

l’esimio sindaco di Verona che ha, nel suo consiglio comunale un ex skin ora Fiamma Tricolore (proprio a lui, questo sindaco, nel 2006 affidò la direzione dell’istituto veronese per la Storia della Resistenza!!!).

l’esimio presidente della Camera che, come mi ha segnalato un amico (non ho voglia di guardare la Tv) ha dichiarato: quel gruppo neonazista va preso, messo in galera e rieducato, nessuna solidarietà. Ma rispetto a questo episodio sono molto più gravi le contestazioni della sinistra radicale contro la Fiera del Libro di Torino. Grazie anche a lei, neo eletto presidente. Lo vada a dire di persona ai genitori del ragazzo ucciso, e li guardi negli occhi, mentre glielo dice.

gli esimi dieci genitori dei cinque bravi ragazzi che hanno massacrato un  ragazzo fino a portarlo alla morte.
Soprattutto loro ringrazio.
Per aver insegnato ai loro figli che essere veri uomini significa sopraffare,
picchiare, calciare, uccidere. Perché è  senza dubbio questo che gli hanno insegnato. Forse non così, non come regola, ma con il loro esempio, gli atteggiamenti, i discorsi fatti o non fatti intorno al tavolo da pranzo, davanti a uno schermo televisivo, i commenti fatti cadere passando accanto a qualcuno che non rappresentava il loro stile di vita.
Nessuna pietà, per questi genitori. Che soffrano, che paghino pure loro per il crimine commesso dai loro figli.

Ringrazio infine i bravi cinque ragazzi, che seppur giovani, l’età della ragione avrebbero dovuto averla già raggiunta.
Ma l’ho già scritto: il cuore dei ragazzi è carta assorbente, e assorbe come niente ciò gli vive intorno.  Mafia, camorra al Sud (non tutti, certo). Razzismo e nazismo al nord (non tutti, lo so).
Ecco perché credo che i miei ironici, caustici ringraziamenti siano d’obbligo.

Tutta la mia pietà per gli altri genitori, i genitori di quel ragazzo che proprio  poche ore fa se ne è andato per sempre.
E per lui, per lui che non potrà più gioire per la luce di un tramonto,  per un bacio della sua ragazza, per lui è tutto il mio pianto.

Niente musica, questa sera.

 
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categorie: cronache infernali
domenica, 04 maggio 2008

Tanto per non dimenticare

1396668Un commento di Beppe Iannozzi al mio post del primo maggio mi ha portato alla mente, in maniera dolorosa, l’inchiesta che il giornalista Fabrizio Gatti pubblicò sull’Espresso nel settembre 2006 sui raccoglitori di pomodori in Puglia. Come ricorderete Gatti riuscì a infiltrarsi fra loro, facendosi passare per un  emigrante sudafricano, e da questa terribile esperienza ne scaturì un articolo sconvolgente.
Ne riporto qui alcuni stralci, mentre mi chiedo se qualcosa sia cambiato. Qualcuno mi sa dare una risposta? Personalmente credo che le cose siano rimaste più o meno così, come le ha vissute e raccontate il giornalista. E questo pensiero, vi assicuro, mi fa stare molto male.

Chi volesse rileggere tutto l’articolo può trovarlo QUI


 IO SCHIAVO IN PUGLIA


Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.

Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui.

La Golf stracarica corre e sbanda sulla stretta provinciale per Lavello. Il contachilometri segna 100 all'ora. Una follia. Alle prime aziende agricole del paese, Giovanni svolta a destra dentro una strada sterrata. Altri due chilometri e si è arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana. Il campo è tra due vigneti. Questi pomodori vanno raccolti a mano. Quando il padrone vede arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli: "Forza bingo bongo". Nello stesso istante un furgone scarica nove rumeni. Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si lavora a testa bassa. Guai ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c'è da guardare? Giù e raccogli", urla il padrone avvicinandosi pericolosamente. Si chiama Leonardo, una trentina d'anni. È pugliese. Indossa bermuda, canottiera e occhiali da sole alla moda come se fosse appena rientrato dalla spiaggia. Da come parla è il proprietario dell'azienda agricola. O forse è il figlio del proprietario.


Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di plastica da un litro e mezzo da far bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono bottiglie riempite chissà dove. Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota. L'acqua ha un cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta. Due sorsi d'acqua in oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il sole non dissetano. La maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno pranzato né fatto colazione. Così ci si arrangia mangiando pomodori verdi di nascosto dai caporali. Anche se sono pieni di pesticidi e veleni. E forse è proprio per questo che sulla pelle, per giorni, non comparirà più nemmeno una puntura di zanzara.



Questo è invece un brano che ho prelevato da Internet, in un sito dedicato alla musica nera:
Gli schiavi sopravissuti alla tratta e comprati dai padroni bianchi, venivano deportati nelle grandi piantagioni di cotone e costretti a vivere e lavorare in condizioni disumane: a loro non restava altro che adattarsi e rassegnarsi ad un nuovo mondo, fatto di regole tanto spietate quanto incomprensibili.
Furono privati di dignità, umiliati, linciati ed emarginati, ma soprattutto furono costretti a rinunciare ad un bene d’immenso valore: la libertà.


Ecco, non mi sembra che ci siano molte differenze con la situazione dei “nostri” schiavi…Solo che negli Stati Uniti (almeno ufficialmente) la schiavitù venne abolita nel 1863….


e ora, dedicata a tutti, ma in particolar modo a Cri, che, come me, ama tanto questa cantante, Mahalia Jackson in :
We shall overcome
postato da: Soriana alle ore 18:00 | link | commenti (5)
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mercoledì, 16 aprile 2008

Dalla rete...

Prima di tutto
condanne_in_cinacondanne_in_cina
Cina: 22 esecuzioni capitali al giorno!



Scritture e scrittoripoesiascritture

Cristina Bove: Di sabbia

Francesco Giubilei: Lungo la strada

Giorgio Medda: Attraverso te

Majarie: Isola

Glo' D'alessandro: Alla poeta

Letteratitudine: Manituana, incontro con Wu Ming 4

(con una bella intervista di Giulia Gadaleta e interventi dell'autore)

Chiara Cretella ha recensito "Eraclito e il muro" di Cinzia Pierangelini


Pro…Italia
parlamento_italiano

Roberto Tossani si ...adegua ai risultati elettorali 2008

La riflessione di Laura e Lory


E ancora
Altro
Voi vi sentite integrati?  Lo chiede Morgan

La religione entra nella corsa alla Casa Bianca

Ciao, Marisa, amica mia
Un ricordo davvero struggente scritto da Giuba 47. Io non sapevo questa notizia: l'ho appresa questa mattina entrando nel blog di Giulia. E mi sento di concludere questo post di segnalazioni, in genere muto, con questa canzone. Perchè,  e lo scrivo senza retorica, se ne è andato per sempre anche un pezzetto  della mia giovinezza.

Come stasera mai
martedì, 08 aprile 2008

...non aggiungo commento...

vecchi



Prendono prosciutto, carne o parmigiano: cose che non possono più permettersi.
I direttori degli esercizi: "Questi furti sono raddoppiati nel giro di pochi anni"

E la crisi spinge i nonni a rubare nei supermercati

di JENNER MELETTI

BOLOGNA, 7 aprile 2008- Per rubare grammi 300 di grana padano, costo euro 4,75, l'anziano con il gabardine impiega 12 minuti. Ecco, si avvicina allo scaffale. Prende in mano il pezzo di formaggio, si mette gli occhiali, legge il prezzo al chilo (13,50 euro), la scadenza, il nome del caseificio... Sembra proprio un cliente come tutti gli altri. "Fanno tenerezza, i nostri ladri pensionati", dice Stefano Cavagna, direttore dell'iper Leclerc Conad alla periferia di Bologna.

"Per portare via una busta di prosciutto o una confezione di formaggio - continua - impiegano fra i dieci minuti e il quarto d'ora. Ecco, adesso fa la faccia un po' arrabbiata, come se dicesse: 'guarda che prezzi'. Rimette il grana al suo posto. Fa un giro, va allo scaffale del parmigiano reggiano. Anche qui guarda i prezzi. Troppo caro: 422 grammi costano 7,05 euro, 16,70 al chilo. Può sembrare strano, ma l'anziano che ha deciso di rubare sceglie quasi sempre il prodotto che costa meno, per fare meno danni al supermercato e anche per mettersi in pace la coscienza. Ecco, torna al grana padano. Sempre lo stesso pezzo, ormai lo ha battezzato. Lo prende in mano, lo tiene in bella mostra. Dieci metri dopo lo mette nella tasca del gabardine ma lo tira fuori quasi subito, lo abbandona su un altro scaffale. Pochi passi ancora e torna indietro, riprende il formaggio e lo riporta nel suo scaffale. Poveretti, questi poveri ladri. Ci mettono tanto tempo che li becchiamo quasi tutti".

