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domenica, 06 aprile 2008

Fuggire

oasi_palme
Una bella poesia di Gianni Langmann, questa sera. Il desiderio di fuggire non come atto vile, ma come ricerca di paesaggi interiori e di valori ormai impossibili da trovare in questa miserevole società occidentale della quale siamo prigionieri.

Fuggire

Ah!, se potessi fuggirei; fuggirei
nello spazio desertico,unico,
incontaminato dalla civiltà occidentale.
Ah!, se potessi...; lì mi nasconderei
per ascoltare il soffio del vento,
il phon del deserto che l'oasi
disperde nei suoi sentieri.
Lì, dove il palmeto ondeggia;
lì, dove immense dune di sabbia
dorata,quando spunta l'aurora,
si adornano di sfumati,delicati,
velati colori; lì, dove la diga forma
un immenso lago simile a tovaglia
verde smeraldo; lì, dove le donne
fanno,sulle sue rive, il bucato
all'ombra degli albicocchi;
lì, dove sarei sorretto,solo, dalla
inesauribile passione per la
fantasia, per la scrittura e per
la bellezza irripetibile delle parole.




Buona domenica a tutti !



http://www.youtube.com/watch?v=Ju7jb1rkyK0







postato da: Soriana alle ore 01:35 | link | commenti (13)
categorie: la poesia salva la vita, altre scrivanie
domenica, 10 febbraio 2008

Serenella Gatti in: Altre scrivanie

agenda_open_bio































Serenella Gatti, capelli fiammanti, occhi scuri mobilissimi è una delle persone più solari e esuberanti che conosco. Poetessa e narratrice è lei la padrona di casa, questa sera, di Rossiorizzonti.

In linea con il suo carattere, un po’ monella e un po’ donna di grande maturità, ecco come si presenta:


PRESENTAZIONE  SERIA:
Ho insegnato Lettere nella Scuola dell’obbligo statale; vivo a Bologna. Sono laureata in Materie Letterarie ed in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo. Faccio parte del Gruppo ’98 Poesia, che si ritrova presso la Libreria delle Donne di Bologna .Ho tenuto corsi di scrittura creativa per adulti e ragazzi. Vari miei scritti sono stati inseriti in Antologie e Riviste.  L’altra passione è il Teatro: collaboro con due Compagnie teatrali: Teatrodocet e Teatro allo Specch’Io. Sono attiva nel “volontariato culturale”.


PRESENTAZIONE  NON  SERIA
Ho un nome che si riferisce al fiore di lillà volgare ed un cognome che nomina il tipico animale del mondo delle streghe. Il mio matronimico, invece, LINARES, è dovuto al fatto che il bisnonno materno pare fosse un direttore d’orchestra Andaluso, che in tournèe s’innamorò d’una bella siciliana. Sono nata a Palermo, ma sono stata “adottata” da Bologna. Mi piacciono il rosso, Vasco Rossi, i dubbi, la pace, l’amicizia. Detesto la cattiveria, l’ipocrisia, l’arroganza, l’ignoranza. Mi interesso di scrittura, teatro, cinema, multiculturalità, femminismo. Come scriveva Virginia Woolf, più o meno:” A volte, pensavo che il paradiso in terra fosse leggere e scrivere, soltanto e sempre”.


Ed ecco la poeta (so che non ama la definizione poetessa, a me più congeniale) Serenella:


COS’E’ LA POESIA PER ME:
La Poesia è per me una scelta di vita quotidiana. Dà colore e carattere all’esistenza, contiene tutte le cose del mondo, è mistero e stupore. La scrittura serve a fermare la vita sulla pagina ed è terapeutica. Mi aiuta a trovare un equilibrio, un’integrazione corpo-anima fondamentale. Sembra d’afferrare la Poesia in certi momenti, poi fugge via ed è un gioco infinito. La mia è una “diariopoesia” dalla parte delle Donne, che è volutamente libera da giochi linguistici e che ricerca la comunicazione e l’autenticità: una “Poesia del rosso”, nel duplice significato d’amore e di ferita, un lamento di sentire forte, proveniente da un’affollata solitudine.




quando guardo una vecchia agenda
traccio una riga su chi è morto
su chi non so se morto
su chi non ricordo chi sia
su chi non riconoscerei se l’incontrassi

mi chiedo: è
ciò che il tuo talento voleva?
La prossima riga potrebbe
essere tracciata su di te:

siamo macchie che sbiadiscono
muffa sui muri
umidità ridipinte di bianco
fili intrecciati di ragnatele
fiumi che confluiscono nello stesso mare

siamo mille cose diverse
righe d’un racconto
vite uguali e contrarie
come quelle di formiche o mirtilli
         nulla e tutto
                 tutto e niente
                        esaltazione e dolore
                                   caverne e ghiacciai
                                                 cerchi e stelle
                                                               luce che proviene dal buio
ma l’ultima parola dev’essere   luce



Grazie Serenella! So che ami Vasco, e in particolare questa canzone. Buon ascolto!

http://www.youtube.com/watch?v=sqJEjBMJm7g








postato da: Soriana alle ore 00:10 | link | commenti (6)
categorie: altre scrivanie
giovedì, 31 gennaio 2008

Roberta Giacometti in: Altre Scrivanie

fot1.26Gherard Terborch (ter Borch), Donna che scrive, circa 1665, L’Aia, Mautitshuis
(www.bnnonline.it/attpro/teca5/min/fot1.26m.jpg)


Ho conosciuto Roberta Giacometti poco più di un anno fa, alla presentazione del suo “Pennellate di vita”. Libro che mi ha lasciato un’impressione gradevolissima. Prima di dare spazio a Roberta voglio riportare il commento che scrissi sul sito di IBS dopo aver letto il suo romanzo.

Raramente si trova un libro autobiografico che abbia una tale leggerezza. Sembra proprio che l'autrice, nel raccontare se stessa, si sia messa da parte, impedendo così alla voce narrante di scivolare in facili toni patetici e di nostalgia deteriore. Questo non vuol dire che la voce è fredda, tutt'altro. Ascoltandola ci si commuove, si sorride, si ride, e anche si fanno riflessioni su quello che è stato pure il nostro passato. Lo stile dell'autrice, apparentemente semplice, nasconde, a mio avviso, una ottima qualità di scrittura, un ottimo lavoro su di essa. Dunque, un libro che io consiglio vivamente, certa che entusiasmerà anche voi, come è capitato a me.
Milvia Comastri (18-01-2007).

E ora mi ritiro e lascio la parola alla padrona di casa di questa sera.



Mi chiamo Roberta Giacometti, ho 50 anni vivo a Imola dove insegno, cammino e scrivo.
Ho pubblicato una raccolta di racconti "Lavori in corso" e un romanzo breve  "Pennellate di vita 1941-1995" Bacchilega Editore nel 2006 e quest'anno "Un pugno di sogni" Dieci racconti anni 70 sempre con la Bacchilega Editore. Ogni libro 80 pagine. Sembra essere il mio limite, la mia dote di sintesi mi porta a essere concisa e breve.
Sono una grande impastatrice. Ascolto storie e poi le mescolo inventando la mia realtà più o meno verosimile. Mi piace creare cocktail antropologici, poche descrizioni, molti dialoghi.
I miei racconti sarebbero da ascoltare alla radio, con le voci giuste e gli ascoltatori si farebbero quattro risate o un bel pianto liberatorio.
 
Ecco il mio raccolto "La scrittrice" che ben riassume il piacere che provo nello scrivere.




