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domenica, 30 agosto 2009

Ma quanto è brutto, 'sto libro!

P1100608
Sto leggendo romanzi leggeri, in questi ultimi giorni di fine estate. Non ho voglia di pensare  e desidero solo immergermi in storie non troppo impegnative, in cui non si trovino necessariamente messaggi o teorie filosofiche. Thriller, storie d'amore, cose così, insomma.
Quello che pretenderei, però, sarebbe almeno una buona scrittura, una scrittura dignitosa, insomma. Ma non sempre è così.
E' il caso di "Io lo so", un romanzo pubblicato dalla casa editrice Tea e scritto da una certa Martina Cole.  L'ho acquistato basandomi  sia sulla breve sinossi che appare sul retro di copertina (la storia del rapimento di una bambina di dieci anni, figlia di una prostituta, e la strenuante ricerca della madre per arrivare alla scoperta del colpevole), sia per gli estratti delle recensioni tratte dal Corsera, da Il Tempo e da La Gazzetta del Mezzogiorno. E pure per la presentazione  che la casa editrice fa dell'autrice, questa:

Martina Cole è una delle autrici inglesi più amate, al punto che il Bookseller (che io, nella mia ignoranza, non so bene che sia...) l'ha definita il più grande fenomeno editoriale degli ultimi tempi (e a dir la verità questa definizione mi doveva mettere in guardia...). I suoi romanzi più recenti, continua a scrivere il redattore della presentazione, (ne ha pubblicati finora quattordici) sono andati direttamente al primo posto delle classifiche inglesi dei best seller ( altra cosa che mi doveva far desistere dall'acquisto) e, complessivamente, hanno venduto oltre otto milioni di copie soltanto in Inghilterra.


Otto milioni di copie!!!!  E poi è stato pure tradotto, non so in quante lingue, ma sicuramente in italiano, dato che malauguratamente ho la copia proprio qui davanti a me.

Sono andata avanti nella lettura con grande fatica, volevo solo sapere come andava a finire la storia. A un certo punto ho cominciato a saltare diverse pagine, e poi non ce l'ho fatta più.  Mi irritava troppo. Ho smesso, fregandomene altamente della soluzione ideata da questa  tipa che chiamare scribacchina è già troppo.
Una scrittura del tutto sciatta, quella della Cole, zeppa di luoghi comuni, contraddizioni, banalità che neppure nella peggiore telenovela...  Innumerevoli pagine assolutamente inutili, che alla storia non danno nè spessore nè valenza.
Non voglio fare la snob, capisco che una certa letteratura possa avere successo. Ma questo libro con la  letteratura non ha niente a che fare. L'impressione che si ha leggendo questa roba è che le 429 pagine che compongono il romanzo siano state scritte in brevissimo tempo, senza neppure essere rilette né dall'autrice né da altri. La storia narrata, a grandi linee,  potrebbe anche funzionare, ma è il modo con il quale è stata narrata che non va, nel modo più assoluto.


E allora mi chiedo:
ma come funzionano le Case Editrici?
Perché una importante casa editrice italiana decide di acquistare i diritti per questo scempio?
Cosa c'è nella testa di chi scrive recensioni?

Pubblicità, voi direte.... Che squallore, però...
Qui non è questione di gusti, "Io lo so" di Martina Cole è oggettivamente uno dei peggiori libri che ho letto....



Penso ai tanti scrittori e scrittrici che abbiamo in Italia, i cui scritti mi capita di leggere in rete o attraverso  piccole case editrici che li hanno pubblicati.
 Tanto per non far nomi penso, ad esempio,  a Laura Costantini e Loredana Falcone, che scrivono romanzi dalle storie molto avvincenti e ben strutturate,  con uno stile sul quale non c'è proprio nulla da eccepire.  E se anche lo auguro loro di cuore, ho qualche dubbio che riusciranno mai a vendere otto milioni di copie...
E mi viene una rabbia, credetemi, cari amici...  E' vero che dovrebbe bastare solo la gioia che la scrittura dà  a chi vi si dedica.... Però, porcaccia la miseria, anche una certa meritata popolarità mica fa schifo...

