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martedì, 29 settembre 2009

Amado mio

Senza titolo1

Mi spiace di non segnalare più, ultimamente, post interessanti, come amavo fare.  E anche di non lasciare commenti, ai vostri post. Ma ho poco tempo. Spero di riprendere questa abitudine al più presto. Molto... egoisticamente mi limito quindi a segnalare una poesia che Renzo Montagnoli ha pubblicato su Arteinsieme , con l'invito, naturalmente, di leggere anche le altre cose che  troverete in questo bel sito.
Comunque la mia poesia è Questa

E poi, la carissima amica Piera mi ha fatto un dono, e non posso non segnalarlo. Il dono è
Il dono

Ho poco tempo, ho detto: devo revisionare delle noiosissime bozze di aridi volumi che parlano di economia. E che a volte sono scritti in maniera atroce (dal punto di vista linguistico, intendo).

E allora, per il post di oggi, mi limito a pubblicare un mio racconto, anche se mi viene ora il dubbio di averlo già pubblicato qui forse due anni fa. Insomma, oggi, il convento, passa questo, come si usa dire.  E buona lettura (spero...)




Amado mio

Amado mio,
uno due tre quatto cinque.
Le cinque pastigliette sono rosa, di un rosa pallido opaco. Lo stesso colore dei muri che rinchiudevano il collegio, diritti e ostili alla vita che si srotolava fuori.

Sei sette otto.
Le suore non avevano volto. Erano amido e secchi fruscii, bisbigli, negazioni di risate, passi ovattati perduti in lunghi corridoi. Erano indici puntati, tempi imperativi, gomme che sfregavano ossessive sulle nostre acerbe emozioni.

Nove.
C’è una piccola pozza di latte, sul tavolo; gocce di sangue si stingono nel bianco. Un po’ di quel latte che ho versato sbadatamente  stamattina nella tazza blu è fuoriuscito sul marmo grigio.  A colorarlo è stato il  tagliente coltello che mi è sfuggito di mano, mentre affettavo il pane.

Dieci undici.
Quando il dottore mesi fa mi ha dato la ricetta ha detto mi raccomando, non più di una  e solamente prima di dormire. Sono forti, queste pillole.
Una soltanto. Solo una per cessare di mordere il cuscino, per non tirarsi più il lenzuolo sulla faccia, per far riposare le palpebre, per respirare senza macigni, per non allungare  più il braccio nel letto ampio e perdersi nell’assenza. Per adattarsi a una vita senza te. Una? Che me ne faccio, amore mio, di una.

Dodici.
Dodici anni: era apparso per la prima volta il sangue, e le senzavolto avevano sibilato  con le labbra tirate ora sei una donna, comportati come si deve. E avevano frantumato le mie domande, le mie curiosità. Avevano schiacciato quel languore nuovo che mi cresceva dentro, avevano dilatato la frustrazione per l’assenza di una madre che per me  non  c’era mai  stata,  ma che da sempre avevo sognato.
Una calda estate, quella dei miei dodici anni.  Le mie compagne se ne erano andate tutte. Solo le suore erano rimaste. Il profumo dei fiori d’acacia levitava sui letti vuoti  e si impossessa delle narici, si accucciava sotto la pelle.
La musica entrava nella camerata, dalla finestra aperta, con il profumo dei fiori,  con il secco aroma dei
prati di periferia. 
 Era sempre la stessa canzone. Iniziava a sedurmi nel primo pomeriggio, e andava avanti per ore.
Amado mio, le uniche parole che capivo e che ripetevo come un mantra.  Un suono rotondo, un bacio.
 
Tredici.
Ho freddo, ho sempre freddo da quando te ne sei andato.
E tu, amado mio, che sei sotto legno e terra e pietra, lo senti il gelo?

Quattordici quindici.
C’era una donna nei pomeriggi brucianti di quell’estate dei miei dodici anni. La canzone saliva dal suo cortile di cemento, con l’aria immobile. L’unico movimento, in quel cortile, era il tendersi del suo braccio che rimetteva la puntina del giradischi all’inizio del disco. Un filo elettrico spariva nel buio del portoncino. Avrei voluto essere quel filo e andare dalla fonte di musica alla casa e conoscerne gli interni.
La guardavo e fantasticavo che fosse mia madre, quella donna. Non ne conoscevo altre di donne: solo le suore, prive di sogni, di note musicali. Senza sesso.
Di lei, dalla finestra all’ultimo piano della camerata, vedevo il corpo rannicchiato in una vecchia poltroncina di vimini, metà volto su cui spiovevano il lunghi capelli neri, l’orlo dei suoi abiti che sfiorava il cemento. Vestiva sempre solo due colori: tutto bianco o tutto rosso. Non riuscivo mai a vederla bene in viso. Lo immaginavo. Immaginavo un’espressione di attesa. Attesa della figlia perduta. La musica aveva un suono  gravido, pesante, la cantante aveva una voce arrochita, come fumo di legna, si insinuava nella mia testa, nella pancia, nel cuore.

Sedici.
In quella estate in cui era terminata la mia fanciullezza, quella donna e quella canzone mi aiutarono a non morire, mi diedero gli strumenti per resistere all’algida durezza delle suore.
Amado mio, mi ripetevo.  E cominciai a sognare il futuro.
E più tardi mi portarono a te, amore mio, mi diedero la capacità di amarti. Ecco perché sussurravo amado mio, quando ero fra le tue braccia.

Diciassette diciotto diciannove.
Il sangue, nel latte, sta perdendo il suo colore.
Il tuo sangue impazzito, quattro mesi fa.
La sentenza di quei medici, assurda, senza appello, irreversibile. E tu e io increduli, la morte che credevamo un’invenzione, lì, sulla porta.

Venti.
Costruisco un perimetro quadrato sul tavolo. Cinque  pastigliette per ogni lato.
All’interno ci metto tutti i baci che non posso più darti, i sorrisi che non fioriranno più, le carezze segrete che mai più ci faremo.
All’interno c’è  il vuoto, tutto il vuoto  che ho dentro.

