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domenica, 06 luglio 2008

Buona domenica!

45833_girasoliBuona domenica!!!!!!

Ballando con
Tequila!
postato da: Soriana alle ore 10:04 | link | commenti (2)
categorie: calendari
domenica, 29 giugno 2008

Domenica!

Che voi siate qui:
ombrellone-colori













O qui:
Val_Rendena_Estate







O anche qui:r24510blick








Milvia vi augura

Buona Domenica!!!
 
e vi lascia questi tre regalini...rinfrescanti...

Primo

Secondo

Terzo
postato da: Soriana alle ore 02:55 | link | commenti (5)
categorie: calendari
domenica, 22 giugno 2008

Estate

vincent_van_gogh_gallery_2
Vincent van Gogh
Cafe at Night




Ecco che d’improvviso l’estate è arrivata. E io  voglio darle i benvenuto attraverso la voce dei Poeti e di un grande Vecchio che se ne è andato da poco: e chissà, ora, da quale baita sta osservando il tempo e le stagioni?...
A tutti voi auguro giorni luminosi, cieli indaco, rossi tramonti, passeggiate in verdi mari d’erba e nuotate in acque cristalline, serate cittadine allietate da spettacoli all’aperto, e…insomma vi auguro tutte quelle cose che auguro a me stessa.
Buona estate, amiche e amici cari!





Estate

Ardono i seminati, estate
scricchiola il grano,                             
insertti azzurri cercano ombra,
tocccano il fresco.
E a sera
salgono mille stelle fresche
verso il cielo cupo.
Son lucciole vagabonde.
crepita senza bruciare
la notte dell'estate.


(P.Neruda)


Meriggio d'estate

finestreSilenzio!Hanno chiuso le verdi
persiane delle case.
Non vogliono essere invase.
Troppe le fiamme
della tua gloria,o sole
Bisbigliano appena
gli uccelli,poi tacciono,vinti
dal sonno.Sembrano estinti
gli uomini,tanto è ora pace
e silenzio...Quand'ecco da tutti
gli alberi un suono s'accorda,
un sibilo lungo che assorda,
che solo è così:le cicale.

(U.Saba)


D'estate

Le cavallette sole
sorridono in mezzo alla gramigna gialla.farfallawz0
I moscerini danzano al sole
trema uno stelo sotto una farfalla.

(G.Pascoli)












Estate

Oh calore estivo che spazza il paese!
iceberg2Non un alito di vento,
non una nuvola.
E tra i monti
la renna pascola,
nell'orizzonte azzurro.
Oh estasi!
Oh gioia!
Mi siedo sulla terra singhiozzando.

(anonimo eschimese)








….Anche le sere di luglio erano accaldate, non solo per il tanto giocare; tante volte il taglio dell’erba essiccava dal mattino alla sera, il suo profumo restava nell’aria e accompagnava i nostri giochi.329c8aaec7e46e31568199940df81aa7
In quelle sere lasciavo aperta la finestra della camera sotto il tetto del portico, entrava l’odore aspro del fieno che fermentava nei fienile e appariva la luna, grande, sul tetto della stalla, da dove sentivo venire il battere degli zoccoli dei cavalli. I pipistrelli entravano e uscivano dalla luce lunare. Era bello guardare il cielo, sentire il profumo dell’estate e pensare a quella bambina con la quale avevi giocato nel prato, saltando i mucchi di fieno allineati nel tramonto del sole che allungava le ombre. Erano davvero belle le sere di luglio

(Mario Rigoni Stern: Stagioni- Einaudi 2006)






Vivaldi: Estate
postato da: Soriana alle ore 00:02 | link | commenti (7)
categorie: calendari
sabato, 07 giugno 2008

Non è più tempo di eroi?

robertemartin

Il 6 giugno 1968 incontrai un amico: ero in Piazza Malpighi, e, finite le lezioni, stavo aspettando il filobus che mi avrebbe riportato a casa. Mauro mi abbracciò e mi disse: Hanno ammazzato Bob.  Non gli chiesi: "Bob?  Quale Bob?"  Lo capii subito. Avevamo passato molte serate parlando di Bob Kennedy, soprattutto dopo il suo discorso fatto in occasione dell’uccisione di Martin Lhuter King. Forse eravamo degli illusi, ma credevamo in lui, nelle sue parole. In lui e in pochi altri. In lui e in noi stessi, in quel movimento di ribellione e di sogni e di voglia di cambiamento che come un vento vitale stava attraversando il periodo che stavamo vivendo. Credevamo di tenere fra le dita la Verità, la formula magica per cambiare il mondo.  Nell’arco di due mesi e due giorni ci avevano privato di due punti di riferimento.
Continuò a tenermi abbracciata, Mauro. Mi era venuto freddo, anche se nella piazza, adornata dalle antiche tombe dei glossatori, il sole continuava a riscaldare le pietre.


Per ricordare quel giorno, per ricordare Robert Kennedy, per ricordare l’uccisione dei sogni che riempivano i nostri cuori quarant’anni fa  riporto stralci di un bell’ articolo-intervista  apparso su Repubblica e firmato da Mario Calabresi: Funeral train, le foto perdute del lungo addio a Bobby Kennedy. L’intervistato è Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, rivista bisettimanale con una storia illustre. Fusco accompagnò il feretro di Bob dalla Penn Station, a New York, fino alla Union Station di Washington.

Fusco racconta lentamente e con voce bassissima, muove molto le mani e spesso strizza gli occhi per ricordare. "Era l'8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d'estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell'America, è durato un'intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train".

Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia".

Tutto scorre lungo il finestrino, Paul Fusco ferma quasi duemila ritratti, si vedono bambini scalzi, genitori con i neonati in braccio, pensionati con il cappello, coppie vestite con l'abito della festa, boy scout, donne in lutto, ragazze con vestiti coloratissimi, come voleva la moda alla fine degli anni Sessanta, suore che accompagnano le allieve di un collegio femminile, ragazzi seduti sulle motociclette, vigili del fuoco, famiglie in piedi sul tetto dei furgoncini, anziani che aspettano seduti sulla sedie a sdraio, uomini in bilico su un palo.

"Venni investito da un'onda emotiva immensa, c'era tutta l'America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: "Dai, scatta, scatta, scatta"".

Si vedono bambini piccoli che si sforzano di capire cosa sta succedendo, ragazzini che ridono, sollevano biglietti scritti a pennarello, sventolano bandiere a stelle e strisce. Si scoprono i cortili delle case, i giardini, periferie fatiscenti. Si vede una popolazione di tutti i ceti sociali, molti sono i neri. C'è chi si mette la mano sul cuore, chi fa il saluto militare, chi ride, chi tira fiori, chi si tiene la testa tra le mani, chi si inginocchia, chi prega.

Verso il tramonto inquadra una famiglia di sette persone disposta in ordine d'altezza e di età, a sinistra la più piccola dei cinque figli a destra la madre, poi il padre. Tutti sull'attenti con la testa bassa. È la foto che meglio restituisce la malinconia dell'addio.dome_13071516_44460

La luce cala, le fotografie cominciano ad essere mosse, sgranate. "Avevo una pellicola Kodachrome, quella che amavo di più, ma era lenta e cominciai a preoccuparmi mentre vedevo il sole scendere". I volti si fanno sempre meno riconoscibili: è la dissolvenza di una storia, di una vita, del sogno americano.

"La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. este_01094543_47440Quella è la foto simbolo dell'America dopo l'omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara".


Dopo aver letto l’articolo mi sono chiesta: potrebbe succedere anche oggi? Quale feretro che attraversasse per esempio l’Italia, potrebbe suscitare una simile reazione? La figura  reale, o pur anche immaginaria dell’eroe, può essere oggi rappresentata da qualcuno?
Alla parola eroe, oggi come oggi, mi sento di associare solo la figura di chi, fra difficoltà esistenziali ed economiche, cerca di vivere o meglio di sopravvivere, con onestà. Di chi cerca di resistere nell’immondizia prodotta da questa povera, morente civiltà.  A loro, a tutti quelli che ancora hanno speranza, e coraggio, e ideali, dedico:


We Shall Overcame

postato da: Soriana alle ore 17:25 | link | commenti (6)
categorie: calendari, i veri grandi della storia
giovedì, 08 maggio 2008

Post dedicato

papaveri

Credo di aver già pubblicato qui questa mia poesia. Che non è particolarmente bella (in realtà sono fermamente convinta che nessuna delle mie poesie lo sia), ma è fra quelle che amo di più, perchè è nata dopo un periodo molto buio, e sarebbe stato ancora più buio se non avessi avuto vicino amici carissimi che, come fiammelle, mi hanno rischiarato (e riscaldato) la strada.
Altre luci le ho incontrate in seguito, sia nel mondo reale, quotidiano, sia nel mondo, altrettanto reale, di internet. E tutte continuano a brillare e a rassicurarmi con il loro chiarore lungo la strada che mi resta da percorrere. E’ per loro, per queste luci, che ho scritto, diverso tempo fa, questa poesia, con riconoscenza e affetto profondo.
Permettetemi quindi  di riproporla ora  per dedicarla a una di quelle luci,  a un caro amico che oggi compie gli anni. Un amico non solo mio ma anche di molti che passano da queste parti…


Felice compleanno, Renzo! 


I Regali Preziosi

Erano schegge dell’anima implosa
che presero ad azzannare  la mia gola
saccheggiando il respiro
e non vedevo più nulla,
se non degli infiniti pozzi scivolosi.
Ma allora, proprio allora, come manna,
vennero a me improvvisi
i Regali Preziosi,                                                   fiorellini_bianchi
avvolti in colorate auree  di luce.
In una sera di musica fiammante
con pizziche  e tarante danzate da una piazza,
è stato in quella sera- era  un settembre lieve-
davanti alla propizia chiesa del Soccorso
che ho ripreso a guardar limpidamente
la vita, e me, e quello che c’è intorno.
E allora, proprio allora, come fonte feconda,
ho ritrovato volti e voci e luci
che mi han guidato fuori dal pantano:
i Regali Preziosi
che ho scartato tremante,
e stretto al cuore che riprendeva i battiti,
piano, per non frantumarsi,
tanto fragile era.

E ora, che regolare è il cuore
ed esteso è il respiro,
mi accade a volte di trovare un amico,
un volto nuovo.
Un Regalo Prezioso
che armonioso s’aggiunge a tutti quelli
che già mi hanno salvato.



(Pavia/ Milano Centrale, 23/ 24 marzo  2006 )

E sempre per te, Renzo,
            
Flowers and music


Ah, dimenticavo! Sono in partenza per Torino! Anzi, in questo momento sono proprio sul treno....Rientrerò martedì prossimo...Ciao!!!!
postato da: Soriana alle ore 00:47 | link | commenti (11)
categorie: calendari
giovedì, 01 maggio 2008

Altri maggi, altre storie, altre stragi

portellalo8

1’maggio 1947
Portella delle Ginestre

La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all'aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C'era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell'odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.


