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sabato, 27 giugno 2009

Le verità nascoste



BERLUSCONI L
Quando prima di cena sono rientrata dalla spiaggia mi ero riproposta di parlarvi della mia vacanza. Ma aprendo la posta ho trovato una mail con allegato. E allora il tema del post è cambiato. Anche se il documento contenuto nell'allegato risale a più di un mese fa, credo che leggerlo possa essere importante: probabilmente le cose, da allora, non sono cambiate molto. Anche mio figlio, che è stato all'Aquila mi sembra  ai primi di giugno, mi ha raccontato più o meno la stessa situazione esposta in questo documento.

Questa lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni  un attore che si trovava a L 'Aquila per presentare un film. Le parole sono dirette a sua moglie ma rappresentano un'efficace
testimonianza per tutti quelli che a L 'Aquila non ci sono ancora stati.




Oggetto: HO VISTO L 'AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l 'Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell'unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati. Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando Si può fare  Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo. Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa. Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all'improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo. Hanno vietato internet nelle tendopoli perchè dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c'era la parola "cazzeggio". A venti chilometri dall'Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente. Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L 'Aquila. Poi c 'è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E ' come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano
lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l'importante è che all'esterno non trapeli nulla. Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l 'ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.  I media dicono che là va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l 'intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente".
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c 'è più, tutto perduto. Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C 'era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie. E poi quest'umanità all'improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c 'erano i tavoli nel vento della sera,
un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finchè Michele non l'ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini". Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere. Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

postato da: Soriana alle ore 23:33 | link | commenti (17)
categorie: povera patria, terremoto
martedì, 23 giugno 2009

Indovinello stupidello

1Milvia




































Un post frettoloso, questa sera (e mi scuso anche se non ho tempo di rispondere a mail e commenti), ma fra pochi minuti, anche se sono solo le 9,30, me ne vado a nanna: la sveglia suonerà infatti alle 4,30, perché dovrò poi essere in aeroporto alle 5,30. Una levataccia! Ma quando per un volo andata e ritorno, seppur nazionale, si spendono 37 euro in tutto, qualche sacrificio bisogna farlo, no?
Eh, sì, me ne vado in vacanza per una settimana. Dove? Indovinate un po’: le foto all’inizio del post sono un indizio, e pure il brano che segue, dove ho… astutamente oscurato i nomi delle località.
Come dice il titolo del post: indovinello stupidello, insomma…
Ah, se indovinate non si vince nulla…


La * è una regione calda, accogliente, ricca di sole, mare e sapori.
Percorrendo il suo territorio  non si può non rimanere affascinati dai suoi molteplici e variopinti aspetti:le misteriose grotte del *, i campi aperti, soleggiati e ricchi di colori del *, le steppe della *.
L'aspetto territoriale che maggiormente caratterizza il territorio  è sicuramente la presenza di antichi e profumati uliveti che riempiono le colline con la loro immobile severità. La * è una terra in cui il sapore del mare e quello della terra si fondono creando delle ricette che nella magica atmosfera  esprimono tutto il loro sapore.Il territorio, in larga parte pianeggiante, produce in abbondanza grano, uva e olive. I farinacei, l'olio ed il vino sono dunque immancabili protagonisti delle antiche ricette. La cucina  è abbastanza omogenea anche se cambiano delle piccole abitudini come l'uso dell'aglio, per esempio, che tende a diminuire man mano che si scende dal nord al sud, fino a cedere completamente il posto alla cipolla.
(ma guarda! ancora la cipolla!)


Vi lascio con una poesia, un video simpatico e un abbraccio.
Il mio amico Mac  lo porto con me, quindi, forse, mi farò viva nei prossimi giorni.
Ciaoooooo!!!!


S’Ode Ancora il Mare

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.


Salvatore Quasimodo


Danziamo
postato da: Soriana alle ore 21:49 | link | commenti (14)
categorie: i miei viaggi
domenica, 21 giugno 2009

Cipolle...in versi

blog_mini-cipolla
Cipolla:  allium cepa, la chiamano i botanici, zvòlla si dice a Bologna, e cipudda in Sicilia, e scigòla dicono i Lombardi.
Il suo utilizzo in cucina è assai frequente e vario: cruda, lessata, al forno, rosolata, in frittata, nella zuppa…
E, grazie alla presenza di sali minerali e vitamine ha anche numerose qualità terapeutiche.
Insomma, niente di nuovo, mi direte, lo sapevamo già, tutto questo.
Però quello che io non sapevo è che ci sono stati poeti che a questa pianta bulbacea hanno dedicato i loro versi.  E voi, lo sapevate?
Io l’ho scoperto per caso, l’altro giorno, quando la mia cara amica
Graziella Poluzzi    (cliccate, please) mi ha mandato una delle sue più recenti poesie. Incuriosita dal tema, ne ho cercate altre, di altri autori e ora, insieme a quella di Graziella, ve le propongo.




LA CIPOLLA
di
 Graziella Poluzzi

(omaggio a Wislawa Szymborska)

Mira, un occhio di riguardo
per la sua forma rotonda e piena
Nasce così a strati concentrici
l’uno all’altro abbracciati
Originale al massimo
Densità di risorse, una magica
sfera
Carnosa e pronta, generosa è la
cipolla:
dona sapore ad ogni cosa
gustosa ed umile e neanche costosa..
E’ santa la cipolla
stupore da ingoiare.
Rotonda e piena come palla astrale
conduce, trascina;
centrifuga e centripeta
tutta energia vitale.
Dorata figlia del cielo e della terra
del sole e delle nubi
Sacra danza anulare
Perfetta è la cipolla.