La Scrittrice

Non sono una vera scrittrice. Non lo sono.
Ma come giustificare, a me per prima, tutto il tempo che passo davanti al computer, mentre batto e ribatto parole alla tastiera, mentre leggo e rileggo a voce alta quello che scrivo per sentirne il suono, il ritmo? Scrivo, o dovrei dire scribacchio? Non mi piace il suono di questa parola. Scrivo. Semplicemente scrivo.
Allora sono una cui piace scrivere.
E cosa scrivo? Sciocchezze, leggerezze della vita. Ricamo attorno a piccoli aneddoti, a voci di paese, a luoghi comuni. Rendo vive persone lontane o solo immaginate. Mi guardo attorno, osservo gli uomini e le donne. Faccio tesoro di ogni incontro. Metto insieme, spero con garbo, futili dialoghi, cercando di cucirli fra loro senza strappi o punti malmessi. Manipolo frasi e personaggi. Annuso ciò che scrivo. Sposto, provo a sostituire, a rimescolare, a togliere e mettere. Soprattutto tolgo. Limo. Cerco di cogliere un’intuizione seppur minima, l’essenza di quello che sento. Provo a dare un senso, una morale.
So di non poter rimettere a posto il mondo. Soltanto un angolo, un tetto, una ferita.
Questo l’ho letto in un libro. Allora lo sottolineo e lo riporto in questo contesto. Ho rubato una frase di un altro scrittore e la faccio mia. Ringrazio il maestro e rifletto. Lo dovrò citare in calce? I miei sono solo racconti, piccoli, leggeri racconti che non meritano formalità.
Dovrei citare allora tutte le frasi che rubo ai passanti, ciò che sento dire mentre faccio la spesa, quello che raccontano i miei amici? Devo ringraziare tutti per gli spunti, le idee carpite? Devo far presente che sto parlando di una vecchia storiella risaputa o che sto per riproporre modi di dire, ovvietà?
Questa è la vita. Io vivo. Memorizzo e poi trasformo. Fatico per rimettere a posto quello che si può, con tenerezza guardo all’annaspare di tutti noi, alla lotta e alla gioia di chi si perde, si ritrova, si smarrisce, si diverte, lavora. Scrivo di loro. Scrivo di me con loro.
Cosa potrei dire ad un simpatico bidello? Cosa potrei rispondere ad uno scorbutico fabbro? Cosa ha di magico da ricordarmi il lattaio o il vecchio calzolaio? O il pompiere allettato? Quale vita li ha resi più o meno sensibili verso altri uomini? Quale fatto? Come raccontarlo in due o tre pagine?
Scrivo, leggo e rileggo.
Cosa far succedere all’infermiera devota e birichina, al falegname scontroso o al saldatore deluso? Come reagiranno l’arrotino offeso e la postina incazzata? Si arrabbierà il carrozziere per quello che gli hanno combinato? Ce la faranno il contadino sdraiato sotto il ciliegio e l’imbianchino super dotato? Come andrà a finire quell’insegnante un po’ razzista, cambierà idea? Si incontreranno il gentile elettricista con la sorda farmacista? Si sposeranno i due cassieri innamorati? E il pizzaiolo scomparso scriverà ancora poesie? E gli uomini balsamici, come l’elettricista o quelli tuttofare, come l’orologiaio, saranno sempre così disponibili o si stancheranno? Il preside andrà finalmente in pensione insieme al vigile? E gli altri scompariranno come ha fatto il prestigiatore?
E le donne che li hanno incontrati, giovani, vecchie, disperate o incredule, sconcertate o esterrefatte, quelle ragazze furbe o incantate, quelle signore innamorate e stupite, quelle mogli annoiate e un po’ nevrotiche, le casalinghe indaffarate, le mamme commosse, le nonne e le zie, le amanti: si ricorderanno di loro?
E io? Continuerò a scrivere di loro, io che sono giovane, vecchia, mamma, nonna, amante e moglie? E a voi, avrò regalato un’ora di leggerezza? Sarò stata capace di farvi sorridere, di commuovervi un poco? Di provare nostalgia? Avete per caso riconosciuto qualcuno?
E… vi piacciono i racconti che senza preamboli incominciano subito con un serrato dialogo? Io li adoro. E i miei finali? Vi piacciono? A me fanno impazzire quando come un soffio o con un guizzo concludono la storia. Spesso non vedo l’ora di scoprire come andrà a finire, perché neppure io lo so. E rileggerò incredula! L’ho scritto io?! O al contrario quando conosco solo la battuta finale e creo il contorno, rendo il tutto credibile? Vi avrò strappato un sorriso, un commento, un’emozione?
E tutti gli altri? Il giardiniere, la commessa, la segretaria, il giornalista, la cantante, il cantiniere, l’autista, la magliaia, la cartomante, lo stradino, il camionista: dove sono? Busserà alla mia porta il minatore affumicato, mi tormenterà di notte l’astioso droghiere, e la storia un po’ spinta della massaggiatrice ve la racconterò?
Continuerò con lavori in corso tre, quattro, cinque?
Basta! griderà l’amico correttore di bozze, non ne posso più dirà il mio fidanzato, ancora due m’inciterà la ragazza di mio figlio, continua così mi scriverà l’amica lontana che li aspetta per posta, mamma! sospirerà solo mia figlia dubbiosa, mamma, mamma, dirà eccitato mio figlio sorpreso, sei banale mi confiderà l’amico intellettuale, mi diverti spero dichiari la collega, sono carini mi esorterà mia sorella, cambia idea saranno le parole dell’amica sempre a caccia di qualcosa d’originale!
Ehi, calma! È solo un gioco!
Sono storie. Storie infinite. Piccole schegge di vita. Andranno dove vorranno. Dove vorrete voi che le leggerete. Dove la vita e il tempo le porteranno. Finiranno nel fosso se andranno veloci. Resteranno a farci un po’ di compagnia se sapranno rallentare.
Solo storie. Imbastite e poi cucite con fili di tanti colori.
Scrivo, leggo e rileggo.
Allora sono una scrittrice. Solo per voi.

Grazie Roberta! Proprio un bel racconto, lieve, e in questi tempi cupi penso ce ne sia proprio bisogno.

Anche la musica che ho scelto mette allegria...

http://www.youtube.com/watch?v=XUJJoMwFdUA
postato da: Soriana alle ore 00:13 | link | commenti (2)
categorie: altre scrivanie
giovedì, 27 dicembre 2007

Luciana Calpini in: Altre scrivanie

DSCN1196



























Per la seconda volta Luciana Calpini diventa per una sera padrona di casa di Rossiorizzonti. E’ lei che tempo fa ci ha ricordato il poeta friulano Biagio Marin, qui, esattamente:
http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14811119/Luciana+in+%3A+altre+scrivanie

E ora è tornata, un ritorno a me molto gradito, per suggerirci un altro consiglio di lettura.
La fotografia che apre il post l’ha scattata Luciana, così come sua è la scelta della musica che chiude l’articolo.



Di questo libro mi ha attratto subito il titolo, "Una scrittura femminile azzurrro pallido".
Per una fissata con l’azzurro come me, niente di strano, ma poi anche la copertina era azzurra e al centro della copertina si stagliava una delicata immagine femminile, un
pastello che rappresenta una giovane donna, Laure de Noailles, dipinto da un certo Christian Bérard.
Il nome dell'autore, Franz Werfel, mi era completamente sconosciuto ma, leggendo all’interno, ho appreso che si tratta di uno scrittore austriaco, di origine ebraica. Vissuto fra il 1890 e il 1945, fu in gioventù amico di Kafka e Brod; nel 1929 sposò la figlia di Mahler, Alma, e nel 1938 fuggì prima in Francia e poi negli Stati Uniti.