(brano prelevato da: nuralema.splinder.com)



Reggioemilia


7 luglio 1960:
Reggio Emilia
Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra.


Certamente episodi come questi non si verificheranno mai più. Non si sparerà più su operai e braccianti…Nonostante la situazione del nostro Paese sia attualmente quella che tutti conosciamo non credo proprio che si arriverà mai a questo.
Ma la vita, i lavoratori, la perdono in un altro modo.  Questo primo maggio 2008 è dedicato particolarmente a loro, le vittime degli incidenti sul lavoro, gli uomini e le donne che il lavoro uccide. Oltre che nelle piazze e nei media, sono sicura che in molti blog si affronterà oggi l’argomento delle morti bianche, termine che comunque a me non piace, perché hanno quasi sempre il colore rosso del sangue, queste morti, e il colore nero della disperazione che avvolge le famiglie superstiti.
Ci sono però altre vittime del lavoro di cui si parla meno, di cui non si conosce la storia individuale, di cui nessuno, a parte i famigliari e le carte processuali ricorda il nome. E' di queste persone che vorrei parlare, uomini e donne la cui morte è stata senza dubbio più lenta da quella causata dal precipitare da un’impalcatura, o dall’essere schiacciati da un macchinario, o dal fuoco, quel terribile fuoco che facciamo fatica a dimenticare. Ma non per questo meno dolorosa e terribile.
Avete mai sentito parlare di  mesotelioma pleurico? Molti di voi probabilmente sapranno di che si tratta. Io non lo sapevo fino a due anni fa, quando Palmina, la sorella di una mia cara amica, ne è stata colpita.

Il mesotelioma, un tumore generalmente localizzato nella pleura o nel peritoneo,  è una delle malattie professionali che non lasciano scampo.  E la principale causa che finora si conosce è l’esposizione all’amianto. E’ dal 1992 che in Italia non si estrae e non si impiega più l’amianto, ma era da molti anni prima che si sapeva della nocività della sostanza. 
Sembra che l’Italia, dove se ne parla meno che nel resto d’Europa, abbia pure il record dei decessi, record forse addirittura mondiale: si registrano almeno 1200 casi all’anno, con un’incidenza venti volte superiore a quella prevista.
E il  danno, poi, è un’onda lunga: studiosi britannici affermano con sicurezza che il picco di questa malattia è atteso fra il 2010 e il 2015.
Infatti lo sviluppo del tumore può richiedere non meno di venticinque anni dal momento della prima esposizione, e arrivare fino a cinquanta. E non solo i lavoratori che per anni sono stati a contatto con la sostanza possono essere colpiti, ma anche le madri o le moglie che sono venute a contatto con i loro indumenti di lavoro. Ed è proprio questo che è accaduto alla sorella della mia amica. Come poteva immaginare Palmina, che  lavare i vestiti da lavoro del marito l'avrebbe portata alla morte?
Eppure di queste vittime si parla ben poco, o, comunque, non abbastanza, se si pensa che, ad esempio, l’Eternit di Casale Monferrato ha causato una vera e propria strage: il numero dei morti fra i lavoratori di quella fabbrica è pari al numero dei morti delle Torri Gemelle, ma senza la stessa risonanza nei media.  C'è stata una  decimazione di intere generazioni di abitanti della cittadina piemontese, tanto è vero che il mesotelioma è anche detto tumore di Casale.
Ma l’Italia, come ho scritto prima, è il Paese europeo che meno parla di questa tragedia. Chissà perchè noi dobbiamo avere sempre questi tristi primati...

 Questo post del 1' maggio è quindi dedicato a loro: a Palmina, che se ne è andata il 17 febbraio 2007 e  a tutte le vittime dell’amianto le cui storie dolorose raramente  riempiono le prime pagine dei giornali.  A quei lavoratori e ai loro famigliari uccisi ancora una volta dal lavoro, quel lavoro su cui è fondata, come recita il Primo Articolo della Costituzione,  la nostra  Repubblica.

Il mio pensiero va comunque anche a tutti gli altri morti, e agli extracomunitari assunti in nero e usati come schiavi nell'agricoltura e ai ragazzi che
riescono a trovare solo lavori precari e sembrano non avere un futuro vivibile, e a tutti quei lavoratori sfruttati che, incredibilmente nell'anno... domini 2008, sembrano essere sempre più numerosi.


 Ora due poesie: una di Nelo Risi e una…mia.

Una sola famiglia
L'operaio ingrassa la macchina
la macchina ingrassa il padrone
entrambi si affacciano a sera
a un balcone che dà sulla fabbrica
la nostra fabbrica dice il padrone
l'operaio preferisce tacere.