Ventuno ventidue ventitrè ventiquattro.
Quella donna nel cortile. Sola, con una canzone sensuale, con le braccia che stringono soltanto il suo petto, con un volto incompleto, dimezzato. Quella donna era forse la proiezione del mio futuro, di questo mio presente saturo d’assenza.

Venticinque.
Ho dovuto insistere, col farmacista. Gli ho detto che dovevo partire, che me ne serviva una scorta; mi sono stampata in faccia il sorriso di un tempo. Ho trattenuto il respiro fino a quando non ho avuto in mano le tre scatolette. Confezione da dieci. Trenta pass per la pace.

Ventisei.
Latte, sangue.
C’è latte, c’è sangue, quando comincia una vita.
Le macchie umide all’altezza del petto, sulla mia camicia, si stanno allargando.
Non ci riesco, amore mio, a stare senza di te.
Passo un dito sul seno destro, dove la macchia si sta espandendo, e lo porto alla bocca.
Il mio latte ha un sapore lievemente acidulo, gradevole.

Ventisette.
C’è  sempre come un suono sottile, prima che inizi il suo pianto. Lo avverto anche quando sto dormendo.
Il pianto è dapprima una domanda timida, poi esplode presto in una  richiesta urgente e rabbiosa.
Ti assomiglia, amore mio, è bellissima, nostra figlia: ha gli occhi dal taglio allungato come i tuoi, una minuscola fossetta nel mento, un piccolo neo sulla spalla sinistra, come quello che ti baciavo.

Ventotto ventinove trenta.
Mi hai abbandonato, amado mio, come fece mia madre quando nacqui.
Madre.
Assenza di madre. Vuoto di madre. Figlia negata. Figlia svuotata.
Immagino una bambina che guarda una donna da una finestra. La donna è triste, e sola. Ascolta una canzone, sempre quella.
La bambina alla finestra ha una fossetta sul mento e, guardando, sogna di una madre perduta.
Madre.
Sono io, ora,  la madre.

Resistere all’abbandono, resistere all’assenza, resistere al desiderio disperato di morire.
Resistere al canto seduttivo  che mi porta verso il nulla.
Resistere perché la storia non si ripeta.
Pulire il tavolo, sgombrarlo da tutto.
Rompere il cerchio.

La sollevo dalla culla.
E’ calda di sonno e di pianto, nostra figlia.
Sa di latte e di giorni ancora possibili.




La colonna sonora è stato facile trovarla, oggi.

Sara Montiel: Amado mio
postato da: Soriana alle ore 10:40 | link | commenti (14)
categorie: la mia scrivania
sabato, 26 settembre 2009

Il massacro di Katyn

katyn-esec
L’altra sera su un canale Sky ho visto (purtroppo nella sua conclusione) un film che mi ha molto impressionato e che mi ha portato poi a fare delle ricerche più approfondite sull’argomento da esso trattato.

Il film è  Katyn  : un film del 2007 diretto da Andrzej Wajda. Il regista, figlio di una delle vittime, narra la vicenda del massacro di 22.000 ufficiali e soldati polacchi, trucidati nella foresta di Katyń nel 1940 dall'Armata Rossa per ordine di Stalin.
Ha vinto il Golden Globe ed è stato candidato all'Oscar al miglior film straniero per il 2008. La prima proiezione in Italia è avvenuta nel novembre 2008 al Torino Film Festival, dove il film, selezionato dall'allora direttore Nanni Moretti, è stato presentato fuori concorso. Notizie più dettagliate potete trovarle cliccando sul suo titolo.

Del massacro di cui l’opera cinematografica parla non ne avevo per nulla conoscenza, e un po’ mi sono vergognata. Forse voi lo conoscete, però ugualmente voglio riportare qui un sunto delle mie ricerche.

Era la primavera del 1940 e nella foresta di Katyn, in Polonia, ben ventiduemila prigionieri di guerra polacchi furono giustiziati con un colpo alla nuca e poi gettati in fosse comuni.
Solo tre anni dopo, nella primavera del’43, la propaganda nazista rendeva noto che erano state trovate fosse comuni piene di cadaveri polacchi.  L’uccisione dei prigionieri, annotava Goebbels  sul suo diario, era da attribuirsi ai bolscevichi.

L’anno successivo, nel gennaio del 1944, i sovietici istituirono una “Commissione speciale per la determinazione e investigazione dell'uccisione di prigionieri di guerra polacchi da parte degli invasori fascisti tedeschi nella foresta di Katyń", che, in seguito alla riesumazione dei cadaveri, giunse alla conclusione che erano stati gli occupanti tedeschi gli esecutori del massacro.

Ma la verità non era questa. L’eccidio era stato voluto ed eseguito dai sovietici, ma per arrivare a svelare la verità al mondo ci sono voluti cinquant’anni.
In realtà di chi fossero i veri responsabili ne erano a conoscenza, fin dalla scoperta delle fosse comuni, tutte le forze belligeranti.
Sempre nel 1944, per esempio, il presidente Roosevelt incaricò il suo emissario nei Balcani Earle di raccogliere informazioni sul massacro. Ne venne fuori che senza dubbio  ne erano responsabili i sovietici. Il presidente statunitense, però, rifiutò i risultati raggiunti, e affermò di essere convinto della colpevolezza dei nazisti. George Earle chiese di poter pubblicare il suo rapporto, ma il permesso gli fu negato, gli fu tolto l’incarico nei Balcani e  fu spedito fino alla fine della guerra nelle Samoa americane.
La stessa linea di negazione della responsabilità russa fu attuata da Churchill.
Nel 1951-1952, una indagine del Congresso statunitense concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici. Ma, siccome l'Unione Sovietica era tra i Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale, aveva beneficiato dell'amnistia concessa alle potenze vincitrici del conflitto.

