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lunedì, 30 marzo 2009

E rullino i tamburi!

P1080971La foto che apre il mio post di oggi rappresenta un angolo della graziosissima e accogliente libreria  caffetteria vineria Zammù, un luogo bolognese  da cui passano, da un po’ di tempo,  tanti scrittori con i quali, mentre si sorseggia un ottimo calice di rosso, si può conversare amabilmente. Di questa libreria, dove i libri si alternano a colorate statue di cartapesta, sono già stati ospiti Remo Bassini, Cristiano Cavina, le giovani autrici dell’antologia Fiocco rosa e tanti altri ancora. E altri ne verranno (e a questo proposito vi anticipo che l’8 aprile ci sarà una grande sorpresa… ma ve ne parlerò nei prossimi giorni…)
L’idea di questi eventi, che si raccolgono sotto il nome di  Alfabeto letterario: dalla A allo Zammù è nata all’interno dell’associazione Casa Lettrice Malicuvata, nelle menti
di due giovani che della lettura (è questa l’idea che mi sono fatta) fanno una ragione di vita: Simone e Maria Luisa.
A questo punto, continuando a scrivere il mio post, sentirei la necessità di un rullo di tamburi. Perché? Perché domani sarà ospite di Zammù  uno degli scrittori che considero uno dei più grandi di questi ultimi decenni: Filippo Tuena.
Ecco, leggete qui sotto, e i tamburi, con il loro rullio, immaginateli:


Zammù Libreria e Casa Lettrice Malicuvata
Via Saragozza 32/a - Bologna
31 Marzo 2009 ore 19.00
Filippo Tuena in L'ultimo parallelo di Michelangelo - introducono Antonio Tirelli e Simone Olla
Incontro pubblico tra i ghiacci di Ultimo parallelo (Rizzoli) e le voci di Michelangelo, la grande ombra (Fazi)
Sarà presente l'autore.

Quegli uomini che puntano il Sud hanno ricordi presi a schiaffi dal vento gelido. Quell'uomo solo che consuma i suoi ultimi giorni ha voci di ricordi. Un dialogo a più voci dentro gli abissi della solitudine, tra la spedizione antartica di Scott e le ombre di Michelangelo.
Filippo Tuena (Roma 1953) è autore di saggi di storia dell'arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti sognatori (Fazi, 1999), La passione dell'error mio (Fazi, 2002), Le variazioni di Reinach (Rizzoli, 2005), Ultimo parallelo (Rizzoli, 2007), Michelangelo la grande ombra (Fazi, 2008). Con Ultimo parallelo ha vinto il Premio Viareggio 2007 e il Premio Albatros 2008.


E finalmente! Filippo Tuena avrebbe già dovuto essere presente a Zammù ai primi di febbraio, ma poi una dispettosa influenza lo costrinse a rimandare. E così solo domani avrò il piacere di conoscerlo, ma, come si dice, meglio tardi che mai…
Invito caldamente chi si trovasse in zona a non perdere questo incontro. Se avete già impegni…rimandateli: ne varrà la pena, ve lo assicuro.


Anche se so che di Filippo Tuena saprete già tutto, vi lascio qualche link, così potrete fare un ripasso.

Su "Michelangelo la grande ombra"
QUI
e
QUI

Su "Ultimo parallelo"
QUI
e
QUI

E poi due interviste, tutte e due a cura di Renzo Montagnoli
QUESTA
e
Questa


Penso che a concludere questo post possa star bene una

musica rinascimentale
postato da: Soriana alle ore 16:25 | link | commenti (5)
categorie: presentazioni, filippo tuena
sabato, 28 marzo 2009

Morena Fanti: coraggio e positività

P1090178(Morena Fanti: Casa Biondi- Castenaso 26 marzo 2009)