(Nelo Risi 1960)



Pendolari

Nell’alba opaca, che la nebbia inghiotte,
il primo treno taglia la campagna.
Porta occhi assonnati e corpi stanchi
e anni di doveri tutti uguali.
Racchiude inverni piantati nelle ossa,
sogni scaduti come un medicinale,
abbonamenti a vite inesistenti,
biglietti obliterati dalla sorte.
La luce pallida degli scompartimenti
rivela volti chiusi alla speranza.
Ne fa pesci d’acquario senza voce     
          

(Milvia,  Bologna, 27 febbraio 2007 ore 23,33)



Una canzone il cui testo è forse ormai fuori dal tempo. Ma serve, serve per ricordare:

I morti di Reggio Emilia




 
postato da: Soriana alle ore 00:19 | link | commenti (16)
categorie: calendari
venerdì, 25 aprile 2008

La Storia non si cambia

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Sentivo ieri mattina su Prima pagina (la rassegna stampa di Radio tre) che un giornalista, riportando forse le parole di un politico, ha scritto che non bisogna strumentalizzare ai fini politici la ricorrenza del 25 aprile. Cosa significa non strumentalizzare? Vuol dire non ricordare, o parlarne in maniera asettica, distaccata, non tenere conto che la nostra Costituzione è nata anche dagli avvenimenti che si celebrano in questa giornata? Significa questo, non strumentalizzare? 
Prima di lasciare la parola a altri, qui nel mio blog, dirò solo una cosa: oggi più che mai c’è necessità di  ricordare, di ricordare in maniera ancor più consapevole.
E non dimentichiamo  anche che nella passata campagna elettorale un certo signore,tal Marcello dell’Utri, ha detto: I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione.

Non commento, non aggiungo altro.
Parleranno per me:
Amedea Zanarini
Renzo Montagnoli
Franco Fortini
Cesare Pavese
e il partigiano Mirko

 Amedea Zanarini, una donna che la Resistenza l’ha vissuta.


Ho presentato Amedea esattamente un anno fa, in Rossiorizzonti. Ecco cosa scrissi di lei in quell’occasione:
Ho la grande fortuna di conoscere una donna straordinaria, Amedea Zanarini.
Il suo nome non dirà probabilmente niente a nessuno, qui, se non agli amici  di Bologna che la conoscono personalmente e che frequentano questo blog. Amedea ha quasi 83 anni. Ha gli occhi limpidi, e ci si specchia, in quegli occhi. Amedea ha una gran voglia di raccontare, di regalare, a chi l’ascolta, la sua memoria. Amedea scrive, fissa sulla carta i suoi ricordi perché rimangano per sempre.
Amedea è stata staffetta partigiana.
E quando parla di questa esperienza si sente nella sua voce, nelle sue parole, tutto l’orgoglio per aver contribuito, anche se in minima parte, alla lotta per la liberazione della nostra patria dal giogo nazista. Noi, che ancora non eravamo nati, la ascoltiamo sempre incantati e pieni di rispetto. Scrive anche, Amedea. Cronache di quei giorni, e poi ancora delle lotte sostenute dalle salariate per aver condizioni di lavoro più decenti. Pressoché autodidatta –non erano molte, in quei tempi, le donne che studiavano- ha una scrittura precisa, puntuale, ma anche piena di passione. Dopo la guerra si è resa conto che anche il “sapere”, che anche la cultura, possono essere un’arma per combattere ingiustizie e sopraffazioni. E così Amedea  ha cominciato a leggere. E libri, cura della famiglia, e ancora lotte, hanno scandito il suo tempo. Ed è ancora così, pure oggi. Perché ancora oggi lei è una combattente, è una resistente. Ancora oggi ha la grande capacità di indignarsi. E continua a combattere, a opporsi. A resistere, resistere, resistere. Vorrei scrivere un libro, su Amedea. Ma non ho la capacità di trasferire sulla carta la limpida luce del suo sguardo.


Amedea scrive, fissa sulla carta i suoi ricordi perché rimangano per sempre. E' dai suoi fogli, molti scritti a mano, qualcuno con il computer, che ho prelevato piccoli frammenti della sua vita di ragazza ventenne.

Staffetta_o
Staffetta_o

…La bicicletta è stata la mia grande compagna durante la guerra. Con la bicicletta trasportavo armi, viveri, indumenti  per portarli ai compagni partigiani nascosti nei fienili, e quando era estate nei campi, fra la canapa. Portavo anche messaggi e volantini in varie località, anche lontane: frazioni di San Giovanni in Persicelo, Anzola, Sant’Agata, Castelmaggiore, Trebbo di Reno, Argelato, e molte altre ancora.
Era in bicicletta che accompagnavo i responsabili (militari e politici del gruppo) agli appuntamenti. Io rimanevo a una certa distanza da loro, per controllare che la strada fosse libera da posti di blocco fascisti o tedeschi.
La mia bicicletta era molto vecchia, aveva i copertoni consumati, ma nuovi non si trovavano e io dovevo rattopparli come potevo, e diverse volte mi ha lasciato a piedi.
Un giorno d’inverno, mentre tornavo da una missione, trovai la strada ghiacciata (era la via Ronchi, ricordo) e non riuscivo a stare sulla bici a causa del gelo. Rischiavo di cadere e dovetti andare a piedi portando la bicicletta a mano. Il freddo mi entrava nelle viscere, mi misi a piangere disperata. Non potevo fermarmi in una casa per riscaldarmi, non conoscevo nessuno. Dovevo arrivare a casa mia.
All’arrivo mia madre mi vide stravolta: mi fece andare a letto, mi preparò bottiglie piene di acqua calda e mi coprì con due coperte imbottite e mi stette vicino.
Dentro di me pensavo: una staffetta che piange dal freddo….