L'unica piccola consolazione è che il prezzo di copertina (8,60 euro) era scontato del 30%.  Sconto non dovuto al fatto che chi ha deciso di applicarlo si sia reso conto della cattiva qualità del prodotto: accanto a questa immondizia, ugualmente scontati, c'erano infatti anche libri di Doris Lessing, della Vargas (che non mi piace, ma non posso dire che scriva male) e di altri validi autori.
Così va la vita....


Meglio ascoltare un po' di musica, in tema con questa grigia giornata di fine agosto.
E buona vita a tutti.

L'estate sta finendo




postato da: Soriana alle ore 15:11 | link | commenti (9)
categorie: leggo e commento
sabato, 29 agosto 2009

Un amore lontano

bologna-piazza-nettuno-mini



Era tanto che non cercavo il tuo nome in Internet. In questi ultimi tre anni, da quando sono tornata a vivere nella nostra città, lo avevo fatto diverse volte. Mi sarebbe piaciuto rivederti, congratularmi con te perché eri riuscito a realizzare il tuo sogno, ed egregiamente, ci eri riuscito. Avrei voluto anche darti il mio libro, e sentire cosa ne pensavi. Avrei voluto sentirti dire che eri felice, soddisfatto di come stavi portando avanti la tua vita. Ma nella mia ricerca non ho mai trovato un modo per contattarti, e forse, se devo essere sincera, non mi sono neppure impegnata troppo, per farlo: mi ha frenato forse la timidezza, la paura che ci trovassimo così diversi l'un l'altro da cancellare anche il passato. Così leggevo dei tuoi successi,, dei tuoi lavori. Ed ero contenta e anche orgogliosa, perché in un tempo lontanissimo ci eravamo amati, e tanto.

Questa mattina ho digitato il tuo nome. Non so perchè, è stato d'impulso.
E gli articoli dei quotidiani di più di un mese fa mi hanno detto che te ne sei andato. Dopo una lunga malattia combattuta con coraggio, c'è scritto negli articoli. Che eri una persona eccezionale, c'è anche scritto. E io so che non sono le parole che si scrivono sempre quando qualcuno se ne va. Io lo so, che eri eccezionale.  
Anche se sono passati quasi quaran'anni dall'ultima volta che ti ho visto,  so che da oggi sentirò la tua mancanza.  Ciao, caro amore della mia giovinezza.

P.S.: Tre anni fa, in una sera d'estate, su un balcone davanti al mare, improvvisamente mi sei venuto in mente, e così ho scritto questa cosa che sta qua sotto. Un piccolo viaggio nel passato e nella nostra città.


M.



Noi,la nostra città.

Ricordi quella casa in Broccaindosso
e quella stanza in cui la fiamma
di candele accese rendeva
d’oro la nostra pelle nuda?
Ricordi come era sensuale la città
con le sue torri rosse,  vista al tramonto 
dal colle di San Luca?
Ricordi un pomeriggio sotto il Pavaglione,
davanti all’uomo delle caldarroste,
quando mi hai stretto a te e poi hai pianto?
Ricordi il chiostro di Santa Lucia
 e quella musica d’organo
che ci sconvolse il cuore?
Ricordi i portici allungati
come braccia di donne protettive
e tu che mi baciavi e sussurravi parole solo nostre?
Ricordi quella sera dal Moretto,
quando sul tavolo, fra bicchieri di vino,
apristi il tuo copione e lo leggesti a me,
a me per prima?
(io ricordo il tuo sguardo, in quei momenti, con quella luce che io sola conoscevo)
Te li ricordi i disegni del futuro: il tuo teatro, i miei libri,
 i viaggi in India?
Ricordi la tua vecchia R4 sempre a secco,
e Angela ed Arturo, il loro amore nato insieme al nostro?
Ricordi le risate per un nulla, le improvvise pazzie,
le canzoni cantate nella notte nella casa in campagna?

Ricordi piazza del Nettuno con coriandoli e neve?
Era martedì grasso: io lo ricordo.
E’ stato allora che tutto è finito?
E’ stato lì, col ghiaccio alla fontana,
col freddo in mezzo al cuore, col silenzio degli occhi? 
E’ stato lì che ci siamo lasciati?
Tu lo ricordi, mio amore perduto?

 
Igea marina, 23 giugno 2006  ore 0, 26.



Ricordi? Questa canzone è la colonna sonora del primo film che abbiamo visto insieme.