LA CIPOLLA
di
Wislawa Szymborska

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.

Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.



LA CIPOLLA
di
 Pablo Neruda

Cipolla, anfora luminosa,
petalo e petalo
si formò la tua bellezza,
squame di cristallo ti accrebbero
e nel segreto della terra oscura
si arrotondò il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
fu il miracolo
e quando apparve
il tuo rozzo stelo verde,
e nacquero
le tue foglie come spade nell'orto,
la terra accumulò il suo potere
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come in Afrodite il mar remoto
duplicò la magnolia
innalzando i suoi seni,
così ti fece,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
brillare,
costellazione costante,
rotonda rosa d'acqua,
sopra
la tavola
della povera gente.
Generosa
disfi
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
fervente della pentola,
e la parete di cristallo
al calore acceso dell'oliosi trasforma in arricciata penna d'oro.
Anche ricorderò come feconda
la tua influenza l'amor dell'insalata,
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti fine forma di grandine
a celebrare la tua chiarità sminuzzata
sugli emisferi di un pomodoro.
Ma alla portata delle mani del popolo,
innaffiata di olio,
spolverata
con un po' di sale,
uccidi la fame
dell'operaio nella dura strada.
Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura
come seme d'astro,
e nel tagliarti
il coltello in cucina
sale l'unica lacrima
senza pena.Ci hai fatto piangere senza affliggerci.
Io ho cantato quanto esiste, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle penne abbaglianti,
sei per i miei occhi
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone niveo,
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina .



CIPOLLA
di
Roberto Piumini


Non piangere, cipolla
tu sola sei capace,
trattata con affetto,
riscaldata pian piano,
un po' rimescolata,
(ma molto lentamente,
per non finire,
come si usa dire,
dalla padella alla brace)
senza crudezza, senza seccature,
soltanto un po' rosata
nel tuo olio abbondante
cipolla profumata, sei capace
di dare al riso il riso che mi piace.


Non so, non ho fatto ricerche  per scoprire se ad altri ortaggi o erbe aromatiche sono state dedicate poesie: magari, chessòio,  al sedano, alla rapa,  o al prezzemolo… Tipo:
Oh, prezzemolo dalle verdi fogliette
tu che sei il più usato fra le erbette…


Che ne dite se metto nel post anche la ricetta della zuppa di cipolle? Sì, sì, la metto, eccola:

Zuppa di cipolle alla parigina
300 gr.di cipolle
50 gr.di burro
20 gr. di farina
1 lt e ¼ di brodo di dadi bollente
sale, pepe nero macinato fresco
8 fettine di pane bianco tagliate piuttosto sottili
100 gr. di gruyère  grattugiato
soupe

Tagliate ad anelli le cipolle. Fate fondere il burro in una casseruola e buttavi le cipolle, cospargendole di farina,  e lasciandole imbiondire rigirate continuamente. Aggiungete poi il brodo, rimescolate bene e lasciate cuocere lentamente per 20 minuti, salate e pepate il tutto. Togliete la crosta alle fette di pane, tostatele e disponetele in una pirofila. Versatevi sopra la zuppa e cospargetela con il gruyére.
Ponete la pirofila sul ripiano più alto del forno già acceso e fate gratinare per 10 minuti a 270 gradi.
Trascorso questo tempo sfornatela e portatela in tavola nello stesso recipiente.
Una variante può essere disporre la zuppa in piccole pirofile da porzione, e farle poi gratinare dopo averle ricoperte con crostini di pane e il formaggio grattugiato.


Io, questa ricetta, l’ho provata diverse volte, anni fa, e l’ho trovata buonissima.

Uauh! Ora che ci penso, tagliare la cipolla fa piangere… E poi la notte scorsa c’è stato un grosso temporale, qui da me… E poi…
Insomma, ascoltatevi questa pioggia, e queste lacrime. Ma non piangete, che mica è vero che le lacrime fanno gli occhi belli...
E buona domenica.


Demis Roussos: Rain and Tears







postato da: Soriana alle ore 01:01 | link | commenti (10)
categorie: miscellanea, poesie a tema, piccolo ricettario
mercoledì, 17 giugno 2009

Parole parole parole

bla_bla_blaParole di plastica e cartone
 
Parole senza sguardo, 
senza connotazioni,
senza odore di terra.
Parole prive
di segno zodiacale,
sbattezzate dal tempo.
Parole ammonticchiate
come bottiglie vuote
nel retro di un negozio
ormai chiuso da anni.
Parole senza bocca,
senza pancia né sangue,
parole senza gambe,
senza profilo e battito del cuore.
Reclamizzate negli ipermercati,
sui finestrini di metrò affollati
sui bianchi schermi
di fredde multisale.
Parole-cianfrusaglia,
bigiotterie scadenti
di plastica e cartone
che ingombrano le menti.




