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venerdì, 30 gennaio 2009

Un libro perfetto

P1080954

Perfetto.
Potrebbe essere l’unico mio commento dopo la lettura di questo libro. Un libro perfetto.
Non è sempre detto che un libro perfetto sia anche un buon libro. Un testo può essere giudicato perfetto perché, ad esempio,  l’autore ha applicato con impeccabile abilità una tecnica di scrittura. Perfetto, cioè, come può esserlo un teorema geometrico. Un testo dove tutto quadra, dove nulla è fuori posto. Un testo, alla fine, il cui risultato è di una gelida, asettica perfezione.
Ma  l’aggettivo “perfetto”, quello che a mano mano che procedevo nella lettura di “Michelangelo la grande ombra” di Filippo Tuena  era costantemente presente nella mia mente, ha tutt’altre motivazioni.  Perfetto come sinonimo di splendido, grandissimo, e forse, irripetibile, unico.
Non ho paura di lasciarmi trasportare dall’enfasi, anzi, so bene che le mie parole sono troppo povere per esprimere quanto valore ( e quanti valori) siano contenuti in questo testo.
Non si può definire un romanzo, non si può definire neppure un libro di storia dell’arte.
E’ qualcosa di talmente vivo, che mi è difficile collocarlo in una categoria.
Ma forse, a questo punto, sarà bene che brevemente io accenni all’argomento trattato da Tuena in questo suo capolavoro.
Tutto il libro prende spunto da questa domanda: perché Michelangelo Buonarroti, vecchio e malato, rifiutò i molteplici inviti dell’altrettanto vecchio Cosimo de’ Medici a lasciare Roma e rientrare a Firenze?
E a tentare di rispondere a questa domanda ecco apparire in scena molteplici personaggi contemporanei a Michelangelo, ognuno con la propria testimonianza, ognuno con la propria storia e il proprio carattere. Ognuno con il proprio modo di esprimersi.
E sta qui, la perfezione. L’Autore sparisce completamente, si annulla, e il lettore si trova ad ascoltare il suono di queste voci, una diversa dall’altra, come se egli stesso stesse conversando con Cosimo I de’ Medici, o Clemente VII, o Vittoria Colonna, o altri personaggi minori, ma sempre legati in qualche modo a Michelangelo.  Come se la domanda da cui parte il libro, a questi personaggi, l’avesse posta lo stesso lettore.
E ognuno di questi personaggi parlando di Michelangelo svela qualcosa di sé: delle proprie debolezze, delle ambizioni frustrate, della fatica del vivere, della  paura della morte, della fragilità della vecchiaia,  delle invidie, degli intrighi e della delusione  della vita  politica.
Cosicché  in questi, che sono personaggi storici, vissuti in un tempo tanto lontano da noi, riusciamo anche a vedere qualcosa di noi stessi. Ed è così che “Michelangelo la grande ombra” riesce ad essere anche un libro di un’attualità sorprendente.
Filippo Tuena ha un grande dono, davvero: non ha solo una scrittura particolarissima e incantevole (nel senso che ci si incanta, veramente, leggendolo) ma ha anche la rarissima capacità di entrare nell’animo del personaggio, sia esso esistito veramente o sia un parto della fantasia. Le pagine non le scrive Tuena, ma le scrivono, anzi, le “dicono” Giorgio Vasari, o Benvenuto Cellini, o il domestico Antonio del Francese. Così come nell’altro   stupendo libro di Tuena “Ultimo parallelo”
(di cui ho scritto  QUI  ) dalle pagine escono le voci di Robert Scott, e del tenente Evans,  e di tutti i componenti della  spedizione al Polo Sud conclusasi così tragicamente.

Apro il testo a caso, per riportarvene un piccolo brano. A caso, perché ogni capitolo, ogni pagina, ogni riga, ogni parola, ha, in questo libro, la medesima, grande valenza.
Qui si parla del dolore dell’esilio.


Donato Giannotti, storico e letterato

 Per capire l’animo di Michelangelo dovete pensare a un uomo solo che sta nel buio della sua camera e sente fuori rumori di festa, risa, allegria e frastuoni. pensate a un uomo che vorrebbe condividere la serenità e che non può farlo perché un’ansia interna glielo impedisce.
Pensate a un uomo che avrebbe voluto una famiglia e affetti e che il destino ha condotto diversamente.
Pensate a un uomo che avrebbe voluto amare e che non ha potuto.
Pensate a un uomo che ha il rimpianto per un volto materno che la sorte ha voluto strappargli quand’era appena un fanciullo di cinque anni.
Pensate alle notti di quel bambino, ai pianti, alle grida inascoltate, all’ombra che gli ha sempre velato il sorriso.
Pensate al bene che gli fu lontano; alla patria negata. Non vi sarà difficile allora figurarvi la somma dei suoi dispiaceri.

E se non vi basta, guardate me stesso, in questo rinnovato esilio veneziano. Guardate un vecchio della mia età. Guardate come il tempo mi scorre sopra, come le passioni mi scivolano via e come tutto mi sembra vano e futile e lontano.
Vivo ospitato in case altrui e mangio alla tavola d’altri. Di me, non ho che il passato. E anche quella memoria è appena percettibile, velata com’è dal danno dell’essere vissuto lontano


Venezia, sul Canal Grande, primavera del 1570


Potrei scrivere ancora a lungo, su questa mia esperienza di lettura. Ma non farei altro che ripetere che il libro è stupendo, e che dovrebbe veramente essere in tutte le nostre case e nelle scuole italiane. E che, se tanto ero rimasta colpita positivamente da Ultimo parallelo,  questo Michelangelo ha incredibilmente superato ogni mia aspettativa.

Chi volesse saperne di più, può leggere la recensione su Michelangelo la grande ombra scritta da Renzo Montagnoli e la successiva intervista all’Autore QUI
e
QUI

Termino con una segnalazione che riguarda proprio Filippo Tuena.
Filippo Tuena sarà a Bologna il 4 febbraio. Presso la libreria caffetteria Zammù  via Saragozza 32/a  alle ore 19  l’Autore, con l’introduzione di Simone Olla e Antonio Tirelli, parteciperà all’evento: Filippo Tuena tra Ultimo parallelo e Michelangelo.

Io ci sarò, e spero proprio che chi abita a Bologna e dintorni (ma anche, perché no, più lontano) possa essere presente. 

Filippo Tuena: Michelangelo La grande ombra
Fazi Editore
ISBN: 9788881129737

Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e vive a Milano. E’ laureato in Storia dell’arte.

Ha pubblicato:

Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria Massinelli; Il volo dell’occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande ombra (Fazi, 2001); La passione dell’error mio. Il carteggio di Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo dell’occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano – nuova edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005);  Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.

Questo è il suo sito internet:

http://digilander.libero.it/filippotuena/


E ora una colonna sonora dell’epoca:
Giovanni Pierluigi da Palestrina



postato da: Soriana alle ore 23:41 | link | commenti (3)
categorie: filippo tuena, leggo e commento
giovedì, 29 gennaio 2009

Io scrivo perchè...

P1080940(finalmente posso di nuovo pubblicare nuove foto!!!! Questo è uno scorcio di Ko Raja e l'ho scattata venerdì scorso: mi sembra passato un secolo!!!!)


"…. Come sapete la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti.  Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola.  Scrivo perché tutto il mondo conosca il genere di vita che abbiamo vissuto, che viviamo io, gli altri, tutti a noi a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna e dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell’arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l’interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l’ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello e sorprendente. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice."

(Orhan Pamuk La valigia di mio padre –traduzione di Semsa Gezgin- Giulio Einaudi editore 2007)



Ecco il “perché scrivo” di un premio Nobel della letteratura.  In alcune cose non mi ci ritrovo proprio (ma già, mica sono un premio Nobel, io…) in altre sì.
In questa, per esempio: Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. (anche se poi non mi capita quasi mai..).