Il libro di cui vi parlerò non è neanche citato fra le sue opere più importanti, ma a me sembra essere un piccolo capolavoro di introspezione psicologica e la qualità della scrittura è evidente fin dalle prime pagine.

La trama è presto detta: l’azione si svolge a Vienna, primi anni trenta; un brillante funzionario viennese, dopo una giovinezza di stenti e mediocrità, si è ritrovato sposato, per una serie di fortuite circostanze, a una giovane e ricca ereditiera della buona società austriaca e vive tra gli agi e le sicurezze che la sua condizione sociale gli consentono. Una mattina riceve fra la posta una lettera vergata in una "scrittura femminile azzurro pallido". Riconosce subito l'autrice della lettera, una sua antica amante che, dopo alcune settimane di bruciante passione , era stata da lui brutalmente abbandonata. Profondamente turbato, dopo molte esitazioni, legge la lettera
e, dietro la richiesta di una raccomandazione per un giovane di razza ebraica,  crede di capire che indirettamente la donna intenda comunicargli che quell'antica storia d'amore
ha avuto un frutto, un figlio di cui d'ora in poi si dovrà occupare...
Riaffiora la vergogna per un amore prima calpestato e poi cancellato e il senso di colpa nei confronti della giovane donna abbandonata e della moglie tradita.
Nell'arco di poche ore subisce una profonda trasformazione , sembra essere in grado di rinunciare, per un improvviso bisogno di verità e di paternità,
a tutti gli agi e le sicurezze pazientemente costruiti  e, in un crescendo di angoscia e ansia riparatrice, si prepara a confessioni e rinunce. La realtà poi lo porterà in direzioni diverse, ma quelle poche righe azzurro pallido lo lasceranno diverso per sempre. Tornerà alla solita vita, ma con la consapevolezza che la sorte gli aveva offerto una possibilità di salvezza che non è stato capace di cogliere.

Colpisce la profondità dell'analisi psicologica, la capacità di esplorare quella zona crepuscolare della coscienza in cui sensi di colpa, per anni soffocati,
improvvisamente si materializzano, in un intreccio di sentimenti, emozioni ed ansie molto umani.
Su tutti i personaggi aleggia la minaccia del clima di intolleranza razziale che rende l'aria sempre più irrespirabile, ma i ricchi e benestanti borghesi fingono di
non vedere e sembrano non rendersi conto delle sofferenze e delle angosce che si addensano su una parte della popolazione austriaca.
Si ritrova in questo libro l’atmosfera di tensione e cupa oppressione che si respira ne “ L’amico ritrovato ” di Uhlman e l’attenzione alla nascente psicanalisi di certe opere di Schnitzler, altro grande scrittore austriaco degli inizi del Novecento.

Infine mi sono piaciute molto le descrizioni della natura e dei paesaggi in cui la vicenda si svolge. Come spesso capita nei libri, la natura sembra seguire, con le sue variazioni di colori, i cambiamenti di umore e lo stato d'animo del protagonista.
Sentite come, all’inizio del libro, l’autore descrive l’aspetto della giornata:


“ Il mondo si presentava oggi come una tiepida giornata di ottobre che in una sorta di estro giovanile si sforzava di assomigliare a una giornata di aprile. Sopra i vigneti che si estendevano intorno alla città si addensavano frettolose grandi nuvole bianche come la neve e dai contorni nettamente definiti. Nei punti in cui era libero, il cielo esibiva un azzurro nudo, primaverile, che in quella stagione appariva quasi spudorato. Il giardino davanti alla terrazza, scoloritosi appena, aveva un aspetto tenacemente estivo. Piccoli venti indisciplinati rimbalzavano spavaldi tra il fogliame che sembrava ancora saldamente appeso ai rami degli alberi ”

Buona lettura a tutti!


Azzurro, non pallido, ma sempre azzurro…

http://www.youtube.com/watch?v=mjW0jPA-xW4

Grazie, Luciana! Sembra davvero un bel romanzo...
postato da: Soriana alle ore 23:33 | link | commenti (6)
categorie: altre scrivanie
domenica, 23 dicembre 2007

Annalisa Ferrari in: Altre scrivanie, EDIZIONE STRAORDINARIA!!!

natale

























E’ grazie ad Annalisa, Annalisa Ferrari, che sono entrata per la prima volta nel mondo virtuale di Forum e  Blog. Lei forse non lo sa neppure…  un’ iniziatrice inconsapevole, potrei definirla. Ecco, potrei dire che è a causa sua se mi sono costruita questa casa nello spazio, se ho scoperto vicini di casa (nello spazio i concetti di vicinanza e lontananza sono relativi) splendidi, se… se tante altre cose, insomma.  Ma sarebbe abbastanza lungo da spiegare come è iniziato il mio viaggio, e forse non interesserebbe nessuno.
Molto più interessante è ascoltare invece Annalisa, la sua presentazione e il suo racconto. Che è bello, lieve, scritto in uno stile invidiabile. Come tutte le cose che fin’ora ho letto di Annalisa Ferrari.  Ed è anche per questo che sono orgogliosa, ora, di cederle la mia poltroncina e la mia scrivania.






Sono nata in provincia di Milano e, pur non essendomi spostata di un metro dalla mia casa natale, ora abito in provincia di Lodi. Mi sono laureata in lettere, a Pavia, per sfuggire alla matematica. Da parecchi anni provo ad insegnare italiano in una scuola media, con alterni risultati, anche per la mia salute mentale. Attualmente ho tre figli, un cane, cinquantasei alunni e qualche blog. Mi piace ricordare il primo (http://circolobaldoni.splinder.com/), e l’ultimo (http://biblioche.splinder.com/), dei ragazzi della mia classe. Per sfuggire al logorio della vita e della scuola moderna, più o meno sette anni fa ho iniziato a scrivere, partecipando all’esperimento di scrittura on-line “Verdeblù”, durante il quale sono stata selezionata per un corso breve alla Scuola Holden di Torino. In seguito, incuriosita da una serie di documenti d’archivio, ho fatto ricerche e imbastito la storia di Gerolamo Lazzeri, intellettuale morto durante il fascismo. Il risultato della ricerca è stato pubblicato dalla casa Editrice Giuseppe Chiappini.
Nel frattempo, ho continuato a scrivere racconti basati su documenti d’archivio, suggeriti da concorsi o da pensieri sparsi che in qualche caso sono riuscita a raccogliere e fissare sulla carta.