E allora, forse, meglio il silenzio

Franco Battiato: Oceano di silenzio
postato da: Soriana alle ore 15:36 | link | commenti (9)
categorie: la mia scrivania
lunedì, 15 giugno 2009

Un noir...rinfrescante

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Ghiaccio
di
        Renzo Montagnoli   

Perché nel giro fosse chiamato così non era del tutto comprensibile, considerando che nessuno lo aveva mai visto; forse il nomignolo era da attribuirsi alla sua freddezza, a quel trattare, per posta o per telefono, qualsiasi affare in modo del tutto distaccato.
E tutto sommato all’interessato la cosa non dispiaceva, perché quell’appellativo era garanzia di serietà e scrupolosità, una dote non comune che aveva finito per consacrarlo come il miglior sicario esistente sulla piazza.
C’era bisogno di liberarsi di una moglie incomoda, di un socio sospettoso? Nessun problema: bastava telefonare a un certo numero di cellulare e poi scrivere a un fermo posta, magari allegando, insieme ai dati identificativi della futura vittima, anche una foto recente della stessa, e nel giro di poco tempo il lavoro era fatto, pulito, senza che potessero sorgere sospetti, perché ogni volta l’esecuzione veniva abilmente camuffata con un incidente. Quello che rendeva ancora più appetibile i suoi servizi era poi la modalità di pagamento: solo a lavoro concluso e lo stesso importo di 50.000 Euro uguale per tutti.
Per quanto ovvio, questa sua attività aveva una copertura, perché non poteva di certo mettere fuori dalla porta una targa, con sopra scritto “Rag. Tal dei tali, provetto sicario”; no, lui davanti agli occhi di tutti passava per un commesso viaggiatore di giocattoli, bonario, pacioccone, sempre pronto alla battuta scherzosa, ma mai volgare. E in effetti ufficialmente svolgeva questo lavoro, con frequenti spostamenti in tutta Italia, il che gli permetteva anche di spaziare tranquillamente sul territorio con l’altra attività.
Quella fredda mattina di novembre se ne stava rincantucciato nella sua poltrona preferita sorseggiando, anzi centellinando un cognac, quando squillò il cellulare.
- Pronto?
- Ghiaccio?
- Sì.
- Tu hai già lavorato per me e sono stato più che contento; ho un altro incarico.
- Va bene; attendo la solita lettera.
- Già spedita tre giorni fa con posta prioritaria e penso che ti dovrebbe arrivare oggi. Mi raccomando: un lavoro liscio liscio e pulito.
- Nessun problema.
La comunicazione si interruppe e nemmeno dopo un’ora suonò il campanello; andò ad aprire e il postino gli consegnò una busta.
L’aprì con calma e come cominciò a leggere avvertì chiara e netta una fitta al cuore.
Tutto si sarebbe aspettato, meno che la prossima vittima fosse una donna di cui era innamorato e che frequentava ormai da qualche anno. Per un attimo sperò in un’omonimia, ma quando guardò la fotografia allegata ogni possibile e auspicabile dubbio venne fugato.
Superato il primo sbigottimento, cominciò a chiedersi chi volesse la morte della sua donna, una persona dolce, semplice, che campava facendo lavori di ricamo in un piccolo paese delle Madonie,  talmente riservata che spesso nemmeno i vicini si accorgevano se era o meno in casa. Provò a ripercorrere mentalmente quello che sapeva della sua vita: nubile per forza, avendo dovuto assistere per una quindicina d’anni la madre inferma; nessuna velleità, nemmeno una notizia di passati amori. Bella era bella, ma non poteva essere questo il motivo per cui qualcuno desiderava sopprimerla;  no, ci doveva essere dell’altro a lui ignoto, qualche cosa che gli aveva voluto nascondere. A ben pensarci, anche nell’ultimo incontro di un mese prima, non gli era parsa per nulla turbata, anzi l’aveva trovata raggiante all’idea che lui un giorno potesse sposarla, non appena ottenuto il divorzio dalla moglie, una mera invenzione quella della consorte e dello scioglimento del vincolo matrimoniale, giacché lui mai e poi mai avrebbe potuto condurre una vita in comune, praticando anche l’altro lavoro. Aveva quindi vagheggiato delle possibili nozze  al solo scopo di tenere legata a sé quella donna di cui era veramente innamorato.
Doveva telefonarle, era indispensabile che la raggiungesse e così, preso il cellulare, compose il suo numero.
- Pronto, chi parla?
- Annunziata, ciao, sono io, Paolo.
- Che piacere sentirti, amore mio.
- Volevo dirti che verrò da te un po’ prima delle feste di Natale, perché mi hanno incaricato di cercare di vendere dei giocattoli in Sicilia. Penso che, se tutto va bene, dovrei essere lì fra un paio di giorni.
- Bene, veramente bene.
- Ti devo salutare; baci, bacioni.
- Bacione.
Chiuse la comunicazione e si mise a riflettere un attimo: la voce aveva lo stesso tono di sempre e non tradiva, apparentemente, preoccupazioni, il che lasciava intendere che non era accaduto nulla di particolare, o comunque tale da giustificare un omicidio.
Preparò comunque subito la valigia, ripromettendosi di partire l’indomani mattina presto per raggiungerla il più alla svelta possibile.
Così fece e, guidando pressoché ininterrottamente, arrivò a casa di Annunziata alla mezzanotte.
Nonostante l’ora, fu ben felice di vederlo e di accoglierlo nel suo letto, dove, a dispetto delle fatiche del viaggio, lui si diede non poco da fare prima di addormentarsi.
Si risvegliò che erano circa le 10, andò in cucina, dove c’era già Annunziata, e, mentre faceva colazione, cercò di indagare.
- Annunziata, tutto bene?
- Perché amore?
- Così, perché ti voglio bene.
Lei abbassò gli occhi e ammutolì.
- Che c’è adesso, ti ho detto qualche cosa che non va?
Nessuna risposta.
- Vuoi deciderti a dirmi qualche cosa? Sento che sei turbata, che ti stai rodendo lo stomaco.
Lo guardò fisso, mentre dai bellissimi occhi neri cominciavano a far capolino le lacrime.
- Ci sarebbe sì qualche cosa che non mi fa dormire da giorni.
- Dimmi, parla.
- Tanto tu non puoi farci niente…
- No, questo sono io a deciderlo. Tu raccontami tutto.
- Una settimana fa, mentre andavo a fare una visita al cimitero alla mia povera mamma, in contrada Cafusca, che è un luogo isolato, ho visto due uomini litigare. Sono venuti alle mani, poi è spuntato un coltello e uno dei due, colpito più volte, è rimasto a terra in un lago di sangue.
- Continua.
- Ho cercato di nascondermi, ma l’altro, quello rimasto in pedi, si è accorto di me e sono sicura che mi ha riconosciuto.
- E chi è quest’uomo?
- Totò Bonaventura.
- E perché non hai detto nulla alla polizia?
- Perché Totò Bonaventura è uno dei capimafia della zona: quello tiene in pugno tutti, uomini, donne, poliziotti e perfino magistrati.
- Cazzo…
- Dicevi?
- Scusa la parola, volevo dire è un bel guaio.
- Per me quello mi vuole morta.
- E ci credo.
- Che posso fare, Paolo?
- Tu non far niente, stai coperta, che vedo io quello che posso fare.
- Ma allora non hai capito niente! Tu che cosa mai potresti fare?
- Non preoccuparti: ho pure io le conoscenze giuste.