Ma anche in questa: Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna e dell’inchiostro (che è assolutamente vero il mio amore per l’odore  della  carta, e dell’inchiostro e della penna, peccato, però che la mia scrittura la costruisco su un del tutto inodore computer… che però amo)

E anche: Scrivo perché mi piace essere letto (ma c’è qualcuno che mi legge?)

E in questa: Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e ricchezze della vita (il difficile è riuscirci, però…)

E poi in questa: Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere (più o meno, insomma..)

Ma c’è questa che abbraccio totalmente: Scrivo per essere felice. Questa sì. Senza parentesi.

E voi, cosa ne pensate?  Voi perché scrivete? E anche a chi non scrive chiedo: come vi sembrano le motivazioni di Pamuk?



Un video ben fatto, su un argomento cui dovremmo pensare spesso, fa da sfondo alla canzone che ho scelto per voi questa notte. Il cantante è Cat Stevens la canzone è

Where do the children play







 
postato da: Soriana alle ore 01:01 | link | commenti (13)
categorie: domandine
martedì, 27 gennaio 2009

Ricordare l'orrore.

bambini di terezin


Ne hanno parlato:


Alberto Masala
che riporta una lettera di  Franco (Bifo) Berardi.


Fharenheit Radio 3
La Shoah che parla italiano


Gea

Renzo Montagnoli:
Qui
e
Qui


Orasesta


Roxane





E io, io cosa dico, su questa giornata della memoria?
Solo una cosa. Che se mi metto a riflettere intensamente su tutti i genocidi, sulla barbarie, sugli orrori che l’uomo è stato capace di perpetrare verso i suoi simili, mi viene il desiderio di poter rinascere: non donna, non appartenente a una disumana umanità, ma gatto. Gatto, sì, che ha più anima, un gatto.

E poi lascio parlare un Poeta, che sapeva bene di cosa parlava:


"Se questo è un uomo".

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi)

Beh, veramente qualcosina avrei scritto pure io.  Non la voglio chiamare poesia, ma solo l'espressione di una cosa che penso veramente.


Non ci sono stati sopravvissuti

Non possono dirsi sopravvissuti
quelle ombre dallo sguardo senza luce
che ondeggiano nel regno della morte
quando arrivano le truppe a liberarle.
Si aprono i cancelli dell’orrendo luogo,
ma libertà è già morta,
trucidata da belve senza cuore.
 

Trascinarono fuori i loro corpi
misere ossa e pelle come carta.
Lasciarono nel campo
l’anima incenerita.
Si portarono appresso
solo un canto di morte
trascritto su una stella
di stoffa colorata.






E questo è il video, è la musica che ho scelto.

Schindler' list
postato da: Soriana alle ore 18:17 | link | commenti (11)
categorie: avviso ai naviganti, calendari

E tutto ricomincia

P1050677(sempre foto dello scorso anno, è... Mannaggia mannaggia...)


Eccomi tornata a casa.  Che poi non è tanto male. La mia casa, voglio dire. Perché se per casa intendessi Patria, beh, meglio stendere un velo pietoso…
Penso che ormai l’ EsseBi  abbia  superato (in senso peggiorativo) i classici discorsi da bar. Non so se un qualsivoglia avventore pronuncerebbe mai quella irrispettosissima, stupidissima,  odiosissima frase che quel signore che abbiamo delegato a governaci si è lascio uscire dalle labbra (labbra???...).  Credo che quella frase l’abbiate presente tutti, quindi non sto qui a sporcare il mio blog nel ripeterla. Ancora una volta dico: che schifo…
 Meglio pensare alla vacanza e al signor Meo che mi ha accompagnato con i suoi tre Luk-Meo (gattini) fuori dall’hotel e aveva la pretesa di salire anche sull’auto che mi stava per accompagnare all’aeroporto.  Una scena davvero buffa, che ha fatto ridere parecchio lo staff dell’albergo.

Comunque sono a casa, ora. Un po’ frastornata, per via del jet lag.  Con mille incombenze che ho rimandato a domani (pagare l’abbonamento Tv, le spese condominiali, la quota associativa ad Amnesty, telefonate, rispondere a mail, parrucchiere, spesa…). Ah, anche scrivere di nuovo a Splinder, per via della faccenda delle foto. Che proprio mi scoccia un sacco, questa cosa….
Domani, farò tutto domani.

Faccio anche un po’ fatica a scrivere, perché mi si chiudono gli occhi. Praticamente per il mio orologio biologico…tailandese sono le sei del mattino…

Allora me ne sto zitta, e vi propongo un mini dossier che mi è arrivato oggi come allegato a una mail di Ettore Masina.  Per una migliore comprensione del tutto pubblico anche il testo della mail.


Ettore Masina a mailing list:

Ho ricevuto l’allegato mini dossier e mi sembra  importante diffonderlo  perché  io stesso ero stato colpito e addolorato dal  “servizio”  del TG1 che mostrava il vero giubilo con il quale i due vescovi   sardi (ma mgr. Mani è toscano) accoglievano il presidente  Berlusconi al suo  arrivo a Cagliari per la campagna elettorale  di Forza Italia. Era (e raccolgo  il parere di molte altre persone) qualcosa di assai diverso dalla sobrietà  virile della  tradizionale  generosissima ospitalità sarda. Ecco un altro triste episodio della  consonanza che una parte delle  autorità  ecclesiastiche italiane mostra per il Cavaliere e i  suoi adepti.
Due  notazioni. La prima: il cattolico Dino Biggio,  di cui ben conosco la fede, ha  agito ricordando che il Concilio  ha riconosciuto ai laici "il  diritto e  talvolta anche il dovere  di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda  il bene  della Chiesa". Se i vescovi potessero contare su una  maggiore   conoscenza della sensibilità dei laici e fossero pronti ad accoglierne dolori,  consigli e speranze, la Chiesa italiana vivrebbe in  migliori  condizioni.
Seconda notazione: l’arcivescovo  di Cagliari è abituato a  frequentare  le autorità. È stato  Ordinario militare italiano e come tale   ha rivestito  il  grado di generale di corpo d’armata. A questa funzione   sembrò del  tutto adatto quando   in una trasmissione  televisiva  del maggio 1999 dichiarò   che  i suoi piloti (disse proprio   così: “I miei piloti”) bombardando la Serbia compivano “opere  di carità”.


Ed ecco i testi dell’allegato alla mail:


Dino Biggio a Ettore Masina

Sabato 10 gennaio si è tenuta a Cagliari la grande convention del Popolo delle Libertà. Per sostenerla efficacemente con tutto il suo peso è calato in Sardegna Silvio Berlusconi. Si è così aperta ufficialmente la campagna elettorale, che ha preso il suo avvio non in una sede del partito, o in una salottino riservato di un hotel, ma... nei locali del seminario diocesano della nostra città. Berlusconi e il suo seguito sono stati accolti con tutti gli onori dall'arcivescovo Giuseppe Mani, dal suo ausiliare Mosè Marcia, da uno stuolo di preti e seminaristi apparentemente festanti. Quale miglior avvio per una campagna elettorale aperta con la calorosa, paterna, convinta benedizione dell'arcivescovo di Cagliari, nonché Presidente della Conferenza Episcopale Sarda? Se i "fedeli" dell'Isola avevano bisogno di una chiara indicazione di voto, l'hanno avuta in modo inequivocabile dal più alto esponente della gerarchia ecclesiastica sarda.
Non ho retto alla profonda indignazione provata nel vedere quella messinscena trasmessa dai telegiornali nazionali e ho scritto una "lettera aperta" all'arcivescovo.
La lettera l'ho trasmessa via mail ad amici, conoscenti, preti... L'ho spedita anche ai giornali  L'Unione Sarda, La Nuova Sardegna, L'Unità, ma nessuno ne ha fatto cenno, neppure un piccolo stralcio. Eppure il problema del sostegno (non formale ma reale) delle gerarchie cattoliche dato al grande manipolatore mediatico di consensi è questione grave e, per molti credenti, dolorosa.