Provocano angoscia, i film a colori che raccontano i furti dei vecchi. Film che per fortuna spariscono ogni sera, quando l'ipermercato viene chiuso e le registrazioni delle tante telecamere vengono cancellate. "Ecco, l'uomo ha trovato il coraggio. Non c'è nessuno intorno, mette il grana padano in tasca, si avvia verso la cassa. Ha comprato anche due rosette di pane, un pacco di pasta e le mele. Mentre è in fila alla cassa, si vede che ha paura. Si agita, si guarda intorno. Ma ormai è fatta. Tanti ci ripensano all'ultimo momento, tornano indietro e abbandonano la refurtiva dove capita, il salame fra le merendine e la carne fra le fette biscottate".

L'uomo arriva davanti alla cassiera, mette sul bancone le cose che vuole pagare. Ma la telecamera ha seguito l'uomo che ha rubato il grana padano e, pochi metri dopo la casa, c'è Antonella che aspetta. "È lei - dice Stefano Cavagna - che ferma gli anziani che hanno rubato. Abbiamo messo una donna, così i ladri hanno meno paura. Ci sono cartelli che annunciano che, per tutti, dopo il pagamento alla cassa ci può essere un controllo scontrino e chi viene fermato non viene subito bollato come ladro dagli altri clienti".

Valentina è una ragazza gentile. "Scusi, dovremmo controllare lo scontrino. Sa, a volte anche le cassiere si sbagliano. Può seguirmi?". Poche decine di passi verso una stanza usata come infermeria. "Signore, si è dimenticato di pagare qualcosa? E qui l'anziano confessa. Tira fuori il grana o il prosciutto, chiede scusa, spesso si mette a piangere. Dice che è solo, con l'affitto e le bollette da pagare, che i figli non si fanno mai vivi. Antonella spiega che non si può rubare al supermercato, che il Conad ogni giorno manda tanti prodotti vicino alla scadenza alle mense e alle associazioni di carità che così possono distribuire alimenti e 21.000 pasti all'anno. Chi ruba per fame, se non è recidivo, non viene denunciato. Facciamo pagare ciò che è stato sottratto e spieghiamo che non sarà perdonato una seconda volta".

Il Conad di via Larga è lo stesso dove, 4 anni fa, "nonno T." andava a rubare i mandarini e, pieno di vergogna, accettava di parlarne con Repubblica. Erano quasi mosche bianche, allora, gli anziani accusati di furto. "Da allora - dice il direttore - le cose sono cambiate, in peggio. I 'nonni T.' si sono moltiplicati. Rispetto a quattro anni fa - e il picco è stabile già da due anni - gli anziani che rubano sono aumentati del 40- 50%. Guardi qui, sui monitor della nostra sicurezza. I reparti dove sono si usano le telecamere più sofisticate, che permettono di seguire una persona molto da vicino, sono puntate sul reparto ortofrutta e sui cibi freschi. Sorvegliamo soprattutto il cibo perché è il prodotto più a rischio".

"Questo vuol dire che ci sono molte persone che, se non soffrono la fame, quantomeno non possono permettersi cibi ai quali si erano abituati. Vengono rubati infatti la busta di prosciutto crudo, la confezione con due bistecche, il formaggio per una grattugiata sulla pasta... E c'è chi mangia direttamente fra gli scaffali. In questa stagione l'uva viene spesso consumata sul posto, c'è chi svuota una confezione di merendine... Un iper è una città. Qui gli anziani sono di casa, al caldo d'inverno e al fresco d'estate. In gran parte per fortuna non rubano. Fanno il giro delle degustazioni. Un caffè gratis lo trovano ogni giorno, e spesso una fetta di salame o di prosciutto. Tanti ormai vivono qui. Chiedono ai commessi di spegnere tutta quella musica sugli schermi del reparto tv. 'Fateci vedere invece il giro d'Italia'. C'è un buon rapporto, con loro. E io continuo a mandare messaggi, a dire che siamo qui per vendere ma possiamo dare una mano a chi abbia davvero bisogno. Noi stiamo male, quando dobbiamo chiedere a un vecchio se 'ha dimenticato di pagare qualcosa'".