Midnight cowboy everybody's talking

postato da: Soriana alle ore 01:15 | link | commenti (5)
categorie: in ricordo di, la mia scrivania
venerdì, 28 agosto 2009

Il suonatore d'armonica

angeloblu

    

Se ne avverte il profumo, quando è stagione, ancora prima di entrare nel cortile. E’ un’essenza che non ci si aspetta di cogliere, in quel luogo. Ci si sorprende, poi, di trovare, al di là del portone –non certo il primo che si deve oltrepassare per arrivare fino a lì-, quell’albero dal portamento femmineo. Il tronco, in contrapposizione alla chioma, è diritto e slanciato, il gioco dei rami è armonioso: si chinano verso il terreno quelli più bassi, si innalzano quelli superiori verso il cielo, come a sfidare l’alto muro, lì accanto.
E’ fine giugno, e il tiglio è in piena fioritura. Dicono che gli antichi Greci lo associassero ad Afrodite proprio per questo profumo inebriante. Per i Romani era simbolo dell’amore coniugale. In Persia era considerato un albero oracolare. Sembra che in Lituania le donne gli facciano ancora oggi offerte per avere un buon raccolto nei campi.
Ma, qui, questo tiglio è lontanissimo da qualsiasi atmosfera di erotismo, dall’amore di una donna, dalla fertilità dei campi. Ed è inutile arrotolare e srotolare strisce della sua corteccia per la divinazione. L’oracolo, qui, ha già parlato.
L’albero era ben piantato nella terra ancor prima che quel perimetro di muri alti e grigi lo racchiudesse in un angolo. Lui era lì da prima: da quando sotto i suoi rami passavano coppie innamorate, e madri con bambini, e vecchi stanchi in cerca di fresco, e uomini che tornavano dal lavoro, e bestie, e carri. Se lui avesse memoria, quella memoria del cuore che, quando ne tocchi le corde, ti riporta tutte le emozioni, piangerebbe di nostalgia ogni giorno.
Ma al di là di tutto, al di là dei Greci, dei Romani, dei Persiani e delle donne lituane, lui è solo un albero.


Appoggiato al suo tronco, ora, c’è un ragazzo. Ha l’aspetto pulito, ordinato. Una maglietta bianca, un paio di jeans. Solo le scarpe, mocassini in finta pelle, sono imbiancate dalla polvere del cortile. Più in fondo, sotto il cesto da basket, una dozzina di uomini saltellano sudati. Vicino al portone, a dieci metri dal ragazzo, un uomo guarda immobile davanti a sé, la sigaretta che gli si consuma fra le dita. Due, sulla sinistra, giocano a carte. Un altro legge un quotidiano sportivo, vecchio di qualche giorno. Tre, sulla panchina di fianco alla porta che conduce all’interno, parlano fitto.
Valerio si sistema la fondina e gira lo sguardo intorno. Fa caldo e il colletto della divisa che gli sfrega contro la nuca lo irrita. Maledice il tempo, il luogo, il collega che si è imboscato già da un’ora, e maledice quelli lì, che lo obbligano a starsene sempre a guardare, a controllare. Vorrebbe essere nel letto di Carla, le persiane socchiuse, il ventilatore acceso, e il suo calore di donna.

Il ragazzo toglie l’armonica dalla tasca dei jeans e comincia a suonare.
Sono tre anni che è dentro e la musica è tutto quello che ha. Lo chiamano il Suonatore. In un posto dove nessuno viene chiamato per nome anagrafico, ma solo con epiteti che a volte ricordano i crimini commessi, il suo soprannome è senz’altro il migliore.
I primi tempi lo chiamavano l’Assassino. Ma poi anche i più duri avevano capito che non si adattava a lui, quel nome, nonostante i processi, nonostante le sentenze.
Erano poi successe altre cose, all’inizio. Degradanti, disumane.
Ma la musica lo ha aiutato a non perdersi nei labirinti della pazzia, o a non ripiegarsi nell’abbrutimento. E gli ha anche creato una sorta di corazza, intorno: gli altri hanno imparato a lasciarlo in pace, a non pretendere più.
A volte gli chiedono di suonare, e basta.
Lui ama tutta la musica. E’ una cosa che ha dentro, la sente nella testa, nel cuore, nelle ossa. Da quando ha potuto riavere la sua armonica non se ne separa mai. Ma non è solo per la musica.
E’ che gliela aveva regalata Marta.