Solo con la caduta del comunismo nell’ Unione Sovietica, e alla conseguente apertura degli archivi storici, la verità è stata finalmente resa di pubblico dominio. Ma, ancora, comunque, questo atroce crimine non viene riconosciuto, dall’ex Unione Sovietica, come un crimine di guerra, o contro l’umanità. “Non ne esistono i presupposti giuridici per definirlo tale” ha affermato nel 2005 Alexander Savenkok, il pubblico ministero militare capo russo. E nonostante le promesse fatte in precedenza al governo polacco, ben 116 dei 183 volumi di documenti che riguardano il massacro sono ancora coperti da segreto.
E’ per questo che l'Istituto nazionale per il ricordo polacco ha deciso di avviare una nuova indagine, con l’intento di individuare tutti i nominativi di coloro che ordinarono l’esecuzione. Il parlamento polacco richiede poi che i documenti non siano più secretati e che il massacro di Katyn sia classificato come genocidio.


dati estrapolati da: http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Katy%C5%84
e da:

http://cronologia.leonardo.it/mondo24m.htm



Ancora una volta ecco la prova di come la Storia, la Verità, possa essere manipolata dagli interessi dei potenti. E, ancora una volta, la considerazione che la guerra sia veramente la più grande, sporca, assurda  tragedia creata dall’uomo.

Se potete vi consiglio senz'altro la visione del film.



Questa musica
così triste e struggente, chiude questa sera il mio post.

Buona domenica a tutti.

postato da: Soriana alle ore 18:39 | link | commenti (12)
categorie: cronache infernali
mercoledì, 23 settembre 2009

A cosa serve?

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Davanti al computer  sto guardando la mia libreria. Ci stanno stipati un migliaio di libri, credo. Non so il numero esatto, perché ho interrotto il loro riordino la primavera scorsa e conto di proseguirne la sistemazione  questo autunno.  Narrativa, romanzi, soprattutto, ma pure libri di saggistica e di storia.  Libri che vanno da Pinocchio, il primo che ho letto quando avevo 6 anni, all’ultimo acquistato ieri.
Libri che ho letto e libri ancora intonsi.  Libri la cui edizione risale a primi anni del ‘900, e addirittura alla fine dell’800, quelli di mio nonno materno, che era anarchico e pressoché autodidatta. Libri di mia madre: tutto Shakespeare, nelle sobrie edizioni della Bur, e poi Steinbeck, e tutto Remarque, e Richard Wright, e Caldwell, ma anche Mura, e tutto Virgilio Brocchi.  Libri che lei mi leggeva fin da piccola, saltando i pezzi che riteneva scabrosi. E io, appena un po’ più grande, andavo a ripescarli, cercando i brani saltati.
E poi i miei, di libri, un’infinità, davvero. Ho letto da sempre: a quel primo Pinocchio non saprei proprio dire quanti libri sono seguiti. Non è passato un giorno senza che io abbia preso un libro in mano, da allora.
Guardo la mia stipata disordinata libreria e mi chiedo: perché si scrive? Perché milioni di individui hanno voluto condividere con altri le storie che stavano nella loro testa? Che fine ha fatto quello scrittore il cui libro sta in bilico sul terzo scaffale a sinistra? 

Ma soprattutto mi chiedo: a cosa mi sono servite tutte le parole che ho letto? E mi viene da rispondere: a niente.  E mi chiedo anche: a cosa serve che io scriva, che importanza ha che pure io abbia pubblicato un libro? E la risposta è la stessa: a niente, serve. Non ha nessuna importanza, mi rispondo.
Non so bene neanch’io dove voglio andare a parare con questo post. E’ che tutto, proprio tutto, mi sembra inutile. La vita è altrove, come si usa dire. Non è qui, non fra pagine ingiallite o fresche di stampa.
Oggi è così.  Domani… non so, non so cosa risponderei domani, a queste domande.


Scelta a caso, la musica.

postato da: Soriana alle ore 16:29 | link | commenti (21)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
lunedì, 21 settembre 2009

La ballerina (una nuova versione)

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Questo mio racconto è stato pubblicato non molto tempo fa nel bel sito di Renzo Montagnoli "Arte insieme". Oggi l'ho riletto, e ho fatto delle modifiche abbastanza sostanziali. Per cui ve lo ripropongo.