Giovedì sera, stazione di Castenaso: Morena mi sta aspettando sulla pensilina del primo binario e l’impressione che ho nell’incontrarla mi conferma il pensiero che ho avuto leggendo il suo libro, e poi ascoltandola al telefono. Morena Fanti è una donna che emana una forza estremamente positiva, rassicurante. E’ una bella signora i cui occhi trasmettono amore per la vita, al di là (o nonostante) di tutto.
Saliamo in macchina, mi siedo vicino alla sua mamma, una signora timida e gentile.  Alla guida dell’auto, Giuliano, il marito di Morena: e mi sembra di capire da subito che anche Giuliano emana quella forza positiva. Sono una bella coppia, nel senso più profondo di questa espressione.
Arriviamo alla biblioteca Casa Biondi, una biblioteca bellissima, con strutture in legno che la rendono molto accogliente. Era una vecchia casa colonica, questo edificio, anzi, più esattamente, i locali che ora accolgono la biblioteca  erano un tempo adibiti a stalla. Negli anni settanta c’era stato uno sciagurato progetto di abbattere tutto il complesso, ma i cittadini di Castenaso raccolsero un mucchio di firme perché questo non avvenisse. Ed è quindi anche grazie alla loro  battaglia se questa sera stiamo salendo la bella scala di legno che ci conduce al luogo dove si svolgerà l’incontro con Morena Fanti, la psicoterapeuta Adriana Di Salvo e il pubblico che, poco alla volta, sta riempiendo la sala.
Questo, di giovedì 26 marzo 2009, è l’ultimo di tre incontri in cui si è affrontato il tema della vita, tutti coordinati da Morena.  Ma il tema di questa sera non sembrerebbe la vita, ma il suo contrario, la morte. Infatti, come avevo scritto nel mio post del 25 marzo, al centro della serata ci sarà il libro scritto da Morena, “Orfana di mia figlia”, in cui l’autrice racconta il suo percorso dopo la morte di Federica, la sua unica figlia.  Ma notate: ho scritto “il tema di questa sera non sembrerebbe la vita”, ho usato il condizionale. Perché in realtà la vita, il coraggio, la forza d’animo per continuare ad andare avanti anche dopo la devastazione che un lutto così annientante porta, sono i protagonisti di questo incontro.  L’atmosfera è serena, anche se tutti siamo emotivamente coinvolti. Scappa anche qualche sorriso. E mentre si alternano gli interventi di Morena e Adriana, mentre la psicoterapeuta legge alcuni brani di Orfana di mia figlia, mi convinco sempre più che quel libro, come già ho scritto l’altro giorno, dovrebbero leggerlo tutti. Perché a tutti è capitato e capiterà di avere un amico, un conoscente, un parente che dalla morte viene privato di un proprio caro. E leggendo questo libro si capirà meglio come comportarsi, si imparerà a non aver paura di pronunciare la parola morte,  e a parlare del defunto con la persona che ha subito la perdita senza timore di ferirla, perché ferisce molto di più, ed è anche questo uno degli insegnamenti del libro di Morena Fanti, il far finta di niente, lo sfuggire  e il rifuggire il fatto, evitare di parlarne, magari per pudore, o per un senso, sbagliato, di delicatezza.
So bene che il dolore accompagnerà per sempre Morena, Giuliano e tutti coloro che hanno amato Federica. Morena ne è consapevole e lo ha anche scritto.  Ma gli “orfani” di Federica continuano a vivere, e io credo che cerchino di farlo  nel miglior modo possibile.  Non l’hanno né archiviato, il dolore (e come sarebbe possibile?) né continuano a combatterlo, che sarebbe una lotta impari.  Lo hanno “semplicemente” accettato.  Un “semplicemente” che è costato tanto, ma ci sono riusciti. Ci sono e ci saranno giorni in cui il dolore si ripresenterà con tutta la sua crudezza, ma ci saranno anche tanti, tanti giorni buoni. Anche se diversi, da quel “prima”, da quel tempo in cui Federica era ancora viva, ma saranno ancora  giorni buoni.
E’ questa la mia riflessione dopo l’incontro con Morena Fanti, che ha confermato e rafforzato tutti i pensieri  che avevo già formulato dopo la lettura di "Orfana di mia figlia".
Io credo che se Federica potesse ora vedere la sua mamma (lascio ad ognuno di voi credere se questo possa o non possa essere plausibile), credo, dicevo, che se lei potesse vedere la sua mamma ne sarebbe estremamente orgogliosa, così come sono certa che lo fosse quando viveva accanto a lei.
A pagina 106 del libro, nel brano che porta la data del 26 marzo 2002, a pochi mesi dalla perdita della  figlia,  Morena scriveva:
"Trovo sempre più difficoltà in ogni cosa, dal lavoro alle incombenze familiari. Tutto mi sembra impossibile ed enorme per le mie poche forze e, soprattutto, mi sembra inutile."
A sette anni esatti di distanza, il 26 marzo 2009 Morena  conclude la serata a Casa Bondi  leggendo questa  sua  poesia: una semplice, bellissima sorgente di vita.
Ne ha fatto di cammino, Morena…



Non vorrei essere altro


non vorrei esser altro
che ciò che sono:
sciocca goccia di pioggia
nel noioso pomeriggio
d’agosto.

Lavare una foglia
dissetare un filo d’erba
spegnere la polvere
nell’aridità del terreno.
 
Luce sull’opaco della tegola,
sorriso sulle labbra
di un bambino,
serenità nel cuore
di chi mi cercava.
 
Un plin nella ciotola del cane
un pof sulla vecchia grondaia
un toc sul vecchio legno
e un paf nella pozza sul prato.
 