Marta che lo guarda terrorizzata, pur nella morte. Marta piena di sangue, la testa fracassata. Marta che rantola. Marta che gli sembra più piccola, in mezzo a tutto quel rosso con il suo abitino giallo. Marta che lui, fratello maggiore, non ha saputo proteggere. Marta adolescente che gli chiede consigli sul suo primo appuntamento. Marta che lo tiene forte per mano al funerale dei genitori. Marta che gioca con lui, dopo la scuola, sotto il tiglio davanti a casa. Marta neonata, che dorme nella carrozzina blu, nell’ombra dell’albero.
Marta che esce per il primo appuntamento, e lui la incoraggia, ma vai, le dice, divertiti, è ora che ti smolli.
Ma lui non lo conosceva neppure quel tipo, il tipo che l’ha uccisa ed è sparito, e che nessuno –solo il ragazzo, per un attimo, prima che la sorella se ne allontanasse insieme- ha mai visto.
Si dice che da qualche parte, in tribunale, ci siano delle prove che potrebbero far luce sulla sua innocenza. Infilate chissà dove, in qualche scatolone, sommerse da altre pratiche. Pratiche: che asettica parola per parlare di vite.
Ma il ragazzo pensa da sempre che del tutto innocente lui non è.
Doveva essere più accorto, più prudente. Non doveva lasciarla andare così, senza controllare chi fosse quello con cui usciva, accontentandosi di un nome e nient’altro. Era lui il capofamiglia, era lui il responsabile delle loro vite.
Leggerezza di ragazzo. Imperdonabile.

Il suono malinconico dell’armonica arriva ad abbracciare il profumo del tiglio. Al ragazzo questo aroma ricorda il dipanarsi magico di pomeriggi estivi, nell’infanzia, le prime parole di Marta, i loro giochi, la merenda portata dalla mamma, il rientro del padre dal lavoro che parcheggiava l’auto all’ombra del tiglio, un tiglio come questo. I pianti suoi e di sua sorella dopo l’incidente stradale, in cui i genitori hanno perso la vita. La decisione di continuare insieme e da soli quando lui ha compiuto diciotto anni. Era l’albero della famiglia. Si riunivano spesso lì sotto, per la gioia e per la tristezza. Era il loro albero amico.
Continua a suonare, la schiena appoggiata al tronco grigio e liscio.
L’ora d’aria sta per finire, ma lui non lo sa: è perso dietro il filo della musica, l’armonica gli vibra fra le labbra, le dita la tengono leggere. Ha gli occhi socchiusi.

Valerio sente il sudore che gli appiccica la camicia alla schiena. In servizio non può neanche fumare, il direttore di quel carcere del cazzo è inflessibile su questi particolari. Crederà di dirigere Alcatraz, invece che questo buco con venti carcerati che per lo più vanno e vengono. Solo quello là, il Suonatore, è ospite fisso. Ne avrà ancora per trent’anni. Chissà se è vero che è innocente, qui dicono tutti di esserlo. Certo che lui ha avuto un avvocato da schifo, da quanto dicono. Dicono che non c’era uno straccio di prova, che non c’era un movente. Solo le sue impronte sul ferro da stiro, arma del delitto. E le sue mani insanguinate.
Gli uomini stanno rientrando. Il collega di Valerio è finalmente tornato e li accompagna.
Valerio si gratta la pancia. Ha sempre un dolorino vicino al fegato, gli sembra che sia anche un po’ gonfio. E poi da qualche tempo gli brucia lo stomaco. Mah, se ne sentono dire tante… Guarda il direttore di prima, due mesi ed è andato. Tac, entrato in ospedale con i suoi piedi, uscito dentro una bara. Almeno quello lo faceva fumare…