La ballerina

E’ così che è cominciata. Me ne stavo lì nudo, con la luce spenta, davanti alla finestra spalancata. Pensavo che faceva molto caldo, per essere alla fine di maggio, e che i tigli nel viale avevano un odore troppo intenso, sfibrante, e che il caldo io proprio non lo sopportavo, mi scioglieva le gambe e il cervello, il caldo. E pensavo che avrei dovuto essere già a letto, visto che mi sarei dovuto alzare presto, la mattina dopo. Mi aspettava una  settimana di colloqui, lezioni, test. Poi, se fosse andato tutto bene, un lavoro. In quella città che non conoscevo e che mi impauriva perché di me non sapeva niente.
Sarà stata l’una, credo. Nel palazzo di fronte tutte le finestre erano buie e anche i lampioni, giù in strada, erano spenti. Buttai la cicca nel vuoto e seguii con lo sguardo la scia arancione che fendeva il nero, come un piccolo razzo.
Fu in  quel momento che si illuminarono le due finestre al secondo piano. Una finestra ampia e una porta finestra attigua che dava su un balcone.
Poi apparve lei.
E si mise a danzare.
Era come essere nel palco di un teatro. Non che io fossi solito ad andare a teatro. Al paese c’era il cinema del prete, niente altro. E anche lì non è che ci andassi molto.  Preferivo starmene da solo, la maggior parte del tempo.  Ma fu proprio questo che pensai. Pensai: è come se fossi a teatro. E continuai a guardarla, la ragazza, e più la guardavo e ne seguivo i movimenti aggraziati, più mi sembrava di non potermi muovere da quella finestra.
Lei  indossava un tutù bianco e quando passava davanti alla porta finestra vedevo la sua figura tutta intera, i piedi sulle punte, le scarpette di raso che li racchiudevano, i volteggi, i saltelli. Mi venne in mente la riproduzione del quadro di Degas che stava nello studio del dottor Clerici.  Glielo avevo chiesto, una volta, di quel quadro.  “Degas”, aveva detto lui, “Degas ne ha dipinte, di ballerine…” Anche in quel quadro la ballerina aveva una finestra alle spalle, e sullo sfondo si scorgevano vecchi palazzi. Ecco, era come se anch’io, in quel momento, facessi parte del quadro, abitante insonne di una di quelle case. E a mano a mano che la danza continuava pensavo a parole come farfalla, e luna, e nuvola, e perfezione.  E anche la parola morte, mi venne in mente, non so perché, ma mi sembrò una parola normale, come le altre. Danzava senza musica, o almeno io non la sentivo. Ma ero certo di non aver mai visto qualcosa di così bello. Il suo viso era una macchia incerta, solo i capelli, che erano neri e raccolti in uno chignon, riuscivo a vedere, intorno a quella macchia.
Mi accesi un’altra sigaretta. La danza si interruppe  e lei si avvicinò alla finestra. Si sporse leggermente, poi portò una mano alle labbra e mi lanciò un bacio. Forse alla breve luce della fiamma dell’accendino era riuscita a vedermi? Non me lo chiesi, allora, rimasi solo stupito, straniato direi, ma solo per un attimo,  e mentre stavo per ricambiare il bacio la luce si spense.
Questa cosa è andata avanti per cinque sere. Era come se avessimo un appuntamento. Dall’una all’una e mezza di quelle notti così afose che sembrava già estate. Io davanti alla finestra, unico spettatore, lei a danzare nella stanza dell’appartamento del secondo piano del palazzo di fronte. Anche il bacio era diventato un rituale, e io ero diventato svelto a ricambiarlo.
Poi me ne andavo a dormire, e non è che durante il giorno ci pensassi tanto, alla mia ballerina. Avevo i miei colloqui, le crocette da mettere sui test, la macchinetta distributrice del caffé che si mangiava le mie monete in cambio di brodaglie scure, gli sguardi degli altri partecipanti, i miei sguardi su di loro. L’ansia di non farcela, che tutti erano meglio di me, pensavo.
Ma ogni notte, quando mancavano dieci minuti all’una, mi mettevo davanti alla finestra e aspettavo. 
Già dalla terza sera mi sembrò di avvertire un cambiamento, nel suo modo di danzare. Mi sembrava che con i suoi movimenti volesse esprimere una sorta di disperazione, la disperazione della solitudine, pensai. Disperazione e morte. Ancora questa parola, morte, mi venne alla mente.  Ma era solo un’impressione, la mia, che non guastava affatto il piacere che provavo guardandola. Era un piacere innocente e erotico al tempo stesso, ma che alla fine mi lasciava con l’animo leggero e con il  desiderio sessuale placato, come se avessimo fatto all’amore, io e la ragazza. Non ho mai pensato di avvicinarla, di sapere chi fosse. Poi lì non conoscevo nessuno a cui chiedere. Ero solo di passaggio, nell’appartamento vuoto prestato da un amico di mio padre.  E poi non mi interessava, conoscerla. Conoscerla mi avrebbe spaventato, pensavo.
La sesta sera le finestre rimasero al buio. Guardai l’orologio. L’una era passata da cinque minuti, e lei non si faceva viva.
Poi scorsi un movimento, su in alto. 
Illuminata dalla luna piena la mia ballerina stava ritta sul ripiano della balaustra di cemento che racchiudeva il tetto terrazzato del palazzo. Un ripiano abbastanza largo da permetterle piccoli passi di danza. Le braccia ad arco sopra la testa, si muoveva lenta, più aggraziata di sempre. I capelli erano sciolti, quella sera. Era bellissimo, molto più bello di tutte le altre sere, guardarla. Mi sembrò del tutto normale vederla lassù, era come se uno scenografo avesse spostato l’ambientazione della scena.
Dopo pochi minuti si fermò, portò le dita alle labbra e mi lanciò un bacio.
Poi spiccò il volo.
E mi parve un’esibizione sublime, vederla scendere giù, vederla attraversare lo schermo nero della notte.

Il giorno dopo un uomo dalla faccia di cane mi disse che quel lavoro non lo avrei avuto.  Non sei risultato idoneo, mi disse.
Tornai all’appartamento, per far su le mie cose e tornarmene al paese.
Per le scale incontrai una donna.
Chiesi.
Mi guardò perplessa, mi sembrò di vedere come un breve lampo di paura, nei suoi occhi. Mentre continuava a salire le scale  mi gridò che il palazzo di fronte era completamente disabitato da sei mesi. Devono abbatterlo, mi disse. Il mese passato hanno staccato tutto: luce, gas, acqua. 

Fu un maggio caldo, quello. Il maggio più caldo che io ricordi.



(La vecchia versione la trovate
QUI )

La morte del cigno
postato da: Soriana alle ore 15:24 | link | commenti (10)
categorie: la mia scrivania
sabato, 19 settembre 2009

Le dieci domande...

domande

...al signor X,  che lo ha votato, facendo in modo, così, che noi avessimo “il miglior presidente del consiglio, in assoluto, degli ultimi 150 anni

(Domande sterili, perché  so già che il signor X non mi risponderà, degno emulo del suo eletto.  Anche se io non sono Repubblica.)


1)Perché lo ha votato?

2) In che modo il suo eletto la rappresenta?

3) Lei personalmente vive una miglior qualità di vita da quando il suo eletto ci governa?

4) Crede sia giusto e moralmente ineccepibile,  che il suo eletto possegga 3 reti televisive, testate di vari giornali, case editrici, case di produzione cinematografica, compagnie assicurative, e altro ancora che in questo momento mi sfugge, oltre al controllo della tv di stato?

5) E se lo ritiene giusto e moralmente ineccepibile, mi dica il  perché.

6) Affiderebbe i suoi figli  al suo eletto, per essere educati al rispetto del prossimo, e ai principi di onestà, uguaglianza, democrazia?

7) Qual è la  miglior qualità del suo eletto?

8) E la sua (sua di lei, cui sono rivolte queste domande, intendo)?

9) Quanto tempo ha impiegato per rispondere alla domanda n. 8 e 9?

10) Non le capita mai di provare vergogna, disgusto, nausea, incredulità, rabbia, paura, conati di vomito, desolazione, ribellione, senso di colpa,  voglia di mandarlo affanculo, voglia di andarsene ,(o quanto meno imbarazzo), quando  sente parlare il suo eletto?