Solo questo vorrei essere:
plin pof toc e paf.
Nulla di diverso da ciò che sono.

(Morena Fanti)

La musica, questa sera, è un brano di una sinfonia che io considero molto rasserenante
Beethoven: Sinfonia Pastorale 5'movimento

E buona domenica a tutti.
postato da: Soriana alle ore 23:28 | link | commenti (10)
categorie: presentazioni, morena fanti
venerdì, 27 marzo 2009

No Comment

Ishot2kills
Non faccio alcun commento. Nessuno.

Riporto semplicemente questo testo, che mi è arrivato da
Giornalismo partecipativo:


Le magliette di moda nell’esercito israeliano: “meglio ammazzarli da piccoli”

La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.

E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.

Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.


Ricorda tutto questo  la prossima volta che ti diranno che i palestinesi educano i figli alla cultura dell’odio.


E da Youtube ho prelevato questo, che forse rappresenta solo una favola, un sogno, ma  spero che, in qualche modo, addolcisca lo sdegno che indubbiamente vi avrà procurato il testo precedente.


Pace of Peace è un cartone animato, un piccolo cartone animato, con annesso documentario, La storia di Pop, che ne racconta la realizzazione.
Otto ragazzi israeliani della città di Raanana e otto palestinesi di Qalqilia, con i loro insegnanti e rispettivi Sindaci, hanno sfidato -- e sfidano -- occupazione e attentati, blitz e terrorismo. Insieme, con coraggio individuale e intelligenza collettiva, hanno cominciato a bonificare uno dei campi minati più pericolosi per il percorso di pace. Quello della comunicazione. Di parte. Spesso ridotta a propaganda. Sempre ignara delle ragioni dell'altro. Così questi ragazzi hanno voluto testimoniare personalmente la loro visione della pace.
E lo hanno fatto ideando insieme la storia ed i personaggi di Pace of Peace, assistiti da alcuni tra i migliori esperti del settore e relative case di produzione e studi di animazione. Pace of Peace è anche una canzone, colonna sonora del cartone, ideata e donata da due famose cantautrici, la palestinese Rim Banna e l'israeliana Noa.


http://www.youtube.com/watch?v=6waIgxaWx34
postato da: Soriana alle ore 00:07 | link | commenti (8)
categorie: cronache infernali
mercoledì, 25 marzo 2009

Morena Fanti: Orfana di mia figlia

P1090157Quindici anni fa a una fra le mie più care amiche capitò una cosa terribile, la peggior disgrazia che possa accadere a un essere umano: le morì un figlio, di appena diciotto anni, travolto da un camioncino a pochi metri da casa, mentre si stava recando a scuola. Anch’io amavo moltissimo Andrea, che avevo visto crescere, che tante volte aveva giocato con mio figlio, di qualche anno più grande, in casa nostra. Cercai di stare più vicina possibile alla mia amica, ma mi sentivo impotente davanti al dolore straziante che la sovrastava. Ricordo che insieme, anni dopo, acconsentendo al suo desiderio, andammo a vedere La stanza del figlio, di Nanni Moretti. Fu un’esperienza dura anche per me, assistere a quella pellicola. Anche se era trascorso qualche anno da quella tragedia la ferita che la mia amica si portava addosso  era ancora aperta, pronta a ricominciare a sanguinare. Tutte e due pensammo che Moretti aveva portato sullo schermo in maniera assolutamente realistica le emozioni, il senso di annientamento, i problemi di relazione che nascono all’interno di una famiglia che ha subito un simile lutto: le aveva riprodotte in maniera così efficace come se le avesse vissute lui stesso. Ancora una volta da quando Andrea era morto mi chiesi come mai non esistesse un termine che indicasse la condizione di chi perde un figlio:  si dice orfano di chi perde un genitore, vedovo, vedova, di chi perde il coniuge. Forse, mi risposi nuovamente, perché perdere un figlio è qualcosa di così terribile, di così contro natura che nessun vocabolo può codificare lo stato in cui si viene a trovare un genitore in una simile circostanza
Poi, tempo fa, navigando in rete, mi sono imbattuta nel titolo di un libro: "Orfana di mia figlia". E ho capito che era quello, il termine giusto.  Il sostantivo orfano indica il vuoto assoluto, l’assenza che non potrà più essere riempita da altri. Usato normalmente per chi perde un genitore  trovo che sia perfetto per chi perde un figlio.


