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...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzonte Più riguardo a Donne, ricette, ritorni e abbandoni

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martedì, 28 luglio 2009

Candid... Milvia

soriano

Siore e siori , ragazzi e fanciulline,  nonnetti e nonnette, volete scoprire l’altra faccia della Milvia/Soriana?
 (rullo di tamburi in sotto fondo)
Allora al mio via catapultatevi


QUI


E ora per addolcirvi la bocca e cospargendomi il capo di cenere per quanto avete letto pocanzi,  non mi rimane che proporvi un dolcetto estivo (che con questo caldo ce vo’) e tre super  video-canzoni



Pesche ripiene (ingredienti per 6 persone)   pesche

    * 3 grosse pesche gialle
    * 40gr di zucchero
    * 35gr di amaretti
    * 25gr di mandorle dolci pelate
    * 1 uovo
    * burro q.b.
    * vino bianco
    * Amaretto
    * cacao in polvere


lavate e asciugate le pesche quindi tagliatele a metà ed eliminate il nocciolo. Con l’aiuto di un cucchiaino ricavate un solco nella parte centrale delle pesche e mettete la polpa che levate in una ciotola.
Tritate insieme le mandorle e gli amaretti, quindi mescolateli alla polpa insieme all’uovo, a metà dello zucchero, un cucchiaio di cacao ed un cucchiaio di Amaretto. Mescolate e rendete omogeneo l’impasto.
Con questa farcia riempite i solchi che avete fatto nelle mezze pesche, abbondate con l’impasto, dovrete formare una piccola montagnola. Via via poggiate le pesche su una teglia leggermente imburrata.
Al termine spolverate le pesche con lo zucchero, ponete su ogni pesca un ricciolo di burro e bagnatele con il vino bianco. Quindi infornatele e lasciatele cuocere ad una temperatura di 180 gradi per circa 30 minuti.
Finita la cottura potrete disporre le pesche nei piattini e scegliere se servirle ai vostri ospiti calde o fredde.




Louis Armstrong: Adios muchachos

James Brown: Sunny

 The Beatiful South: Dream a little dream
postato da: Soriana alle ore 01:31 | link | commenti (2)
categorie: autoreferenziale, piccolo ricettario
lunedì, 13 luglio 2009

io, da bambina...

P1030330
Io, da bambina, prima di addormentarmi, parlavo sempre con il mio Angelo Custode. Non è che gli parlassi per chiedergli perdono di qualche monelleria che avevo fatto durante il giorno, non solo, almeno. Gli parlavo del più e del  meno, chessò, del film che avevo visto quella sera, o di come si era pettinata la maestra quel giorno. Forse gli facevo anche delle domande.  Insomma, era come se dividessi la mia cameretta con il fratello maggiore che non avevo. Ero, e sono, figlia unica, infatti. Chissà quando ho smesso? Vorrei ricordarmela quell’ultima sera che gli ho detto: buona notte, Angelo Custode. Chissà di che cosa gli ho parlato, quell’ultima sera… E chissà perché dalla sera dopo non gli  ho detto più niente? Bisognerebbe sempre ricordarsi “l’ultima volta”. E invece ci ricordiamo sempre della prima.

Io, da bambina, avrò avuto sugli otto anni, mi ero innamorata di Mike Bongiorno. Il martedì sera, mi sembra proprio che fosse il martedì,  c’era una trasmissione radiofonica  che si chiamava “Il motivo in maschera” e la presentava proprio lui, Mike Bongiorno. E allora io cercavo di mangiare in fretta in fretta, poi andavo in bagno a spazzolarmi i capelli, e dopo mi sedevo vicino alla radio e facevo finta che lui mi dedicasse la trasmissione, e che non vedesse l’ora di finirla per tornare a casa da me. Avevo rimediato anche una suo foto, non ricordo chi me l’aveva data, di quelle che vendevano nelle cartolerie, mi sembra, e la mettevo sotto il cuscino, prima di addormentarmi, poi al mattino la toglievo e la mettevo in mezzo a un libro. Poi è successo che l’ho detto a una mia amica e lei lo ha detto ai suoi genitori e i suoi genitori lo hanno detto ai miei. E io mi sono vergognata da morire. Fine di un grande amore.

Io, da bambina, una volta, sarà stato inverno, perché i vetri delle finestre erano chiusi, mentre me ne stavo a guardare fuori, improvvisamente sul vetro ho visto una specie di omino, piccolo piccolo, una specie di gnometto carino carino. Allora ho quasi smesso di respirare e ho pensato, ed era un pensiero bellissimo: allora esistono!  E ho continuato a guardarlo, e lui si muoveva un poco, in qua e in là sul vetro della finestra. Poi mi sono accorta che non era altro che uno dei pupazzetti stampati sulla stoffa del mio vestitino che si rifletteva sul vetro. Questa cosa qui non l’ho mai raccontata a nessuno. Ma la delusione me la ricordo ancora. Però mi ricordo anche la fantastica sensazione di quando ho pensato: allora esistono!


Ecco, vi ho raccontato tre miei piccoli segreti, o quasi, di quando ero bambina.  Chissà se  qualcuno di voi mi (ci) vuole raccontare i suoi… Mi piacerebbe molto! Non tiratevi indietro!

Ma ora passo a un discorso più serio.  Anzi, non dico nulla:  entrate in questo sito (anche se la maggior parte dei blogger  lo avranno già fatto in questi giorni) e leggetevi tutto: Diritto alla Rete  Riguarda tutti noi, anche chi non ha un blog o un sito, perché  comunque il decreto  di cui si parla è lesivo della libertà, e la libertà e un bene comune.

In conclusione, quindi, nessun video musicale, ma

No all'obbligo di rettifica!