Lettera aperta di Dino Biggio  all’Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Mani

Oggi si è aperta ufficialmente la campagna elettorale del Popolo della Libertà in Sardegna e, per sostenere vigorosamente la candidatura alla carica di Governatore di Ugo Cappellacci, contro quella di Renato Soru, è giunto a Cagliari il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Appena messo piede nell’Isola, il primo appuntamento che Berlusconi ha inserito nella sua nutrita agenda, quasi il primo “dovere” che ha voluto assolvere prima di ogni altro impegno, è stato quello di rendere “omaggio” a Lei, arcivescovo di Cagliari e presidente della Conferenza Episcopale della Sardegna. Forse per chiederLe una benedizione, propiziatrice dei favori celesti che accompagni il suo popolo verso la vittoria, o forse per manifestare pubblicamente ancora una volta, così com’è abituato a fare, qual è il suo rapporto con la “gerarchia” ecclesiatica: sintonia profonda, condivisione di ideali e di obiettivi, filiale sottomissione alle autorità religiose. Il Popolo, non solo quello della Libertà, ma anche l’altro, quello della sinistra comunista, deve capire con chiarezza e senza equivoci chi è che difende i principi e i valori cristiani della nostra gente!
E così il presidente Berlusconi, ottimo conoscitore delle regole della comunicazione, sa come fare per aprirsi un varco nelle coscienze indecise, quali carte giocare, quale mosse fare, per riuscire in qualche modo a condizionarle per condurle al suo “ovile”. Che cosa di meglio di una benedizione del Papa, o dei Vescovi, che non disdegnano di manifestargli la loro simpatia e il loro apprezzamento, facendo quasi a gara per avere il “dono” di una sua visita in seminario, o in episcopio, in sacrestia, o sull’altare nei posti riservati alle autorità. Sempre e dappertutto le sue giornate importanti si aprono col rendere omaggio a vescovi e cardinali, talora fermandosi anche a pranzo – com’è successo anche di recente col card. Sepe a Napoli.
Naturalmente in tutto ciò non c’è niente di male, è tutto legittimo. Non è certamente vietato ai governanti dialogare con le autorità ecclesiatiche, come non è proibito a queste ultime dialogare con i governanti del Paese. Ma quel che sconcerta e che scandalizza è constatare il rinato connubio tra potere politico e potere religioso. Questo è il capolavoro di Berlusconi e pare che alla Chiesa non dispiaccia.
Ecco, vederla stamani, insieme al suo ausiliare, in atteggiamento così premuroso, così eccessivamente ossequioso, ha provocato in me – ma sono certo che la stessa impressione l’hanno provata in molti – un moto di profonda indignazione. Mi si è come presentata l’immagine di una Chiesa che ama andare a braccetto col potere politico, che puntella e benedice premurosamente. Che tristezza!
Che responsabilità grande vi assumete con i vostri comportamenti: confondete le coscienze di coloro che non sono dotati di adeguato senso critico. Questo è lo scandalo Eccellenza, come Lei sa bene. E Lei dovrebbe anche sapere bene che questo non può essere un modo sereno per annunziare il Vangelo di liberazione ai poveri.
Quando l’ho vista con Berlusconi mi è tornato in mente il grido del profeta Osea: «Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza», e quello di Isaia: «I suoi guardiani sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Ma tali cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori incapaci di comprendere. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione… Perisce l’innocente, nessuno ci bada».
Lei col presidente Berlusconi – come riferiscono le agenzie di stampa – ha parlato “delle bellezze della Sardegna e delle sue potenzialità. Il “suo” presidente del Consiglio – come Lei ama definirlo – “è innamorato pazzo dell’isola. È stata una conversazione di convenevoli”. I problemi dell’Isola, quelli che stringono in una morsa migliaia di poveri della nostra terra, ma anche quelli tremendi che anche oggi abbiamo visto scorrere alla televisione insieme al vostro incontro – i bombardamenti di innocenti palestinesi da parte israeliana su Gaza, le carrette della morte che gettano sulle spiagge di Lampedusa 500 disperati in cerca di vita – quelli non era il caso di farli entrare nella vostra gioiosa conversazione.
Perdoni il mio sfogo eccellenza, mosso solo da una esigenza di sincerità e di lealtà verso il Pastore della mia Chiesa in Cagliari.
-    Dino Biggio –


    
Risposta dell’Arcivescovo a Dino Biggio:
"L'Arcivescovo di Cagliari riceve chiunque chiede di incontrarlo senza distinzione di persone".
 Nient'altro, senza un saluto e senza firma


Forse chiudere questo post con un canto anarchico non c’entra molto. O forse sì.
Ogni giorno di più odio i potenti.


La ballata di Pinelli
(e a dicembre di quest’anno di anni ne saranno passati 40…)
postato da: Soriana alle ore 00:57 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi, povera patria, ettore masina
venerdì, 23 gennaio 2009

Un po' di tristezza... ma anche tanti libri

P1050908(foto...reciclata dal mio viaggio in Tailandia dello scorso anno... Ancora ho problemi di disco...)


Sono stata lontana dal blog, per qualche giorno. Ho dedicato il mio tempo ad altre cose: ho nuotato, ho sonnecchiato arrostendomi al sole, ho passeggiato, ho conosciuto belle persone, mi sono riempita gli occhi degli incredibili  colori  di cui questo paese si ammanta, ho fatto acquisti, piccole cose da regalare al mio ritorno, ho pensato, ho fatto valutazioni sulla mia vita, sui rapporti di amicizia, mi sono immalinconita, ho scambiato sorrisi,  ho mangiato cibo che adoro. Ho sognato.  Ho sognato che rimanevo qui per sempre.
E invece no, anche se forse lo vorrei. Ma il biglietto aereo mi dice che il 24 gennaio alle ore 19,05 ora locale, mi attende il volo Phuket  Kuala Lumpur.  E dopo poche ore, da K.L., partirà il mio volo per Roma. E il 24 gennaio è domani, anzi ora che guardo l’ora è già oggi, per me.  Il che vuol dire che domani, domenica, verso le 11 del mattino, entrerò in casa, poserò i bagagli e mi dirò: ben tornata, Milvia. E ricomincerà la solita vita. Forse con qualcosa in meno (chissà se i miei ciclamini sono sopravvissuti al gelo…) e con qualche ricordo in più. Perché il destino delle  cose belle è di avere un termine. L’importante è di averle vissute, a prescindere dalla nostalgia che poi proveremo quando di esse ci rimarrà solo il ricordo.

Che altro aggiungere? Beh, potrei farvi l’elenco dei libri che ho letto in questo periodo. Non sono pochi.  Alcuni li lascerò qui, in una sorta di book crossing internazionale (più che altro per questione di peso) altri mi sono piaciuti troppo per abbandonarli.


Allora: di Doppio sqeeze il romanzo di Enrico Gregori ne ho già parlato QUI
  Qui
ho scritto una mia breve impressione sul libro di Zadie Smith (tradotto da Bernardo Draghi.).

E ora gli altri:

Joe R. Lansdale La sottile linea scura  (edito da Einaudi Stile Libero e tradotto da Luca Conti): il mio primo incontro con questo autore, che mi ha lasciata abbastanza soddisfatta. Mi ha ricordato uno dei miei romanzi preferiti, Il buio oltre la siepe, anche se considero senza dubbio inferiore l’opera di Lansdale.

Andrea De Carlo: Di noi tre  (Oscar Mondadori) : un romanzo…claustrofobico, una cascata di parole, mi ha soffocato, quasi. E anche irritato.

Khaled Hosseini: Mille splendidi soli
Edizioni Piemme tradotto da Elisabetta Vaj. Beh, sia questo romanzo, così come Il venditore di aquiloni, dello stesso autore, hanno avuto un grande successo di pubblico, ma giudizi molto severi (e forse un po’ snobistici)  da parte dei critici. A me non sono dispiaciuti affatto.