…Nel frattempo è arrivata a casa mia Renata, la staffetta con la quale ho condiviso tutto il periodo della Resistenza. Mi porta un messaggio da recapitare al responsabile del S.A.P. entro le cinque del pomeriggio. Mi chiede aiuto per preparare la Bandiera Rossa: la stoffa se l’è nascosta addosso, ma non sa come fare a disegnare falce e martello. Prendiamo allora un martello e la falce che si usava per mietere e disegniamo il modello adoperando un cartone che sta dietro il quadro di mia nonna. Non sappiamo quale colore adoperare. Renata utilizza il nero. La bandiera non ci piace: è venuta proprio brutta…

…Vi era gioia per la pace raggiunta, ma anche amarezza per quelli che sapevamo non sarebbero tornati più:
quelli fucilati a Castelmaggiore in Via Saliceto.
I sette del caseggiato “la biscia”.
Quelli trovati nella buca di San Rufillo.
Quelli trovati a Sabbiuno in fondo ai calanchi (proprio i compagni cui avevo fatto da staffetta, di cui conoscevo tutti i nomi).
I  fratelli Tarozzi, Germano, e altri due di Sala Bolognese di cui mi sfugge il nome, non sono mai stati trovati, non si è mai saputo nulla.
Infine la strage di Marzabotto.
Nella nostra provincia vi sono centoventotto donne cadute: a loro è dedicato un monumento che si trova a Villa Spada, in via Saragozza.




E ora le voci di: Renzo Montagnoli (con una poesia inedita), Franco Fortini, Cesare Pavese Giordano Cavestro (Mirko) giustiziato a solo 18 anni per aver cercato di riaccendere il faro della Libertà.
Alla fine c’è anche una mia quasi poesia, scritta proprio ieri.


Decima Mas


Decima Mas


Banditi dalla memoria
          di
Renzo Montagnoli

Forche innalzate, macabri idoli,

mura sbrecciate dalla mitraglia

e il sangue che scorre veloce

a rinverdire l’erba della speranza.

Combatteste e moriste,

giovani e anche vecchi,

un esercito di cenciosi

armati solo del desiderio di riscatto.

Vi chiamarono banditi,

ma eravate solo uomini

che cercavate per tutti la libertà.

Ogni 25 aprile si celebra la memoria

fra frasi tronfie di retorica

e tricolori mossi dal vento

ma siete croci ormai dimenticate

sommerse da vuote parole

in un ricordo che sfuma nel tempo.

Foste partigiani,

artefici di una libertà

che ormai più non meritiamo.



Canto degli ultimi partigiani
                 di
        Franco Fortini
 
Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.
 
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.
 
Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.
 
Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.




Cesare Pavese

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.


(9 novembre 1945)




Giordano Cavestro (Mirko)
 Di anni 18, studente, nato a Parma il 30 novembre 1925. Nel 1940 dà vita, di sua iniziativa, ad un bollettino antifascista attorno al quale si mobilitano numerosi militanti; dopo l'8 settembre lo stesso nucleo diventa centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma. Catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana (PR), nel corso di un rastrellamento operato da tedeschi e fascisti, è tradotto nelle carceri di Parma. Processato il 14 aprile dal Tribunale Militare di Parma, viene condannato a morte, quindi graziato condizionalmente e trattenuto come ostaggio. Fucilato il 4 maggio nei pressi di Bardi (PR), in rappresaglia per l'uccisione di quattro militi fascisti, con Raimondo Pelinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti.

Parma, 4-5-1944
Cari compagni, ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.



Vogliono modificare la Storia
                    di
               Milvia

Vogliono modificare la Storia riscrivendo libri
ma la Storia non si può cambiare
è incisa nelle montagne rosse di sangue
nello sguardo dei ragazzi fucilati
nel pianto dei padri e delle madri
nel canto  di brigate partigiane
sui muri  di Pianosa e Ventotene.
La Storia è quella e non si può cambiare:
non si può cancellare la speranza
che nel lontano aprile si è levata
come un vento impetuoso
di libertà risorta e conquistata.



E ancora:
Ora e sempre resistenza


Ascanio Celestini



E non dimentichiamoci neppure delle canzoni. Continuiamo a cantarle, con i nostri figli e i nostri nipoti. Non smettiamo mai mai mai  di ricordare.

Oltre il ponte

Bella ciao

Guardali negli occhi
postato da: Soriana alle ore 00:59 | link | commenti (14)
categorie: calendari
venerdì, 11 aprile 2008

Siamo a meno tre (fatti non foste...)

parlamentosenato
Non so perché, pensando alla stesura di questo post, mi sono venuti in mente questi versi celeberrimi: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" Forse perché ho paura. Forse perché ho una grande paura che fra non molto virtute e conoscenza possano sparire del tutto, e ci rimanga da vivere solo un’esistenza abbrutita, relegati per sempre al miserevole ruolo di sudditi.

Ho ricevuto oggi questa mail da Ettore Masina  Sono contenta di essere stata inserita nella sua mailing list: c’è una forza, in questo vecchio signore, che mi contagia, e di questa forza, soprattutto in questi giorni, io mi cibo. Condivido   la sua analisi, anche se, come quei suoi amici di cui scrive nella mail, so già che non condividerò il suo voto. 
Alla fine di questa lucida lettera ho inserito pensieri di altri tre grandi uomini. Che come levatura morale sembrano anni luce lontani da quelli che blaterano su tv e carta stampata in questi giorni, o , meglio, in questi ultim, desolanti anni. Eppure, a rileggerli, i loro pensieri sembrano rappresentare la fotografia della realtà  di oggi.
Ed ecco la lettera di Ettore Masina:


Ho (quasi) ottant’anni.Di tutte le mie facoltà una mi sembra ancora integra – e non sempre, purtroppo, mi dà gioia: quella facoltà è la memoria. Mi capita di ricordare, per esempio, che il mio compagno di seconda elementare Martin Bascià mi confidò un  giorno che il suo grande sogno era quello di poter tornare a casa, almeno una volta, con due chili di pane e mangiarne a volontà; accadeva nella Valcamonica del 1937, ma certamente milioni di bambini italiani condividevano allora quel sogno. Nello stesso anno venne a salutarci un cugino che partiva per la guerra di Spagna; era un  giovanissimo ufficiale e ci raccontò che il suo plotone era formato da cafoni e tarlucchi, analfabeti, vale a dire contadini disoccupati. Cinquantamila di quegli italiani andarono allora a combattere in un paese non loro e dalla parte sbagliata, senza sapere  perché, se non che era un lavoro duro, col fucile al posto della zappa, un lavoro per il quale si poteva anche uccidere o morire ma che intanto sfamava la famiglia.
Cominciano da quegli anni i miei ricordi “politici”; ed essi sono andati poi accumulandosi mentre crescevo: durante la guerra in cui i più poveri degli italiani furono mandati al macello dal fascismo, e poi durante la cosiddetta “ricostruzione” e i tentativi di occupazione delle terre incolte, con i carabinieri spediti da governi “moderati” a difendere la cieca avarizia dei proprietari terrieri,e con la mafia che perfezionava impunemente il suo potere.Ci furono le lotte operaie per uscire da una condizione di miseria e di diritti negati; il padronato creava i sindacati gialli e assumeva ex ufficiali e graduati dell’Arma per lo spionaggio nelle fabbriche e decretava i reparti-confino o il licenziamento per i sindacalisti veri che apparivano troppo zelanti.Poi ci fu il “miracolo italiano” che modernizzò il nostro Paese ma a prezzi durissimi per la povera gente: un tragico esodo di intere popolazioni,lo scardinamento di centinaia di migliaia di famiglie,nella disperata “spontaneità” di una migrazione lasciata a se stessa dall’incapacità dei governi e dal cinismo dei padroni.Qui i miei ricordi si fanno più precisi: ero diventato un giornalista, indagavo sulle conquiste (e le sconfitte) della democrazia italiana (di qualcuna di quelle mie inchieste c’è traccia nei libri di Crainz, di Murialdi, di Ada Giglio Marchetti).Quando venimmo ad abitare a Roma,nel 1964,lessi un rapporto della Pontificia Opera di Assistenza:testimoniava che in alcune parrocchie di periferia,al momento della distribuzione dell’ eucarestia,si formavano due file:prima andava all’altare la gente “bene”,poi i sottoproletari delle baracche e delle case “improprie”.Naturalmente nessuno aveva disposto questo orribile rituale.Il fatto è che quindici anni dopo la proclamazione della Costituzione repubblicana vi era in molti poveri la convinzione di essere cittadini e persino “credenti” di razza inferiore. (erano, in gran parte, persone che avevano obbedito, spesso, all’esortazione di votare al centro perché grandi pericoli incombevano sull’Italia).
In quegli anni, del resto, gli azionisti della Fiat si dividevano utili pari alla somma di tutti i salari e gli stipendi dei dipendenti  dell’azienda. L’idolatria alto-borghese per le rendite strangolava la ricerca scientifica e gli investimenti produttivi. Nel Sud il clientelismo avvelenava i partiti.
Attento a quelle realtà, diventai, spero di poterlo dire, uomo “di sinistra”.“Sinistra” non significava per me materialismo dialettico, tanto meno marx-leninismo, voleva dire, piuttosto, necessità di impegno per la giustizia sociale, scelta di civiltà, umanesimo. “Sinistra”, all’inizio, erano stati per me “La condizione operaia” di Simone Weil e “La battaglia”, il grande romanzo di Steinbeck sugli scioperi dei raccoglitori di frutta in California, e, prima ancora (naturalmente!) Tolstoj.Poi lessi Rosa Luxemburg e Piero Gobetti (non ancora Gramsci, quello venne più tardi) e insieme Léon Bloy e Peguy e Bernanos e Mounier e i documenti dei preti-operai francesi e il Voillaume dei Piccoli Fratelli. Se ripenso alla mia “sinistra”, però, più che a libri, torno a volti, a persone, alcune conosciute da vicino, qualcna amata da lontano: La Pira, Lazzati, Dossetti. Mazzolari, Balducci, Lelio Basso, Berlinguer, Ingrao, Zaccagnini, Turoldo,, Pintor, Danilo Dolci, Natalia Ginzburg,  don Milani, Paul Gauthier... Il matrimonio con  Clotilde e l’esplosione del Concilio come “Chiesa dei poveri” resero le mie scelte più chiare e definitive. La fondazione della Rete Radiè Resch mi donò la gioia di un grande gruppo di amici (per lo più cristiani, ma non solo) e la possibilità di venire in contatto con le eroiche avanguardie di quelli che Fanon definiva “i dannati della Terra”: i poveri del cosiddetto Terzo Mondo, con le loro lotte, le loro sconfitte, le terribili torture, le canzoni, le indomabili speranze: e l’autentica lotta di classe con la quale i  ricchi schiacciano i poveri. Più tardi - nel 1983, nel 1987, nel 1992 - accettai di candidarmi deputato nelle liste del PCI (poi PDS). Vissi mesi entusiasmanti in un’ampia zona del Nord: le province di Bergamo, Brescia. Varese, Lecco, Como, Sondrio, Padova, Verona, Vicenza e Rovigo. Erano luoghi in cui le sinistre erano minoritarie e la marea del razzismo localistico andava silenziosamente crescendo, e infettando anche gli ambienti “progressisti”; trovai spesso funzionari ottusi e, alcuni, ignorantissimi. Ma la grande massa degli iscritti e dell’elettorato mostravano un’Italia di grande e generoso impegno. Scoprivo, fra l’altro – e non potrò mai dimenticarle – la settarietà, la paura micragnosa, la stoltezza, l’incapacità di sperare con le quali la mia Chiesa, con le sue scomuniche, aveva sbarrato le porte a un popolo in grande maggioranza naturaliter christianus.
Ho rivisitato i miei ricordi, in queste settimane, mentre riflettevo sul voto che andrò a deporre nelle urne domenica prossima. Ho sentito, dapprima, una grande voglia di starmene a casa per esprimere il mio schifo per una legge elettorale che, se non altro, getta in stato confusionale, programmaticamente,la nostra democrazia. Ho concluso che avrei guardato con rispetto chi,condividendo il mio risentimento, avrebbe non già disertato i seggi (che sarebbe complicità con il potere, comoda, pigra, rancugnosa viltà) ma vi sarebbe andato per far verbalizzare, secondo ciò che la legge prevede, la sua decisione di non votare. Ma ho sentito che neppure quella poteva essere la mia scelta, che ogni volta che ci è concessa qualche opportunità di lotta ai nemici della democrazia non si possa rispondere: “Sono troppo indignato per farlo”. Quella dell’Aventino è una lezione terribile.