Il ragazzo e la sua musica e il profumo del tiglio formano un cerchio magico, nell’angolo del cortile polveroso.
La sberla arriva improvvisa. L’armonica cade nella polvere.
“Deficiente, ti ho chiamato tre volte, chi credi di prendere in giro? La vedi questa? Guarda cosa ne faccio!”
Valerio mette l’armonica sotto i piedi e la calpesta con forza, con tutta la rabbia accumulata in quel mattino pieno di caldo e in tutti gli anni che lo hanno preceduto, quel giorno, pieni di vuoto e di paure.
Il ragazzo guarda a terra, poi, con un urlo terribile, scatta addosso alla guardia, picchia dove capita, con violenza.
Ma non può vincere. Non è nel suo carattere essere violento.
Il proiettile lo colpisce alla gola, a distanza così riavvicinata che si capisce subito che è finita.
“Mi ha aggredito, mi ha aggredito!” urla istericamente Valerio, lasciando cadere la pistola.
C’è molto sangue, a terra. Il tronco del tiglio ne è tutto macchiato.
Le dita del suonatore vibrano piano, si stendono lentamente fino ad incontrare un  oggetto accartocciato, irriconoscibile.
Muto per sempre.


(Ricordando Dominique Green  vittima, il 26 ottobre 2004, di omicidio premeditato da parte del democratico Governo degli Stati Uniti D’America.)


Il suonatore Jones
postato da: Soriana alle ore 00:06 | link | commenti (4)
categorie: la mia scrivania
martedì, 25 agosto 2009

La ragazza immortale

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Sono molto stanca, in questi giorni. Pare che ogni cosa, ogni azione che devo affrontare sia pesante come un macigno...  Rispondere a mail, rispondere ai vostri commenti, lasciare io stessa commenti,  aggiornare il blog, ma anche mangiare, anche respirare, a volte, E dormire, e camminare. Insomma, sono uno straccetto spiegazzato, in questi giorni.  Eppure la voglia c'è, di comunicare con voi. E leggervi  mi fa piacere.  E avrei anche dei racconti, da scrivere...  La testa, è la testa che è pesante, o forse leggera, non so.

Mah. spero che passi, anzi, mi impongo di scacciare questa stanchezza, e la prova è che ora sono qui. E perdonatemi se mi sentite distante e se scrivo poco, e magari anche male...


11 Settembre 2001
Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche' ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue.

(da http://www.fernandapivano.it/)


Dormono dormono sulla collina



E' passata una settimana esatta dalla morte di Fernanda Pivano. La notizia me l'ha data Alex, mio figlio, mentre eravamo tutti a cena per festeggiare il mio compleanno. Poi, al rientro a casa, ho trovato il comunicato straordinario  di Renzo Montagnoli.
Ho alzato lo sguardo verso la mia libreria che contiene le opere di quasi tutti gli autori che Nanda ci ha fatto conoscere, e i cd di De Andrè e di Dylan, poeti/cantanti immensamente amati da questo  mito di donna e di cui ha scritto e detto...  Ho sentito un vuoto, dentro di me. Come te, nessuno più, ho pensato.

Ogni volta che ho avuto l'opportunità di ascoltare Fernanda Pivano non mi sono mai chiesta quanti anni avesse: mi dava l'impressione che fosse eterna, immortale. E così, sentendo della sua morte, ho provato come la sensazione che se ne fosse andata una ragazza. Una splendida, vitalissima ragazza.  Ed è ancora questa   l'impressione che ho provato ascoltando sabato pomeriggio in La grande radio, numerosi spezzoni di interviste che aveva rilasciato ai microfoni di Radio3.  Un'emozione forte, la mia, in cui rimpianto e gioia dell'ascolto si sono miscelati.  Un emozione così forte che mi ha tolto quasi il respiro, mentre sentivo lei che raccontava di tutti quei suoi incontri, e di Pavese, e di
Ginsberg,  e Jack Kerouac e Gregory Corso, e di  Ferlinghetti.  E di quella sala da pranzo di un albergo a Cortina dove ha incontrato  Hemingway, per la prima volta.  Ascoltavo, immobile, lei che raccontava dei personaggi leggendari di un'America che ho amato profondamente nella mia giovinezza e mi sembrava di essere con loro e con lei, con la ragazza immortale.
Grazie, Fernanda, Come te, nessuno più.
Purtroppo.