La conversazione finì lì, anche perché Paolo doveva cominciare il suo giro dei negozi.
Non si sentiva per nulla preoccupato, perché ora conosceva il committente. Con la meticolosità che lo caratterizzava si mise a spiare le abitudini di Totò e così si accorse che tutte le mattine un’Alfa 166 blu metallizzata lo andava a prendere con una puntualità incredibile: sempre e solo alle 8.
Poi lo portava in giro per i suoi affari, risalendo la montagna e poi ridiscendendo verso la pianura lungo la stessa strada, stretta, ripida e con ben pochi parapetti, nonostante la presenza di orridi e profondi burroni. Inoltre, già cominciava a fare freddo e, anche se la neve sembrava ben lungi dal venire, la possibilità di una gelata non era per niente remota.
Ispezionò più volte il percorso, trovò un punto adatto allo scopo e misurò la temperatura più o meno all’ora prevista per il passaggio dell’Alfa. Quando il mercurio scese sotto lo zero si sfregò le mani, soddisfatto perché l’indomani sarebbe stato il gran giorno.
Era un’alba gelida, con un vento freddo che soffiava forte; arrivò al curvone e fermò la sua familiare in un piccolo spiazzo, poi, con calma, cominciò a tirar giù dal baule le taniche d’acqua che aveva riempito la sera prima. Come iniziò svuotarle sull’asfalto il liquido ghiacciò quasi istantaneamente. Osservò il lavoro compiaciuto: lo strato gelato era esattamente nell’asse della curva e quindi visibile per chi arrivava solo all’ultimo momento.
Il lavoro però non era completo; così prima della curva versò il contenuto di una latta da 5 litri di olio da motore, poi prese dal suo campionario una piccola rivoltella, di quelle con cui giocano i bambini facendo tanto chiasso con i proiettili a salve. Adesso era tutto pronto e si trattava solo di attendere. Dopo circa un quarto d’ora, udì, portato dal vento, il rombo di un motore, dal timbro sportivo, tipico proprio delle Alfa.
Quando l’auto fu prossima alla curva cominciò a esplodere i colpi.
Il conducente, da provetto pilota, frenò, scalando contemporaneamente una marcia, onde poter avere più accelerazione e così tutta la coppia del motore venne scaricata a terra esattamente nel momento in cui le ruote erano sulla macchia d’olio. L’Alfa cominciò a sbandare, l’autista sembrò riprenderne il controllo per un istante, ma, arrivata nell’asse della curva, incappò nel ghiaccio. Girò più volte su se stessa, quasi indecisa sulla strada da prendere, poi a tutta velocità e senza più alcun controllo puntò il muso verso l’esterno, divelse il piccolo parapetto di lamiera e precipitò nel baratro. Dopo un volo di un centinaio di metri finì su una pietraia, esplodendo.
Paolo si guardò intorno: non c’era nessuno. Il lavoro era stato compiuto nel migliore dei modi, liscio liscio proprio come aveva detto la vittima.
Risalì in macchina e riprese il suo giro di lavoro, come se nulla fosse accaduto, perché ora, dopo essere stato Ghiaccio, era diventato nuovamente Paolo.
Durante il percorso pensò lungamente alla sua relazione con Annunziata e ci fu anche un brevissimo momento in cui gli venne voglia di gettare tutto alle ortiche e di sposarsela.
Fu solo un attimo, ma poi si scosse: l’idea era del tutto improponibile, poiché avrebbe voluto dire non solo dover abbandonare la sua lucrosa attività, ma anche perdere una libertà di cui si sentiva fiero e appagato. Nei suoi viaggi, infatti, non infrequenti erano i contatti intimi occasionali con altre donne, possibilità che un matrimonio, per di più con una siciliana e come tale sicuramente gelosa, avrebbe sicuramente, se non impedite, almeno rese alquanto difficoltose.
Ritornò da Annunziata solo a sera inoltrata, con il volto stanco e tirato di chi ha lavorato un’intera giornata.
- Ciao, Annunziata; sono un po’ in ritardo per la cena, ma il lavoro è il lavoro.
- Paolo, ho una notizia incredibile.
- Dimmi.
- Questa mattina Totò Bonaventura è morto.
- Morto? E come?
- In un incidente stradale. L’auto su cui viaggiava è sbandata per il ghiaccio in una curva ed è precipitata in un burrone.
- Caspita, questo si dice culo!
- In che senso?
-Che abbiamo avuto fortuna, anche perché non sono ancora riuscito a trovare chi poteva parlargli per tranquillizzarlo e fare in modo che non pensasse più a te. Meglio così.
- Sì e adesso saremo più liberi. A che punto sono le pratiche del divorzio?
- Annunziata, andiamo per le lunghe. Sai com’è la giustizia in Italia: lenta, farraginosa.
- E quando pensi di ottenerlo?
- Non ti so dire, ma sto facendo l’impossibile perché sia presto.
- E dopo un bel matrimonio con l’abito bianco e il viaggio di nozze a Parigi.
- Sicuro, non spero altro.
- Mi raccomando: fai veramente l’impossibile.
- Annunziata, se ti dico che desidero sposarti al più presto è la pura verità e puoi star tranquilla che solleciterò gli avvocati, i giudici, insomma chi di dovere.
- Avrai dei costi?
- Non preoccuparti per quelli.
- E gli affari come vanno?
- Bene, abbastanza bene, anche se oggi ho perso un ordine da 50.000 Euro.
- Peccato! Forse non eri al meglio per causa mia.
- No, non preoccuparti, perché prima o poi ne verranno altri. Che c’è per cena?
- Arrosto di vitello con patatine fritte.
- Ottimo: ho un appetito che non ti dico.
- Manca il vino, però; ho dimenticato di andare a prenderlo. Potresti fare un salto in cantina?
- Ma certo, non c’è problema.
Aprì la porta  sul retro della cucina e dato che l’appartamento era al primo piano, mentre la cantina era sottostante e accessibile solo dal cortile interno, prese a scendere lungo la stretta scala di marmo, sferzato dal vento sempre più impetuoso.
Non aveva fatto che due scalini, quando il piede d’appoggio scivolò sulla superficie ghiacciata; cercò di aggrapparsi alla ringhiera,ma questa improvvisamente cedette. Fu così che precipitò nel vuoto, lanciando un urlo disperato. Poi vi fu il tonfo, un rumore di ossa che si spezzavano mentre la vita cessava.
Annunziata si affacciò sulla porta, guardò giù e poi rientrò in casa.
Senza mostrare la minima emozione per l’accaduto si accinse a telefonare al pronto soccorso, ben sapendo dell’inutilità della chiamata, ma prima si guardò allo specchio e si disse:
- Annunziata, sei ancora una donna desiderabile e che può trovare facilmente marito. Paolo era un povero coglione che credeva di fregarmi con la storia del divorzio! E’ bastata una piccola indagine di un’agenzia investigativa per scoprire che non era nemmeno sposato. Avrei potuto troncare tutto, ma mi ha preso in giro per tanti anni e doveva pagare. E così è stato sufficiente gettare un po’ d’acqua sugli scalini, e poi il gelo e la ringhiera pericolante che non mi ha mai voluto aggiustare hanno fatto il resto.    
Sollevò la cornetta, compose lentamente il numero e alla voce che rispose disse con tono affranto:
-    Venite, presto. C’è stata un’orribile disgrazia. Ma state attenti, perché le strade sono tutte ghiacciate.