Shlomo Venezia: SonderKommando Auschwitz (Rizzoli, traduzione di Maddalena Carli). Da leggere, assolutamente, perché non se ne sa mai abbastanza su quel periodo orrendo.

Elif Shafak: La bastarda di Istanbul   edizioni Mondolibri Spa tradotto da Laura Prandino: un romanzo piacevole, che mi ha trasportato in Turchia e nella sua storia.

Filippo Tuena: Michelangelo la grande ombra
Fazi Editore. Di questo splendido libro mi riservo di parlare al mio ritorno. E definirlo splendido è poco.

Fabio Geda: L'esatta sequenza dei gesti
(Instar libri). Dopo “Alla fine del viaggio ho sparato agli indiani” ero certa che questo giovane
autore torinese non mi avrebbe deluso. E così è stato. Consigliatissimo.


E per finire (ma ancora lo devo appunto finire):  Roma 1944 lo sposo di guerra  di Laura Costantini-Loredana Falcone  (Maprosti & Lisanti Editore)
Lo devo ancora finire, perché l’ho cominciato ieri e sono 459 pagine… ma sono arrivata a pagina 423, perché lo sto divorando. E sono anche preoccupata, dato che mentre sto scrivendo qui è quasi mezzanotte, so già che non potrò addormentarmi se non lo avrò finito. E questo vi può far capire quanto questo romanzo sia avvincente. Ma anche del romanzo di Laura e Lory ne parlerò più a lungo al mio ritorno.

In aereo poi mi faranno compagnia due libri, e sarà, ne sono certa, una compagnia piacevolissima:
Di Francesco Giubilei, lassù, a miglia e miglia di altezza, leggerò
Giovinezza   (Società Editrice Il Ponte Vecchio)  ma   Bastola la signora del fuoco (Società editoriale ARPANet). E poi ve ne parlerò.

Nei miei viaggi mi porto sempre un libro di poesie. E quello che mi sono portata in questo viaggio è questo: Renzo Montagnoli:
Il Cerchio infinito
(edizioni Il Foglio Letterario)
Che ho letto appena uscito, che rileggo, che rileggerò. Scoprendo sempre cose nuove, nuove magie, nuove prospettive, nuove profondità.


Beh, ne ho letti parecchi, vero, di libri?  La lettura, insieme alla musica è sempre la compagnia, anzi, la compagna migliore.

Ci risentiremo al mio ritorno, credo. Vi abbraccio, quindi, un abbraccio un po’ malinconico e triste.
E allora questa canzone mi sembra adatta:


Tristezza

postato da: Soriana alle ore 18:52 | link | commenti (6)
categorie: i miei viaggi, leggo e commento
martedì, 20 gennaio 2009

A beautiful day (ma niente foto, purtroppo...)

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Eh, sì è stata proprio una bella giornata quella di ieri, lunedì 19 gennaio. Il vento finalmente è cessato, ed è ritornato il clima che caratterizza l’isola di Phuket in questa stagione: caldo e asciutto. E così ne ho approfittato per fare un’escursione in alcune isolette qui intorno. Ma prima di passare a un piccolo resoconto vorrei darvi alcune segnalazioni. 

Nel numero di Arteinsieme, uscito alla fine della scorsa settimana, c’è una mia poesia, appena scritta:
Come un sole improvviso

E poi:

Eventi in libreria:

24 Gennaio 2009,  h. 19.30 presso  Zammù Libreria e Casa Lettrice Malicuvata
Via Saragozza 32/a – Bologna:

Remo Bassini, La donna che parlava coi morti, Newton Compton Editori - introduce Francesca Bonafini. Sarà presente l'Autore
   

MODO infoshop Interno 4 Via Mascarella 24/b e 26/a Bologna, mercoledì 21 gennaio, ore 21:
Serata di letture degli esercizi pratici dalla prima scuola elementare di scrittura emiliana tenutasi nei nostri spazi
saranno presenti il maestro Paolo Nori
e gli alunni Lorenzo Biagini, Massimo Bianconi, Nicoletta Bianconi, Simona Brighetti, Milvia Comastri, Pietro Fara, Mirella Giordani, Maria Mazzoli, Giuseppe Merico, Barbara Schiavina, Alessandra Scrofani, Massimiliano Tagliente, Giorgia Vezzani, Pasquale Vollo


Beh, a questo evento dovrei essere presente pure io, come potete vedere dall’elenco…. Ma non avendo il dono dell’ubiquità (ah, come mi piacerebbe che esistesse il teletrasporto…) mi limiterò ad esserci con il pensiero…

Per la pace:
Rimini, Arco d’Augusto , ore 18:  Fiaccolata per la Pace, fiaccolata per Gaza.

Un’ultima cosa: il sedici gennaio Rossiorizzonti ha compiuto due anni. E’ banale dire che mi sembra ieri. Ma è così, mi sembra ieri. Ma se penso alle tante bellissime persone che ho conosciuto in questo periodo proprio attraverso il mio blog, mi sembra tanto, il tempo. Mi sembra di conoscerle da sempre.



Allora, dicevo, una bellissima giornata, ieri.  Ho visitato delle isolette che ancora non conoscevo, e dove, anche se pure queste sono già state toccate dal turismo, si respira ancora una certa atmosfera di genuinità.  Poi, finalmente, ho potuto fare snorkelling, fra pesci colorati (anche se quasi tutti di un tipo) e coralli.  Poi le guide che ci hanno accompagnato gentilissime e premurose, soprattutto nei miei confronti, comportamento che ben si addice a una anziana signora sola quale io sono.
Come potete vedere ho fatto un po’ di foto.
E invece non potete vederle, le foto. E mi dispiace un sacco! Ma quando ora sono andata per inserirle mi sono accorta di non avere spazio sul disco, nonostante sia passata, già dallo scorso mese, dalla versione free di Splinder, alla versione Pro. Appunto per aver più spazio per pubblicare le immagini. Per il mese di dicembre tutto bene, ma ora qualcosa non ha funzionato.  Infatti ieri mi è arrivata una mail, che mi diceva che qualcosa non ha funzionato nel pagamento di gennaio. Più tardi proverò a contattarli, ma non so proprio cosa sia successo.


Ecco, mi sento proprio mortificata....Quelle foto, pur non  rendendo  la sensazione di libertà, di allegria, di benessere che ho provato, ma vi potevano dare l’idea dei luoghi che ho visitato. Posso solo dirvi che già mi ha assalito la nostalgia per questi posti, anche se ancora non sono partita. Mica mi dispiacerebbe trasferirmi qui…


 A parte l'incidente delle foto,finalmente un post leggero, avete visto?
Che concludo con una bella canzone:

Cat Stevens: Morning has broken

A presto.


