Stefania Ferrini sta leggendo un brano del romanzo di Rita Zaghi, che le siede accanto. Il professor Benassi e io ascoltiamo attenti. E attento è anche il pubblico, naturalmente...
Un altro momento della serata. Peccato: le foto non sono venute bene per niente....
Venerdì 15, presso l’associazione Armonie di Bologna Rita Zaghi ha fatto la seconda presentazione del suo romanzo, Basterà uno sguardo, edito dalla casa editrice il Melograno.
Ero abbastanza preoccupata, perché io avrei dovuto introdurre la serata, davanti a un pubblico abbastanza numeroso…e, anche se non sembra, sono un po’ timidina…
Invece tutto è andato molto bene. Grazie soprattutto alla grande capacità del professor Stefano Benassi, che con eloquenza davvero ammirabile ha analizzato diversi aspetti del romanzo, e alle letture di brani del libro fatte da Stefania Ferrini, che ha indubbiamente doti di ottima attrice. E, è logico, grazie alla presenza di Rita Zaghi che ha risposto con molta chiarezza alle domande che le ho posto e che, concludendo la serata, ci ha letto alcune pagine di un suo romanzo ancora in corso d’opera.
Ecco qui sotto potete leggere l’intervista che mi ha rilasciato Rita durante lo svolgimento della serata.
Rita, che cosa è per te la scrittura, cosa insomma, ti ha indotto, ti induce a metterti davanti al computer e iniziare a creare storie?
Scrivo per raccontare le mie emozioni, per trasformarle in storie, per mettere su carta pensieri e impressioni. Cerco di ritagliarmi un momento, da sempre, per sfogarmi. Se non riesco a trovare la tranquillità necessaria, a causa dei mille impegni, ma se non scrivo mi manca qualche cosa.
Lettura e scrittura: per chi scrive quanto è davvero importante leggere?
Leggere è fondamentale perché allarga gli orizzonti, fa crescere la conoscenza e spesso fa venire l’idea per scrivere altro. Ho sempre letto molto, fin da piccola. Il primo libro era usato e una volta lo abbandonai sotto un temporale. L’ho raccolto e fatto asciugare le pagine in modo da poterlo rileggere, perché allora c’erano pochi soldi. Da adolescente ricordo che non avevo ancora l’età per iscrivermi alla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio e fu mia nonna a iscriversi. Mi accompagnava in autobus e aspettava che io scegliessi i libri. Dovevo però stare un poco attenta a cosa prendevo, perché mia nonna era molto severa nelle letture.
Hai qualche autore di riferimento?
No, poiché leggo moltissimo, non ho uno scrittore di riferimento, però ci sono scrittori che mi hanno aiutata a migliorare la scrittura. Cerco determinati autori quando so che hanno scritto dell’argomento che ho intenzione di trattare ( nei romanzi)
Hai in mente, mentre scrivi, il tuo lettore ideale?
No, non ho un lettore ideale, però penso di scrivere per le donne, di raccontare il nostro mondo dal mio punto di vista. Credo sia un modo per comunicare le problematiche che ci sono e per scambiare idee.
So che hai una dote che dovrebbe essere peculiare di ogni scrittore: la costanza, la disciplina. Credo che tu ti dedichi alla scrittura quasi quotidianamente, nonostante gli impegni del tuo lavoro di insegnante. E’ così? Ce ne vuoi parlare?
E’ vero, scrivo ogni giorno mezza pagina, due righe, un post nel mio blog, tutti i giorni cerco di focalizzare un argomento e di parlarne. Il mio obiettivo è diventare leggera nello scrivere ma tosta nei contenuti. Credo anche che il continuo allenamento affini l’uso delle parole, e correggendo si trovano altre associazioni di parole o immagini.
Scrivere è un dono che va coltivato, ma senza ansia. Senza scadenze.
Molti scrittori dicono di voler lanciare messaggi ai lettori, attraverso i loro libri: cosa ne pensi? c’è anche in te questa intenzione?
Non ho messaggi ma mandare, solo storie da raccontare. Ma pensandoci bene la scelta delle storie è già un modo per mandare messaggi. Focalizzare l’attenzione del lettore o della lettrice su un argomento anziché un altro è la scelta che faccio io, mandando delle indicazioni precise. Sono scelte di tutti gli scrittori da Dante a Liala.