ODIETAMÒ

Come odiava il suo nome.
Come odiava le feste di Natale.
Si avvicinava il venticinque dicembre e lui odiava il suo nome. E il Natale.
Da quanto, non lo sapeva bene. Più o meno, calcolò, da cinquant’anni. Diede un’occhiata rabbiosa alla vetrina piena di addobbi e boccette di profumo, e pensò che odiava anche le giornate senza fantasia che si ripetevano uguali.
Pieno di rancore, scartò con un mugugno e un’occhiataccia una signora bionda e rotonda carica di pacchetti, e riempì il sacco del suo livore riandando, per l’ennesima volta, all’inizio di tutta quella storia.
Rivide davanti a sé l’aula enorme e semibuia nel quale era entrato il primo giorno di scuola. Cinque ottobre millenovecentocinquantasei. Tutti gli altri già seduti al loro posto, e lui che arrivava in ritardo di quattro giorni, con addosso ancora il profumo del mare e nei capelli, probabilmente, qualche granello di sabbia.
Andava così: suo padre era un dipendente della provincia, e ogni anno potevano farsi ben quindici giorni di vacanze a prezzo speciale. Bassissimo. Per una famiglia di sei persone, una manna. La meta, però, era sempre la stessa: Villa Péndice, via Romana, Bordighera. Il periodo, anche, sempre lo stesso: fine settembre. Qualche volta si sforava fino ai primi di ottobre. Non c’era molta scelta. Tutti i dipendenti si fiondavano lì, e quello che rimaneva, rimaneva. Andava benissimo, comunque. A Villa Péndice, si trovavano sistemati in una stanza straordinaria, la stanza rotonda della torre, una delle più grandi, adatta alla loro famiglia numerosa. Sul vialone che li portava fuori, raccoglievano i pinoli, schizzati dalle pigne che piombavano di colpo a terra, e qualche volta sulla loro testa. La spiaggia ciottolosa, l’unica che avesse mai conosciuto, sembrava sempre un paradiso e, chissà perché, quelle due settimane di fine estate erano sempre calde e dolci, piene di sole, lente ed eccitanti al tempo stesso. Tornavano felici e soddisfatti, sulla Centoventiquattro giallina, contavano le gallerie e le macchine bianche e poi ricominciavano la vita di pianura, che sembrava meno grama del solito, per un po’.
Quell’anno, quell’anno in cui lui avrebbe dovuto cominciare per bene la scuola il primo di ottobre, quell’anno se l’erano presa comoda, come al solito, ed erano tornati solo il quattro.
Il giorno dopo, era nell’aula alta, piena di gente, tutti quegli occhi che lo guardavano in silenzio, grembiuli neri, braccia conserte, tende marroni (santo cielo! tende marroni!), e quella signora che lo prendeva per mano (che lo strappava dalla mano della mamma) e gli faceva un  sorriso falso come Giuda e gli diceva “mettiti dove vuoi”. Lui che si infilava nell’ultimo banco, in fondo, a far finta di imparare, a fare dei punti e poi le aste verdi e poi le aste gialle e infine le spighe di grano. Ma l’estate era passata, spighe non se ne vedevano più e lui, del resto, sapeva già leggere e scrivere. Glielo aveva insegnato la nonna, l’anno prima, e lì si stava già stufando.
Non era stato questo il peggio.
Il peggio era stato quando la maestra lo aveva presentato per nome ai compagni, e qualcuno aveva ridacchiato, anche se lui non aveva capito perché.
Al perché c’era arrivato qualche mese dopo, quando erano cominciati i canti col maestro di musica, il Tuscendidallestelle e l’Adestefidelis, e le poesie del Natale, e alla fine tutti che dicevano “Buon Nataaaale”, e intanto che strascicavano la “a” lo guardavano e ridevano.
C’era arrivato a capire, e lì era cominciato.
Odiava il Natale.
Odiava il suo nome.
Perché lui, che era nato il venticinque dicembre, ovviamente si chiamava Natale.

Lei, il suo nome, lo sopportava.
Ci aveva fatto l’abitudine. Non le sembrava più nemmeno tanto strano. Aveva un animo mite e gentile, e aveva tollerato sempre in silenzio le occhiate stupite della gente e le risate dei compagni di classe.
Per lei, però, il tormento (il trauma, se si vuole esagerare) era cominciato più tardi: alle elementari infatti tutto bene, magari qualche sopracciglio alzato, il primo appello con la maestra che le lanciava un’occhiata e poi tirava via, niente di più. Alle medie, che volete, classe femminile, tutte con i calzettoni, mica come oggi che in seconda van già truccate e inguainate e pance all’aria che ai suoi tempi nemmeno a vent’anni, ma insomma, meglio così, alle medie le compagne eran quelle di sempre, anche loro non ci badavano.
Era stato alle superiori che aveva sbattuto il naso, e forte, contro quel suo nome così incongruo e fuori posto. Per lei, almeno. Era sicura che se lo avesse portato la Bianchi, con le origini quasi nobili e il nasino all’insù e l’altezza stratosferica, allora, ecco, quel nome sarebbe stato perfetto.
Lei, però, non era la Bianchi, seduta là, proprio davanti alla cattedra. Lei era seduta dietro, nella prima classe mista della sua vita. Emozione. Finalmente in aula con dei ragazzi, dei maschi, con cui parlare, ridere, magari pure studiare. Ma al primo appello, stavolta, non era andato tutto liscio. Con la professoressa di latino che compitava lenta e a voce altissima nome e cognome, quando era toccato a lei, con i suoi capelli stile spaghettini, color topo, altezza quella che era, smorta, occhi banalmente castani, brufoli dappertutto, anche sul naso, naso importante (fin troppo), e persino un dente che se ne andava per conto suo, in primo piano, ecco, quando era toccato a lei tutti si erano voltati. Tutti i maschi, almeno. Come un sol uomo. A controllare se quella tappetta pallida dell’ultimo banco fosse proprio la stessa appena chiamata dall’insegnante. La stessa che aveva appena risposto “presente”. La stessa che aveva risposto presente a quel nome.
Perché, ahimé, lei si chiamava Bella.

Bella e Natale abitavano nella stessa città. Lo status ufficiale di “città” era stato concesso per chissà quale mistero mezzo secolo prima. In realtà, un paesone di quindicimila abitanti, poco più, poco meno. Niente cinema, niente mezzi pubblici, sei farmacie, una profumeria, tre erboristerie, nessuna libreria, tre parrocchie e nove chiese semivuote, tredici banche e sedici tra pub e bar.
A volere essere consequenziali, un paesone di ricchi ignoranti un po’ puzzoni, tiepidi cattolici, teledipendenti, amanti delle tisane (i vecchi) e degli alcolici (i giovani), e soggetti per questo a frequenti mal di testa.
Il massimo della vita si notava nel centro, composto da piazza XX Settembre e dalle vie intorno: via Roma, via Vittorio Emanuele, via Garibaldi, via Mazzini. Un centro patriottico e, sotto Natale (nei giorni vicini alla festa, cioè), splendidamente illuminato da sarabande di luci, festoni, e luminarie che, fino alla sera dell’accensione, avevano fatto scannare tra loro i commercianti disposti a pagare la bolletta e gli altri, quelli del “fate-voi-io-non-ci-sto”.
Ma insomma, fatto sta che, se nel resto del paese ferveva quasi costantemente una sorta di morte civile, il centro città era frequentatissimo. Almeno negli orari di apertura dei negozi. Almeno sotto le feste. Eppure, i negozianti si lamentavano ugualmente degli scarsi guadagni, persino, soprattutto, in periodo natalizio. Colpa dell’isola pedonale, dicevano quelle anime belle, dimenticando che passeggiare su e giù adocchiando le vetrine e tirando via diritto, era più colpa della scarsella vuota che della mancanza di automobili.
Niente di tutto ciò interessava Natale, costretto a dribblare, scansare e risalire controcorrente la marea di persone che chiacchierando, blaterando, sorridendo a tutta bocca sembravano voler comunque dimostrare al mondo che la fine di dicembre era per gli uomini di buona volontà, e ci vogliamo tutti bene, e cerchiamo il regalo per la zia Peppina che almeno a Natale, e quello per il dottor Persini che è così bravo e sempre tanto caro, e quello per mia sorella altrimenti si offende, e magari un presentino anche per l’impiegato della banca che non si sa mai. E poi basta, perché non ci son più soldi e abbiam già speso anche la tredicesima.
Cosa c’era da ridere tanto, lui non lo sapeva. Gli venivano i brividi soltanto a sentire gridare “Buon Natale!” da una parte all’altra del marciapiedi. Che cosa ci fosse di così buono a Natale, erano cinquant’anni che gli sfuggiva.