Prelevo dalla rete alcune cose:
un'intervista

il testo di una canzone di Bob Dylan, assolutamente attuale:

SIGNORI DELLA GUERRA
parole e musica Bob Dylan

Venite signori della guerra
voi che costruite i cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere

Voi che non avete fatto altro
se non costruire per distruggere
giocate con il mio mondo
come fosse il vostro giocattolo
mettete un fucile nella mia mano
e vi nascondete al mio sguardo
vi voltate e scappate lontano
quando volano i proiettili

Come Giuda
mentite e ingannate
Una guerra mondiale può essere vinta
volete che io creda
Ma io vedo attraverso i vostri occhi
e vedo attraverso il vostro cervello
così come vedo attraverso l'acqua
del mio scarico

Voi armate i grilletti
perchè altri sparino
poi vi sedete a guardare
il conto dei morti farsi più alto
Vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
fluisce dai loro corpi
ed è sepolto nel fango

Avete sparso la paura peggiore
che mai si possa avere
la paura di mettere figli
al mondo
Per minacciare il mio bambino
non nato e senza nome
non valete il sangue
che scorre nelle vostre vene

Cosa ne so io
per parlare quando non è il mio turno?
Potreste dire che sono giovane
potreste dire che non sono istruito
ma c'è una cosa che so
sebbene sia più giovane di voi
che nemmeno Gesù perdonerebbe mai
quello che fate

Lasciate che vi faccia una domanda
il vostro denaro è così buono
che pensate che potrà
comprarvi il perdono?
Io penso che scoprirete
quando la Morte chiederà il suo pedaggio
che tutto il denaro che avete fatto
non riscatterà la vostra anima

E spero che moriate
e che la vostra morte arrivi presto
Seguirò la vostra bara
nel pomeriggio opaco
Veglierò mentre siete sepolti
nel vostro letto di morte
e resterò sulla vostra tomba
finchè sarò sicuro che siete morti



E da you tube, poi, una canzone di questo poeta, musicista, cantante, che la Pivano ha descritto come il De Andrè statunitense:
Blowin'in the wind 
che, di Nanda, fra quelle di Dylan, è la canzone preferita.


Ah, date un'occhiata anche al post precedente: ci sono segnalazioni interessanti.
postato da: Soriana alle ore 19:20 | link | commenti (5)
categorie: in ricordo di

Nella rete...

Mondini Francesco (4) - Reti da pesca cinesi a Fort Cochin; Kerala, India del sud


Radames  sul suo sempre più interessante blog Sulromanzo  lancia un CONCORSO LETTERARIO DI POESIA E NARRATIVA  cui penso valga la pena di partecipare: non tanto per i premi (che comunque ci sono), ma per il suo significato.

News!
QUI!

Con gli occhi bassi:
Stefano Mina, attento e sensibile come sempre, scrive sulla tragedia degli emigranti eritrei.


Un bellissimo romanzo, un'ottima autrice, una profonda, interessante discussione:
da Massimo Maugeri si parla dell'ultimo romanzo di Michela Murgia


Candid interviste:
Sono iniziate le votazioni!!!

Cristina Bove e la sua magica poesia:
da Renzo
e
da Enrico
postato da: Soriana alle ore 18:08 | link | commenti
categorie: avviso ai naviganti
venerdì, 21 agosto 2009

I nostri occhi chiusi

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Il Codice della Navigazione prescrive che ogni bastimento che abbia notizia o che incontri un natante in pericolo o un naufrago, ha l'obbligo di prestare assistenza e, se necessario, di eseguire il salvataggio delle vite umane e dell'imbarcazione in pericolo.
... Pertanto il buon marinaio naviga prestando sempre attenzione sia di giorno che di notte a quanto avviene nella portata ottica della propria imbarcazione, per rendersi conto, specie in condizioni meteo avverse, se vi siano altre imbarcazioni bisognose di aiuto.

(tratto dalla 3' lezione di Arte Marinara, che ho trovato sul web).

Dove era il "buon marinaio", mentre l'ennesimo carico di disperati cercava di raggiungere un paese più vivibile del loro? 
Non vede non sente non parla: eccolo il buon marinaio...
Tira dritto, il buon marinaio...
Non mi riguarda, dice il buon marinaio.
Meglio che muoiano, dice il buon marinaio.