E martedì 14 luglio postiamo questa immagine e nient'altro.



scaricaillogobanner






postato da: Soriana alle ore 01:48 | link | commenti (5)
categorie: autoreferenziale, domandine, diritti violati
giovedì, 15 gennaio 2009

Del tempo, di premi, di bambini innocenti

P1080784(L'ingresso della casetta del granchio corridore)



Se c’è un fenomeno atmosferico che odio (anche se so perfettamente che è molto stupido odiare le forze della natura), se c’è un fenomeno atmosferico che odio, dicevo, è il vento. E da alcuni giorni il vento schiaffeggia con forza questa zona dell’isola di Phuket, il suo soffiare è diventato una colonna sonora fissa delle mie vacanze. E neppure è caldo, questo sgradevole compagno… Anche ora, e sono le dieci passate del mattino, indosso una felpa, e ieri sera, a cena, ho patito freddo.  Certo, se penso che in Italia avrei bisogno di cappotto, maglioni, sciarpe e sciarpine, non dovrei certo lamentarmi… Ma qui ci sono venuta per far riserva di calore, come un cammello che fa riserva d’acqua prima di attraversare il deserto… Va beh, ho ancora una decina di giorni, spero che il tempo cambi…


Premio+Kreativ+Blogger

Devo ringraziare due amici blogger, oggi. Mi hanno premiato!  E a parte il premio  mi sono piaciute moltissimo le motivazioni per cui il premio mi è stato assegnato.
ElysSun / scrive infatti : ogni sua parola è musica.
E  per Stefano Mina  la motivazione che lo ha indotto a premiare il mio blog  invece, è questa: per il suo impegno, per la sua poesia, per il suo cuore... non basta?
Le motivazioni sono bellissime, mi sembra.  Non so se le merito, ma il fatto che il premio mi sia stato assegnato da due blogger che stimo molto per la qualità di quanto pubblicano nei loro blog,  qualità sia letteraria che umana, mi lusinga.
Ora dovrei proseguire questa sorta di gioco, distribuendo premi a mia volta. Ma già come è successo in passato in occasioni simili, non mi sento di farlo. Sono troppi i blog che reputo di alta qualità, e davvero non sono in grado di scegliere.  Idealmente il mio premio va ai molti che compaiono nella lista dei miei preferiti. Mi perdonate, ElysSun e Stefano? 


Un altro ringraziamento va a un sito letterario che ha pubblicato un mio racconto. il sito si chiama: Lo scrittore inesistente
e il mio racconto potete leggerlo QUI
Ma vi invito a leggere anche i molti altri racconti di bravi autori che il sito pubblica ogni mese. E potete pure lasciare i vostri commenti.



20080120t152141450x315uwo3

Gaspare Serra   giovane poeta e titolare del blog http://spaziolibero.blogattivo.com/ mi ha lasciato ieri, in un commento al post Gli aquiloni di Gaza una bella poesia. Mi piace darne più visibilità pubblicandola qui, per l'attualità del tema e per le verità che il testo contiene.


GLI ANGELI DI GAZA:

Piccole stelle
esplodono con un sorriso in viso
negli occhi pien di vita dei bambini
di una piccola stretta terra,
imbrattando le strade della loro ingenuità,
attingendo dalla tavolozza colorata dei loro pensieri
un arcobaleno di sogni.

La spontaneità dei gesti dei bimbi
permette loro di guardar ancora in alto
solo per ammirar le stelle:
inesauribile fonti di speranza per gli altri,
sono sempre pronti a dimenticare il giorno prima
per progettarne un altro…

Nella verginità dei loro sentimenti
ai piccoli non è dato conoscer l’odio,
ma la sofferenza si:
la vedono ogni giorno negli occhi familiari dei grandi,
la nutrono ogni notte del rammarico
di non avere conosciuto in tanti …

Figli di un popolo senza Stato e senza terra,
loro non sanno cos’è la guerra
e possono costruire solo muri di sabbia:
vorrebbero liberamente giocare,
fuori dai bunker dell’ultimo rifugio;
apertamente rincorrersi coi compagni d’oltre muro,
non distinguendo per nascita o religione;
semplicemente sognare ad occhi aperti,
senza rabbrividire del sangue sparso intorno!

I bambini non sanno perché i loro padri
a volte li salutano con una cinta imbottita addosso,
come per un addio;
non comprendono perché ogni giorno
la gente scenda in strada
con in braccio un piccolo fagotto di lenzuola;
non si spiegano come mai certe notti
il cielo di Gaza s’illumina a giorno -come se esplodesse-
e la gente rifugge -anziché rincorrere- le stelle cadenti …

Nell’ignoranza della loro età
a volte piangono senza un perché
-o solo perché piangono gli altri-.
Molti di loro non lo scopriranno mai,
poiché non ne avranno il tempo;
molti tra loro lo capiranno appena più tardi,
quando -costretti a diventar grandi bruciando le tappe-
avranno anch’essi imparato ad odiare …

Gaspare Serra



E non dimentichiamo che:

257 bambini morti in questa guerra: Gaza 2009


postato da: Soriana alle ore 05:48 | link | commenti (7)
categorie: i miei viaggi, autoreferenziale, no a tutte le guerre
domenica, 16 novembre 2008

Vicenza, addì 14 novembre 2008

P1080366Eccomi qui, amici cari. Sono sopravvissuta all’evento che mi vedeva protagonista… E devo proprio dirlo: sono felicemente sopravvissuta… Sarà perché avete tenuto le dita incrociate? Forse, e mi fa piacere pensarlo. Ma soprattutto è per la grandissima professionalità, gentilezza, accuratezza, generosità di Alberto Carollo, in prima persona, e dei suoi validi collaboratori.

La presentazione del mio “Donne ricette ritorni e abbandoni” ha avuto, grazie a loro, una pubblicità capillare nella zona, che ha fatto sì che la saletta della libreria fosse al completo. Devo confessarlo: il mio incubo era che non si presentasse nessuno. Ho esperienze di presentazioni di libri dove, a parte qualche parente dell’autore, a far parte del pubblico c’ero solo io. Addirittura mi è capitato, a un festivalino del libro a Rovigo di essere l’unica spettatrice: in pratica c’eravamo l’autrice, l’editore e io. Orribile!
Per cui, sentire il ticchettio dei passi delle persone che scendevano le scale per raggiungere la saletta della
libreria, beh… un dolcissimo suono, lo definirei.