A Bella, invece, quella confusione piaceva proprio. Si potrebbe persino spingersi a dire che l’amava. Si imbacuccava bene, per via di quella fastidiosa sinusite che, sopra il conto, la tormentava da sempre, e usciva. Due passi, ed era in centro. Girellava, si faceva spintonare da chi aveva fretta, le chiedevano scusi, scusi, e lei rispondeva gentile, sorridendo. Amava le luminarie, e i negozi con il concorso per la vetrina più bella, e la profumeria nella via principale, grande, luminosa e ovviamente olezzante. Vi entrava una volta l’anno per comprarsi un rossetto, unica concessione che si permetteva. Si aggirava tranquilla in mezzo agli scaffali, aspettava il suo turno inspirando i profumi che le giungevano da ogni parte (sempre che non avesse un attacco di sinusite). Mentre giovani e flessuose ninfe le passavano davanti schiaffeggiandola dolcemente coi lunghi capelli; mentre attempate carampane spiavano all’intorno caso mai fosse arrivato il filtro dell’eterna giovinezza; mentre il commesso, sempre gentilissimo, cercava di districarsi tra lozioni idroliscianti ultrasoffici e cremose cure calmanti contro borse e occhiaie, lei amava osservare globi, piramidi, cubi che si spalancavano, si stratificavano, e le rivelavano contenuti meravigliosi, ombretti dalle sfumature perlacee, iridescenti, chiari, scuri, e rossi per guance, pennelli che promettevano miracoli e raddoppi mozzafiato alle sue inconsistenti ciglia, schiuma da bagno che l’avrebbe rigenerata, euforizzata, blandita, rassodata, snellita, quello che voleva lei, e shampoo che anelavano liberarla dal color topo delle sue chiome, che almeno diventassero, per Natale, color topo muschiato!
Lei sospirava, sorrideva, allungava la mano verso il solito rossetto, pagava, rispondeva al “Buon Natale” del commesso, e usciva.

Uscì anche quella volta. E quel pomeriggio, per una di quelle strane combinazioni che a volte rischiano di cambiarci la vita, e a volte ce la cambiano davvero, tra i quindicimila abitanti del paesone, persona più persona meno, uscendo dalla profumeria, Bella andò a sbattere contro Natale.

Si sa che, se questo non fosse un semplice racconto natalizio ma la realtà pura e semplice, si sa che Natale darebbe la sua gomitata a Bella e Bella lo guarderebbe stupita, neanche una scusa, penserebbe, e lui non la vedrebbe nemmeno. Forse sarebbe meglio, perché la vedrebbe com’è oggi, dopo l’influenza un po’ trascurata, non più pallida ma giallina, una scuffia di lana grossa a coprirle i capelli sciupati, e via discorrendo.
Così penserebbe Bella, e gli scivolerebbe a lato, di nuovo inosservata, ma tranquilla e gentile e amabile come sempre. E Natale invece scapperebbe via, da tutta quella gente e quelle luminarie, che si risparmiasse un po’ di denaro, perbacco!, ancora scorbutico e rabbioso come lo era all’inizio.

E invece.
E invece, ecco, questo è (forse) soltanto un racconto di Natale, e così capita che Natale guarda Bella, e improvvisamente gli scappa un po’ da ridere a vederla così, tutta imbacuccata, e raffreddata, col suo misero pacchettino in mano, forse ha pure un po’ di febbre, pensa, e sorride perché è così diversa da tutto quello splendore intorno che lui si sente subito meglio. E Bella sta scivolando via, tranquilla e amabile come sempre, ma Natale la ferma, prendendola appena per il gomito e si scusa, e la invita a bere un caffé, così, per fare ammenda della sua goffaggine. Lei è un po’ diffidente all’inizio, si capisce, ma poi, che diamine, siamo in centro, tanta gente intorno, andiamo pure al Caffé Cornali, che è qui a due passi. Così i due fanno conoscenza, stretti a quel tavolino minuscolo, che uno non sa mai dove mettere le braccia e le mani e le tazzine. Lei si presenta subito: “Piacere, mi chiamo Bella Taldeitali”, e lui non fa nemmeno una piega, ma c’è un gran sospiro dentro, perché se una come lei si chiama così, lui può confessare tranquillamente la sua colpa (“Piacere, mi chiamo Natale”). Si stringono la mano e cominciano a chiacchierare e si danno appuntamento per il giorno dopo.
Quando escono dal bar, ognuno per la sua strada, ma Natale corre alla profumeria, che rimane aperta un po’ di più, oggi, e spiega di che cosa ha bisogno, e compra un profumo di quelli che lasciano la scia. Bella, invece, pensa a certi film americani e chiama Luisa, che glielo dice sempre “Se ti sistemassi un po’…”. Luisa arriva, con tutto il suo armamentario, e lava risciacqua districa pettina gonfia; pulisce tonifica nutre rilassa; sottolinea schiarisce arrossa incurva, e alla fine Bella si trova persino passabile.

Dopo qualche giorno, arriva la vigilia di Natale (la festa, s’intende). I due passeggiano lenti e girovaghi nel centro del paesone, ancora, per poco, ingolfato di gente. Stanno zitti, ma stanno bene. Anche se la messinpiega della Luisa si è ormai sgonfiata, e la riga sopra gli occhi le è venuta un po’ storta, e Natale (lui, s’intende) sta per compiere cinquantacinque anni.
La bellezza di quei giorni, come ha sempre saputo Bella, e come non si era mai immaginato Natale, è nell’essere con qualcuno che ti va.





Annalisa, l’ho riletto, proprio ora, mentre sto per editare il post. E’ delizioso, il tuo racconto. E ti auguro di cuore (ma sono certa che così è) di essere anche tu in questi giorni, come Bella e Natale,  con qualcuno che ti va.

E ora… quattro salti natalizi con Snoopy & Co.


http://it.youtube.com/watch?v=Jlf---13Q0g







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sabato, 22 dicembre 2007

Loredana Magazzeni in: Altre scrivanie

lampadafiammeLoredana Magazzeni, una donna dalla corporatura minuta, ma con una grande forza interiore che riversa anche nelle sue poesie.  Questa brava poetessa è, questa sera, la padrona di casa a Rossiorizzonti.


Loredana Magazzeni, insegnante e operatrice culturale, fa parte del “Gruppo ‘98”, con cui cura incontri e letture dedicati alla poesia prodotta dalle donne. Collabora a diverse riviste letterarie tra cui “Leggere Donna” di Luciana Tufani, ed è stata chiamata in giurie di premi nazionali di poesia e di scrittura di genere. E’ presente in raccolte antologiche fra cui Lo sguardo delle Altre, intrecci di scrittura, immagini e poesie di donne, edizioni autoprodotte a cura del Gruppo ’98 (1999), Ragioni e canoni del corpo (2001), Paesi di donne scritti al femminile (2002), Altri salmi, (2004),  Il diritto e il rovescio, sguardi di donne sui conflitti nei nostri cuori, nelle città, nel mondo (2004), Aenigmata, a cura di Aldina De Sefano (Federico Santini, 2004), Poeti ad alta voce (Bologna, 2005), Ti bacio in bocca, a cura di Monica Maggi (LietoColle, Como, 2005), Viaggio tra immagini e poesia, (edizioni Il Laboratorio, 2005), Donne di parola, a cura di Alina Rizzi, (Trauben, Bolzano, 2005), Parole che premono (Gazebo, 2006, con prefazione di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti),  I mondi poetici femminili (Como, Lietocolle), Corale, 22 voci poetiche per 10 anni di Voci della Luna (Milano, 2007), Donne di versi, poete per sim-patia, a cura di Alina Rizzi, 4Press, Valmorea (Como). Ha pubblicato Carte provvisorie, ("La Volpe e l'Uva", a cura di Marco Ribani, Bologna, 1998), La miracolosa ferita, (Archivi del ‘900, Milano, 2001), Canto alle madri e altri canti (DARS, Udine, 2005), Piccolo atlante dei popoli amici, (Fondazione Marazza, Borgomanero, 2005). Con Andrea Sirotti ha tradotto alcuni racconti per bambini di Anne Sexton e Maxine Kumin (Tratti, n.71, 2006) e un’antologia di poesia femminile inglese, Gatti come angeli, l’eros nella poesia femminile inglese (Medusa, 2006) con postfazione di Rita Monticelli (Università di Bologna).