Chi è stata la persona, o le persone che per prime ti hanno letto, quando hai iniziato a scrivere?
Il primo pubblico che ha ascoltato le mie opere è stato un gruppo di corsisti dell’ Università della terza età e del tempo libero Primo Levi di Bologna. Il corso si intitolava “Dall’autobiografia al racconto” tenuto dal professor Benassi. Ero una delle corsiste più giovani e non avevo mai scritto un racconto. Loro erano anni che frequentavano e si conoscevano tutti. Ero preoccupatissima perché temevo di fare brutta figura, perciò quando ho cominciato a sentire leggere il mio racconto ho chiuso gli occhi. Invece è piaciuto! In famiglia non ne hanno voluto sapere fino al romanzo e dopo mi hanno aiutato con consigli e correzioni.
Un’ultima cosa: quali consigli daresti a chi volesse iniziare a scrivere?
Per cominciare a scrivere bisogna farlo, scrivere sempre, su tutto, leggere il più possibile, scegliendo anche argomenti che appaiono difficili o lontani, senza paura. E confrontarsi con gli altri nello scrivere, trovare una cavia che ci legga e ci dica i lati deboli. L’autocritica aiuta molto. E non scoraggiarsi. A volte non si riesce, ma pazienza. Ci si riprova!
Ecco, fine dell'intervista. Ora, se volete, non vi rimane che acquistare il libro....
La musica non c’era, l’altra sera. La metto quindo ora, assolutamente O.T., ma bellissima
E’ un grande piacere per me pubblicare questa intervista che gentilmente mi ha rilasciato Renzo Montagnoli, a quasi un mese dalla pubblicazione della sua bella silloge poetica “Canti celtici”.
1) L’11 novembre presenterai a Chiari, durante lo svolgimento della V Rassegna della microeditoria italiana, Canti celtici, il primo libro da te pubblicato, uscito a metà ottobre. Hai già rilasciato diverse interviste dove hai esaurientemente risposto ai motivi che ti hanno spinto a creare quest’opera. Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Non mi sembra di aver nulla da aggiungere, tranne forse ribadire il fatto che i messaggi dell’opera sono più d’uno e il più rilevante è quello della ricerca di una spiritualità smarrita nel tempo. L’uomo d’oggi non guarda dentro se stesso, troppo occupato a rincorrere l’importanza di oggetti che si esaurisce non appena ne entra in possesso. E’ l’edonismo allo stato puro e non porta da nessuna parte, se non a una continua insoddisfazione.
2) Il tuo stato d’animo, le tue emozioni mentre componevi i Canti, erano dissimili, più intense, di quelle provate scrivendo altre poesie?
Non saprei, anche perché rileggendo i Canti celtici mi viene da chiedere se li ho scritti io. E’ probabile quindi che nel corso di stesura io mi trovassi nell’atmosfera magica che li permea.
3) Secondo te ha più incisività, per lanciare un messaggio ai lettori, la narrativa o la poesia?
La brevità della poesia che esaurisce il suo compito in pochi versi richiede necessariamente una maggiore incisività.
4) Si è letto e detto tanto sulla “solitudine del poeta”: è veramente solo chi si abbandona a quest’arte?
E’ una solitudine interiore, perché guardare dentro di sé presuppone necessariamente l’astrazione da ciò che ci circonda, significa percepire il mondo in cui si vive non con i normali organi sensoriali, ma con l’anima.
5) Hai modo di conoscere qualcuno che non ha mai letto una poesia in vita sua: quale poeta e quale sua poesia in particolare gli leggeresti, per stimolarlo poi a leggerne altre? E perché questa scelta?
E’ difficile trovare un simile soggetto, perché se non altro, a scuola, già dalle elementari, fanno conoscere delle poesie. Comunque, in un caso del genere, considerando un normale quoziente intellettivo, gli consiglierei un grande poeta dello spirito, Rabindranath Tagore, e come poesia “O stolto”
O stolto, che cerchi di portare
te stesso sulle tue spalle!
Mendicante, che vieni a mendicare
alla porta della tua casa!
Deponi ogni fardello in queste mani
che tutto sanno sopportare,
non voltarti mai indietro a guardare
il passato, con rimpianto.
Il desiderio subito spegne
la fiamma d'ogni lampada che sfiora.
E' empio - non prendere doni
dalle sue mani impure.
Accetta soltanto
quello ch'è offerto dall'amore.