Condivido la convinzione che queste elezioni ci pongono davanti a un mutamento radicale della vita politica italiana. Innanzi tutto, penso, a uno spaventoso decadimento culturale ed etico. Scrivo queste righe il 9 aprile, 53.mo anniversario del martirio  di Bonhoeffer, il grande teologo luterano impiccato dai nazisti; e traggo da lui la descrizione di quell’asfissia del pensiero creativo e dell’etica che oggi devasta tanta parte dell’Italia: "Si ha l'impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di una gran parte degli uomini. La potenza dell' uno richiede la stupidità degli altri". Vale per gli elettori berlusconiani, i  quali, però, più che stupidi sono desiderosi di raccogliere le briciole dei pasti che il Monarca (la definizione è sua) consumerà a spese della Costituzione, della legalità e del senso dello Stato. Vale per gli elettori di Casini e dei suoi transfughi che hanno osato scippare lo stendardo della Rosa Bianca. Quasi ossessionati dalle denunzie vaticane e dalla consapevolezza delle proprie tentazioni, questi “cattolici” cercano di dar vita a una lobby di “fedeli” con la quale sbrecciare la laicità dello Stato per bloccare a termini di legge la secolarizzazione della nostra società. Nella loro sessuofobia e omofobia rappresentano il versante ecclesiale del razzismo leghista. E’ facile prevedere che dopo le elezioni Casini e la minidestra di Storace ritorneranno alla reggia di Arcore, esattamente come Bossi e Fini che pure quella reggia definirono, in altri tempi, “porcilaia”.
Molte e molti dei miei amici più cari mi hanno detto che voteranno PD. Guardo con grande rispetto alla loro scelta e so bene che alcuni lo faranno con spirito critico e lucida cognizione  dei difetti di quella formazione. Con lo stesso animo voterei come loro, se avessi la loro convinzione che il successo di Berlusconi è  l’unico pericolo  che sovrasta la democrazia italiana. Di questa minaccia, grave, anzi gravissima,  io non discuto l’importanza, ma penso  che i pericoli siano due e che il secondo, non minore del primo, sia quello di una definitiva scomparsa della sinistra.
Fra le poche certezze che la mia lunga vita mi ha dato, c’è quella che niente è stato regalato alla povera gente, che tutto è stato ottenuto, con fatica e pericoli, non soltanto fisici, dalla sinistra: dai lavoratori e dagli intellettuali che con essi si sono schierati. E’ una storia non priva di errori, di settarismi, di inadeguatezza, di colpe, di violenze; ma è anche una vicenda che ha dato dignità a masse che non ne avevano mai avuta o l’avevano persa, per sproporzione di forze, E’ stata movimento di popolo, con varie anime: marxista, cristiana, liberale. Si è spontaneamente unita ad esperienze che in altri luoghi della Terra miravano, anche quelle, a giustizia e libertà. Ha visto la concretezza dei problemi perché li ha esaminati, per così dire, dal basso. Le proprie ideologie hanno subito la verifica più dura perché misurate sulle necessità più dure della vita dei poveri. Per l’asprezza di quelle necessità la sinistra  è stata la forza che ha sconfitto spesso la ideologia del moderatismo, quella avara delimitazione del “possibile” in cui il potere borghese è maestro.
Non è stata l’unica forza di progresso, naturalmente. Altri gruppi di persone oneste hanno lavorato per costruire un’Italia migliore. Ma è un dato di fatto che quando la sinistra è stata debole, il progresso si è come arrestato. Nella storia della Repubblica, la sinistra è stata la volontà realizzatrice della Costituzione. Non si può espellerla dalla lotta elettorale in nome della paura. Non si può negarle la dignità di protagonista in questo evento. A me pare che neppure in nome di un pericolo imminente si possa chiedere, a chiunque creda nella necessità della sinistra come forza storica di giustizia, di associarsi a uno schieramento che ne abbandona speranze e lotte, a un disegno moderato, il cui programma si distingue appena da quello degli avversari. Sconfitta nella sua esperienza di governo  (soprattutto dalla violenza dei media che hanno sistematicamente enfatizzato come dirompenti le sue richieste a Prodi,, mentre sbiadivano le insidie dei Mastella, dei Dini, dei Bordon), la sinistra italiana ha bisogno di riprendere il suo coraggio e la sua fisionomia. Sta compiendo un lavoro di riaggregazione delle sue forze e la sua nuova unità è un evento che non può non essere riconosciuto e sorretto dal coraggio di chi ha sentito l’orgoglio di avere appartenuto, in altri tempi, alla sinistra come la definiva Norberto Bobbio: la sinistra è la scelta di chi privilegia il principio di eguaglianza fra le persone,  la destra è la scelta di chi nega questo principio. E il “centro”, ma questo lo dico io, è spesso il biglietto da visita di una destra “moderata”:
In queste ultime ore di campagna elettorale sono stato molto attento alle performances dei leaders dei vari partiti e ne ho provato nuova desolazione. La americanizzazione della campagna elettorale, con due soli Grandi Personaggi e, alle loro spalle, un pulviscolo di collaboratori, non pochi dei quali intercambiabili fra l’una e l’altra formazione, l’arroganza brutale di Berlusconi e la corsa al centro, il “nuovismo” di Veltroni, la sua meticolosa attenzione a negare ogni radice di sinistra al PD, mi hanno ulteriormente convinto che è indispensabile mostrare che molta gente, numerosa quanto più è possibile, rifiuta  questa semplificazione. La cancellazione (temporanea?) della sinistra storica dal panorama italiano sarebbe il primo trionfo di Berlusconi.
Già per questo il voto alla Sinistra Arcobaleno sembra a me doveroso, ma poi chi ha saputo penetrare nella demenzialità del Porcelllum, sa bene che se la Sinistra raggiungesse l’8 per 100, la sconfitta di Berlusconi sarebbe quasi certa.
Care amiche, cari amici, vi chiedo di votare  con me la Sinistra Arcobaleno. Sono già in buona compagnia (Ingrao, Castellina, Marco Revelli, Petrella, Eugenio Melandri, Perna etc. etc.) ma voi mi mancate, accidenti quanto mi mancate. O sbaglio?
Ettore Masina