***
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La canzone con cui chiudo il post non ha niente a che  fare con il racconto pubblicato: vuole essere però un omaggio a un cantautore e poeta che ieri ci ha lasciato: Ivan Della Mea
Un grande Resistente, voglio definirlo.

Ecco qui la sua voce:
L'internazionale di Franco Fortini





















 
                        
  
          


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categorie: renzo montagnoli
domenica, 14 giugno 2009

A Bologna, con letture di Margaret Collina

15 giugno
postato da: Soriana alle ore 17:01 | link | commenti (1)
categorie: avviso ai naviganti
sabato, 13 giugno 2009

Un po' di me, ma anche di altri

bucato
E' uscito il nuovo numero di Arteinsieme. Fra le altre cose potete leggere:
Badanti
che è una mia poesia
e poi, di Renzo Montagnoli, la poesia:
La voce dentro
e anche il racconto
Il prezzo del silenzio

e ancora:
Un uomo d'altri tempi
Racconto-monologo di Maurizio de Giovanni


LadyPazz ospita invece un racconto di Remo Bassini:
Ronda fascista


Per chi poi oggi pomeriggio si trovasse accanto a un apparecchio radio o a un pc si sintonizzi su Radio3, perchè Paolo Nori avvisa che:

Sabato 13 giugno,
a radiotre,
tra le 15 e 25 e le 15 e 50 circa,
dentro una trasmissione che si chiama
Piazza Verdi,
in diretta da Milano
leggiamo e suoniamo con Antonio Zambrini
da Sputare negli stivali (dai Pubblici discorsi)