6) Non sei solo un eccellente Poeta (e ben lo dimostrano questi tuoi Canti celtici), ma anche un ottimo narratore. Fra i tuoi personaggi c’è n’è uno ricorrente, che accompagna il lettore nelle tue due raccolte di racconti “Storie di paese”. Annibale Chiocchetti, da tutti conosciuto come Il Guercio. Ci vuoi raccontare come è nato, questo personaggio?
I personaggi di queste storie, per quanto modificati, sono esistiti realmente e in un piccolo paese non è difficile trovarne di somiglianti. Annibale Chiocchetti, meglio conosciuto come il Guercio, è invece frutto di pura invenzione, ma in lui si riflette molto di ciò che vorrei essere.
7) Best-seller: dimmi tre elementi che possano assicurare a un romanzo un grande successo.
Penso tu intenda grande successo di pubblico e non grande qualità dell’opera, perché generalmente i due elementi non coincidono, tranne in rari sporadici casi in cui l’autore è riuscito a ideare una trama avvincente, ha creato un vero e proprio personaggio in cui molti possono riconoscersi e ha saputo raccontare il tutto con estrema semplicità, ma anche con grande efficacia.
8) Televisione e letteratura: la trasposizione di Guerra e pace sul piccolo schermo ha suscitato molte critiche negative. A tuo parere, come si potrebbe creare un buon matrimonio fra queste due realtà?
In passato abbiamo avuto ottime trasposizioni televisive di grandi classici (ricordo L’isola del tesoro, di Stevenson). Il problema è che si tende oggi a privilegiare nella trasposizione l’effetto scenico, perdendo così spesso lo spirito del testo. Ne risulta un prodotto piatto, esteticamente gradevole, ma di nessun interesse.
9) Un libro che non dimenticherai mai (solo uno, al massimo due, voglio essere generosa…)
Non sono molti, ma più di due senz’altro. Comunque, due ne chiedi e per due sarà la risposta: Memorie di Adriano, di Margherite Yourcenar, e La messa dell’uomo disarmato, di Luisito Bianchi, due testi di grandissimo valore che mi hanno condotto a quello stato di serenità, senza il quale i Canti celtici non sarebbero nati.
10) Tre libri, osannati dalla critica, che non vorresti mai avere letto.
Gomorra, un testo, secondo me, del tutto inutile; Io uccido, dove uno si aspetta tanto e invece si ritrova con una storia mediocre; Il Codice Da Vinci, del tutto inverosimile e anche scritto male.
11) Secondo te esiste una scrittura femminile e una maschile? Esiste davvero questa differenza di stile fra i due sessi?
Direi di sì. E’ inutile nasconderlo: le differenze fra uomo e donna non sono solo anatomiche, ma si riflettono anche sulla sfera della psiche. Quindi c’è normalmente differenza di stile fra uomo e donna, ma non voglio essere accusato di razzismo, perché questa diversità non presuppone che l’uno sia superiore all’altra. E’ invece il modo di trattare la stessa tematica, la diversa tipologia di sensibilità che distingue i due sessi.
12) Un giudizio qualitativo, ma naturalmente complessivo, su gli autori esordienti o inediti che inviano le loro opere al tuo sito Arteinsieme.
Cerco, nel limite del possibile, che le opere presenti su Arteinsieme siano di buon livello. Devo dire, però, che i lavori che mi vengono inviati generalmente rispettano questo canone qualitativo, anche perché sono io che quasi sempre contatto gli autori, e non viceversa. Quindi ho già avuto modo di conoscere la loro personalità artistica e di leggere almeno 5-6 loro opere, sufficienti, salvo rarissimi casi, per avere un’idea abbastanza esatta del loro livello artistico.
13) E per concludere, la domanda di rito: progetti, sogni, speranze di Renzo Montagnoli. Raccontaceli.
Sono arrivato a un’età in cui non si fanno più progetti, ma si vive alla giornata. Quanto ai sogni, ci sono e restano, perché sono l’unica via di fuga da una realtà sempre più inclemente. Le speranze?
Che un giorno il mondo si svegli e gli uomini si accorgano che la vita è solo una strada da percorrere insieme.
Bene, Renzo. Direi che hai fatto 13! Ti ringrazio tantissimo per la disponibilità e ti grido a tutta voce un bocca al lupo per la presentazione dell’11 novembre.