Ora lo so che vi aspettereste una cronaca dettagliata. Ma che dire? Mi sembra che tutto si sia svolto un po’ come in un sogno. Ascoltavo Alberto che mi poneva domande, e mi sembravano assolutamente intelligenti e interessanti (perché lo erano, in verità), mi sentivo rispondere in maniera altrettanto intelligente e interessante ( e su questo, invece, ho molti dubbi), insomma, mi sentivo così sicura come se non fossi io, oppure come se fossi una “io” che avesse appena sniffato qualcosa di illecito, esperienza che non ho mai fatto, ma che presumo ti faccia apparire per un tempo breve una persona tutta certezze, prima di crollare e non sapere neppure più come ti chiami. E in effetti, questa cosa qui, il crollo, voglio dire, l’ho avuto quando sono andata a dormire, perché tutta la notte non ho fatto altro che essere trascinata in un vortice di incubi tipo che  la presentazione era ancora in corso e io non riuscivo a spiccicare parola, e che poi  saltava fuori che il libro non lo avevo scritto io ma una tizia di Busto Arsizio che si presentava in libreria e mi massacrava di botte, compito molto facile visto che era una lottatrice di sumo. E altre cose di questo tipo.

E pensare che, invece, la serata è stata gradevolissima, almeno per me. Anche il pubblico è stato fantastico. Avete presente quando, alla fine di una presentazione o di una conferenza scatta la frase rituale rivolta al pubblico: “e ora, se qualcuno vuol porre domande…”?  Avete presente il gelo che quasi sempre cade in sala, i  colpetti di tosse, lo struscio delle sedie sul pavimento? Niente di tutto questo, l’altra sera: il pubblico è intervenuto, ha domandato, si è mostrato interessato. Beh, anche l’intervento del pubblico ha determinato la buona riuscita dell’evento.
Ecco: direi che tutto è stato perfetto.  Sembra anche che qualche copia del mio libro sia stata venduta. E questo mica capita sempre alle presentazione di autori sconosciuti…

Altro non saprei dire... Ora che ci penso avrei dovuto registrare tutto, così sarei stata più esauriente. E poi, dire di me mi riesce sempre difficile.
Passo quindi ai ringraziamenti, che faccio davvero con tutto il cuore:


Ringrazio Alberto, Patrizia, Aurora, Davide e tutta l’equipe di CaRtaCaNta: persone professionalmente e umanamente eccezionali.

Il pubblico che ha dedicato a una anonima scribacchina un venerdì sera.

La libreria Mondadori Quarto Potere di Piazza delle Erbe  che mi ha ospitato con molta cordialità.

La mia amica Mirella che mi ha accompagnato e sostenuto in questa mia bella esperienza vicentina.

Tutti i Vicentini che ho incontrato durante il mio breve soggiorno e che mi hanno fatto scoprire una cosa che non sapevo: la loro estrema gentilezza e disponibilità. Anche se questa mia affermazione, quando l’ho esposta durante la presentazione, ha stupito e non poco, i vicentini presenti.

Se poi volete saperne di più, della serata, allora, ecco cliccate qua sotto:

Come è andata la serata

Le foto

Ah, se vi dovesse capitare di soggiornare a Vicenza ecco qui un indirizzo che vi consiglio vivamente.

http://www.bbvicenza.com/


Concludo con un’altra cosa che mi riguarda:
QUI


 Buona serata domenicale con questa canzone, che a me piace, e mi ricorda quando ero piccola (nell’era Jurassika)

Quizas quizas quizas





venerdì, 14 novembre 2008

Pro memoria

vicenza16

E così ci siamo. Domani partirò per Vicenza, e domani sera…tatatatà…
La presentazione del mio libro…
Non è la prima che faccio, ma è la prima volta che gioco, come dire, fuori casa.
E un po’ di timore c’è.  Anche se so che tutto è stato organizzato molto bene da Alberto Carollo e dai suoi collaboratori dell’associazione CaRtaCaN
ta. Ma forse è proprio questo che mi intimidisce: la paura di deluderli.
Beh, ricordate di incrociare le dita per me, per favore, questa sera, venerdì 14 novembre alle ore 21.
Io sarò all’interno della libreria Libreria Mondadori Quarto potere   in piazza delle Erbe, Vicenza.
E se voi avrete le dita incrociate mi sentirò più sicura.

Ci risentiremo forse domenica.
Buon fine settimana a tutti!

Vi lascio con una poesia?
Sì, vi lascio con una poesia (mia)  e anche un po’ di musica.

Ciaoooo!!!


Suoni di notte

Mentre  mi fumo un’altra sigaretta,
e alla radio c’è una canzone di Bob Marley
e passa un jet nella sua rotta notturna
e sgocciola il rubinetto là in cucina
e ronza una zanzara intirizzita
e romba il treno nella sotterranea
e un grido acuto lacera la notte
e un telefono squilla  a pianterreno
e la serranda del pub viene abbassata
e i libri intorno urlano pensieri:
che chiasso fa il silenzio del mio cuore.



Bob Marley No woman no cry



martedì, 11 novembre 2008

Meglio tardi che mai

P1080363(quella lì in piedi, rossochiomata, sono io)


Ecco qui, finalmente il mio (breve, credo, perché sono molto molto stanca) resoconto della serata del 1 novembre, a Monselice.