Io, grazie a lei, signor X, a lei che ha eletto questa persona che non nomino, perché perfino nominarla mi disturba, provo un costante senso di vergogna, disgusto, nausea, incredulità, rabbia, paura, desolazione, ribellione. E ho una perenne voglia di vomitare. E di mandarlo affanculo. E mi imbarazza vivere in questo Paese. E ho sempre più voglia di andarmene. O di fare la rivoluzione.

Grazie per la sua indisponibilità, signor X. E ora vada, vada, vada a…



Musica!
postato da: Soriana alle ore 10:40 | link | commenti (16)
categorie: fuori di testa, povera patria, domandine
venerdì, 18 settembre 2009

Incompatibilità

www.simonerossi.it_bandiera_di_pace_1024

Ma cosa c’entra, io mi chiedo, la manifestazione prevista per sabato prossimo, a favore della libertà di stampa, con la morte dei soldati italiani a Kabul?
La decisione di rinviarla mi sembra assurda e del tutto incomprensibile…
Non hanno mica rimandato la partita  Lazio-Salisburgo che si è svolta regolarmente a Roma ieri sera, però! Il calcio è forse compatibile con la morte? Manifestare per la libertà di stampa (o per la libertà tout court) invece non lo è?  O in certe scelte entrano in gioco interessi economici che non si possono toccare? Così la partita c’è stata, con il regolare, ipocrita, inutile minuto di silenzio in onore delle vittime (anche per le vittime civili, mi viene da pensare?).  In verità non credo che dovessero sospenderla, ma il paragone mi è venuto alla mente proprio perché, al contrario, è stata rinviata la manifestazione di sabato. 
Insomma, questa cosa proprio non la capisco.
Però qualcosa possiamo fare ugualmente.

Ieri da Peacelink  ho ricevuto una mail, in cui mi  segnalavano questo sito www.mamma.am/
Vi prego caldamente di andare a leggere l’editoriale “I bavagli non ci piacciono, nemmeno se tinti a lutto”. E anche il resto, leggete, le tabelline per contare i morti, per esempio.
Il sito lancia l’idea di una mobilitazione spontanea, in sostituzione di quella rinviata.
Mi piacerebbe che potesse andare in porto, mi piacerebbe che qualcuno della mia città mi contattasse, per poter organizzare qualcosa. Da parte mia cercherò di coinvolgere dei miei amici, qui a Bologna. Spero che gli esiti siano positivi.

Ecco, questo volevo dirvi, oggi.

E poi questo video, vedete voi se è compatibile o no, con tutto quello che sta succedendo.
P.P. Pasolini: Profezia (letta da Toni Servillo)
postato da: Soriana alle ore 11:45 | link | commenti
categorie: povera patria
giovedì, 17 settembre 2009

Non ho più parole

KABUL - Attentato kamikaze a Kabul, capitale dell'Afghanistan. Sulla strada per l'aeroporto, un'autobomba è esplosa contro due blindati italiani. Sei paracadutisti della Folgore sono morti: un'auto carica di esplosivo è scoppiata al passaggio del primo mezzo del convoglio, uccidendo tutti e cinque gli occupanti. Danni gravi anche al secondo Lince: uno dei militari a bordo è morto e altri tre sono rimasti feriti gravemente. Vittime anche tra i civili: almeno due e oltre 30 i feriti. Decine di veicoli hanno preso fuoco.

Nelle immagini di una tv locale si vede un mezzo militare italiano danneggiato, con le lamiere annerite dal fuoco, accanto al quale soldati italiani stendono un telo sul corpo di un collega morto. Uno dei sei militari italiani uccisi, sembra fosse appena arrivato a Kabul, probabilmente oggi stesso.
Un portavoce dei Taliban ha rivendicato l'attentato con un messaggio sms. L'esplosione è avvenuta nel centro della capitale, all'altezza della "rotonda di Massud", un incrocio stradale rallentato da check point che controllano il traffico verso l'aeroporto, verso il comando Nato Isaf e verso l'ambasciata americana.

.

Io non ho più parole.
Io non voglio più ascoltare parole.
Quante ne diranno, su questa ennesima tragedia di guerra.
Inutili, stupide parole.
Vorrei solo urlare: basta!
Penso a come si possono sentire in questo momento le famiglie dei militari morti.
E penso anche che non importa, poi, che siano italiani.
E penso anche alle vittime civili.
E penso alla stupidità bestiale che porta gli uomini alle guerre.
E non ho più voglia di dire niente.
postato da: Soriana alle ore 12:12 | link | commenti (18)
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martedì, 15 settembre 2009

Tre per Uno

speranzapapavero

Orme sulla sabbia

E ti immagino già
lasciare orme
sulla sabbia bagnata
e poi fermarti
a osservare il mare


Allora vai

Ricordati del sogno che facesti,
mentre volgi le spalle e ti incammini
per andare lontano,
in altri porti.
Ricordati del Fato, delle linee incrociate,
del comune respiro, del darsi e del ritrarsi.
Ricordati del buio e della luce.
Ma se il ricordo sarà per te leggero
allora vai, senza mai più voltarti.


Senza titolo

Oggi mi pesa particolarmente
la maschera da illusa che da tempo
copre il mio viso, come un attore in scena.
Oggi che verità sono affiorate
come corpi annegati in uno stagno
e gridano per farsi dare un nome,
non posso che buttare il mio sorriso,
e la luce degli occhi e quel pensiero
di lustrini abbaglianti,
ingannato e ingannevole pensiero
che più non mi appartiene.


Sibelius: Valzer triste
postato da: Soriana alle ore 14:55 | link | commenti (13)
categorie: la mia scrivania
lunedì, 14 settembre 2009

Sgaruppata cronichetta (lunghetta lunghetta) da Mantova (Italia)

snoopylibro(ancora no money, no new foto...)