Mi faceva troppa tristezza questo post privo di immagini... E allora ne ho recuperata una già presente sul disco, scattata sempre da me, lo scorso anno, e sempre in Tailandia....
A proposito, mi hanno risposto gli amministratori di Splinder: sembra che sia un problema che riguarda diversi utenti. Cercheranno di risolvero al più presto.

postato da: Soriana alle ore 05:55 | link | commenti (6)
categorie: avviso ai naviganti, i miei viaggi
sabato, 17 gennaio 2009

Lontano da dove?

filo-spinatoSono in vacanza.
Sono lontano.
Lontano da dove? mi chiedo.
Ormai non si è più lontani da nessun dove. 
Diverso era quasi trent’anni fa, nei miei primi soggiorni in Oriente: pochi i giornali italiani, niente cellulari, e non credo che ci fosse RaiInternational, o per lo meno non c’era il televisore nelle camere degli alberghi che allora frequentavo.  E la mia scarsa conoscenza dell'inglese, poi, non mi permetteva di utilizzare altri canali di informazione. E  di sicuro non c’era Internet, né la posta elettronica. 
Allora essere lontano era essere davvero lontano. Punto.
Oggi, invece, in questo momento, dico, mentre sto preparando il post che pubblicherò più tardi, sto guardando la televisione, sto ascoltando voci di ragazzi palestinesi e israeliani, mi arrivano in camera immagini terribili di guerra e di massacro.  Sto ascoltando anche tanta retorica, non dai giovani, ma dai soliti personaggi intellettual-fasulli.
Potrei spegnere il televisore, è vero. Ma non servirebbe a molto.  Quelle immagini, quelle parole rimarrebbero dentro di me ugualmente.  E poi mi sentirei anche vile.
Ma, mentre sto scrivendo, mi viene in mente anche un’altra cosa: dagli inizi di gennaio i media (anche se in modo non obbiettivo, come gli è consono) si stanno concentrando sulla notizia di questa (ignobile) guerra. Via mail mi stanno arrivando richieste su richieste per firmare appelli affinché cessi questa strage, che come vittime vede soprattutto civili, e tanti, tanti bambini. Firmo. Invio. Ricevo in risposta una mail di ringraziamento. O.K. Lo faccio e continuerò a farlo.
E poi?
E poi alla fine qualcosa succederà (non per via degli appelli, credo), ci sarà una tregua, i bambini, per un po’, smetteranno di morire nella Striscia di Gaza. 
E l’opinione pubblica (che poi saremmo noi) se ne dimenticherà completamente.
Per un po’.
Fino al prossimo attentato kamikaze.
Fino alle prossime bombe gettate su una casa, su un ospedale, su un gruppo di bambini palestinesi. 
Nell’intervallo, noi gente comune, non ci chiederemo più cosa starà succedendo. L’ondata di orrore, di sdegno, di impotenza che ci sta sovrastando in questi giorni, si placherà completamente e non ci faremo più domande.  Ci stiamo forse domandando, dopo aver firmato appelli su appelli, e scritto post, e scritto poesie, qualcuno di noi si sta forse domandando come stanno vivendo i monaci birmani e i monaci tibetani? Ed è solo un esempio, questo.
Perché smettiamo di farci domande?  L’ondata si placa, e noi ci disinteressiamo di tutto quello che aveva procurato una così grande partecipazione. O così, almeno, mi sembra.  Cosa ne pensate? Siete d’accordo con questa mia riflessione?

Comunque.
Comunque, fino a quando l’attenzione nostra e del mondo sarà concentrata sulla tragedia che si sta svolgendo in quel lontano-vicino territorio, continuerò a parlarne. Forse non serve a nulla, ma lo farò ugualmente, chiedendomi anche, però, se non sia, per me, una sorta di lavaggio della coscienza.
E oggi ne parlo pubblicando qualcosa di molto intenso e bello. Una poesia che è arrivata fino a me sempre grazie a Internet, specificatamente attraverso l’amato-odiato Facebook.  Una poesia  di Filippo Tuena, un autore che considero uno dei migliori in assoluto del panorama letterario degli ultimi decenni. Lo conoscevo finora come autore di narrativa, ma non mi sorprende certo di scoprirlo anche ottimo poeta.


Nel latte della madre

Prediligo postazioni rialzate,
Battute dal vento, anche se pericolose
Per i colpi vaganti o l’ingordigia dei cecchini
Che prima della fine del turno
Vogliono ancora una volta far centro.

Ma in queste notti arabe
Sono i cumuli di macerie che m’aggradano di più
Perché a volte, sotto, li sento ancora lamentarsi,
Con voce sempre più sottile o insistente pervicacia.

Eppure moriranno entro pochi minuti
Ed è inutile affannarsi a sollevare le pietre,
Scalzare travi, rotolare macigni.

E’ la polvere che li condanna. S’incolla alla gola
O alle ferite sanguinanti e li sigilla come
Statue di gesso o sale. Immobili. Fermàti nel tempo
Come i calchi degli schiavi di Ercolano.

Per esperienza so che, passata l’orda,
Li ritroveranno quando spianeranno le macerie,
Solitamente avvinghiati alle madri.
Del resto il loro mondo era davvero poca cosa:
Un seno un poco avvizzito, un battito rassicurante del cuore.

Askenazita di Bolechov che hai pigiato il bottone,
Palestinese di Hebron che hai caricato il mortaio,
Texano di Dallas che hai il grilletto facile,
Talebano di Kabul che hai il coltello affilato:
Non cucinerai l’agnello nel latte della madre.



Filippo Tuena, 15 gennaio 2009




Albinoni: Adagio in G minor

giovedì, 15 gennaio 2009

Del tempo, di premi, di bambini innocenti

P1080784(L'ingresso della casetta del granchio corridore)



Se c’è un fenomeno atmosferico che odio (anche se so perfettamente che è molto stupido odiare le forze della natura), se c’è un fenomeno atmosferico che odio, dicevo, è il vento. E da alcuni giorni il vento schiaffeggia con forza questa zona dell’isola di Phuket, il suo soffiare è diventato una colonna sonora fissa delle mie vacanze. E neppure è caldo, questo sgradevole compagno… Anche ora, e sono le dieci passate del mattino, indosso una felpa, e ieri sera, a cena, ho patito freddo.  Certo, se penso che in Italia avrei bisogno di cappotto, maglioni, sciarpe e sciarpine, non dovrei certo lamentarmi… Ma qui ci sono venuta per far riserva di calore, come un cammello che fa riserva d’acqua prima di attraversare il deserto… Va beh, ho ancora una decina di giorni, spero che il tempo cambi…


Premio+Kreativ+Blogger

Devo ringraziare due amici blogger, oggi. Mi hanno premiato!  E a parte il premio  mi sono piaciute moltissimo le motivazioni per cui il premio mi è stato assegnato.
ElysSun / scrive infatti : ogni sua parola è musica.
E  per Stefano Mina  la motivazione che lo ha indotto a premiare il mio blog  invece, è questa: per il suo impegno, per la sua poesia, per il suo cuore... non basta?
Le motivazioni sono bellissime, mi sembra.  Non so se le merito, ma il fatto che il premio mi sia stato assegnato da due blogger che stimo molto per la qualità di quanto pubblicano nei loro blog,  qualità sia letteraria che umana, mi lusinga.
Ora dovrei proseguire questa sorta di gioco, distribuendo premi a mia volta. Ma già come è successo in passato in occasioni simili, non mi sento di farlo. Sono troppi i blog che reputo di alta qualità, e davvero non sono in grado di scegliere.  Idealmente il mio premio va ai molti che compaiono nella lista dei miei preferiti. Mi perdonate, ElysSun e Stefano? 


Un altro ringraziamento va a un sito letterario che ha pubblicato un mio racconto. il sito si chiama: Lo scrittore inesistente
e il mio racconto potete leggerlo QUI
Ma vi invito a leggere anche i molti altri racconti di bravi autori che il sito pubblica ogni mese. E potete pure lasciare i vostri commenti.



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Gaspare Serra   giovane poeta e titolare del blog http://spaziolibero.blogattivo.com/ mi ha lasciato ieri, in un commento al post Gli aquiloni di Gaza una bella poesia. Mi piace darne più visibilità pubblicandola qui, per l'attualità del tema e per le verità che il testo contiene.


GLI ANGELI DI GAZA:

Piccole stelle
esplodono con un sorriso in viso
negli occhi pien di vita dei bambini
di una piccola stretta terra,
imbrattando le strade della loro ingenuità,
attingendo dalla tavolozza colorata dei loro pensieri
un arcobaleno di sogni.