Poesie per guarire


Come una lampada che arde ho, per eccesso di vita, conservato e bruciato
ardentemente la fiamma accesa  degli sguardi, il riso allegro delle parole
immolate all’altare dei ritorni, e a te, che nuovo e scalzo percorri la strada
verso il buio che è in me, e mi sorridi buono e degno di fede vorrei
come luna mostrare la penombra del viaggio e percorrerla assieme, per un poco.


*


Si aprono e ancora si aprono le porte blu dove si incontrano
le storie delle infanzie rinarrate, e qui si uniscono
a noi, intercambiabili ritornano, la tua, la mia, i ruoli
sovvertiti, ora che vorrei io battezzarti qui e adesso, renderti
la vita che mi dai, come impalpabile moneta corrente.

Nello scarto tra noi si coltiva questa impossibile fragilità
eccellente, come un vestito troppo largo che indossi per me
nelle date dovute, quando a parlare è il vento tra i platani,
nel vialetto di ghiaia, oltre il cancello, il viale grigio
di traffico, le pareti austere. E’ qui che porto questo fardello
di identità, chiedendoti accoglienza, empatia, la piccola follìa del bene. 





Signore delle strade insanguinate e delle madri antiche
che conservano memoria della costanza della specie,
re amoroso delle parole che mi battezzano con l’acqua,
fonte che al suo levarsi gronda un perduto amore.
Il mio dire parla la lingua riottosa dei penitenti,
il tuo ascoltare è assenza che ridiventa presenza,
festa dei vivi che nel suo fluire
arde riflessa nel mio specchio in fiamme.
Sei la voce della madre che canta la sonorità dei vuoti
e la danza degli echi che la gremiscono e fecondano.
Non ho parole per incoronarti, se non il tremito
del mio cuore-candela liberato dai ghiacci.




Grazie Loredana per la tua partecipazione! E buon Natale!

Anche la musica è uno splendido mezzo di guarigione. E loro ce ne hanno donate di medicine,  e di quelle buone…

http://myspacetv.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=2736773
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mercoledì, 19 dicembre 2007

Francesco Giubilei in: Altre scrivanie

incendio































Chissà se è il più giovane fra i blogger, il…padroncino di casa di questa notte?
Forse no, ma senza dubbio, fra i giovanissimi, è il più in gamba…
Ascoltatelo, leggetelo, tenetelo d’occhio: io penso che realizzerà tutti i suoi sogni. E glielo auguro con tutto il cuore.



Francesco Giubilei: 15 anni e il sogno di diventare un giornalista con il vizio di scrivere libri.
Ha ancora tanta strada da fare, frequenta la terza superiore al Liceo scientifico A. Righi di Cesena, sua città natale, dirige la rivista Historica (www.historicaweb.com ) e cura il blog Caffè Storico Letteraio (http://caffestorico.splinder.com).
Ha vinto il primo premio ex-aequo della sezione giovanissimi del premio internazionale di letteratura Titano 2007 con il racconto “La Terza Porta”
Ha anche scritto un libro “Giovinezza” (Il Ponte Vecchio, 2007) ed un romanzo breve “Bastola la signora del fuoco” (Concepts Storia, Arpanet, 2007).






LA BASTOLA IN BUCARI BATTISTELLI

Il sito  www.allegracombriccola.net  presenta Alessio Bucari Battistelli come un:

”Letterato e storico erudito, (Gualdo Tadino 1833-1913), di Gioacchino, divenne canonico della cattedrale di Nocera Umbra nel 1887 e della collegiata di S. Benedetto nel 1895. Insegnò per molti anni Lettere nel seminario diocesano annoverando tra i suoi allievi anche il nipote Raffaele Casimiri (1880-1943).”

Fu autore del romanzo storico “La Bastola racconto popolare del secolo XIII” pubblicato nel 1902 a Milano (1) .
L'argomento de la Bastola, controverso personaggio accusato, come si evince dall'articolo “La bastola: nella tradizione, nella storia, nella letteratura Dalle cronache di Fra Paolo, al Battistelli al Donati” (2) , di:

Aver provocato l'incendio che distrusse Gualdo di Val di Gorgo (3)   [...] Forse la Bastola fu innocente, ma sprovveduta donna che, per imprudenza o negligenza, causò l'infernale rogo, in una notte freddissima, in cui la tramontana, penetrando nelle numerose fessure delle povere case di legno del paese, raggelava i corpi e gli spiriti

fu più volte utilizzato nella letteratura come personaggio principale di romanzi, racconti e poemi teatrali.
Tale personaggio venne citato per la prima volta dal francescano Paolo da Gualdo nel XIII sec che attribuì l'incendio  di Gualdo del 1237 a <quaedam foemina nomine Bastula>.

Successivamente nel 1901 uscì il libro di Bucari Battistelli cui seguì, nel 1926 un poema drammatico intitolato Bastola a firma di Umberto Donati.
Nel 2001  venne stampato un volumetto illustrato realizzato dalla Porta San Donato in occasione dei Giochi delle Porte.(4)
Nel dicembre del 2007 tale argomento è stato riportato alla luce da un romanzo breve edito da Arpanet nell'antologia “Concepts storia”  a firma di Francesco Giubilei (5):

Vittima o carnefice?
A te, gentile lettore, la facoltà di giudicare se vuoi.
L’unica cosa che posso dirvi con certezza è che se vi recherete a Gualdo Tadino e, occasionalmente o volontariamente, andrete nella località della Rocchetta e prenderete il sentiero acciottolato che porta a monte Penna, quando passerete nel tratto denominato “Coda del Diavolo” avvertirete strane sensazioni.
La leggenda della Bastola vibra nell’aria.
Monito ed insegnamento di Dio agli uomini: per ogni ingiustizia consumata, intrigo compiuto e cattiverie perpetrata, il castello tornerà a bruciare.


Il libro che consacrò la Bastola come protagonista della storia locale gualdese fu il volume di Bucari Battistelli.
Nel già citato articolo di Discepoli così viene descritta tale opera:

A questa donna, già nebulosamente sfuggente nella storia e demonizzata dall'immaginazione fervida del popolo, dà volto, forma, parola azione il canonico Alessio Bucari Battistelli, in un romanzo storico pubblicato nel 1901. E' una narrazione di pura fantasia, scritta in uno stile più vicino al trecentista frate Passavanti che a quello degli autori ottocenteschi.
Il testo è di gradevole ed istruttiva lettura, per le serie e precise citazioni storiche e geografiche ed affascina per l'ingenuità del racconto. La suddetta pubblicazione potrebbe essere definita anche <pedagogica> perchè vuole insegnare al popolo la topografia e la storia di Gualdo e, nello stesso tempo, risvegliare il sentimento religioso.