Non conosco personalmente  Morena Fanti  l’autrice di “Orfana di mia figlia”.  Di lei, fino a ieri, avevo letto solo qualcosa in rete, i suoi commenti  sempre interessanti che lascia nel blog di Remo Bassini, una bella intervista  che le ha rilasciato Francesco Giubilei. Mi ero ripromessa di acquistare il suo libro dove racconta sotto forma di diario la atroce esperienza della perdita di Federica, la sua giovane figlia. Perché di quel libro avevo sentito parlare molto bene, e perché mi aveva riportato a quel lutto di quindici anni fa. Ma non era capitata ancora l’occasione.  Poi, pochi giorni fa, prima di partire per Roma, vado alla Feltrinelli e il mio sguardo viene attirato da un libro dalla copertina bianca, e vedo il titolo: “Orfana di mia figlia”. Ecco, l’occasione era arrivata.
L’ho iniziato sul treno che mi riportava a Bologna, il libro di Morena Fanti. Del viaggio non me ne sono accorta, non sentivo le voci degli altri passeggeri, gli immancabili squilli dei telefonini che probabilmente rimbalzavano da una poltrona all’altra. Ero con Morena, con il suo dolore, con la sua rabbia e la sua disperazione, nella sua casa, con i suoi amici, in macchina con lei, con le sue lacrime. Ma ero anche con la sua voglia di ricominciare, anche se lentamente, a vivere, con la sua consapevolezza di non volersi lasciare travolgere totalmente dalla tragedia che l’ha colpita. Credo che proprio quest’ultima cosa sia il nucleo principale del libro. Credo che “Orfana di mia figlia” oltre a essere un buon libro dal punto di vista della scrittura, sia anche un libro buono.
E’ un libro pieno di amore, non solamente amore verso la figlia perduta, ma amore verso la vita. Un libro che parte da un lutto, è vero, dal lutto più terribile che si possa subire, ma che può aiutare moltissimo chi, questo lutto, lo ha vissuto.  Ci vuole molto coraggio, molta forza interiore per riprendere possesso di se stessi, per ricominciare a vivere. Ma Morena ci insegna che ci si può riuscire. L’ho terminato ieri il suo libro, e mentre lo riponevo sulla scrivania il mio animo non era pervaso dalla tristezza, non solo, almeno.  Perché può dare  anche speranza, “Orfana di mia figlia”. C’è tutta la forza di questa madre che giorno per giorno, con stati d’animo altalenanti, con ricadute nella disperazione, insegna a se stessa e al lettore che comunque la vita deve andare avanti, che non bisogna abbandonare  tutte le abitudini che si avevano prima, che è inutile forse chiedersi in continuazione “perché a me”.
Credo poi che questo libro possa aiutare anche chi, pur non avendo perduto un figlio, sia sovrastato da altri dolori, da altre tragedie. E’ un libro della ricostruzione, questo. E’ un libro per tutti, sto pensando ora.  E’ il mio consiglio di lettura di questa notte: vorrei davvero che lo seguiste. Lo ripeto, non è solo un buon libro, per come è narrato, ma è un libro buono per quello che ci può dare.

Andando a visitare il blog di Morena, ho visto che il suo libro verrà presentato giovedì prossimo. Ecco le informazioni dettagliate per chi volesse partecipare:


Biblioteca comunale “Casa Bondi” - via XXI Ottobre 7/2 Castenaso (Bo).
Giovedì 26 marzo, ore 21
Rinascita alla vita dopo il dolore
Presentazione del volume
Orfana di mia figlia
di Morena Fanti
Interviene, insieme all’autrice, Adriana Di Salvo - Psicoterapeuta
Coordina: Morena Fanti
Biblioteca comunale “Casa Bondi” - via XXI Ottobre 7/2 – tel. 051/788025 – biblio@comune.castenaso.bo.it - www.comune.castenaso.bo.it


Mi piacerebbe tanto, davvero tanto esserci. Mi piacerebbe conoscere Morena. Ma non guido l’auto, e avrei problemi di trasporto al rientro. Peccato…

Morena Fanti
Orfana di mia figlia   
€ 16,00
2007
Editore Il Pozzo di Giacobbe  (collana Il senso della vita)
ISBN: 978-88-6124-035-3



La canzone con cui chiudo il post era fra le preferite di Andrea.  E ascoltarla ancora mi commuove

Francesco De Gregori: Il bandito e il campione
postato da: Soriana alle ore 02:41 | link | commenti (8)
categorie: leggo e commento
lunedì, 23 marzo 2009

Una calda serata in una Roma battuta da un gelido vento

P1090143Era super affollato il Tuma's Book , venerdì sera.  Tutti accorsi lì, nonostante il freddo gelido che invitava a starsene in casa. L’evento…calamita era, come senza dubbio già sapete, la presentazione di questi due libri:


COP0279-4[1]

viole(n)tred
rispettivamente di Enrico Gregori e di Laura Costantini e Loredana Falcone. E direi che meglio non poteva andare.
Sono molto contenta di essere stata presente, perché la serata è stata piacevolissima. D’altra parte come poteva non esserlo? La conduzione di Gaia Cenciarelli  è stata molto brillante e altrettanto brillanti gli interventi degli autori: Laura Costantini, Loredana Falcone e Enrico Gregori (che pareva fosse un po’ sonnacchioso, in realtà a me faceva pensare  a un  gattone  sornione).
Una serata all’insegna del noir, ma vi assicuro che il noir è rimasto racchiuso solo nelle pagine dei bei libri presentati, perché nel grazioso bar-libreria l’atmosfera era quella di un caloroso incontro fra amici.
Interessanti anche gli interventi del pubblico, pur non mancando il solito collezionista  di presentazioni in libreria, prototipo di quegli individui che, in questi eventi, colgono l’occasione per parlare di sé, del loro libro, e bla bla bla. Ma questo, ripeto, è un classico: i nomi e i cognomi cambiano, cambia la fisionomia, ma la sostanza è sempre quella. Per fortuna nessuno dà loro peso…

Avevo già acquistato in precedenza il romanzo di Enrico, e ne ho parlato QUI
e da venerdì anche Viole(n)t red di Laura e Lory fa parte del mio patrimonio…libresco. Credo che quando lo leggerò mi stupirò ancora una volta della capacità inventiva di queste due care amiche, o forse, no, non  mi stupirò affatto perché lo so quanto sono brave a intrigare il lettore con la loro scrittura.  Fra l’altro le signore del Web hanno annunciato anche il titolo del loro prossimo romanzo.  Lo devo dire? Ma no, se vogliono saranno loro a rivelarlo a tutti.
In un momento che per me non è molto buono, questa serata mi ha rallegrato. Rivedere persone che avevo conosciuto in precedenza, conoscerne di nuove (mi ha fatto molto piacere conoscere Silvia Leonardi, e Francesco Di Domenico e Isabella Borghese) mi ha scaldato il cuore.
Anzi, voglio approfittarne per salutare qui e mandare loro un abbraccio:
Isabella Borghese 
Gaia Cenciarelli
Laura Costantini
Francesco Di Domenico
Pasquale Esposito
Loredana Falcone
Enrico Gregori
Silvia Leonardi
Carlo S.
E, naturalmente, un abbraccio alla mia carissima amica Maria: grazie per sopportarmi anche quando sono… una frana, Maria!
Dimenticavo: anche la cenetta che ha concluso la serata è stata deliziosa…
Bei libri, buon cibo, vino e chiacchiere: mica capita tutti i giorni…
E per chi non c’era e volesse acquistare questi imperdibili libri lo può fare con un clik:


Viole(n)t Red di Laura Costantini e Loredana Falcone

Doppio Squeeze di Enrico Gregori


Termino questo post con una musica che proprio non ci azzecca per niente.
Però mi va di farlo.


Maria Callas: Un bel dì vedremo
postato da: Soriana alle ore 16:20 | link | commenti (9)
categorie:
giovedì, 19 marzo 2009

E che la vita si rinnovi...

P1090104

Sono in partenza e per qualche giorno il blog si ferma.

Sabato prossimo è il 21 marzo, il primo giorno di primavera.  Gli auguri per una felice primavera e di una vita rinnovata per chi ha vissuto il grigiore dell’inverno
ve li faccio ora. E una vita rinnovata auguro anche a me stessa.
Auguri in Poesia, sono quelli che vi lascio. E vi lascio anche con una fotografia che ho scattato oggi dietro casa mia.



Quando si sente ridere sulla collina

Quando si sentono sul prato le voci dei bambini
 e si sente ridere sulla collina
 il mio cuore, qui dentro, è in pace
e tutto intorno è tranquillo.

«Bambini venite a casa, il sole è andato giù
 e sale la rugiada della notte.
Venite, smettete di giocare e andiamo via
 finché nel cielo non tornerà il mattino».

«No no, lasciaci giocare, è ancora giorno
 e non possiamo andare a dormire;
poi in cielo volano gli uccellini
 e le colline son tutte piene di pecore!».

«Va bene, continuate a giocare finché c'è luce
 e poi venite a letto».
I bambini saltavano e gridavano e ridevano
 e tutte le colline risuonavano.
(William Blake)





Notte di primavera

Stanco della dolce, giornata
di primavera,
l'albero di magnolia
apre le bianche mani.