A prescindere dal risultato, devo dire che è stata una serata bellissima. Mi è capitato molte volte di partecipare a cerimonie di premiazione organizzate da Concorsi letterari ma non ho mai trovato una simile generosità da parte degli organizzatori.
Voglio ricordare che il concorso era Il Poeta e il Narratore, promosso dall
' Associazione culturale Amici delle Arti (in collaborazione con il Comune di Monselice, Assessorato alla Cultura); mi sono classificata fra i dieci finalisti (e su duecento racconti partecipanti, non è poi un cattivo risultato) con il racconto L’incubo di Anselmo.
La proclamazione dei tre vincitori, sia per la sezione poesia sia per quella di narrativa, è stata  determinata dal pubblico presente in sala, cui era stata consegnata una scheda di votazione. Si potevano assegnare tre voti, per ciascuna sezione, e questa mi è sembrata una buona cosa: In un vecchio post  
avevo ironizzato un po’ sulla modalità di voto, pensando si svolgesse diversamente…

Allora, perché è stata una serata bellissima? Perché mi è piaciuto, come già ho detto, constatare le generosità di questa Associazione che ha:

Offerto alloggio gratuito ai finalisti e a un loro accompagnatore in una graziosissima struttura

Organizzato una serata dove, a intervallare le letture dei lavori finalisti, fatte da due giovani attori bravissimi,  si sono esibiti due musicisti, un cantante e un illusionista, pure loro giovani di Monselice e pure loro validissimi. Così come lo è stata, validissima, la conduttrice della cerimonia.

Allestito un ottimo e davvero ricco buffet ( e io non sono tanto di …bocca buona, e se affermo che era ottimo, ottimo, era)

Assegnato premi in denaro ai primi tre classificati sia per la poesia che per la narrativa (il primo premio era di 1000 euro, non pochi, vero?)

Fatto stampare   L'antologia  che contiene poesie e racconti finalisti dalla Casa Editrice Giraldi, offrendone 2 copie agli autori

La settecentesca Villa Contarini,  poi, scelta come luogo della premiazione, è un edificio molto affascinante.

Ecco: chi di voi ha avuto occasione di partecipare a cerimonie di questo tipo, credo possa essere d’accordo con me che molto raramente, per non dire mai, ha trovato queste cose tutte insieme.

 Voglio poi ricordare la gentilezza di Davide Donato   lo scrittore che è anche  presidente dell’Associazione promotrice, di sua moglie, e la simpatia delle sue  educatissime e graziosissime  bimbe.
E a proposito di figli, la piacevolezza della serata si deve anche (per me, è ovvio) alla presenza del mio…pargoletto Alex, della sua fidanzata Simona, di  Stefania,  che era venuta a sostenere la zia, e di loro due amici: Nunzia e Valerio. Li bacio e li ringrazio per il tifo, da qui.
Concludendo: se mai decideste di partecipare a un concorso, ricordatevi questo nome: Il Poeta e il Narratore. Il prossimo anno sarà alla sua seconda edizione, e, avendo iniziato il suo cammino così bene, sono certa che altrettanto bene lo proseguirà.


Avevo detto che il post sarebbe stato breve…E invece, ecco qui. Ma perché sono così…telematicamente logorroica?

Beh, già che ci sono ecco il racconto con cui ho partecipato.
E poi basta, per oggi.


Ah, la musica, dimenticavo…
Alla fine del racconto, musica c’è.


L’incubo di Anselmo

Lui, quando ancora era in grado di farlo, li aveva chiamati viaggi. Un odore, la rotondità della voce di una donna, lo splash delle scarpe in una pozzanghera. Bastava un niente, anche qualcosa di insignificante come la danza di una falena intorno alla lampada, di banale, come il sospiro asmatico dell’autobus che si fermava dietro casa.  E la mente gli si animava e cominciava a nuotare a ritroso e lui si ritrovava dieci, venti, sessant’anni prima, in luoghi di cui aveva perso memoria, con persone che non rammentava più di avere conosciuto.
La Cesira, ad esempio, come aveva fatto a dimenticarsela.
La Cesira con le poppe alte come colline, i fianchi larghi, i suoi no arroganti  buttati in faccia con una risata. I sogni che ci aveva fatto sulla Cesira, i sogni.
La Cesira gli era tornata in mente per l’odore del fieno, quel giorno che suo nipote lo aveva portato in campagna. Come se gli fosse entrata dal naso e gli fosse uscita dagli occhi. Gli era arrivata proprio lì davanti, con il vestito bianco e rosso che portava alla domenica, con quel bottone slacciato con malizia, e i solco fra i seni imperlato di sudore, e l’onda nera dei capelli. E lui si era alzato dalla panca che stava sotto il pioppo, e le aveva gridato, agitando il bastone,  perché no? sempre no, mi dicevi, perché no? Solo con gli altri le allargavi le gambe…
Suo nipote era uscito di corsa dalla casa, nonno che c’è?, aveva chiesto. Poi, scrollando la testa, era rientrato.
“ Cazzo, il nonno dà ancora i numeri.” aveva detto alla moglie. “ Non si può andare avanti così. Lo sai che dovremo prenderla presto, quella decisione. Soprattutto ora che è arrivata la bambina.”
“Povero nonno Anselmo…” aveva mormorato la moglie.
Il vecchio si era seduto di nuovo. Il bastone era caduto a terra con un piccolo schiocco secco. Aveva socchiuso gli occhi, mentre il mento aveva preso a scivolargli verso il petto. La nebbia appiccicosa e densa era nuovamente lì, accucciata dentro la sua testa.
A fare del suo corpo tutto un tremito, come se le sue ossa fossero devastate dalla febbre, c’era  poi quel sogno ricorrente. Quel cagnaccio con le fauci spalancate, con i denti lucidi di saliva, le gengive rosse come sangue, il ringhio che spezzava la notte. Un cane nero, enorme, pronto a balzargli addosso, ad annientarlo, a divorarlo.
Non era in grado, il vecchio, di dare spiegazioni al nipote che si precipitava in camera, svegliato dalle sue grida. Riusciva solo a coprirsi il volto con il lenzuolo, a rannicchiarsi sotto le coperte che sussultavano per il tremare del corpo, le ginocchia premute contro il ventre. E ce ne voleva di pazienza a Luciano, per calmarlo. E alla Cinzia, che arrivava poco dopo con la tazza di camomilla zuccherata. E intanto si svegliava anche la bambina, e bisognava correre da lei, e prenderla in braccio, e sperare che si riaddormentasse in fretta, ché gli occhi si chiudevano dal sonno e dalla stanchezza. 
“Cazzo, non si può andare avanti così”, diceva Luciano, quando se ne tornavano a letto. ”Fra poco suonerà la sveglia, chi dorme più, adesso…” 
“Povero nonno Anselmo…”, mormorava Cinzia, spegnendo la lampada.
L’incubo lasciava ad Anselmo anche una strana sensazione: come se dentro la sua testa svolazzasse un qualcosa di indefinibile che lui tentava inutilmente di afferrare. Un lembo stracciato di ricordo che se ne andava su e giù fra i corridoi della memoria, ormai  sempre più bui, senza lasciarsi mai afferrare. Non era come quando lo veniva a trovare la Cesira. Che perfino l’odore, riusciva a sentirne. Non come quando per la prima volta gli avevano fatto vedere la bambina.
Quel visetto stropicciato gliene aveva portato un altro, alla mente. Quello della Rosita, e così l’aveva chiamata, la bambina, mentre Luciano si affrettava a dirgli di non toccarla, che le mani non se le era lavate, e che Chiara, si chiamava, non Rosita.
Chiara Chiara Chiara, si era ripetuto lui. Las ciama Chiara, brisa Rosita. Rosita la gne piò, la Rosita l’é morta.