La spontaneità dei gesti dei bimbi
permette loro di guardar ancora in alto
solo per ammirar le stelle:
inesauribile fonti di speranza per gli altri,
sono sempre pronti a dimenticare il giorno prima
per progettarne un altro…

Nella verginità dei loro sentimenti
ai piccoli non è dato conoscer l’odio,
ma la sofferenza si:
la vedono ogni giorno negli occhi familiari dei grandi,
la nutrono ogni notte del rammarico
di non avere conosciuto in tanti …

Figli di un popolo senza Stato e senza terra,
loro non sanno cos’è la guerra
e possono costruire solo muri di sabbia:
vorrebbero liberamente giocare,
fuori dai bunker dell’ultimo rifugio;
apertamente rincorrersi coi compagni d’oltre muro,
non distinguendo per nascita o religione;
semplicemente sognare ad occhi aperti,
senza rabbrividire del sangue sparso intorno!

I bambini non sanno perché i loro padri
a volte li salutano con una cinta imbottita addosso,
come per un addio;
non comprendono perché ogni giorno
la gente scenda in strada
con in braccio un piccolo fagotto di lenzuola;
non si spiegano come mai certe notti
il cielo di Gaza s’illumina a giorno -come se esplodesse-
e la gente rifugge -anziché rincorrere- le stelle cadenti …

Nell’ignoranza della loro età
a volte piangono senza un perché
-o solo perché piangono gli altri-.
Molti di loro non lo scopriranno mai,
poiché non ne avranno il tempo;
molti tra loro lo capiranno appena più tardi,
quando -costretti a diventar grandi bruciando le tappe-
avranno anch’essi imparato ad odiare …

Gaspare Serra



E non dimentichiamo che:

257 bambini morti in questa guerra: Gaza 2009


postato da: Soriana alle ore 05:48 | link | commenti (7)
categorie: i miei viaggi, autoreferenziale, no a tutte le guerre
mercoledì, 14 gennaio 2009

Niente di nuovo, sul fronte Tailandese...

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Non ho molto da raccontarvi, di questi miei giorni tailandesi. In realtà mi muovo poco, fra crogiolarmi al sole, fare un massaggio, e leggere (tanto) posso dire che...ed è subito sera. E, incredibilmente, la sera vado a letto presto, cosa che esula dalle mie abitudini.
Allora, che lasciarvi, oggi? Beh, due segnalazioni, questo sì.
La prima è un invito degli organizzatori di un'associazione culturale che chi mi legge, o chi comunque naviga in rete, ben conosce. Invito al quale mi unisco con entusiasmo. Perchè la cultura, soprattutto quando chi se ne occupa lo fa con estremo rigore, serietà, dedizione e generosità, credo che indubbiamente possa migliorare la vita nostra e del mondo intero. E
l'Associazione CaRtaCaNta
tutte queste pregogative per fare cultura le possiede.

E QUI , da Massimo Maugeri, si parla invece di poesia, e ci troverete anche Poeti che ben conoscete.

E, come succede quando non ho niente altro da raccontarvi, ecco un mio racconto.  Dove c'è pure un acrostico, giusto per scandire il percorso spazio-temporale della protagonista.







Dieci passi




Di dormire ormai non se ne parla.
Le lenzuola sono umide del suo sudore e Diana scalcia nel letto, in quel viluppo di cotone. Sbuffa, rivolta il cuscino, poi lo butta a terra, lo riprende, lo sprimaccia.
Sente un brontolio lontano, fuori, le sembra che venga dal mare. La pioggia, pensa, finalmente!
Ma il sonno se ne è proprio andato.
E a questo punto lei si può anche alzare.

I muri della cucina racchiudono in un abbraccio compatto l’odore della frittata della sera prima. Il frigo ronfa come un gatto, la vecchia sveglia ticchetteggia sul tavolo, con un aritmia frammentata, perdendo secondi nel suo andare, nella sua cardiopatia meccanica. Nel lavello una goccia urla il suo disappunto per essere scivolata e incide ruvide lacrime di calcare sulla superficie di acciaio. La tenda con le frange dialoga agitata con il vetro della finestra, mentre si lascia impudicamente corteggiare dal vento caldo che si è insinuato fra le persiane.


Lei è sulla soglia. Potrebbe arrivare molto velocemente alla fine della stanza, e chiudere ben bene il rubinetto, e fissare le persiane, e prendere il cartone del latte dal frigorifero, e versarsene un bicchiere.
Ma quei dieci passi li vuole fare con lentezza. Ha voglia di ripassare un po’ della sua vita, di riprendersi dimenticate emozioni attraverso il tatto, non distratto, ma attento.
Un tatto a dieci diottrie.






Diana inizia il suo mappaggio. Il palmo incontra una superficie liscia e fredda, poi le dita avanzano nella loro ricerca. Dal legno della credenza – lei vede il suo color miele biondo, sotto i polpastrelli, e le  venature più scure che lo attraversano come figure sinuose-, le dita passano a toccare il pannello di vetro del mobile e si soffermano su piccole aree più ruvide, ne seguono i contorni: palme stilizzate e cerbiatti con il muso alzato verso i rami. 1964: il negozio di mobili di via Andretti. Il cospicuo mazzetto da diecimila lire passa dalle loro mani a quelle del commerciante. Tonino e lei, giovanissimi e sposi fra una settimana. Tutti i sogni e le speranze chiusi in quei cassetti, pronti ad essere spalancati. I cassetti che ora Diana apre ad uno ad uno, la mano intorno ai pomelli lavorati, un fiore inciso al centro. E i sogni?

I
l tavolo non è sempre stato appoggiato contro la parete. Anni fa era nel bel mezzo della cucina e lì si mangiava, tutti attorno. Diana appoggia le mani sulla sua superficie, ne segue il perimetro. Il marmo le da una piacevole impressione di freschezza. Verso l’angolo di destra, ci sono venature grigie, che sembrano disegnare il profilo della Sicilia: l’immaginazione di Tommaso, quando in terza elementare aveva cominciato a studiare geografia. Il tavolo non è sempre stato contro la parete. Ma adesso lei ha bisogno di muoversi più agevolmente, senza troppi ostacoli. E  ormai, ospiti ne vengono solo per le Feste, e allora si sta in sala da pranzo, a mangiare.

E poi ecco lo scaffale con le ricette. Le dita di Diana scivolano sul dorso dei libri come su una tastiera di pianoforte. La sinfonia del cibo ha accompagnato parte dei suoi anni. Preludi di vol au vent, andanti di lasagne, tempi lenti di arrosti, intermezzi di colorate insalate, capricci di millefoglie. Riccardo e Tommaso giocavano accanto a lei con ritagli di pasta. E ora Riccardo è chef in un ristorante di San Francisco. Torna a casa ogni due anni. Il nipotino californiano, lei, non lo conosce ancora.

Con il televisore Diana non ha avuto mai un rapporto d’amore. Lei ha amato la radio, e sentire ora quell’ oggetto sotto le dita, leggermente ruvido intorno, tutto liscio al centro, non le suscita alcuna emozione; vede invece, con la punta delle dita della memoria, la vecchia radio, massiccia, piena di scanalature. Risente un brano di Mozart, sigla introduttiva di una trasmissione che lei ascoltava da ragazzina, risente le voci che hanno portato nella casa della sua infanzia Trieste tornata all’Italia, e i carri armati in Ungheria, e i morti di Marcinelle, e il Giro d’Italia. E rivede Tonino, anni dopo, in questa, di casa, che segue  le radiocronache delle partite, e fa il tifo con i ragazzi, il ciuffo che gli cade sugli occhi.

Il quadro. Il quadro dipinto da suo padre. Diana alza un braccio, si sofferma a toccare la base della cornice barocca, sente le piccole rientranze, le minuscole volute. Non le è mai piaciuta, quella cornice. Lei, soggetto di quel quadro, si è sempre sentita imprigionata da quelle dorature, da quel rettangolo di legno troppo pesante, che sembra rinchiudere crudelmente la raffigurazione di quella bambina dall’anima lieve e allegra che lei voleva essere. Il quadro: un’icona rappresentativa della sua infanzia soffocata da quell’uomo troppo artista per essere padre. Papà, mormora Diana, vedi, non sono stata capace di darmi un’altra cornice. E il quadro l’ho tenuto nella stanza dove ho vissuto gran parte della mia vita.  E se  me ne chiedo il motivo, non so cosa rispondere.