Riposa nel raggio lunare
lo splendore dei fiori;
pipistrelli
saettano muti
tra i rami blu.
(Wei Li Po)




Il biancospino

Di marzo per la via
della fontana
la siepe s'è svegliata
tutta bianca,
ma non è neve,
quella: è biancospino
tremulo ai primi
soffi del mattino.
(Umberto Saba)



Una canzone indicata e che ho sempre amato:
Dik Dik: Il primo giorno di primavera
postato da: Soriana alle ore 22:17 | link | commenti (9)
categorie: calendari
mercoledì, 18 marzo 2009

Pagine di Storia, pagine di storie narrate

russiaLa campagna di Russia 1941-1943

Una tragica pagina di Storia, una storia che è bene non dimenticare.
Fra quei duecentocinquantamila soldati che si ritrovarono in Russia c’era anche mio padre, sergente alpino della Tridentina.  Lui, per fortuna, da quel gelido inferno, riuscì a tornare a baita, anche se proprio baita non era, ma l’appartamentino dove abitavano i suoi genitori, in una città che dalle alte montagne era lontana. Lui, a quella marcia che pareva senza fine, riuscì a  sopravvivere.  Sempre che sopravvivere sia il termine esatto. Me la ricordo, e altre volte qui l’ho scritto, come era la sua espressione, mentre leggeva Il sergente nella neve…

Questa sera vi proporrò il post di un altro blogger: Giovanni Rossetti  che riporta le  testimonianze del proprio padre che, come il mio,  visse quella terribile esperienza.
Prima, però, ecco alcune righe tratte dal bellissimo libro di Mario Rigoni Stern. Le riprendo da quella copia che sta nella mia libreria, usurata dalle tante letture di mio padre, una copia dalla copertina di un color grigio azzurro, le pagine ingiallite, qualche piccola macchia, in qua e in là, come lacrime seccate.


Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite  e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.
Passando per un villaggio vediamo dei cadaveri davanti agli usci delle isbe. Sono donne e ragazzi. Forse sorpresi nel sonno perché sono in camicia. Le gambe e le braccia nude sono più bianche della neve, sembrano gigli su un altare. Una donna è nuda sulla neve, più bianca della neve e vicino la neve è rossa. Non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo. Una giovane è con le braccia aperte, e ha sul viso un lino bianco. ma perché questo? Chi è stato? E si continua a camminare.

(Mario Rigoni Stern: Il sergente nella neve-ricordi della ritirata di Russia  Giulio Einaudi Editore 1953)

Dal blog di Giovanni Rossetti


Tragica ritirata, pagine di storia scritte con il sangue e il sacrificio di migliaia di uomini, giovani, padri, figli e fratelli italiani, che nell'inverno russo e sul suolo russo lottavano tragicamente per la sopravvivenza nella disfatta di una ritirata che li vedeva lontani  mille chilometri e più dalle linee amiche.
Di 250 mila soldati italiani partiti per la Campagna di Russia nel 1942, circa la metà tornarono a casa.
Una ritirata che vide questi uomini nel gelo dell'inferno ( 40° sotto lo zero ) tra tormente, neve, ghiaccio, doversi trascinare a piedi, col  peccato  di aver ubbidito all'ordine di partire per la guerra... Di quegli ordini sono rimasti solo numeri, nomi, orfani e vedove.
Mio padre classe del 1922, partecipò a soli 20 anni alla spedizione militare sul suolo russo.
Mi raccontava spesso di quell'episodio che lo vide protagonista nel nevaio russo, tra gli spari e la stanchezza dei soldati. Mi raccontava delle condizioni fisiche e logistiche in cui versavano i soldati italiani. I nostri soldati erano equipaggiati malissimo, con indumenti incapaci di dare loro sollievo, i piedi erano avvolti da  pezzi di panno , c'era scarsità di cibo e ie divise militari erano pieni di pulci e parassiti. I russi in un certo qual modo aiutavano quei soldati italiani  e coetanei dei loro figli, mentre i primi li attaccavano i secondi difendevano il suolo patrio; infatti le mamme russe seminavano lungo il bordo dei camminamenti e  stradine, bucce di patate che potevano servire da fare della brodaglia o da mangiare crude o cotte. La fame  era tanta, il freddo anche, il ricordo dei propri cari era infinito.
Mi raccontò dell'episodio che lo vide in prima linea da diversi giorni. Arrivò l'ordine di rientrare nelle retrovie per riposarsi. La compagnia trovò rifugio in un grande capanno e molti approfittarono per ripulirsi dalle pulci e pidocchi,  lavandosi e mettendo a bollire il vestiario nei bidoni di lamiera (quelli usati per i carburanti) dopo averli riempiti di neve. Mio padre insieme ad un amico decisero di aspettare e di fare l'operazione alla fine, con più calma.  Accesero il fuoco sotto il bidone pieno di neve che si sciolse e misero dentro i loro panni. Distante dai bidoni c'erano i fucili in cerchio, che a forma di cono si mantenevano per la canna. Per terra c'era della paglia. Successe che per colpa del vento, le scintille di fuoco dettero fiamma alla paglia e quindi al capanno con il relativo scoppio dei fucili e delle munizioni....Mio padre e l'amico ebbero un richiamo severo e fu fatto loro " rapporto ", poichè erano saltati in aria fucili e munizioni... Sembrava fosse stato un attentato. Ritornata in prima linea la compagnia, nella distesa bianca tra le trincee mal vissute dai soldati italiani, dopo qualche settimana si fecero spazio due carabinieri che presentandosi agli ufficiali chiesero di prelevare i due soldati autori dell'incendio, per portarli davanti alla corte marziale per essere processati, in una cittadina distante diversi chilometri. Così avvenne, dopo diverso tempo, la camionetta li portò davanti ad un tribunale di guerra, dove generali  e colonnelli erano pronti per sentenziare. I due malcapitati provarono a spiegarsi, con il loro dialetto a descrivere l'accaduto, al vento, alle scintille....La corte si ritirò per decidere, la guerra non aveva indurito i loro cuori, comprendendo l'accaduto sentenziarono una punizione esemplare, " l' impossibilità di andare in licenza per un sacco di tempo..." (dalla Russia una licenza non bastava per sfuggire alla morte)...
I due rinati a vita, si avviarono al fronte contenti di rivedere gli amici di trincea e di essere scampati al plotone di esecuzione. Arrivati al fronte, si videro delle scene inimmaginabili, i soldati scappavano via come sbandati, i russi avevano rotto il cordone e travolto il fronte. Della loro compagnia in trincea, non uno si salvò, morirono tutti.
I due salvati dal fuoco amico, si avviarono e si accodarono con gli sbandati nella disperata ricerca di una via che li potesse mettere in salvo. Mio padre in seguito fu ferito e per questo fu caricato sull'ultimo vagone dell'unico convoglio che riportava i feriti in Italia. Dopo settimane di viaggio in condizioni disumane, arrivò  nell' Ospedale di San Giovanni in Persiceto (BO). Pesava meno di 40 chili, pieno di piaghe e non riusciva a deglutire e a mangiare. Rimase circa sei mesi sotto le cure di alcune suore, che lo curarono e lo svezzarono come un bambino ed egli era loro molto riconoscente, come pure verso il colonnello medico. Riavute le forze, tornò a piedi verso casa e 700 chilometri dopo potè incontrare i suoi cari, la sua mamma. Mio padre non ebbe mai riconosciuta la pensione di guerra, quella ferita sentenziò un tribunale in Italia, non era dovuta a cause di guerra...