Infine leggiamo sul sito www.allegracombriccola.net sempre relativamente a “La bastola” di Bucari Battistelli:

Il romanzo storico La Bastola, dedicato a mons. Roberto Calai, prelato domestico di S. S. Leone XIII (1878-1903), rappresenta la prima opera a stampa in cui vengono descritte le vicende storiche gualdesi con una straordinaria ricchezza di particolari, talvolta anche inediti. Le notizie appaiono alle fine di ogni capitolo (in totale XXII) come note aggiuntive e fanno riferimento a nomi e luoghi che l’autore nel romanzo cita espressamente.

   
Note:
(1)    Il volume venne pubblicato a Milano nel 1902 dalla Tipografia  Editrice L.F. Cogliati “Corso Porta Romana 17”. Pagine 544, cm 13,5 X 19,5
(2)    Tale articolo apparve nel numero 9 del mensile gualdese “L'eco del Serrasanta” alle pagine 6-7 a firma di Rinaldo Discepoli.
(3)       Si fa riferimento alla città di Gualdo Tadino, un comune di 15.049 abitanti della provincia di Perugia http://it.wikipedia.org/wiki/Gualdo_Tadino
(4)   http://www.giochideleporte.it/
(5)    Questo il link per acquistare il libro: http://www.arpabook.com/scheda.asp?IDTitolo=634


Grazie, Francesco! Ci hai veramente incuriosito sulla figura di questa Signora del fuoco…Ora, per saperne di più, non ci resta che leggere il tuo romanzo
Mi sono dimenticata di chiedere a Francesco quale musica avrebbe voluto scegliere…Allora ho cercato io qualcosa di consono…E penso di averlo trovato, perché, alla fine, si parla proprio di lei, la Bastola!

http://www.youtube.com/watch?v=2uPkPxHEQHw







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sabato, 15 dicembre 2007

Anna Zoli in: Altre scrivanie

uomodonnaE’ Anna, narratrice e poetessa, viaggiatrice, donna ricca di interessi e piena di vitalità, che questa notte ci regala qualcosa di sé.
Ecco come si racconta (e io mica le sapevo, tutte queste cose…)


Romagnola per nascita, Anna Zoli vive a Bologna dove, dopo aver insegnato Lingua e Letteratura inglese in diversi ordini di scuole, da anni si occupa di scrittura sia in prosa che in poesia facendo ricerca sulla scrittura poetica delle donne e promuovendola insieme con il Gruppo ’98 di Poesia, come atto politico.
Negli anni ’70 ha fatto parte del movimento delle donne con i “gruppi di autocoscienza”, dove ha preso la giusta spinta una potenzialità creativa prima repressa.
Negli ultimi decenni ha ideato e realizzato spettacoli teatrali multimediali (poesia- musica-canto-danza, fra cui “Cangianti Umori” e “Un Filo di Blues” nell’ambito delle iniziative per Bologna’2000).
Ha vinto svariati premi e suoi racconti, poesie e recensioni sono comparse su antologie, giornali, riviste fra cui "Lapis",  "Leggere donna" e "Le Voci della Luna"  per cui ha svolto anche un’attività di traduttrice.
Nel 2004 ha ideato e organizzato due incontri di autoaggiornamento sul tema “I Femminismi si parlano” presso l’Associazione Armonie di Bologna a cui ha chiamato a partecipare tutti i gruppi e le associazioni che hanno fatto parte del Movimento delle Donne a Bologna attorno agli anni '70.
Nel settembre 2005 ha curato la scelta dei testi dello spettacolo teatrale "Agguati Poetici" messo in scena dal Gruppo '98 in collaborazione con l’Auser di Bologna.
 Con il Gruppo ’98 ha organizzato il Convegno “Progetto Patchwork” (una rete di poesia delle donne) curando la relativa pubblicazione degli atti (2006).


Libri pubblicati:

Punti di Fuga (poesie -1985)
Diario di una Statale Inquieta (racconto lungo- 1991 premio Riccione)
La Linea oltre la Quale (poesie- 1996)
Cangianti Umori (poesie- 1998)
Parole che Premono (antologia poetica del ‘Gruppo’98 –2006)
Il diario in versi “Ballata dall’Australia “ (2001)  autoprodotto è stato tradotto in inglese e viene usato come materiale didattico dall’Associazione Dante Alighieri di Brisbane (Aus).


 
Ho incominciato a scrivere dopo aver passato metà della vita a reprimere i miei lati creativi nel tentativo di essere come gli altri mi volevano. Ci sono riuscita così bene da perdere i contatti con me stessa fino al punto di non sapere più chi ero e di ammalarmi.
Con gli anni '70 e il movimento delle donne mi si è aperto un mondo. Faticosamente e dolorosamente mi sono ripresa in mano e mi sono autorizzata ad essere me stessa o, come si diceva allora "mi sono partorita". Suona semplice, ma è non lo è!
Per recuperare, ho scatenato la creatività  a 360 gradi: ho incominciato a scrivere in prosa e in poesia, a dipingere (già lo facevo da bambina e ho fatto due mostre), a fare teatro (ho realizzato due spettacoli) e a ballare (cosa che faccio ancora e che spero di fare fino a che mi reggono le gambe).
Scrivo prosa per mettere ordine nel caos interno ed esterno (uso l'ironia per un maggiore distacco) e poesia per avvicinarmi all'essenza scavando con le parole (preferibilmente in tono leggero, anche se tocco temi profondi).  Non sempre ci riesco, ma mi piace mettere tutto ciò a frutto nella ricerca, che è anche "lavoro politico" che faccio insieme alle amiche del Gruppo '98 Poesia.
Il mio problema attuale è che ho troppi interessi e curiosità (compresi impegno sociale ed ecologico) e non riesco a focalizzarmi su nessuno in particolare, se non a turno in successione, temo a scapito della qualità.


 



E' solo per un vuoto, una mancanza

qualche gatto che miagola

l'incongruenza di una notte serena

-la luna è quasi piena e fa buon tempo-

suona la previsione ai naviganti

 non è accaduto niente

solo al di là di un segnale assoluto

in un tempo preciso scandito dall'assenza

(la fronte chiusa in un gelo di marmo)

nello splendore rosso di un tramonto

il cielo ha festeggiato

un arrivo annunciato e una partenza


                                                   
( Faenza 16 dicembre 1994)
 
 
 
 
Non voglio che la guerra                            

occupi territori

anche mentali- quelli tuoi - quelli miei

 dove i miei desideri

si avverano negli atti

fatti del mio respiro alimentati

dalle voglie e gli umori

 

Voglio che il giuoco e l’immaginazione

trovino spazio e luogo

in piena accettazione

del diverso e del nuovo

 

voglio nella mia casa – una pace diffusa

da abitare



(2002)

 


 

Giochi di coppia  ovvero

LA PACE INCOMINCIA DA DUE

 

-Ascolta amore- se tu riuscirai

a farti amica

la femmina che è in te

e se io ce la farò a riconoscere

il maschio dentro me

saremo quattro in tutto

-         due coppie in una

-         a ruoli intercambiabili

 

e allora, amore, sai quanti giochi

si potranno fare

di amicizia, di corpo e fantasia

per progettare insieme

la giornata e la vita

senza contrasti di sensibilità

 

LEI capirebbe al volo

quello che voglio dire

LUI seguirebbe in pieno

il tuo discorso logico-lineare
 
e finalmente  potremo combaciare

i due princìpi – maschile e femminile-

uniti insieme con complicità



(2004)


 
Grazie, Anna! Sei un vulcano!
E, in sintonia con quest’ultima poesia d’amore, ecco una bella canzone pure d’amore. (che è anche un bel video...)

http://www.youtube.com/watch?v=GB49D6ZDZ4s

 
postato da: Soriana alle ore 00:59 | link | commenti (5)
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mercoledì, 12 dicembre 2007

Gabriella Cappelletti in: altre scrivanie

montagneL’amica Gabriella è una valente poetessa, e mi spiace solo che non possiate sentirla mentre legge le sue poesie: le legge così bene che a volte fa venire i brividi, dall’emozione. Ecco, comunque, come si presenta a noi Gabriella.