E adesso un mini racconto, che poi sarebbe il compito che Il Maestro Paolo Nori di cui sopra  (la cui scuola di scrittura e lettura frequento da un po’ di tempo) ci ha affibbiato per lunedì prossimo. Il compito così, più o meno, citava: fate parlare (o descrivete) un personaggio con una (o più) ossessioni, una (o più) paranoie. Una cartella. 
E allora io ho scritto così, sperimentando un poco:



Tutto adesso è pulito

Ah, dite bene voi, mi dite mostro, è così che mi chiamate. Ma non sapete niente.  Avete le orecchie chiuse, voi.  Voi non ascoltate la VERITA’. Io sì, a me la VERITA’ mi parla con le voci della PULIZIA e io le  capisco queste voci che voi non sentite, io che non ho studiato e che più in là del mio paese ci sono andato solo quella volta. E adesso mi chiamate mostro perché ho fatto quello che ho fatto, ma io dovevo farlo, perché  sono le voci della PULIZIA che me l’hanno detto.
Che quando ero piccolo erano voci che bisbigliavano e quando andavo nei campi e si sentiva il vento facevo fatica, facevo fatica a sentirle. Allora mi mettevo giù, in mezzo al frumento e chiudevo gli occhi, chiudevo, e le voci mi dicevano le cose da fare. Mi dicevano che per restare pulito non dovevo più baciare mia mamma, e neanche in braccio, le dovevo andare. Perché mia mamma non era pulita, che io l’avevo vista, senza le mutande e con quell’uomo sopra.  Che faceva un rumore, lei, come delle volte le bestie. Che io ero entrato nella stanza perché mi ero tagliato per sbaglio con un coltellino, ma lei continuava a fare quel rumore e non mi ha visto e il sangue mi ha sporcato la maglietta, che era bianca, ricordo. E’ stato da quella volta che sono arrivate le voci.
Prima le voci mi venivano dalla sinistra, e poi hanno cominciato a venire anche dalla destra, ma non insieme. E quando sono andato a scuola delle volte dormivo con la testa sul banco, perché così non vedevo la maestra,  che così voleva la voce di destra. La maestra era una donna sfacciata, con la faccia dipinta e le maglie strette,  la maestra era sporca e se la guardavo sporcava anche me, diceva la voce di destra. Dopo ho smesso di andarci, a scuola. E le voci parlavano sempre più forte e mi dicevano delle cose. Come di strozzare la gatta, quella volta, dopo che il gatto le era stato sopra, e lei era diventata sporca. Non mi piacciono le cose sporche, io mi lavo sempre, come mi dicevano le voci; le mani, le mani anche cento volte in un giorno, credo, me le lavo. Anche adesso.
Poi dopo è venuta una ragazza ad abitare vicino a casa nostra. E’stato dopo l’incidente di mia mamma, sì, dopo che mia mamma è morta bruciata dal cherosene.  Questa ragazza era  così pulita e lustra che sembrava come se fosse stesa sui fili del bucato quando c’è il sole, con il vento che pulisce tutto. E aveva anche l’odore del bucato. Così questa ragazza ha cominciato a parlare con me
e aveva una voce che sembrava una canzone di chiesa. Nessuno mi aveva parlato così, prima, e dire che avevo già sedici anni. Allora per un po’ le voci hanno smesso di dirmi, perché non c’era più niente da pulire.  Lei delle volte mi faceva una carezza sulla testa, e io non mi tiravo indietro come avevo fatto con mia mamma e con la maestra. Delle altre volte mi faceva da mangiare e mangiavamo insieme, quando io tornavo dai campi.  L’Anna, che Anna si chiamava, ha cominciato a volermi bene, come una sorella, diceva, sei il mio fratellino, diceva. E anch’io, uguale.
Ma poi ha cominciato a cambiare. Alla domenica non stava più a casa, prendeva la macchina e se ne andava, e non veniva neanche a salutarmi.  E quando tornava mi sembrava un po’ meno pulita, con un odore che non era il suo, mi pareva.
E mi parlava meno, era come se non ci fosse, delle volte, anche quando c’era. Allora sono tornate le mie voci, che ne avevo anche voglia, che tornassero, dopo che lei non mi parlava più. E le voci di sinistra mi hanno detto di prendere la corriera, la domenica, e andare in città, che è piccola, la città, e forse l’avrei vista, all’Anna.
E infatti l’ho vista, che era lì, nella piazza, e c’era uno che se la stringeva e lei rideva come non l’avevo mai sentita, con me, ridere così.
Allora le voci hanno cominciato a gridare tutte insieme, e quelle di sinistra e quelle di destra, e mi dicevano che non dovevo farla sporcare, all’Anna, che lei doveva rimanere pulita e che solo io potevo farla rimanere pulita.
Così ho preso la corriera e sono tornato a casa e l’ho aspettata dietro la siepe.
E adesso dite mostro, a me. Perché voi non capite che è il mio coltello che l’ha salvata. Piantavo piantavo piantavo la lama e il sangue la ripuliva tutta. Come il cherosene aveva ripulito mia mamma.
Le voci non mi dicono più niente, adesso, perché tutto è pulito e in ordine. E la sola cosa che mi fa dispiacere è che voi mi chiamate mostro.



Il Bolero di Ravel, ogni volta che lo ascolto, mi dà un senso di angoscia, mi sembra la rappresentazione in musica di un'ossessione. E mi sembra adatto, quindi, come chiusura a questo raccontino. E pure le immagini del video, mi sembrano adatte.