Ehm emh… Sono rimasta indietro nella mia cronachetta da Mantova…
Allora, mettiamo indietro l’orologio…

4’giornata (sabato)

E’ mattina, la quarta mattina del Festival. Sono al bar Libenter, in piazza Concordia. Il cielo ha quelle nuvole che fanno dire: cielo a pecorelle, acqua a catinelle.  Speriamo che non ci azzecchi, per oggi, il proverbio.
Una notizia che non c’entra con il Festival. Desolante, secondo me. A Prima pagina ( Radio3), condotto questa settimana da Walter Passerini, giornalista  di Italia oggi,  ha telefonato questa mattina  una signora e ha raccontato questa cosa qui: ieri pomeriggio, suo figlio, sul treno  Trieste-Venezia (ma forse la linea non è questa, comunque è un treno che percorre il territorio del nord-est, magari è Venezia-Treviso, non sono stata troppo attenta all’incipit della telefonata ) suo figlio, dicevo,  entra in uno scompartimento, vede che un posto è occupato da una borsa e chiede: è libero, questo posto? Una signora risponde: questa è la prima classe. Il giovane ripete la domanda, e la risposta è la stessa. “Mio figlio”, dice la signora al telefono “ è di origine indiana, e la sua pelle è color miele ambrato”. Non occorrono commenti, vero? Anche Passerini è rimasto senza parole, e l’ho sentito molto scosso.

Beh, ripesco i frammenti della terza giornata del Festival.


Ci sono dei ragazzini sardi, sul palco di Fahrenheit. Vengono da Fonni, un paese in provincia di Nuoro, e già mi piace molto sentire quell’accento che, con varie sfumature, ha musicato il mio soggiorno a Seneghe. Sono accompagnati da Guido Barbujani , che, in mattinata, li aveva  sottoposti a una sorta di esperimento, dando loro quarantaquattro foto ciascuno di volti che rappresentavano varie identità razziali e invitandoli a raggrupparle per appartenenza  etnica. Beh, non è stato così facile…  Perché alla fine le differenze non sono così nette: le identità razziali, dice Guido Barbujani sono negli occhi di chi guarda. E gli occhi appartengono agli individui, che vedono attraverso preconcetti. Il ragazzino intervistato per esporre questa esperienza ha fatto (molto sapientemente) tanti giri di parole per evitare la parola razza. L’esperimento ha dato i suoi frutti positivi, quindi, per i ragazzi è stato motivo di riflessione e crescita.  Barbujani arriva a dire che l’identità europea si è estinta 6000 anni fa. L’europeo puro era l’uomo di Neanderthal,  e i nostri progenitori, sì, i progenitori di chi oggi si fa un vanto di chiamarsi europeo, sono arrivati dall’Africa.

Dal 6 aprile la tragedia del terremoto d’Abruzzo è stata una presenza costante a Fahrenheit. E non poteva dunque mancare nella trasferta mantovana. Ho un piccolo libretto, ora, qui davanti a me: Vita da campo, le donne scrivono, edito da La tartaruga edizioni e a cura della psicologa Ivana Trevisani, che nei campi c’è stata, e ha parlato con le donne, e le ha fatto scrivere. Sul palco di Fahrenheit insieme a lei c’è pure l’aquilana Nicoletta Bardi, dell’associazione Arci Querencia (*) e che al libro ha dato un suo contributo. Leggendo alcune pagine si può vedere come sia diversa la situazione che si vive sotto le tende da quella che ci presentano i media. E anche come  la mancanza delle piccole cose ti dice dolorosamente come la tua vita sia cambiata.  Scrive, per esempio, Nicoletta:

“Cose appartenenti al passato che ci ispirano nostalgia”
Il libro che avevi sul comodino al momento del punto-e-a-capo; il rumore della lavatrice; sistemare i libri nel bibliobus (che Nicoletta cura) e fingere di essere davanti alla libreria di casa; il crepitio delle rotelle dei trolley che gli studenti pendolari trascinavano in città la domenica sera; le piante di casa che sono morte di sete; lo sguardo che penetra nella cassetta della posta.
E’ movimento, dolore e caos
eppure, eppure…

Alla fine dell’intervento mi avvicino a Donatella, le presento Rosy, la mia amica dell’Aquila che, con la sua famiglia, vive ancora in un albergo sulla costa e che con grande gioia ho rivisto qui a Mantova. Ci sono molte cose che non vanno, nelle zone terremotate.  Mi dice Donatella come sia assurdo, per esempio, che le casette in legno vengano consegnate completamente arredate: molti aquilani hanno ancora i mobili, nelle loro case non completamente distrutte, ma non li potranno utilizzare.  E recuperare gli oggetti del passato, vivere di nuovo in mezzo a essi, è essenziale per riprendere a vivere con meno dolore. Ma chi ci governa non ha queste sottigliezze di pensiero… Lo champagne, la bottiglia di champagne nel frigorifero, questo sì che è importante…

Beh, mi sto dilungando, e nel post che sto preparando, dovrò aggiungere, a fine giornata, anche qualche impressione sugli incontri che mi attendono.
Trascuro, quindi, mio malgrado, di parlare di Gherardo Colombo e di Amitav Gosh, che pure mi sono piaciuti.
Un accenno a Lella Costa, e al suo ultimo libro, appena uscito:
La sindrome di Gertrude- quasi un'autobiografia  ( Rizzoli). L’ho solo sfogliato, il libro che Lella Costa ha presentato ieri a Fahre. Ma ne ho già avvertito la leggerezza, l’ironia e l’autoironia, la profondità e la tenerezza. Perché Lella Costa è tutto questo, sfumature e forza, intelligenza della mente e del cuore  e consapevolezza.  Si parla anche del suo incontro con Gino e Teresa Strada, nel libro, e dell’amicizia che ne è nata. E, poi lo vedrete,  si parla anche di Mantova.
A Fahrenheit riporta una cosa detta da un suo amico, Lella Costa, che potrebbe essere un’amara, ironica, realistica istruzione per vivere:
se siete in mezzo a un tunnel, non ostinatevi ad uscirne: arredatelo!