"Nei loro occhi - conclude - vedi il terrore: gente che ha lavorato una vita e si trova a vivere così male gli ultimi anni. Ma i ladri con tanti anni e tanta paura addosso sono aumentati e noi non possiamo spegnere le telecamere".

A Udine, nella strada che dalla città porta verso Tolmezzo, c'è la più alta concentrazione di iper e supermercati d'Europa. "Anche qui, in quattro anni - dice il tenente Fabio Pasquariello, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri - i furti commessi dagli anziani sono aumentati del 40%. Per affrontare il problema, ho incontrato anche i direttori e responsabili sicurezza di questi centri commerciali. Ho spiegato che il furto semplice si persegue solo su querela, mentre chi fa danni - ad esempio strappando una confezione - può essere accusato di furto aggravato e non serve querela. Ho anche detto che, se il direttore ci chiama, noi non possiamo fare da pacieri: dobbiamo denunciare chi ha commesso il reato".

"Per questo - continua - tanti direttori, quando trovano l'anziano che ha rubato, si limitano a fargli pagare la merce e a dirgli di non presentarsi mai più nel supermercato. L'anziano che ha rubato per fame, quando ci vede arrivare in divisa, resta di ghiaccio. Non riesce nemmeno a parlare. Sono strani ladri, i vecchi. Rubano la confezione di tonno che costa meno, o il prosciutto cotto in offerta speciale. Ma la fame è brutta. Noi carabinieri vediamo la povertà anche dentro le case, quando entriamo perché ci sono stati maltrattamenti o liti. Trovi famiglie che hanno la tv al plasma e niente in frigorifero. Gli addetti alla sicurezza dei supermercati dicono che gli anziani sono la categoria più a rischio: rubano più dei ragazzi in cerca di dvd o cd e degli extracomunitari. Secondo le mie informazioni, extracomunitari e pensionati sono alla pari, ma solo perché questa è una zona di confine e gli extracomunitari residenti e soprattutto di passaggio sono tanti. Con le bande di ladri professionisti riusciamo a ottenere successi. Abbiamo individuato una banda di croati che organizzava viaggi in Italia e costringeva altri croati che dovevano pagare debiti agli usurai a compiere furti. Li abbiamo messi in galera. Ma contro il vecchio che quando ci vede resta quasi paralizzato, che puoi fare?".

I titolari dei supermercati in questo pezzo di Nordest, non vogliono i loro nomi sui giornali. "Ci sono anche gli anziani onesti e non vogliamo perdere clienti". Raccontano però che anche le tecniche si sono affinate. "Non solo aggiungono frutta al sacchetto già pesato: lo tengono sollevato al momento della pesata, così lo scontrino è più leggero". "Il ladro più abile? Un anziano che veniva tutte le mattine a comprare una pagnotta. Un giorno l'abbiamo fermato a addosso aveva 80 euro di cibi vari". "Nel mio piccolo market di paese, dopo trent'anni di attività, tre mesi fa ho dovuto assumere un addetto all'anti taccheggio". "Ai vecchi noi non facciamo mettere l'acqua minerale sul bancone della cassa. La lasciano sul carrello, così non fanno sforzi. E c'è chi se ne approfitta e fra due confezioni ben strette l'una all'altra infila una busta di bresaola o di salmone".

"Il furto più piccolo? C'è una signora che quasi ogni giorno si ruba un ovetto Kinder, e non ha nipoti. L'altro giorno un anziano è stato trovato mentre rubava una cioccolata da 1,05 euro". "Ormai, quando li fermi, senti la stessa litania: non riesco ad arrivare a fine mese, ieri ho pagato la luce e sono rimasto senza soldi...". Ma ci sono anche parole commosse. "Quando li fermi, i vecchi, ti fanno stare male. Appena riescono a riprendere fiato ti chiedono solo una cosa: "per carità, non ditelo ai miei figli"".