La prima figlia di Anselmo era morta ad appena sei mesi di vita, due giorni dopo l’arrivo degli americani. Il corteo funebre con la carrozza bianca in testa aveva proceduto lentamente, fra jeep e sventolare di bandiere, fra pianti di gioia che avevano tolto voce al  dolore straziante di Anselmo.

 “Nonno, alla bambina non ti devi avvicinare.” gli diceva sempre il nipote. “ I vecchi non si sa mai che malattie possano avere. Quando vuoi te la portiamo vicino noi.” Cinzia lanciava al marito uno sguardo obliquo, si accostava al vecchio e gli dava un bacio sulla testa.  “Quando vuoi,” gli sussurrava “chiedilo quando vuoi.”
Ma Anselmo non lo chiedeva. Se ne stava seduto sulla poltrona, lontano il più possibile dalla carrozzina dove stava adagiata la piccola. Ne ascoltava i gorgoglii, le prime risatine, ne percepiva l’odore di latte. Imparava a conoscerla così, da lontano, quella nuova Rosita.

Anche quella notte aveva sognato il cane. Da sotto il lenzuolo con cui si era tutto ricoperto aveva avvertito la presenza di Cinzia. Ne aveva sentito la voce che lo chiamava con dolcezza. Lo stesso tono con cui lei parlava alla bambina. Si era scoperto il volto, aveva afferrato la mano della donna e se l’era premuta sulla guancia. I lineamenti di Cinzia avevano cominciato a scomporsi, e avevano preso le sembianze della moglie, morta tanti anni prima. Il tremore del corpo si era fatto più blando, e dopo poco si era riassopito.
Al mattino aveva ancora quel frullo, nella testa, quello straccetto mai afferrato di ricordo che sempre si presentava dopo l’incubo.
Anselmo si sistemò sulla sedia in giardino. Cane, biascicò. Va vi va vi va vi. Agitò per un attimo il bastone verso il cielo, poi si quietò e chiuse gli occhi.
Cinzia stese il plaid sul riquadro di erba, all’ombra della magnolia.  Rientrò in casa e dopo poco riapparve con la bambina e la mise a sedere sul panno, insieme a qualche pupazzetto di gomma. Cominciò a farle il solletico, a baciarle le ditina paffute. Chiara lanciava acuti gridolini di allegria. Anselmo socchiuse gli occhi: l’è prezisa a  la Rosita, pensò nel dormiveglia. Lo riscosse la voce di Cinzia:
 “Nonno, devo andare alla posta. Vado in bicicletta, così faccio prima. Cinque minuti e torno. Chiara la lascio qui. La lascio con te. Non più di cinque minuti. Vieni, portiamo la sedia vicino a lei.”
Il vecchio spalancò gli occhi. Mosse la testa più volte per assentire e si alzò.

Fu il trillo di Chiara che lo riscosse dalla sonnolenza. E qualcosa di diverso. Un suono basso, come un brontolio di tuono quando si appresta il temporale. Aprì gli occhi.
Il cane era a pochi metri dalla bambina. Lei gli agitava contro una paperetta di gomma, e farfugliava allegra. Il cane era nero, enorme. La piccola gli gettò addosso il giocattolo. Il cane spalancò le fauci interrompendo il ringhio e si apprestò a balzarle addosso.
La sedia cadde a terra senza alcun rumore. Il vecchio era in piedi, roteava il bastone con tutte le sue forze, lanciando grida che non parevano umane. Il cane spostò lo sguardo sull’uomo. E  balzò di lato.
L’ultimo suono che Anselmo percepì, prima di svenire, fu un secco richiamo in una lingua a lui sconosciuta.