  pasolini2"L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
(Pier Paolo Pasolini , Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962)












 facegrams"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza facegramsè abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
(Antonio Gramsci 11 febbraio 1917)


don-milanidon-milani "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto…"
(Don Lorenzo Milani Da Lettera ai giudici)

Concludo con questo video, con questa canzone che ho già inserito altre volte nel blog, ma che ogni giorno mi sembra più idonea a descrivere la nostra ...
povera patria

sabato, 05 aprile 2008

E noi lo abbiamo ancora, un sogno?

MLKCMartin Luther King: 4 aprile 1968- 4 aprile 2008. Quarant'anni dopo. Non è, il mio, solo un invito a non dimenticare. E anche un invito a riappropriarci dei nostri sogni, a non lasciarci spegnere dall'apatia e dall'indifferenza, a non rifugiarci nel qualunquismo e nelle critiche sterili, a continuare a combattere contro chi considera il denaro il solo valore esistente, contro chi non rispetta le differenze, contro chi consuma e sperpera le risorse che appartengono a tutti gli abitanti del pianeta. Un invito a credere ancora, anche se può sembrare un esercizio obsoleto e assurdo all'asserzione che un altro mondo, se lo vogliamo,  un altro mondo è possibile.



Ingrid Betancourt
da ReAnto

Martin Luther King
da
Beppe Iannozzi
e da
Giulia

Una Tv che dovrebbe vergonarsi
una sdegnata e condivisibile riflessione in Declinato al femminile

Majarie
pubblica un frammento del nuovo libro di Luisito Bianchi, che uscirà in libreria alla fine di maggio.
A chi ha letto quel capolavoro intitolato
:
La messa dell'uomo disarmato  non c'è certo bisogno di consigliare l'acquisto di questo nuova opera di Don Luisito, perchè sarà naturale, per loro, acquistarlo.  A chi non conosce questo autore mi sento di consigliare, come non mai, di riempire al più presto questa lacuna.
Per avere più notizie sul nuovo libro:
I miei amici. Diari 1968-1970


Non tutti sanno che...
Gli...svarioni di certi critici: da I sognatori


Stagioni di Mario Rigoni Stern
la splendida, partecipata recensione di Renzo Montagnoli a uno splendido libro.

Alla deriva
una mia poesia pubblicata nel nuovo numero di Arteinsieme.

L'ortaggio Giuliano Ferrara

Nel Ghibellino

Un giorno di Cristina Bove
In Armonia delle parole


Da Saviano a Gherardo Colombo
Se ne discute nel nuovo blog di Remo Bassini

Qui
e
Qui
Due recensioni dei Canti Celtici di Renzo Montagnoli, un'ottima silloge poetica che di recensioni positive ne ha già meritate parecchie.


Incontri da dietro un vetro
Raccontati con la sensibilità che la contraddistingue, da Sabrina Campolongo

Simona B.Lenic: Setalux
Presentazione a Bologna dell'interessante romanzo di questa giovane scrittrice riminese.

E siccome non si vive di soli libri ecco:

Pasta al pesto di pistacchio
Cinzia Pierangelini, da...Cochina diventa cuochina...



Ritorno seria e vi propongo questo video:
I have a dream

Buona fine settimana a tutti!