(http://www.repubblica.it/)


Questa canzone non è pertinente all’argomento pubblicato, ma è splendida come testo e come musica e la dedico a tutti coloro che ancora si amano, nonostante il passare del tempo.

La canzone dei vecchi amanti

postato da: Soriana alle ore 00:52 | link | commenti (10)
categorie: bologna e dintorni, cronache infernali
lunedì, 07 aprile 2008

Un ossimoro: buddista kamikaze

burma066
Anche se sono passati diversi giorni dalla sua pubblicazione prelevo interamente dal sito www.informazionecorretta.com  questo articolo di Lorenzo Cremonesi pubblicato il 27 marzo sul Corriere della Sera. Lo avevo già segnalato prima della mia trasferta napoletana, ma voglio sottolinearne l’importanza ( e lo sgomento che mi ha causato) sottoponendolo ancora alla vostra attenzione. E con orrore mi chiedo se il bellissimo bambino che apre il post di questa notte possa, un giorno, diventare un kamikaze…

La non violenza? Non paga: potremmo usare i kamikaze»

DHARAMSALA (India) — Non subito. Magari tra qualche anno. Però potrebbe giungere il momento per il movimento di resistenza tibetano di adottare la via dei kamikaze già in voga nel mondo musulmano. Attentati suicidi a Lhasa: sembra contraddire tutto ciò che da mezzo secolo caratterizza la figura del Dalai Lama e la lotta del suo popolo contro l'occupazione cinese. Ma per Tsewang Rigzin, da quattro mesi presidente del Congresso giovanile tibetano, si tratta di «uno sviluppo più che possibile».
«Tutto è aperto. È un fatto che la non violenza predicata dal Dalai Lama non ci porta da nessuna parte. Anzi, ha permesso ai cinesi di espellerci dalla nostra Patria e di continuare nel genocidio delle nostre tradizioni culturali e religiose. Dunque potrebbe presto arrivare l'ora di cambiare strategie di lotta», sostiene nel suo ufficio sulle colline alberate di Dharamsala, dove si trova anche il governo tibetano in esilio. Nato in India nel 1971 da genitori profughi, trasferitosi 12 anni dopo negli Stati Uniti, da un anno Rigzin ha lasciato moglie e due figli per dedicarsi alla sua missione di guidare il più forte movimento tibetano tra quelli non legati al Dalai Lama.
Il vostro obbiettivo?
“Ridare l'indipendenza al nostro Paese, a ogni prezzo. Ma dobbiamo fare in fretta. Ogni giorno che passa allontana la nostra meta, specie da dopo la costruzione della ferrovia che dal 2006 collega più facilmente Pechino al Tibet”.
Il Dalai Lama minaccia le dimissioni nel caso continuino le violenze anti-cinesi.
«Lo ha già minacciato altre volte. È bene tenere conto che le manifestazioni iniziali, il 10 marzo, furono pacifiche. La polizia cinese ha infiltrato agenti tra la folla per screditare il movimento. Sono stati loro a fomentare le violenze».
Cosa risponde a chi sostiene che la simpatia mondiale per la vostra causa è dovuta soprattutto alla non violenza?
«Rispondo che il pacifismo ci ha condotto su di un binario morto. Di noi si parla solo in modo episodico, limitato. Siamo dimenticati dalla comunità internazionale. Tante belle parole e poi il nulla. Guardiamo invece come si fanno sentire i palestinesi e gli attivisti in Iraq grazie agli attentati suicidi. L'attenzione dei media mondiali è tutta per loro».
Sì, ma attenzione non significa sostegno.
«Noi siamo in una situazione disperata. Se la non violenza fosse vincente significherebbe che anche la nostra causa lo è. Invece stiamo perdendo».
Nel mondo crescono le voci di chi vorrebbe boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici.
«Speriamo che siano in tanti a seguire l'esempio del presidente Sarkozy. Ma sarebbe meglio che i Giochi venissero boicottati tout court».
La Cina vi accusa di razzismo nei confronti dei suoi civili a Lhasa.
«Mi spiace che civili siano coinvolti nello scontro. Ma la responsabilità è del governo cinese, che spinge la sua popolazione ad occupare le nostre terre. Alla fine dovranno andarsene, solo così noi potremo riavere il nostro Paese e la pace»