Notte fra il 13 e il 14 settembre

Il post che avete appena finito di leggere  era il post che avevo preparato sabato mattina. Poi non ho avuto il tempo di pubblicarlo, anche perché il collegamento con la chiavetta, in quel di Mantova, è un poco problematico.
Ora sono a casa. Ma non credo proprio che completerò la mia cronaca del Festival, anche se altre cose, molti altri autori mi sono piaciuti e mi hanno emozionato:
la scrittrice Anne Michaels che ha presentato il suo ultimo libro (che credo sia davvero da leggere)   La cripta dell'inverno 
insieme a Lella Costa;
il discorso di Piero Calamandrei sulla scuola letto da Piero Dorfles (potrebbe essere stato scritto oggi, e intendo proprio oggi, 14 settembre 2009,  quel discorso);
il ricordo, a un anno dalla morte, di David Foster Wallace  da parte di molti scrittori che lo hanno amato, fra cui Tommaso Pincio;

rivedere in ottima salute Antonia Arslan dopo che tanto si era temuto per la sua vita.
E mi sono pure divertita davanti all’entusiasmo dirompente di
Luca Bianchini
che ha portato Kinsella ai microfoni di Fahrenheit (non so, però, se farò… shopping  acquistando gli Shopping di Sophie Kinsella… , mi sa tanto di no).
Beh, se comincio a fare l’elenco delle cose che mi sono passate davanti agli occhi in questa tredicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova andrò a dormire all’alba…
E di portare avanti questa mia sbalestrata cronaca nei prossimi giorni, mica ne ho tanta voglia…
Allora riporto un piccolo stralcio di un capitolo del libro di Lella Costa, che al Festival di Mantova ha dedicato. E chiudo così, con la mia cronaca.
Un attimo di pazienza, però: perché prima volevo salutare tutti gli amici che ho rivisto in questi giorni e altri che ho conosciuto.
Prima di tutto Rosy e i suoi due bellissimi bambini (se quel 6 aprile le cose fosse andate diversamente, per loro… mah, non oso pensarci…), poi Daniela, Laura e Grete, le immancabili compagne/amiche napoletane di ogni festival e fiera letteraria; e i carissimi Matteo (bellissimo il suo youbook letto ai microfoni di Fahrenheit su una raccolta di racconti di Vonnegut) e Grazia; e Annalisa;   e Giusy e Paolo (anche loro sempre presenti dove c'è odore di libri) e Annamaria; e Barbara (Provenzi) e la sua mamma; e Claudia;  e Giulia; e Isabella di Roma, new entry nella mia cerchia di amicizie legate da una stessa passione: i libri.
E (come potrei non farlo?) un grande abbraccio a  Marino Sinibaldi il Magnifico, e Susanna Tartaro l’Instancabile. Un’accoppiata più che vincente  per Fahrenheit, trasmissione sorprendente, imperdibile,  tutta da amare.

Ed ecco cosa dice Lella Costa sul pubblico del Festival:

Il pubblico del Festival è un pubblico meraviglioso, entusiasta, generoso e insieme esigente, preparato, appassionato. E la sensazione che ho provato a Mantova (e che poi ho ritrovato in altri eventi dedicati ai libri, alla poesia, alla scienza, alla filosofia, al cinema, alla mente) è che mai come di questi tempi ci sia un gran bisogno di incontrare fisicamente coloro che hanno cose da dire, pensieri da condividere; bisogno di far circolare idee, ma anche di scambiarle con qualcuno che te le esponga dal vivo; qualcuno a cui fare domande, e che si assuma la responsabilità delle risposte; qualcuno che domani non dirà, e nemmeno scriverà, che non abbiamo capito, che è stato frainteso. Qualcuno con cui correre, direbbe Grossman (anzi, David:ormai siamo amici). Qualcuno con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che ci vediamo a Mantova.
(Brano tratto dal capitolo “Mantova per noi” di “La sindrome di Gertrude- quasi un’autobiografia” libro di Lella Costa con Andrea Càsoli, Rizzoli settembre 2009).
Libro di cui ho intenzione di parlarvi al più presto.

Dico solo una cosina, però, prima di andare a  nanna: Seneghe… Seneghe è un’altra cosa…
Se siete arrivati fino alla fine di questo post stralungo, vi meritate una bella canzone


Cesaria Evora Besame Mucho


(*) Querencia, mi ha spiegato Nicoletta, è la zona dell’arena dove il toro non può essere ucciso. Mi sembra un bel nome da dare a un circolo…


postato da: Soriana alle ore 02:47 | link | commenti (4)
categorie: festival e fiere
sabato, 12 settembre 2009

Via dalla pazza folla, o, meglio, via dalla piazza affollata

P1040507Questa l'ho prelevata da un post che scrissi sul Festival di Mantova nel 2007;dovete accontentarvi...

Al tavolino di un piccolo bar di Piazza Arche: un posto tranquillo, silenzioso… Avevo bisogno di un rifugio, ora, di starmene un po’ da sola.  Sto preparando il post, e mi sto chiedendo cosa scrivere. Ho la stanchezza che mi si è appiccata addosso… Mah, forse sono troppo vecchia, per andarmene in giro. 
Le parole. Sono tutte le parole che sto sentendo in questi giorni, che si scontrano nella mia testa, per quanto belle e utili e importanti e ora sommesse ora altisonanti nella mia testa si mescolano, e stridono, si scompongono e ricompongono. E voi, amici cari, vi aspettate che io faccia un bel riassuntino tutto ordinato di queste giornate del Festival Letteratura di Mantova, magari con qualche osservazione intelligente… rien à faire, mi dice la mia testa, forse perché oggi mi sento un po’ così, come mi sentivo quando ho scritto questa poesia
Voglio, non voglio

Allora, mah… prenderò qualche frammento che  turbina nella mia testa, cercherò di dargli una qualche forma, e starò a vedere che ne salta fuori.

Ieri, 10 settembre, ore 11 Chiesa di S.Maria della Vittoria. Michele Mari, Tiziano Scarpa, Giuseppe Antonelli discutono sul divario fra lingua letteraria e lingua parlata.  Mari sceglie una parola: guatare, parola obsoleta, sembra, tant’è che il Manzoni, nella revisione de I promessi sposi la depennò del tutto. Eppure Michele Mari la usa, nei suoi libri,  e pure, lui ci informa, Andrea De Carlo in “Treno di panna” l'ha usata. E si usa anche guatante, guatante è, ad esempio, colui che in una chat,  guarda, legge, ma non partecipa. Guatare è parola ambigua, diversa da guardare, è, guatare; guatare è guardare con orrore, o morbosità, guardare con ossessione, con desiderio represso, dice Mari.