E ora qualche notizia sull’intervistato, credo del tutto superflua, perché già ampiamente conosciuto. Ma è consuetudine, perdonatemi…
Renzo Montagnoli, poeta e narratore, curatore di un sito (www.arteinsieme.net) dove ospita, con la generosità che lo distingue, opere di autori esordienti o inediti e molto altro ancora, è nato a Mantova e vive a Virgilio. Da qualche tempo ha anche un blog: http://armoniadelleparole.splinder.com/
Nel mese scorso è uscito il suo primo libro di poesie, “Canti celtici” (edizioni Il Foglio) che verrà presentato a Chiari (Bs) l’11 novembre, ore 15, nell’ambito della V Rassegna della microeditoria italiana.
Può essere un’occasione, per chi non vive troppo lontano da quelle parti, per incontrare l’autore e conoscere questa sua opera davvero pregevole.
Concludo con queste Last rose of summer: un omaggio al mio amico poeta. So che gli piacerà.
Inauguro oggi una nuova categoria di post: “A domanda risponde”. E la prima cosa che vi ripongo, con cura e affetto, è questa intervista che Marino Sinibaldi mi ha rilasciato domenica pomeriggio a Torino. Marino è un uomo gentilissimo, il volto illuminato da un sorriso. E’ una persona attenta e disponibile. E’ una persona che sa un sacco di cose sui libri e non solo, ma che non ti fa mai pesare la sua cultura. Le mie domande sono forse banali. Le sue risposte, no. Erano decenni che non intervistavo qualcuno. Non so come sia riuscita, questa intervista. Ma so che sono molto, ma molto felice di aver avuto questa occasione.
D: Marino, quale sogno avevi, da bambino?
R: Da bambino volevo fare il calciatore, poi il musicista rock… Poi visto che questi sogni sono falliti, quello che ho fatto. Insomma, quello che sto facendo adesso è… il risultato di due fallimenti.
D: Il tuo primo rapporto con la radio come ascoltatore?
R: Il primo non ricordo. Però è un rapporto molto forte quello che ho con la radio. Io credo di appartenere all’ultima generazione che è più radiofonica, che televisiva. Sono nato nello stesso anno in cui in Italia è arrivata la televisione, ma allora la tv non si vedeva fino alla sera e io tutto il giorno, mentre studiavo, ascoltavo musica alla radio e le cronache delle partite di calcio.
D: Cosa ne pensi della frase che è diventata quasi lo slogan del film “100 chiodi” di Olmi: “Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico.”?
R: Mah, ancora non ho capito quello che ne penso... potrei cambiare idea ogni giorno. Per un verso è vero che è una frase ovvia. Diciamo che il concetto lo esprime meglio il pompiere di Fahrenheit : “I romanzi non sono la vita…” Questo è un modo più bello per dire la stessa cosa. I romanzi solo in un modo strano e paradossale aiutano a vivere: sono il prodotto di una insoddisfazione del vivere, non la cura per vivere meglio. Ecco, questo è il modo in cui intendo la frase di Olmi. Per altro è una frase, è un film. E’ una frase da vecchi, e io quindi un po’ mi ci riconosco, no? Insomma. è come se dicesse una cosa rivoluzionaria solo per noi che leggiamo, perché è ovvio che i 9/10 del Paese prendono il caffé con un amico e pochi leggono. E siamo proprio noi a sentirci feriti da quella frase, perché la troviamo eccessivamente aggressiva…Trovo più bella l’immagine dei libri inchiodati. L’immagine dei libri inchiodati è una cosa vera, che tocca qualunque lettore e in un modo alto. La cosa grande dei libri è che sono già talmente autocritici che…ecco, io dico sempre che Don Chisciotte, che è il primo lettore, è già un lettore autocritico, è già un lettore che è l’esaltazione e anche la parodia e anche la critica della lettura, per cui la critica che la lettura ha partorito di se stessa nel corso degli anni è molto più avanti della frase di Olmi. Invece l’immagine dei libri inchiodati no, quella è un immagine davvero shockante, davvero stimolante. Quella è provocatoria.
D: Fiera del libro di Torino, Festival della letteratura di Mantova, galassia Gutenberg a Napoli, Più libri più liberi a Roma, per citare solo gli eventi che tu e la tua trasmissione seguite in diretta; ma credo che le manifestazioni che girano intorno ai libri siano centinaia, se non migliaia. E basta guardare qui a Torino, il pubblico non manca. Come si coniuga tutto questo con l’asserzione che gli italiani non leggono?