Prosegue il suo migrare sul viale della memoria. Sotto il quadro, la macchina da cucire. Vecchia, mai usata da lei, ma conservata come unico frammento della vita di nonna Luisa. La nonna che le confezionava i vestitini, quando era piccola. La nonna che andava nei negozi del centro e faceva impazzire i commessi per farsi mostrare tutta la mercanzia, ma non comprava nulla e memorizzava gli abiti più belli e glieli rifaceva uguali uguali, con quella Singer nera impreziosita da scritte dorate. Diana che si pavoneggiava, che si immedesimava nei personaggi dei film e delle canzoni. Ricorda e canterella una canzone di allora: “Era bella sotto il mandorlo, col vestito rosa…” Il  suo vestito era rosa, sì, e aveva un ricamo a nido d’api sul petto, e se girava su se stessa faceva il frullo.

Accanto alla macchina uno spazio vuoto, solo i piccoli perimetri delle piastrelle, le fughe disuguali fra una e l’altra. Lì, sul pavimento, c’era la cesta di Duca, le sue fusa, il raspare delle unghie sul pezzo di legno che lei gli aveva messo per quell’uso, evitando così che se le arrotasse sulle poltrone di pelle nel salotto. Ha seppellito la cesta tanti anni fa, in giardino, insieme a quel micio che era cresciuto con i suoi figli, e  che per tanti pomeriggi, quando Diana era sola in casa, era stato il suo unico compagno. Sorride, Diana, come allora: a volte gli parlava, a quel gatto, gli –si- faceva domande e lui a guardarla enigmatico dal sotto in su, a pensare a chissà che, nella sua domestica testa di felino.

Sulla piastra del forno a gas, come abbandonata, ancora la padella della frittata della sera prima. Uno dei due manici, sente Diana sotto le dita, è sgradevole al tatto come una brutta cicatrice. Un mese fa ha cercato di cuocersi un hamburger preconfezionato. Ma la fiamma del gas, troppo alta, ha mutilato per sempre quella povera padellina. Anita, la sua vicina che l’aiuta ogni giorno, si è proprio arrabbiata. “Ma ti rendi conto del pericolo?” ha urlato.
Lei si è sentita come una scolaretta incapace. Le sono venute le lacrime agli occhi per la frustrazione.

Sta per finire la sua accumulazione di ricordi: il penultimo passo. La porta del frigo non è bella liscia come dovrebbe essere. La sua superficie è una pagina di un libro di storie: piccole calamite tengono fermi attimi di vita, lasciati lì dai figli, quando vengono trovarla.
A volte Diana pensa che ci sia ironia in questo. Quando è più depressa pensa che ci sia crudeltà. Ma poi rinsavisce: è ben consapevole che ogni piccola istantanea appesa lì e ogni parola che l’ha accompagnata sono stati un atto d’amore. La foto del nipotino sconosciuto tutto ricci ed occhi scuri, quella di  Riccardo con il cappello  da Chef, banchi d’acciaio e vapori e fiammelle azzurrate intorno a lui, e quella di Tommaso con la sua allegra  moglie, in viaggio di nozze a Zante,  blu  cielo e mare screziato come sfondo.

Il lavello era di ceramica bianca, all’inizio. Poi piccole crepe si erano formate sullo sgocciolatoio. Le sue rughe da vecchio, aveva pensato Diana quando lo avevano sostituto con questo attuale. Come le mie. Stringe con forza la croce arrotondata del rubinetto. Cessa il tic, tic, tic, monotono, regolare, come quei suoi ultimi tre anni dopo l’incidente che le ha tolto la vista: ogni giorno uguale all’altro.


I rumori, sul viale, e sul porto, più lontano, segnalano a Diana la nascita di una nuova alba.

Poche ore. Ancora poche ore. Poi verrà Tommaso e la accompagnerà in clinica. Cinque giorni di ricovero, signora Franchini, le ha detto il professore. Quaranta per cento di probabilità che l’intervento riesca perfettamente. Purtroppo il suo è un caso difficile.

Quaranta per cento di possibilità, si ripete Diana.
 E cancellare quella oscurità.
 E rivedere il mare.

Spalanca le persiane. Non c’è odore di pioggia.
Alla fine, poi, non è piovuto.




Vi lascio, ora. Vi lascio con questa bella canzone contro la guerra.


Peter Seeger: Where Have All The Flowers Gone?


Dove sono finiti i fiori?

Dove sono finiti i fiori,
nello scorrer del tempo,
Dove sono finiti i fiori
tanto tempo fa?
Dove sono finiti i fiori?
Li han presi tutti le ragazze!
E quando impareranno, allora,
Quando impareranno?

Dove sono finite le ragazze,
nello scorrer del tempo,
Dove sono finite le ragazze
tanto tempo fa?
Dove sono finite le ragazze?
Le han prese tutte i ragazzi!
E quando impareranno, allora,
Quando impareranno?

Dove sono finiti i ragazzi,
nello scorrer del tempo,
Dove sono finiti i ragazzi,
tanto tempo fa?
Dove sono finiti i ragazzi?
Tutti quanti sono soldati!
E quando impareranno, allora,
Quando impareranno?

E dove sono finiti i soldati,
nello scorrer del tempo,
Dove sono finiti i soldati,
tanto tempo fa?
Dove sono finiti i soldati?
Tutti quanti dentro alle tombe!
E quando impareranno, allora,
Quando impareranno?

E dove sono finite le tombe,
nello scorrer del tempo,
Dove sono finite le tombe,
tanto tempo fa?
Dove sono finite le tombe?
Sono ridiventate fiori!
E quando impareranno, allora,
Quando impareranno?




postato da: Soriana alle ore 03:46 | link | commenti (3)
categorie: avviso ai naviganti, i miei viaggi, la mia scrivania
martedì, 13 gennaio 2009

Gli aquiloni di gaza

kite_sunsetVi prego davvero come non mai di leggere questa lettera di Ettore Masina con attenzione, e se potete, se volete, vi pregherei anche di riportarla nei vostri blog. Lo so che è molto lunga, ma la ritengo molto importante per avere una visione storica e obiettiva sulle origini del conflitto fra Israele e Palestina. 
Grazie.