(Giovanni Rossetti)



Ho trovato una triste canzone che non conoscevo e la voglio condividere con voi:

Enzo Iannacci: La sera che partì mio padre
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martedì, 17 marzo 2009

Fausto e Iaio: diciotto anni appena

fausto e iaio

La storia del nostro Paese, e forse di tutti i Paesi del mondo, è tristemente costellata di delitti impunti, di stragi i cui i mandanti rimangono ignoti.  Penso che se mi mettessi a scrivere il nome di tutte le vittime che ancora attendono giustizia ne verrebbe fuori un elenco molto lungo, dolorosamente lungo.  E doloroso è anche che molti dei loro nomi siano scomparsi dalla memoria collettiva. Io, per esempio, di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, diciotto anni ciascuno, non mi ricordavo affatto.  Mi sono tornati in mente leggendo un bel post pubblicato da  Michelangelo Cervellera e che io riprendo interamente, con il suo consenso.  Domani Milano ricorderà ancora una volta Fausto e Iaio e lo farà con una  maratona di letture, suoni, immagini  proprio in via Mancinelli,  là dove queste giovani vite sono state spezzate.
Prima di passare alla lettura del post di Michelangelo, che è suddiviso in due parti, vi invito a leggere anche queste testimonianze:
Reti invisibili

Ed ecco il post:

Milano. Sabato 18 marzo 1978.
Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un'altalena. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio. Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi. Di sabato, a quell'ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.
La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi. Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l’India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.
All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c'è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato. "Siete del Centro Sociale Leoncavallo?. Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perché non vi è risposta alcuna.
Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65,sparati da un professionista. Un'esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.

A oggi, per la morte di Fausto e Iaio c'é una verità storica ma manca una giustizia.
Dimenticandoli li uccideremo una volta ancora.