R: Questa è una domanda interessante, perché è il segno che siamo in un Paese strano, dove tutti sono minoranze. Però certe minoranze sono come gli animali de “La fattoria degli animali”, tutti siamo uguali, ma certi animali sono più uguali degli altri. In questi luoghi c’è sempre molta gente, negli stadi ce n’è sempre di meno, però quelli del calcio sono una minoranza che domina le altre. A teatro ci va un sacco di gente, ma se uno legge i giornali sembra che il teatro sia un luogo irrilevante. Sì, siamo un paese strano in cui non ci sono più comportamenti di massa, di maggioranza, né sul piano politico, né su quello culturale: Però alcune minoranze, come quelle di chi guarda la tv, si arrogano un potere mediatico molto più ampio. E’ giusto rivendicare il fatto che i lettori siano una minoranza, nemmeno inferiore poi, come numero, ad altre che hanno più potere.
Un altro aspetto importante è che questa minoranza, negli ultimi anni, ha preso consapevolezza di sé: da quando l’Italia è diventata un paese di minoranze, anche la minoranza dei lettori ha assunto una specie di orgoglio della propria appartenenza.
Allora, la cosa importante di queste manifestazioni non è tanto il fatto se allarghi o no l’area della lettura, perché quella dipende più dalle politiche scolastiche e culturali. La cosa importante è che la cambino qualitativamente, trasformando il lettore da animale solitario come è stato per tanti anni, in qualcuno che ama condividere, che ama socializzare.
D: So che per molti anni hai fatto il bibliotecario. Sembra che le biblioteche pubbliche americane stiano ripulendo i loro scaffali dai classici, non importa se si tratta di Hemingwai o di Steinbeck, per andare incontro alle esigenze degli utenti: ma è questa la sola funzione delle biblioteche, oggi? Tenere le Melisse P, le Tamaro, i Moccia e eliminare Pirandello e Foscolo? Il tuo parere?
R: Sì, ho fatto il bibliotecario, per cui sono un po’ vaccinato; io ti potrei rispondere “no, che scandalo!!!” Ma vedi, il rischio che corrono le biblioteche, almeno in Italia, non è quello di non avere Pirandello o Foscolo, che ci sono, ma di non tenere Geda o Milena Agus, cioè i libri contemporanei che a noi piacciono. Io penso che piuttosto che scandalizzarci per cose che secondo me sono marginali, noi dovremmo pretendere la trasformazione delle biblioteche. In larga parte si sono trasformate, si trasformano, ma lo fanno in maniera discontinua: magari in certi luoghi sono ottime, in altri sono assenti. Ma dove le biblioteche funzionano sono posti di aggregazione e di lettura formidabili, sono davvero, come a Scampia, dei grandi luoghi di resistenza alla disgregazione metropolitana e anche alla violenza giovanile: questo, secondo me, è importante. Invece i giornali si scandalizzano per un libro ritirato, cosa in cui io non crederò mai, peraltro, perché le biblioteche hanno un obbligo di conservazione che le spinge semmai a essere troppo conservatrici e non troppo rivoluzionarie, troppo ribelli. Io penso che le biblioteche, le biblioteche comunali, quelle di quartiere, debbano tenere anche i libri recenti, contemporanei. Altrimenti il legame con le generazioni si interrompe.
D: Il libro che ti ha cambiato la vita? (Era un vecchio gioco di Fahrenheit, ricordi?)
R: Non c’è un libro che cambia la vita, secondo me, purtroppo o per fortuna. Un libro non cambia la vita, però la somma dei libri sì. Indubbiamente, mentre leggevo il Capitale di Marx cambiava la mia visione del mondo, ma anche con Don Chisciotte, anche con l’introduzione alla Psicanalisi di Freud, anche con i libri di Gustaw Herling sulla Russia, la Polonia, l’Europa dell’Est. E con tanti altri… Quello di Fahrenheit era un gioco che mi spaventava: in realtà non ci può essere una vita cambiata da un unico libro. La vera forza dei libri è che ogni giorno un libro che leggi ti cambia un pezzetto di vita. Sarei spaventato da una vita cambiata da un unico libro, insomma.
D: E ora una domanda leggerissima: quale canzone, o musica, ti evoca un momento bellissimo della tua vita?