In questa intervista ci troviamo davanti a un vero e proprio stravolgimento del pensiero buddista. E’ un ulteriore prova di quanto la violenza generi solo violenza, e di quanto sia grande la disperazione del popolo tibetano. Quando l’ho letta mi sono venute le lacrime agli occhi. E’ stato quasi peggio che vedere le immagini della repressione…
La forza della non violenza: io continuerò  comunque sempre a crederci…
A questo proposito guardate questo video: mi sembra molto utile per cercare di fare chiarezza su questo principio.

http://video.google.it/videoplay?docid=755851296148450547


L’unica cosa che mi consola, in questo desolante panorama, è che le proteste continuano. Che qualcosa anche nell’occidente si sta muovendo e  sta seguendo il percorso della fiaccola olimpica. Prima Atene, ieri Londra, oggi sarà Parigi, dove già si preannunciano manifestazioni di dissenso, per cui sono stati allertati tremila poliziotti e attorno al teodoforo, come succede per i capi di Stato, verrà costituito un cordone lungo 200 metri composto da circa 400 funzionari. E pensate che I Cinesi residenti nell'Ile-de-France sono stati invitati (non so bene da chi, in verità, sono notizie, queste prelevate da Internet))  a testimoniare il loro entusiasmo lungo l’itinerario che percorrerà la fiaccola!!! 
Come scrive Xavier Jacobelli nell’articolo che segue, quella fiaccola ora è il simbolo del Tibet libero.

 
Ogni giorno che passa, ogni ora che ci avvicina alle 8.08 dell'8 agosto 2008, quando verranno aperti i Giochi di Pechino, sta diventando insopportabile per le autorità del regime comunista cinese che da cinquant'anni opprime e massacra il Tibet, ma non riesce a soffocarne la lotta per la libertà. La clamorosa contestazione di stamane a Londra, dove alcuni manifestanti hanno cercato di spegnere la fiaccola olimpica, è soltanto l'ultima di una serie che continuerà dovunque e comunque, per ricordare al mondo che cosa sta accadendo a Lhasa e nel resto del Tibet dove i diritti umani sono calpestati, dove gli arresti si susseguono, dove i monaci vengono perseguitati e intimiditi; dove chi scende in piazza viene sbattuto in galera; dove, come ha ricordato il Dalai Lama, è in atto un "genocidio culturale" .
Dalla bandiera con le manette al posto dei cinque cerchi inalberata durante l'accensione della fiaccola ad Olimpia al capitano della nazionale olimpica indiana che ha rifiutato di fare il tedoforo quando la fiaccola arriverà a Nuova Delhi, da Sarkozy che minaccia di disertare la cerimonia inaugurale alle migliaia di iniziative per il Tibet libero che si moltiplicano ai quattro angoli del pianeta. L'unica speranza dei tibetani è che il mondo non si dimentichi di loro; che i conigli disseminati nelle cancellerie e nei Palazzi della politica occidentale siano messi in fuga dalla mobilitazione degli uomini e delle donne che ad ogni latitudine sostengono il Dalai Lama e la lotta del suo popolo. Anche per questo sarebbe importante che, senza distinzione di colore e bandiera politica, dal battaglione di candidati premier che ci stanno tediando con la più noiosa e verbosa campagna elettorale del dopoguerra, si levasse una parola per il Tibet. Coraggio, anche i conigli hanno un'anima. O no?


di Xavier Jacobelli (da Quotidiano.net)


Qui, invece:
un articolo sugli scontri a Londra.

E qui
ancora l’instancabile Nexus. Fate particolare attenzione anche ai commenti, ricchissimi di segnalazioni.

Continuiamo a fare rete, continuiamo a gridare Free Tibet!  Lo so che abbiamo le nostre rogne, che non sono certo da poco, e che questa che inizia oggi è per noi una settimana molto particolare…Ma ugualmente non dimentichiamoci del Tibet.

E ora buona visione e buon ascolto. E buona, riflessiva, settimana!

http://www.youtube.com/watch?v=bbTNP5SVeDE



postato da: Soriana alle ore 02:37 | link | commenti (3)
categorie: tibet, cronache infernali