(Daniele Biacchessi)



18 marzo 2009
Milano e la memoria

Sono passati trentun anni dall’omicidio di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.
Dal 18 marzo 1978, li ricordiamo in via Mancinelli, il nostro luogo della memoria, nel quartiere Casoretto.
Per chi non ha mai dimenticato la vicenda di Fausto e Iaio.
Ai giovani che hanno la forza di credere nel loro futuro.
Per le 100.000 persone presenti dei funerali di Fausto e Iaio e per chi a diciassette anni nel 1978 scriveva sui bigliettini: “hanno ucciso due come noi,ma le nostre idee non moriranno mai”.
Per i cittadini di Milano che ricordano e non si stancano di raccontare.
Ai muri, alle lapidi, ai luoghi della memoria da difendere.
Per chi pretende verita’ e giustizia .
Per chi è consapevole oggi piu’ che mai del valore della memoria.
Milano, via Mancinelli dalle 21 alle 24.
Maratona di letture, suoni, immagini, attraverso le voci di Antonio Pizzinato, Daniele Biacchessi, Gad Lerner, Federico Sinicato, Mauro Decortes, Associazione Luca Rossi, Danilo De Biasio, Paolo Hutter, Pierluigi Raccagni, Danila Tinelli, Adriana Maestrelli, Rosa Piro, Leoncavallo s.p.a, Benedetta Tobagi, Gianni Barbacetto, Alessandro Bertante, Mauro Scotti, Angelo Prati, gli amici di Abba, Fondazione Brambilla Pisoni, Giulio Cavalli, e i suoni di Francesco Baccini, Alessio Lega, Michele Fusiello, Gaetano Liguori, Massimo Villa.
Associazione Familiari e amici di Fausto e Iaio
Informazioni di contatto E-mail: tribu@tiscali.it Ufficio: Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio Luogo: Milano

(Michelangelo Cervellera)

E, se volete, c’è anche questo
Video
postato da: Soriana alle ore 22:59 | link | commenti (2)
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lunedì, 16 marzo 2009

Sulla libertà

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Mi è venuto in mente di scrivere un altro post sulla libertà, o meglio di lasciar parlare altri su cosa sia la libertà, dopo aver appreso che, secondo un'indagine fatta dall'istituto specializzato in ricerche sui consumi tra il 2007 e il 2008 i telespettatori, in Italia, sono aumentati del 9 per cento, passando da oltre 41 milioni a oltre 45 milioni. L'aumento riguarda tutta l'offerta televisiva quella generalista ma anche le pay tv e Sky. Aumentano i telespettatori ed aumenta il tempo passato davanti alla televisione.
Dato il livello delle trasmissioni che le varie tv offrono ( mica sempre vanno in onda la Gabanelli o Iacona…)  credo che fra l’aumento della fruizione televisiva e concetti come libertà, autonomia, pensiero, ci sia un rapporto inversamente proporzionale.  A meno che io proprio mi sbagli e, oggi come oggi, un icona di riferimento per rappresentare la libertà non sia… mah, Bruno Vespa, per esempio.


Libertà vo cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta
(Dante Alighieri)

Libero pensatore. Basterebbe dire pensatore.
(Jules Renard)

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.
(Theodor W. Adorno)

Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo.
(Johann Wolfgang von Goethe)

Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza.
(B. Franklin)

Non c'è uomo che non ami la libertà, il giusto però la esige per tutti, l'ingiusto solo per sé.
(Ludwig Börne)

L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla.
(Isaiah Berlin)

Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano.
(John Stuart Mill)

Gli spiriti della verità e della libertà sono i pilastri della società.
 (Henrik Ibsen)


La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta.
(Nuto Revelli)

Libertà è partecipazione.
(Giorgio Gaber)

La libertà

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome

Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell'infanzia
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l'immemore speranza
Scrivo il tuo nome

E in virtù d'una parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.


( Paul Eluard)


Canzone della libertà

Viva la libertà che qualcuno vuol cancellare
che risorge più forte di prima
quando la si vuol sotterrare.

Viva la libertà
quella scritta storta sui muri
delle case, delle prigioni
delle fabbriche e dei tuguri.

Parlan tutti un gran bene di lei
e ci fan sopra lunghi discorsi
anche se molte volte è una scusa
per goderne alla faccia degli altri.

Molta gente non sa com'è duro
conquistarla e tenerla vicina
non soltanto sui libri di scuola
ma ogni giorno casa ed officina.

Viva la libertà
insidiata per esser sconfitta
da un pennello e una mano di calce
che però han ricalcato la scritta.

Viva la libertà
contro il segno di calce più forte
lo scalpello non può che scavare
sempre più quelle lettere storte.

Viva la libertà
c'è qualcuno che ha pronto il piccone
il suo simbolo abbatterà
anche il muro della prigione.


(Gigi Lunari / Lino Patruno
I gufi - Non spingete, scappiamo anche noi - 1969)


Per finire, una celebre canzone dedicata ai desaparecidos cileni e argentini, soprattutto, alle loro coraggiose donne:madri, mogli, compagne, figlie.

Sting: They dance alone

postato da: Soriana alle ore 18:13 | link | commenti (4)
categorie: leggeri e pesanti pensieri