Gli hanno portato la bambina. Lei gli ha sbattuto la manina sul braccio ingessato e ha fatto una risatina. Luciano e Cinzia sono ai due lati del letto. Altri pazienti non ci sono, in quella camera d’ospedale. Parlano fra loro. Ogni tanto Cinzia ripete la stessa frase: Se non ci fosse stato lui…Non mi potrò mai perdonare di non aver chiuso bene il cancelletto. E stringe la mano libera dal gesso di Anselmo, e se la porta alle labbra.
“Cazzo, quei cani lì dovrebbero tenerli legati, …” l’nterrompe Luciano
“lo ammazzerei quello stronzo del padrone …E’ stato fortunato che si sia accorto in tempo che il suo cane era entrato da noi e lo abbia richiamato. Se no giuro che lo ammazzavo con le mie mani, quel figlio di puttana… Pensa te il nonno…ha avuto sempre una gran paura dei cani, lui.  Mi viene in mente che mio padre mi aveva detto una cosa. Quando il nonno era piccolo un giorno un cane stava per sbranarlo. Avrà avuto un sei sette anni. Il nonno è riuscito a arrampicarsi su un albero, e quello stronzo di cane sotto, che abbaiava e ringhiava e continuava a saltare.  Sembra che la cosa sia andata avanti per delle ore. Quando i suoi se ne sono accorti il nonno non riusciva più a parlare. E’ stato muto per dieci giorni, è stato. Insomma…voglio dire che è stato bravo, il nonno…Per la Chiara ha dimenticato la paura…”
“Sì, se non ci fosse stato lui…” Cinzia stringe la bimba al petto.
Una farfallina blu è entrata dalla finestra. Cinzia la guarda volteggiare per la stanza. Se ne sta in silenzio, la fronte leggermente aggrottata. La farfalla si posa per un attimo sui capelli di Anselmo, poi prosegue il suo volo, e torna all’aperto.
 “Senti…”,  inizia a dire Cinzia con voce incerta. Poi prosegue più spedita: 
“Io credo che il nonno dovrebbe rimanere con noi. In casa. A me non da fastidio. E’ come avere un secondo bambino… Niente… casa di riposo, vero, Luciano?”
Luciano guarda il vecchio che sembra dormire. Allunga un braccio, come per una carezza. Poi le sue mani scivolano sulla coperta, e sistemano le piccole grinze che si sono formate.
“Andiamo”, dice poi “la Chiara deve mangiare.”

Anselmo non sta dormendo Ha solo gli occhi chiusi. Sta pensando all’infermiera che gli ha cambiato la flebo poco prima. Bella mora… Due tette… Assomiglia  a quella là, com’è che si chiamava? quella che si rotolava nel fieno con tutti. Con tutti  meno che con me,  borbotta stizzoso prima di addormentarsi.



Non è proprio proprio attinente al racconto, lo è solo trasversalmente, come dice chi parla bene:
Francesco Guccini: Il vecchio e il bambino





 


venerdì, 07 novembre 2008

6 novembre: guerre, gaffe, ma anche cose belle

4b06cba4bfcb9fca10989db2bbd51e8a.jpeg(Mino Ceretti, Uomo allo specchio )

E’ mio, il contributo di questa sera per : no a tutte le guerre, no alla loro celebrazione.
Poi, vi parlerò di qualcosa che mi ha reso felice, e che per me è importante.



Reduce

Che me ne faccio delle medaglie
che mi stanno sul petto, fredde e pesanti
e del drappo con stelle e strisce
riposto da mia madre in un cassetto?
Che me ne faccio dei ridondanti discorsi
di generali dalle mani sporche,
delle fanfare che suonano assordanti
dell’iscrizione al club dei veterani?
Che me ne faccio di tutto quel frastuono
se  non vedo più il mio viso nello specchio,
ma lo sguardo sgomento di un bambino,
le gambe spalancate di una donna
le fiamme alte che avvolgono le case,
la falce della morte che ho impugnato?
Che me ne faccio?


(Milvia)


E a proposito di reduci di tutti i tempi, anche di questo secolo, ecco
John, soldato in Iraq, barbone in America
un vecchio articolo de La Stampa, firmato da Giuseppe Semprini.
Vorrei che anche a queste situazioni Barack Obama mettesse fine.
E permettetemi una nota di leggerezza: Barack ha il mio stesso segno zodiacale (Leone) e il mio stesso ascendente (Toro)…Non voglio dire, ma, insomma, noi del Leone…Noi con l’ascendente Toro…
Obama, già. In America, ora, hanno Obama, che giustamente in questi giorni è sui giornali di tutto il mondo.
Noi, in Italia, oggi, ieri e domani abbiamo e avremo  lui. Quello lì, ci siamo capiti, no?  Quello con gli occhi da salamandra.  Ma esultiamo!  C’è anche lui sui giornali di tutto il mondo:
QUI per accertarsene.

Meglio passare ad altro: alla cosa che mi ha fatto felice.
Entrando, questa mattina, nel sito di Albero Carollo, il mio cuore ha fatto una piccola danza. Perché?
Perché mi è balzato agli occhi questo titolo

Donne, ricette, ritorni e abbandoni

Infatti Alberto Carollo ha fatto una bellissima recensione alla mia raccolta di racconti, una recensione da cui si evidenzia quanta attenzione Alberto Carollo abbia posto nella lettura del mio libro.
E…non so se ci avete fatto caso: da un po’ di giorni, aprendo la home page del mio blog, c’è un’immagine, prelevata direttamente da un banner di Cartacanta (l’altro sito-laboratorio curato da Alberto Carollo). Lì c’è un nome (il mio) e una data ormai prossima: 14 novembre.

Squillino le trombe!!!! Rullino i tamburi, perchè:
vicenza16
Venerdì 14 novembre, alle ore 21 presso Libreria Mondadori Quarto potere  
Piazza delle Erbe 9/A – VICENZA presentazione di Donne, ricette, ritorni e abbandoni di Milvia Comastri, alias Soriana, alias Rossiorizzonti, insomma, il mio primo, unico e forse ultimo (ultimo ultimo per sempre, intendo) libro.


C’è qualcuno, fra voi, miei amati lettori, che abita nei pressi di Vicenza? Mi piacerebbe tanto che foste presenti…
Comunque vi ricorderò questo avvenimento la prossima settimana.
Così come vi racconterò di Monselice, appena riesco a ritagliarmi un po' più  di tempo.