Non ho voglia di scrivere molto, tanto tutto questo è già successo altre volte e altre volte ancora succederà,
Settantatre  morti? Dieci? Cento? Sei milioni? E allora? Cosa cambia, per noi, cosa cambia, per me?
Io non so se questa vicenda drammatica (l'ennesima, comunque) sia paragonabile alla Shoa, come scrive nel suo articolo pubblicato da L'avvenire di oggi Marina Corradi. Credo di sì, però: non è tanto il numero di morti, ma è il nostro atteggiamento che non fa la differenza.  E mi viene da pensare che pure io sono responsabile, che tutti noi lo siamo. Perchè abbiamo permesso, anzi, abbiamo contribuito a rendere così "inumana" l'umanità attuale.  Con i nostri piccoli e grandi egoismi, con la fretta che domina le nostre azioni, con piccole scelte di comodo.  E torno al singolare per dire: mi dichiaro colpevole. Anche i miei occhi sono chiusi. E non c'è perdono che mi (ci) possa salvare.
postato da: Soriana alle ore 17:48 | link | commenti (8)
categorie: cronache infernali
martedì, 18 agosto 2009

Una giornata particolare

fiume_oglio
Oggi, che per me è una giornata particolare, il caro amico Renzo mi ha dedicato, nel suo blog, ben due post:

QUESTO

e

QUESTO


Come ricambiare il suo bel regalo?
Beh, magari pubblicando una sua poesia (senza il suo permesso: spero non se la prenda...), facendo così un dono a tutti voi.

Grazie con tutto il cuore, Renzo!




Il fiume
di  Renzo Montagnoli


Lunghi filari di pioppi,
le foglie frementi
al vento di marzo.
Scorre, lento,
il fiume ignora
la sua età.
Un incessante fluire
di acque mutanti,
dalla limpida giovinezza
che ne anima la fonte
alla pigra lenta vecchiaia
prima della sua morte in mare.
Mute le sponde osservano,
lontano è il canto di un gallo,
la notte sta finendo,
continuo è il flusso,
senza riposo,
infinito scorrere come il tempo.


E dopo l'armonioso scorrere del fiume di Renzo, un altro fiume, quello di

Brian Eno


P.S.: Ho cancellato per ben due volte questo post, perchè pubblicato aveva diversi pasticci grafici. Credo (anzi spero) che fossero dovuti al copia-incolla di Word. Ora l'ho riscritto direttamente sul blog... Speriamo bene...
Mi scuso con Cri, perchè con la cancellazione del post si è cancellato anche il suo commento. Ora pubblico, e tengo le dita incrociate...
postato da: Soriana alle ore 15:22 | link | commenti (6)
categorie: calendari, renzo montagnoli
mercoledì, 12 agosto 2009

Stelle... dialettali

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Buon ferragosto a tutti!!!!


E poi, null’altro?

Ma no, lo sapete che vi lascio sempre qualche regalino…


Allora:
la segnalazione di un blog che ho scoperto ieri. Un’altra voce di protesta nella rete che spesso utilizza l’arma efficacissima dell’ironia. Ma non solo.
Luciadelchiaro

E poi?

Poi una poesia. Una poesia di Trilussa.



La stella cadente

Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d'agosto tanto belle
ch'er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
ad ognuna che casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.

Che così prendo… com’è che si dice?  Due piccioni con una fava?? Mi sembra che si dica così, anche se non sono sicura che fra i gusti alimentari di ‘sti volatili primeggino le fave.
Infatti, notte di stelle cadenti, è la prossima ( poiché tutto muta e pure San Lorenzo si è stufato  che di lui si parlasse solo per la faccenda delle stelle)!  E questo è un piccione. L’altro è che, come vi sarete sicuramente accorti, i dialetti sono in, alla page, trandy, cool, l'ultimo grido della moda, insomma (magari fosse l’ultimo grido  dei nostri “valenti” politici ).
Anzi, a questo proposito, sto pensando che d’ora in poi scriverò i post in  dialetto: mi sembra il miglior modo di iniziare a preparare i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
E voi, mi raccomando, rispondete ai commenti utiizzando i vostri dialetti. Un ottimo strumento di comunicazione...  (non ce l'ho con i dialetti... ce l'ho con... Beh, lo sapete con chi ce l'ho...)

E come musica? Banale, vecchia, non proprio eccelsa. Ma in tema.
Questa qui

Av salùt, ragazù!
Mé a vag a Tredozio, in montagna, soura Faenza, a ciapér dal frasc.
E vu etèr?






postato da: Soriana alle ore 13:19 | link | commenti (5)
categorie: calendari