R: Image, di Lenon, mi ricorda un momento bello. Però la canzone più intensa era Ragazzo triste di Patty Pravo, che non mi ricorda un momento bello, ma mi ricorda quando avevo dodici, tredici anni e le cose erano proprio importanti: un suono di periferia, un angolo della piccola città dove ho ascoltato Ragazzo triste me lo ricordo ancora, perché prendeva..prendeva…, capivo che c’era qualcosa: arte, musica…
D: Fra le centinaia di ospiti che hai avuto in trasmissione citamene tre che ti hanno davvero colpito, positivamente o anche negativamente.
R: In realtà non me li ricordo e farei un’ingiustizia a rispondere. Perché è un mio problema: io me li scordo, non è che me li scordo del tutto, però, vedi, io riesco a lavorare solo cancellando, come i software, resettando la memoria, se no divento matto. E’ un problema, perché è come se non riuscissi ad accumulare tutte le cose…Allora a questa domanda io non posso risponderti: guarda, io ho incontrato questa persona straordinaria che mi ha cambiato, che mi ha colpito particolarmente. Perché, come per i libri, non è l’incontro con una sola persona che ti cambia, ma ti cambiano a poco a poco, ti arricchiscono a poco a poco i quattro, i sei, gli otto ospiti che noi abbiamo ogni giorno in trasmissione... io penso che sia questa la cultura, che sia qualcosa che ti cambia giorno per giorno, soprattutto adesso, che non è che abbiamo un solo problema, davanti, ma abbiamo una serie di problemi, e non è che abbiamo una soluzione, proprio perché tutto è diventato così complesso. Non c’è la risposta illuminante, non siamo, credo, in un’epoca in cui dagli intellettuali dobbiamo aspettarci il click che ti accende la luce. I grandi temi, il rapporto con l’altro, il rapporto uomo-donna, il rapporto fra realtà e immaginazione sono tutti temi sui quali i contributi operano lievi spostamenti. Forse solo dopo un po’ di tempo tu puoi vedere il cammino che hai fatto. Faccio fatica oggi a vedere grandi traghettatori : io oggi vedo gli intellettuali come dei pazienti apritori di porte, dei costruttori di piccoli ponti. Non ci sono più le grandi sistemazioni, perché sarebbe difficile tenere in piedi la grande complessità e sarebbe difficile intravedere qual è lo snodo fondamentale.
Adesso c’è una bella collana della Newton Compton che raccoglie le storie dei libri, le biografie dei libri: cioè la biografia non di Darwin, ma dell’Origine della specie, non di Maometto, ma del Corano, non di Marx, ma del Capitale: tu vedi che questi grandi libri nascono in epoche e da personalità che si pongono una domanda e su quella lavorano e tutti i dati che Darwin o Marx raccolsero in campi diversi, li concentrano intorno a un nodo. Oggi tutto questo mi sembra diventato impossibile. E per riprendere le categorie di Salvemini che diceva che gli intellettuali sono o aquile o passerotti: o aquile, che da lontano, dall’alto, vedono il mondo sintetico o passerotti…ecco, a me sembra che ci sia più bisogno di passerotti, oggi, e che comunque sia impossibile essere aquile rispetto al mondo che abbiamo.
D: Dopo questa tua risposta così profonda, mi vergogno un po’ a passare alla prossima, comunque eccola: se la tv ti offrisse di condurre un programma in prima serata, di sabato, aggiungo, e con la presenza pure di Fiorello, ma con la condizione di non fare più, ma proprio più, radio: accetteresti?
R: Non accetterei. Non voglio fare la televisione. Attualmente non ne sento attrazione.
D: Ho iniziato con il chiederti del tuo sogno da bambino. Vorrei concludere domandando che sogno ha Marino Sinibaldi, ora che è cresciuto.
R: Di non invecchiare male.
Grazie, Marino, per la tua disponibilità. Sei stato davvero gentilissimo.
Marino Sinibaldi è nato nel 1954 a Roma, dove vive tuttora. Ha pubblicato saggi di sociologia e di critica letteraria, ricordo fra tutti “Pulp. La letteratura nell’era della simultaneità”. E’ anche uno dei fondatori della rivista Linea d’ombra. Dal 1999 conduce una delle trasmissioni più belle e interessanti di Radio3. E di Radio3 è pure vicedirettore.