Concludo, ora. Concludo con una canzone tratta dalla colonna sonora di un bel film di Hal Ashby: Coming Home, Tornando a casa. Qualcuno lo ricorda? La storia di un reduce del Vietnam, drammatica e intensa. 

Buffalo Sprinfield: Expecting to fly
sabato, 01 novembre 2008

Buon novembre !

tortafragoleyogurt_it

Sono in partenza: questa sera, come ho già scritto l’altro giorno, sarò a Monselice: un mio racconto è in gara in un concorso letterario. Voterà il pubblico presente. Vedremo come andrà a finire…

Finite incredibilmente bene  le Letteriadi 2008  il concorso on line organizzato da Laura e Lory. Sono arrivata seconda e non posso che esserne soddisfatta. Più avanti in questo post, se volete, potete leggere il racconto, nella sua versione integrale: il concorso, infatti, oltre a un incipit obbligatorio, prevedeva anche un limitato numero di caratteri; sulla versione inviata avevo perciò dovuto fare una piccola operazione chirurgica di amputazione.  Anche da qui ringrazio prima di tutto le bravissime e infaticabili Loredana Falcone e Laura Costantini e tutti coloro che mi hanno sostenuto in questa gara.

E poi:  QUI  una mia brevissima poesia nuova nuova.

E ancora: sono disgustata da questa notizia: A volte, purtroppo, ritornano

Infine: spero spero spero che                              barack-obama-teens1 ce la faccia.


E ora continuando la piccola campagna: no a tutte le guerre no alla loro celebrazione pubblico questa poesia:


La guerra

C'e' chi gioca con la propria testa,
ma questa non e' che una sola palla
lanciata in alto
o rotolata per terra,
presa con la mano
o colpita col piede:
non e' che un'unica palla.
Ma c'e' chi gioca con la testa degli altri,
con molte teste alla volta, con tutte
le teste,
afferrandole al volo, lanciandole
in aria, con metodo,
senza che qualcuna cada,
così  da riempire l'orizzonte,
lo zenit,
i punti cardinali.
Ah, quante teste stanno volando!
Tra di loro non trova posto neppure una rondine,
neppure un raggio di sole.
Poi, di colpo, il gioco finisce
e la terra
è disseminata di teste.


Mihai Beniuc, massimo poeta rumeno, nato nel 1907


Per concludere, il racconto che ha partecipato alle Letteriadi 2008

Solo per il tuo bene. 


Degli altri quattro sensi non c’era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola.
E io, la glassa alla fragola, l’avevo sempre odiata.
Cercai di sputare, ma niente, era come se avessi le labbra sigillate, mi sentivo come se fossi fatta di pietra, come se fossi una statua. E chi ha mai visto sputare una statua?
Beh, a dire il vero una statua che sputava l’avevo incontrata, più o meno vent’anni prima. Stava nel giardinetto di viale Albiti e da quello sgorbio che aveva come bocca, la fanciullina di pietra un tempo bianca, sbavava un rivolo verdastro, acqua mischiata a muschio. Mi faceva schifo, guardarla.
Schifo non mi facevano però le mani di Diego che mi salivano sotto la gonna, mi scostavano il cavallo delle mutandine e per qualche minuto, mentre il giardino andava oscurandosi per le ombre della sera, le sue dita mi facevano dimenticare la scomodità di starmene su quella panchina dal sedile sgangherato e le lancette dell’orologio che si rincorrevano veloci per giungere all’implacabile traguardo dell’ora del rientro e l’inevitabile punizione per l’immancabile ritardo.

L’odiato sapore si era fatto più intenso. Forse perché era l’unica sensazione che riuscivo a percepire. Per il resto nulla. Silenzio assoluto, buio come in una notte di black out totale, nessun odore, e la strana sensazione di essere sospesa da qualche parte, perché la mia pelle non avvertita alcun contatto con nessun accidente di materia viva o morta.
Morta.
Era morto qualcuno.
Se non mi liberavo da quel sapore ero certa che sarei impazzita. Non riuscivo a pensare.
Chi cazzo era morto?

Io le glasse le avevo sempre odiate. Ma in particolare quella alla fragola. Aveva lo stesso sapore dello sciroppo antibiotico che mi dava mia madre da bambina, quando avevo la tonsillite. Mi svegliava di notte, mi tirava su dal cuscino, mi stringeva le guance e mi infilava in bocca il cucchiaino di plastica. E io urlavo sputavo piangevo. E lei giù una sberla, che mi faceva sbattere la faccia contro la parete a lato del letto. E mi infilava in bocca un altro cucchiaino di roba disgustosa, e io piangevo, ma non sputavo più, e neppure urlavo. 
Era brava, la mia mamma, era brava a prendersi cura di me.  Diceva sempre che era per il mio bene, quando d’inverno mi chiudeva  nuda  in terrazza. Diceva che così mi sarei ricordata di riordinare la mia camera, o di tener pulita la lettiera del gatto, o di non parlare con il cibo in bocca.  Ma se poi mi ammalavo mi curava, devo dargliene atto. 
Poi a un certo punto lei non ci fu più.
E di me si prese cura Alberto.
Anche Alberto era bravo.
Alberto, venuto dopo Diego, e Carlo, e Simone, e Paolo e un po’ di altri.
Alberto, lui, era un mago: non mi lasciava mai segni, quando mi picchiava. Non come la mamma, che a scuola dovevo sempre trovare un sacco di scuse.
Lui  mi voleva bella, e dolce, e quando facevamo all’amore mi chiamava troia, ma era il suo modo per dirmi quanto mi amava.
E poi aveva un sacco di amici. Amici molto gentili. Era orgoglioso di me, Alberto, quando un amico gli diceva quanto io gli piacessi, quanto fossi brava, come lo avessi fatto impazzire in quella mezz’ora passata sul letto.  Ma era bravo, Alberto: non mi aveva mai messo su you tube, come avevano fatto certi ragazzi prima di lui.