Ravel: Bolero (Andre Rieu)

postato da: Soriana alle ore 01:27 | link | commenti (7)
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giovedì, 11 giugno 2009

In ricordo di...

428px-Enricoberlinguer
Enrico Berlinguer
(Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)


Ciao, Enrico  (video)


E Berlinguer morì, l'11 giugno. Tanti parroci avevano invitato a pregare per lui nella messa domenicale. L'aereo presidenziale aspettava a Venezia. Padova, Mestre, erano impercorribili, le strade assiepate di gente. Pioveva. Si erano gremiti i ponti e i bordi dell'autostrada, fabbriche ferme, contadini venuti in trattore, camionisti in lacrime. Passava Enrico Berlinguer, piccolo, timido, silenzioso, attento, caparbio, impregnato di moralità e di passione. (da Eddyburg ).

E dopo venticinque anni nessun’altro. Nessun’altro come lui, e neppure qualcuno che gli assomigli anche da lontano. Parole dettate dalla nostalgia per tutto ciò che è passato? No, solo amara, desolante  consapevolezza.  Oggi solo omuncoli che si affannano, oggi  solo il vuoto di una sinistra che ha perso il suo significato originario.
Valori? Cosa e quali sono, oggi, i valori? Ideali? Parola obsoleta, defunta, crocefissa.




Modena City Ramblers: I funerali di Berlinguer

Antonello Venditti: Dolce Enrico

Enrico se tu ci fossi ancora
ci basterebbe un sorriso
per un abbraccio di un'ora
il mondo cambia
ha scelto la bandiera
l'unica cosa che resta
è un'ingiustizia più vera
qui tutti gridano
qui tutti noi siamo diversi
ma se li senti parlare
sono da sempre gli stessi
quante bugie
quanti segreti in fondo al mare
pensi davvero che un giorno
noi li vedremo affiorare
oh no non dirmi no
dimmi che quel giorno ci sarò
chiudo gli occhi e penso a te
dolce Enrico
nel mio cuore accanto a me
tu sei vivo
chiudo gli occhi e tu ci sei
dolce Enrico
tu sorridi accanto a me
a san Giovanni stanotte
la piazza è tutta vuota
ma quanta gente che c'è
sotto la grande bandiera
e quante bugie
quanti segreti in fondo al mare
pensi davvero che un giorno
noi li vedremo affiorare
oh no non dirmi no
dimmi che quel giorno ci sarò
chiudo gli occhi e penso a te
dolce Enrico
nel mio cuore accanto a me
tu sei vivo
chiudo gli occhi e tu ci sei
dolce Enrico
tu sorridi accanto a me
tu sorridi accanto a me

(Antonello Venditti)
postato da: Soriana alle ore 10:58 | link | commenti (12)
categorie: in ricordo di, i veri grandi della storia
martedì, 09 giugno 2009

Non chiamiamole più morti bianche: finalmente qualcuno lo dice

morti bianche
 Non ho propria nessuna voglia di parlare dei risultati elettorali. A chi esulta per un non eclatante successo del PDL all’Europee (che non può che farmi piacere, non vorrei essere equivocata…) vorrei però consigliare di essere un po’ meno miope, e di non focalizzare l’attenzione solo su quel risultato. I partiti xenofobi sono avanzati in tutta Europa, e se poi consideriamo anche l’Italia,  vediamo come la… liberale e antirazzista Lega ha ottenuto ampi  consensi.  Quindi che non continui, la Sinistra, a essere così miope e ottusa. A mio parere, questi successi, hanno odore di morte. Ma io, forse,  di politica, non ci capisco niente… Basta, chiuso l’argomento.

Grazie alla  puntata  odierna  di Fahrenheit, sono risalita a  questo video della primavera ’73. Cosa è cambiato, da allora? Nulla!  Forse c’è maggiore visibilità, ma di fatto non cambia nulla.  E se allora il termine “morti bianche” poteva avere un significato (si voleva sottolineare, chiamandole così, la scarsa diffusione della notizia
riguardo agli incidenti: due righe appena nelle pagine interne di un quotidiano, morti pressocchè anonime, insomma, come anonime sono le croci bianche di un cimitero di guerra), oggi quelle morti bisogna chiamarle sporche, moralmente, perché evitabili nella maggior parte dei casi, e materialmente, perché si muore spesso nel fango, nell’olio che ustiona, nelle fiamme che fanno della carne cenere grigia,  negli acidi che corrompono il corpo.


Certo, mi si può dire che le parole, le definizioni, le etichette non sono molto importanti. Che importante è l’agire per cambiare.  Eppure anche le definizioni hanno il loro peso. Pensate alla parola “clandestino”, per esempio, che sta assumendo un’accezione sempre più negativa, diventando quasi sinonimo di delinquente.
Al contempo ci si arrampica sui vetri per sostituire  alcuni termini con altri  che, secondo me, sono più che legittimi: non vedente al posto di cieco, per esempio, quando la stessa Unione Italiana Ciechi mica ha cambiato la sua sigla.
Ma tornando alle morti cosiddette bianche vi propongo un editoriale di Articolo 21, da cui ha preso spunto l'odierna puntata di Faherenheit.