Gabriella Cappelletti risiede attualmente a Bologna. Ha fatto parte di alcuni
gruppi di scrittura, partecipando a diverse letture pubbliche. Ha collaborato
alla redazione di libri scolastici. Fa attualmente parte delle Donne in Nero
e dell' Associazione Orlando. Ha pubblicato alcuni testi di poesia:
Faccende d' amore, Incorporate 1/6, I cieli di  Milo.
Insieme ad altre autrici ha pubblicato "Grecia, un viaggio"  e  "Donne a Gerusalemme".
Ha tre grandi passioni: quella per la politica (con le donne), quella per i viaggi e quella per la poesia e per la scrittura più in generale: un filo che l’ha sempre accompagnata nel corso della vita.







Punto fermo


Bianchi e azzurri splendono

come dardi nell'anima invernale

che si scioglie nel verde

ora cupo ora via via più tenero

mescolato al giallo delle ginestre

e dei maggiociondoli

colori che oggi riassumi

cercando il luogo del bosco

e la rupe dove scorrono

l'aspro e il tenero-

e senti fluire l'estate

e prevedi l'autunno

che include e porta tutte

le gamme del rosso

e – ruggine- e ghiande


In un attimo fluiscono

le stagioni e sembra che

nulla resti. - Ma un profilo

montano riporta fermezza

Guardando fuori lo ritrovi

all'orizzonte - Guardando

dentro lo senti scolpito

in ogni cellula del corpo

e in ogni circonvoluzione

del cervello


E' questo il punto fermo

che vai cercando?


Grazie, Gabriella! Torna quando vuoi. Mi farà molto piacere.

E, non potendo purtroppo ascoltare Gabriella che legge la sua poesia, godetevi almeno questa musica così serena (e poi andate a vedere, nell'altro post, cosa vi suggerisco questa notte...).


http://www.youtube.com/watch?v=YvJC5t7-zQk
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mercoledì, 05 dicembre 2007

Graziella Poluzzi in: Altre scrivanie

mimosastregaUmorismo nero, questa sera, in Altre scrivanie…Ma non preoccupatevi. La mia amica Graziella Poluzzi, detta anche Macabrina, ha scelto di presentarci le meno agghiaccianti fra quelle della sua produzione.
Ecco la scheda di presentazione che mi ha inviato. E a seguire, poi, alcune delle sue “Poesie fiabesche

Graziella Poluzzi vive a Bologna. Umorista, produce poesie, aforismi, mini-racconti, testi di teatro comico in cerca di attori.
Compare in varie Antologie, fra cui:  ”L’amore e l’umore” (Torino Pink Humour, Caus-Glenat,1993), “Siamo senza parole” (L.Tufani editrice, 1997),  “Così ridiamo” (L.Tufani, 1999), “Ragazze non fate versi” (Zona editrice,1999), “Pink Ink” (Zona editrice, 2003),
“L’albero degli aforismi” (Lietocolle, 2004) e “Nuove declinazioni” (antologia di 13 aforisti, Edizioni Joker, 2005).
Ultima raccolta poetica, ironica: “Poesie Fiabesche con Principi improbabili e Cenerentole rivisitate” (Joker 2006)
Nasconde vari scheletri negli armadi, assieme ad una serie di fanzine d’umorismo nero, “Macabrina”, prodotte dal ’95 al 2002.



BARBABLU

Era domenica. Era primavera.

Suonavano le campane.

Era la Santa Pasqua,

una festa radiosa.

Erano pronti per la Messa.

 
Lei aveva un vestito nuovo,

lui un bel cappello lucido, importante.

Stavano andando in Chiesa

senza fretta.

 
Alla mente di lei balenò

un interrogativo,

pensando al pranzo:

“Come mai a Pasqua

si usava sacrificare gli agnelli

per farne costolette?”


Lui le rispose gentile, ma severo

in una certa dose

come era suo solito

in simili circostanze:

 
“L’importante è

non essere mai

troppo curiose.”


 

                        ****

 

LE SCARPETTE DI CRISTALLO

 

Erano molto belle

quelle scarpette splendenti

di luce e decorate,

ma non erano per niente comode,

anzi, indossate, erano impossibili,

terribili, perché mai gliele

aveva regalate?


Le sorse un dubbio.

Che genere di principe

le era capitato?


Si vide sotto al vischio

nel salone illuminato

erano soli, lui le sfilava le scarpe,

a piedi nudi, champagne in bella vista:

insieme in un brindisi incrociato.
 

Che fosse un principe

del tipo ‘feticista’?


 

                          ****

 

                                                                                 LO SPECCHIO

OVVERO LA BELLA E LA BRUTTA

 
 
Lo specchio fu una donna

a inventarlo, lo mostrò

al suo amico, che tosto

lo brevettò e seppe venderlo

con fortuna insperata.

Fece ottimi affari.

 

I maschi capirono subito

con raziocinio sintetico

che era comodo dividere

le compagne in due categorie:

le belle e le brutte;

le belle da rimirare a lungo

e con interesse intanto

che le brutte si rendevano

utili in mille impieghi.

 

Così in omnia secula

continuerebbero tuttora.


 

 

   ****

 

SOGNI MORTIFERI

 

Era un piccolo negozietto

strapieno di orologi:

un'intera parete a pendole,

un'altra a cucù,

che battevano indaffarati

cinguettando le ore

tra sveglie rumorose

come locomotive a vapore.

 

Dietro al banco, le due mascelle

sorridenti della Nera Signora,

con un cappello importante,

sontuoso: una gondola di gala

e sopra ad essa

una falce sgargiante.


 

 ***

 

 

LICANTROPEA

 

L'occhio rapace, le unghie

affusolate come artigli, coltelli

nella nebbia, nebbia fitta a banchi

(si taglia coi coltelli), lassù le nuvole

di corsa come inseguite,

un fuoco di sterpi, fiamme

tra i ghiacci dell' Inferno,

odore di muschio e umidità autunnali

di foglie in putrescenza,

una radura, una luna nel pozzo,

luna tonda, abbondante,

il canino e l'ugola allupati,

le rane ed il coyote

ed il volto si china su quel pozzo

inquietante, nessuno qui mai prega...

 

ed ecco l'ululato intenso,

lancinante:


è stato...il colpo della strega.


 

(da “Poesie Fiabesche” )





Graziella cura anche due siti internet: andatela a trovare.

www.women.it/umorismo/
(spazio aperto alle donne)

www.bengodi.org/umorismo/nero


Grazie, cara amica Graziella per la tua  partecipazione. E ora, per stare in tema con le fiabe, ritorniamo tutti piccini...

http://www.youtube.com/watch?v=IvcTI3ctK8o
postato da: Soriana alle ore 00:54 | link | commenti (7)
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