Cominciavo a sentirmi come se io stessa fossi una enorme, stucchevole torta ricoperta di glassa alla fragola. Un pan di Spagna con una appiccicosa veste rosa.  Se quella sensazione andava avanti ancora a lungo ero certa che sarei morta.
Morta, già. Qualcuno era morto. Anche di questo ero certa.
E poi, dove cavolo ero? Non è che avessi paura: male non fare, paura non avere, mi diceva sempre la mia mamma.  E io di male non avevo proprio fatto nulla. Solo che mi sarebbe piaciuto sapere perché non vedevo, udivo, non sentivo odori, né sensazioni tattili. Così, solo  per curiosità. 
Ma avrei dato un milione di euro per togliermi quel saporaccio, questo sì.

Io glielo avevo detto, alla mamma, che non mi piaceva il sapore di quello sciroppo. Ero già grande, sui sedici anni, quando glielo dissi. E lei, per educarmi ad accettare tutti i sapori, per una settimana, ogni giorno, si mise a preparare torte. Ricoperte di glassa alla fragola. E me le fece mangiare, e io le mangiai, stimolata dal coltello puntato alla gola. Lo stesso coltello che lei adoperava per stendere la glassa alla fragola sulla torta.
Fu alla settima torta che le presi il coltello dalle mani. Era ancora sporco di glassa, e il colore rosa venne ricoperto dal colore rosso del sangue.
Povera mamma, mentre scivolava a terra ebbe ancora la forza di dire: ma io lo faccio per il tuo bene…
Non stetti dentro tanto.
E almeno, nel minorile, non servirono mai torte con la glassa.
E  fu allora che Alberto si prese cura di me.
Lui era lì per stupro, ci incontrammo alla recita di Natale. A Santo Stefano facemmo l’amore, nel cesso dietro la cappella. E io mi innamorai. Tanto lo sapevo che era innocente. E’ che lo aveva incastrato una puttanella di dodici anni.
Quella piccola stronza doveva aver raccontato un sacco di bugie…
Quando uscì mi venne a cercare, e così ci sposammo, perché eravamo tanto innamorati.
Fui felice di intestargli la casa che mamma mi aveva lasciato in eredità: volevo dargli una prova del mio amore.
Non lavoravamo, ma i suoi amici erano molto generosi, e ogni volta che venivano a casa lasciavano sempre un po’ di soldi.
Eravamo felici. Io a volte lo facevo arrabbiare, e allora lui mi picchiava. Ma io credo che fosse come per mamma: lo faceva perché imparassi a essere una brava moglie, lo faceva solo per il mio bene.
Una volta però era venuto a casa con un tipo che non mi piaceva per niente. Non so perché non mi piacesse, aveva qualcosa che mi metteva paura. E io non volli essere ospitale con lui.
Alberto si arrabbiò molto. Mi riempì la pancia di calci. Pensare che proprio quella sera avrei dovuto dirgli del bambino.
Ma il bambino se ne andò, proprio quella sera.

Era diventato intollerabile, quel sapore. Lo odiavo, mi stava risucchiando, annientando. Mi stava facendo impazzire.

Pazza. Malata mentale. Incapace di intendere e di volere. Così avevano detto quelli del tribunale.
Una pazza che aveva ucciso il marito con del veleno per topi, ne aveva fatto a pezzi il corpo e aveva ricoperto ogni pezzo con una vischiosa glassa alla fragola.

Improvvisamente capii il perché di quel sapore e del buio, e del silenzio…
Mi succedeva sempre così, dopo la seduta di elettrochoc. Ma poi tutto ritornava alla normalità.
Anche i dottori, lì, agivano solo per il mio bene.



Un’altra canzone contro la guerra:
Queen: Let me live


Vi lascio, ora, augurandovi buon fine settimana e buon mese di novembre.
Ci risentiremo, credo, martedì.
Ciaoooo!!!!
mercoledì, 29 ottobre 2008

Ancora qualcosa di me

Monselice R

Quella sopra è un’immagine della cittadina di Monselice. Perché è a Monselice che trascorrerò il prossimo fine settimana. Ve ne avevo già parlato tempo fa, QUI  ,quando novembre sembrava ancora lontanissimo…E, invece, ci siamo! Non vi sto a ripetere tutto, perché basta ciccare sul link e rileggere quel vecchio post.   Chissà se fra i miei lettori ce n’è qualcuno che abita da quelle parti? Sarebbe carino incontrarci. E non lo dico per il voto, che due voti li ho gia belli assicurati: quello del mio figliolino e della sua morosa, almeno spero. Anche se penso che  sarebbe anche giusto se loro giudicassero altri racconti migliori del mio, votassero liberamente. Naturalmente, un minuto dopo, li disconoscerei pubblicamente.

Volevo poi...  comunicare che sono stata ospite della carissima ElysSun
QUI

e del gentilissimo Renzo Montagnoli

QUI


A più tardi, per un post meno autoreferenziale di questo.
postato da: Soriana alle ore 18:46 | link | commenti (2)
categorie: autoreferenziale
venerdì, 12 settembre 2008

Da Ischia

parco-poseidonVi avevo dato appuntamento a questa sera, per dirvi per quali lidi fossi partita e per aggiungere altri frammenti del Festival Letteratura.  Beh, dove sono lo vedete dal titolo del post e dall'immagine.
Mi rendo conto, però, di essere stanchissima, e non solo fisicamente. E anche scrivere un post mi costa fatica.
Mi prendo una piccola pausa, mi ritiro per stare un po' in silenzio. Credo di averne bisogno. Farò forse qualche visita nei miei blog preferiti, forse lascerò qualche commento.
Il post su Mantova viene solo rimandato. Ci sono altre cose sugli incontri del festival che vorrei aggiungere. Aspettate qualche giorno e lo farò.
Ma questa sera mi sento un po'...così così. E allora vi lascio solo un abbraccio e questa canzone.



Sabato italiano