La parola di Tiziano Scarpa è sito. Che dal 1996 ha assunto un significato nuovo, che riguarda il mondo di internet, per cui è usatissimo, e in questo caso  proviene da un vocabolo inglese, che però a sua volta deriva dal latino, così il cerchio è chiuso.   Gadda lo usava come sinonimo di odore, …il sito dei cadaveri ammorba la città, e naturalmente tutti fino ai primi dell’900 usavano sito per dir luogo, anche generico. E ancora oggi si dice, comunque, sito archeologico (ma questo l'ho pensato io, non mi sembra che loro l'abbiano detto).
E la sitologia, poi, non è lo studio dei luoghi (archeologici o altri) ma è lo studio…dei disturbi dell’alimentazione.
Credo Scarpa (ma forse è stato Antonelli) a un certo punto ha detto che: italianizzare le parole inglesi, usare  termini come chattare, linkare ecc. è come non avere permesso di soggiorno in ciò che accade altrove. E a me questa cosa qui mi sembra molto bella, anche se non so se a dirla sia stato Scarpa o Antonelli.
Antonelli (credo) ha anche indicato un sito ( nel senso dato alla parola nel’ 96), che con il linguaggio ha a che fare, e che è questo qui:

Cruscate

Poi c’è Nadine Gordimer, a Fahrenheit, nel pomeriggio, e Marino Sinibaldi le chiede, ma secondo lei a cosa servono i Festival, e lei dice che i Festival servono a leggere di più, e in questa edizione del Festival di Mantova dove è presente tanta letteratura africana, questa edizione dovrebbe servire a leggere di più letteratura africana. Ha un faccino che mi fa molta tenerezza, Nadine Gordimer, lei dice di essere realista, ma di essere anche molto ottimista, una realista ottimistica, insomma, per quel che riguarda il futuro. Unire le forze di tutti, lei dice, per creare una democrazia in cui sia il sesso di appartenenza, sia il colore della pelle, non abbiano alcuna rilevanza. E di Berlusconi e della Lega che ne facciamo? (e anche questo l'ho pensato io, sono sicura che loro non l'hanno detto).
Con la Gordimer ci sono tre giovani poeti di Città del Capo, o comunque del Sud Africa, che recitano le loro poesie con voce ritmata, e anche il loro corpo le recita con gesti ritmati e, insomma, è proprio tutto bello.
Dopo arriva Walter Bonatti, che è un bel signore, e racconta una cosa di cui ancora porta gli strascici, un senso di colpa che dopo quarant’anni non si è ancora spento. A Monza, una volta, gli hanno dato un premio importante, una medaglia d’oro (non so se ci fosse il Presidente della Repubblica o del Consiglio, non so),  e in prima fila c’era sua madre, e proprio nel momento della consegna della medaglia, per l'emozione il cuore di sua madre  non ha retto, e  la mamma è morta d’infarto. Ho ucciso mia madre, dice Bonatti con voce rotta.  E mi viene alla mente che lui è un po' come quei bambini che credono sia colpa loro se i genitori si separano, o li abbandonano o muoiono.  Poi lui si riprende: la montagna bisogna conoscerla, dice, si possono avere le attrezzature più moderne, più sofisticate, ma se la montagna non la conosci, può ucciderti. Oggi, aggiunge,  molti scalatori sono superficiali, com’è, d’altra parte, superficiale questa nostra epoca, termina. E come non posso dargli ragione?

Venerdì 11 settembre, Palazzo San Sebastiano: Marino Sinibaldi incontra Ignazio Marino.
Che cita l’Art.32 della Costituzione, quello sul diritto alla salute di ogni individuo. Il secondo Comma è stato aggiunto l’anno successivo alla stesura del testo, e lo ha voluto aggiungere, dice Ignazio Marino,  un giovanissimo Aldo Moro.
Cito a memoria: scegliere o non scegliere una terapia è un’azione assolutamente personale, e nessuno può essere obbligato a sottoporsi alla cura.  Questo dice il secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione.
Marino (Sinibaldi) dice che la legge sul testamento biologico non passerà mai… Marino (Ignazio) dice di essere più ottimista. Io credo che abbia ragione Marino (Sinibaldi)

Pomeriggio a Fahrenheit:
Muriel Barbery, carina, gradevole, mi sembra anche che abbia un certo atteggiamento seducente nei confronti di Marino, ma forse mi sbaglio. L’Eleganza del riccio, ho scritto mesi fa, non mi è piaciuto. E la Barbery ha detto una cosa come se fosse un pregio del suo romanzo, ma per me non lo è, un pregio: ha detto, se non ho capito male, che i suoi due personaggi, la ragazzina e la portinaia, esprimono il suo pensiero (della Barbery, cioè). Ed era proprio questo che avevo avvertito leggendo il romanzo: la perenne ingombrante presenza dell’autrice su tutte le sue pagine. Ed è strano per una che dice che non vuol comparire. Alla  Tivù, per esempio non rilascia mai interviste. Poi ha certe, come dire, vezzosità, come quando dice che di un libro che sta scrivendo non rivela mai assolutamente nulla, perché se ne parla non riesce più a scrivere.

Ora dovrei ancora raccontare altre cose, raccogliere altri frammenti. Ma ho già scritto tanto, poi ho acceso la televisione (perché ora sono in camera ed è già notte) e c’è Gino Strada che sta parlando su Rai3  da Firenze e allora faccio silenzio. Domattina racconterò altro sulla mia terza giornata mantovana. Credo.

Ah, una segnalazione. On line l’ultima pagina del
diario seneghese di Paolo Nori
QUI


Musica? O.K., musica. E poi nanna.
Archie Bleyer - Hernando's Hideaway
postato da: Soriana alle ore 02:19 | link | commenti (5)
categorie: festival e fiere