Il 10 giugno prossimo s’ inaugurerà a Bologna la manifestazione fieristica Ambiente Lavoro,   dedicata alla qualità del lavoro e alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Articolo 21 è impegnata da tempo a promuovere sui mezzi d'informazione i grandi temi di rilievo sociale e, in particolare, quelli inerenti al lavoro: la cultura del lavoro e la salute e sicurezza dei lavoratori. Perciò abbiamo accolto con piacere la proposta degli organizzatori di "Ambiente Lavoro", di presentare congiuntamente questo importante evento alla stampa. La presentazione, sotto forma di conferenza stampa, avverrà a Roma, presso la sala stampa della Camera dei deputati, il 9 giugno alle ore 14,30.
Il tema su cui porrà l'accento l'edizione di quest'anno della Fiera è quello del rapporto tra salute e sicurezza e organizzazione del lavoro.
Dal canto suo Articolo21, dopo la lunga campagna svolta negli anni scorsi per suscitare la sensibilità dei mezzi d’informazione sugli incidenti e le morti per lavoro, chiede agli organi d’informazione di non parlare più di “morti bianche”. Questa ci appare una definizione fuorviante perché fa pensare a morti accadute per caso, per “tragica fatalità”. Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, all’ origine degli incidenti sul lavoro c’è il modo in cui è organizzato il lavoro: i carichi, i tempi, lo stesso ambiente di lavoro. E pensiamo alle invalidità che si manifestano dopo una vita, spesso già durante una vita, di lavoro svolto in condizioni ambientali e organizzative disagevoli. E all’accumulo di tensioni, insoddisfazioni, frustrazioni che producono danni altrettanto gravi di quelli fisici.
Perciò ci sembra questo il prossimo impegno che dovrà assumere il mondo dell’informazione: indagare sul modo in cui si lavora nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi del lavoro stabile e in quelli del lavoro precario per ricercare i perché degli eventi negativi e luttuosi legati al lavoro. Perché individuarne la cause, evidenziarle, descriverle significa dare un contributo alla loro eliminazione.


E ora  vi pongo la stessa domanda che Marino Sinibaldi sta facendo agli ascoltatori: con quale definizione sostituireste, voi, il termine “morti bianche” ?
A me pare efficace: omicidi premeditati sul lavoro.  E come omicidi premeditati dovrebbero essere puniti.

E se poi volete, date anche un'occhiata al post precedente: consigli di navigazione.

Vi lascio con questa canzone, del 1973, che parla di morti sul lavoro:
Anna Identici: Era bello il mio ragazzo
postato da: Soriana alle ore 18:01 | link | commenti (3)
categorie: leggeri e pesanti pensieri

Buoni consigli

P1030330About me

Da Renzo Montagnoli, una mia poesia:
Piccole cose

QUI
potete sapere cosa farò il 16 giugno... E chi può, venga, che ridere è sempre salutare...

i ResistentiI Resistenti


Saviano come Pinocchio
di Beppe Iannozzi

Dedicato a Berlinguer
di Savina Dolores Massa




letteraturaScrittori e scritture

Una magnacarta su diritti e doveri del signor Testo
Interessantissimo editoriale di Sergio Sozi: da non perdere, veramente.

Alberto Carollo in:
Editori corsari e autori Kamikaze

Da Remo Bassini:
l'olocausto dimenticato

E, a proposito di Remo Bassini, sul blog
Sul Romanzo
troverete una sua intervista, ma anche un’intervista a Morena Fanti,  e a Giulio Mozzi e altre interviste a scrittori e un sacco di cose, fra cui degli ottimi consigli su “come scrivere un romanzo in 100 giorni” Sul Romanzo, il blog di Radames, è uno dei migliori in rete, secondo me.

Movenze di incognito azzurro
il romanzo di Flavio Casella, già edito da Prospettiva, diventa un e-book, scaricabile gratuitamente.

Giuseppe Merico:
Noi non eravamo borghesi

Morena Fanti
(che brava, che sei, Morena!)


DanteCari amici Poeti

Renzo Montagnoli
In mezzo scorre il fiume

Sabrina Campolongo
Salomè
(una bellissima sorpresa Sabrina poetessa...)

E un'altra bella ed emozianante sorpresa è ascoltare
QUI
La voce di Cristina Bove

e leggere
qui una poesia di Glò D'alessandro

E' di Natàlia Castaldi la poesia Morfina,
fiore del Giardino dei Poeti

Gaetano Gulisano
Mani aperte

Giorgio Medda
Pietra angolare



internet_la_rete
Nuove scoperte in Rete

Un'italiana in Nepal
Dovrei scrivere molto, intorno a questo blog, ma per ora vi invito solo a visitarlo



Altro

La fobia di Isabel

Comodoro:
La Grande Truffa del Digitale Terrestre



prossimi-eventiEventi
Vi avevo promesso di tenervi aggiornati sulle date e i luoghi del bellissimo spettacolo su Fabrizio de Andrè a cura di Margaret Collina e Gianni Landroni: ecco quindi che mantengo, molto volentieri,  la promessa

L’ARENA DEL BOCA
Festival letterario a cura di Librerie.coop
Bagno Boca Barranca
Viale Italia 301 - Marina Romea (Ra)
Mercoledì 24 giugno alle ore 21
L’ARTE DI FABRIZIO
Concerto per chitarra e voce recitante in omaggio a Fabrizio De Andrè.
Letture di Margaret Collina dei testi di famose canzoni di De Andrè, seguite dall'esecuzione dal vivo degli arrangiamenti alla chitarra del maestro Gianni Landroni

postato da: Soriana alle ore 17:10 | link | commenti (8)
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