Lettera 138 Gennaio 2009

Gli aquiloni di Gaza
Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il nome di Santi Martiri Innocenti. In realtà si tratta di un racconto midrashico, cioè simbolico: nessun testo storico registra un avvenimento del genere nella Palestina di quel tempo. Adesso questo avvenimento e il nome che lo descrive sono diventati realtà: proprio a partire dagli ultimi giorni del dicembre scorso e proprio in  Palestina, decine e decine di bambini vengono uccisi, non da sgherri assatanati, ma da un esercito fra i più potenti della Terra con generali, bandiere,  ferrea disciplina, minuziosi piani di battaglia.
Perché Santi e Martiri quei bambini di Betlemme coetanei del Signore? La liturgia risponde con una formula che a me pare stupenda: martiri e dunque santi perché "non loquendo sed moriendo confessi sunt", perché non con parole ma con la morte hanno testimoniato il Cristo. Così, una volta di più, la riflessione evangelica coglie il nesso intimo fra il Salvatore e i più poveri dei poveri: il loro destino, la loro storia ignorata dai libri, persino la storia effimera (di pochi giorni, mesi o anni) dei piccini uccisi dalla violenza degli adulti sono storia sacra, inscritta nel mistero della croce. Qualcuno mi ha detto tempo fa che nelle icone ortodosse dell’Epifania la culla di Gesù bambino ha la forma di una bara. (Ma le notizie che arrivano da Gaza mentre scrivo, il 6 gennaio, dicono che la popolazione non riesce più a seppellire i suoi morti).
Non con le parole ma con la morte testimoniano la realtà tutti i piccoli schiantati  dalla nostra follìa o dalla nostra inerzia. Siano i bambini violati dai “turisti del sesso” o quelli schiacciati dalle fatiche di certi lavori “minorili”,  le creaturine vietnamite che nascono deformi a causa dei defolianti disseminati dagli americani durante la guerra; o siano  i ragazzini-soldati di certe aree africane o quelli uccisi, mutilati o psichicamente straziati dai conflitti, come i piccoli afghani e congolesi e sudanesi, quelli israeliani assassinati dai terroristi o, adesso, quelli massacrati dall’esercito israeliano, le vittime infantili del nostro tempo testimoniano che il male distende le sue ali di tenebra in tutte le epoche e i luoghi, e può insediarsi nel cuore di ogni uomo.  I bambini violati e uccisi  accompagnano con le loro ombre il nostro cammino e vanificano con i loro lamenti o i loro insanguinati silenzi la nostra pretesa di essere autori di una civiltà sempre più “umana”: giusta, cioè, libera, generosa. E tenera.
Credo fermamente che nessuno di noi possa “chiamarsi fuori” da queste realtà planetarie, che legami più o meno visibili ci saldino ai mali del nostro tempo e che non sia possibile  uscire dalla nostra inevitabile condizione di carnefici (o, almeno, di favoreggiatori di carnefici) se non cercando di cogliere in tutta la sua valenza le nostre responsabilità. Credo, cioè, che innanzi tutto il nostro dovere non sia soltanto di piangere le piccole vittime ma di conoscere le condizioni storiche che le hanno crocifisse, per vedere se non sia possibile da parte nostra qualche intervento per un mutamento della realtà. Senza questa ricerca di informazioni è come se ci rifiutassimo di vedere il volto di quei bambini, di conoscerne il nome, di ascoltarne il lamento. Questa mancanza di informazioni emerge più che mai, oggi, davanti a Gaza. Mi sembra terribile: su un dramma planetario che da più di sessant’anni  insanguina una Terra santa a tre religioni monoteiste, dunque a miliardi di persone, la gente ha idee confuse o addirittura non ne ha.
Gaza,  la strage di tanti bambini (e dei loro genitori), la nostra pretesa di neutralità o addirittura la nostra compassione pesata al bilancino per l’una e l’altra parte in lotta, sono infatti una tragedia alimentata dalla disinformazione o dalla manipolazione dell’informazione. Se i palestinesi, i loro diritti violati, la libertà che gli viene negata sono così spesso ignorati da noi, cioè condannati, da mezzo secolo, all’insignificanza, è perché l’opinione pubblica internazionale è stata fortemente condizionata dalla propaganda israeliana. È ovviamente impossibile esaminare dettagliatamente  come e perché, ma chi, come me, segue con attenzione, da cinquant’anni la vicenda medio-orientale sa bene che  è un discorso necessario per uscire da una situazione di profonda ingiustizia: e che si possono porre, al riguardo, alcune considerazioni   incontrovertibili. Bisogna cominciare da lontano: dopo la prima guerra mondiale, che aveva disgregato l’impero ottomano, le cosiddette Grandi Potenze  ridisegnarono a loro piacimento, con sprezzante cinismo, la carta geopolitica dell’area. Con tutta la violenza dell’ideologia colonialista, considerarono primitivi e indegni di piena libertà  i popoli arabi: imposero loro monarchi feudali o  regimi corrotti, servili nei confronti di Londra e di Parigi. Fu in quel tempo che si cominciò a progettare, su pressione del movimento sionista, dei suoi amici altolocati e della vergogna dei pogrom europei, uno stato ebraico da erigere nelle antiche terre dei Patriarchi e dei Profeti. Subito dopo la seconda guerra mondiale, il progetto fu tradotto in realtà. Fu la realizzazione di un sogno per gli ebrei, ma una terribile sciagura per gli arabi che abitavano da secoli la Palestina. Su di loro si abbatté come un maglio la cattiva coscienza dell’Europa e degli Stati Uniti per non avere efficacemente impedito il genocidio ebraico: il nuovo stato  fu insediato non già in una regione semi-deserta (“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”) come sosteneva la propaganda sionista, ma in una zona popolosa, in cui esistevano condizioni di vita superiori a quelle di certi “cantoni neri” europei. Grandi masse di arabi furono costrette all’esodo dalle terre in cui erano nate, erano nati i loro padri e i padri dei padri dei padri. Per affrettare la fondazione del nuovo Israele, alla crescente opposizione palestinese si contrappose un feroce terrorismo sionista:  la strage della popolazione del villaggio di Deir Yazzin (trucidati 250 uomini, donne, vecchi e bambini), la distruzione di un’ala dell’hotel King David, a Gerusalemme (91 morti), l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite, Folke Bernadotte… Non pochi degli autori di questi atti di terrorismo entrarono poi a far parte dei governi del nuovo Stato. Che io ricordi, non vi furono efficaci censure morali da parte dei politici  o dei mass-media occidentali. Sembrò allora a molti (anche a me, debbo dire) che questi “partigiani” riscattassero con l’ardimento di molte loro imprese l’inerme rassegnazione con la quale milioni di ebrei europei erano andati al macello nei lager. E sembrò  a moltissimi (e sembra ancora) che l’incomparabile gravità della Shoah concedesse ai superstiti una specie di salvacondotto  che permettesse loro qualunque crudeltà. Questa legittimazione alla violenza venne  sostenuta con enorme efficacia dai mass-media vicini alla (o posseduti dalla) ricca diaspora ebraica negli Stati Uniti: ricordo ancora con quanta emozione vidi  film come “Exodus” di Preminger, lessi romanzi come “Ladri nella notte” di Koestler. Anche a me, come a moltissimi cittadini dell’Occidente, la fondazione dello stato di Israele, la guerra del 1948 apparvero l’ultima grande epopea del XX secolo.
 A questa “copertura” mediatica non potevano certo rispondere i palestinesi: alcuni “contenuti” in stati non loro (come la Giordania), altri divenuti profughi di precaria sopravvivenza,  altri ancora rimasti minoranza priva di qualunque potere politico nel nuovo stato ebraico. Così, quasi per una reazione spontanea, l’opinione pubblica occidentale introiettò la convinzione, tipicamente razzista,  che il nuovo Stato ( non pochi cittadini del quale e molti sostenitori all’estero appartenevano – o erano collegati - all’intellighentzia occidentale), fosse un caposaldo della civiltà “bianca” nel Medio Oriente,  di fronte a un nazionalismo arabo straccione e feudale.
Le guerre dei regimi arabi contro lo Stato ebraico rinforzarono questa supremazia mediatica: i farneticanti proclami del loro odio, la loro incapacità di promuovere l’idea di uno stato pluralista e laico anziché di due stati creati con   drammatici spostamenti della popolazione locale, rinsaldarono nell’opinione pubblica internazionale l’immagine di un piccolo Israele permanentemente minacciato da una enorme valanga di nemici e dunque costretto a un duro esercizio della forza. Ben pochi si accorsero, nel passare degli anni, che questa immagine era sempre meno autentica perché non teneva conto dei crescenti aiuti e garanzie prestati dagli Stati Uniti allo stato ebraico, tali da creare ormai una realtà inattaccabile dai suoi vicini: uno stato che possiede il quinto esercito della Terra per potenza di fuoco e un rilevante armamento nucleare. Chi ha indicato questa evidente realtà, sostenendo che, ormai garantita la sicurezza di Israele, era giunto il momento di chiedergli  un maggiore e sincero assenso a una pace che garantisse giustizia ai palestinesi, è stato sempre messo a tacere con l’accusa di antiebraismo: vorresti forse una nuova Shoah? Tre generazioni di israeliani si sono ormai succedute dalla fondazione del nuovo Stato, accade persino che i nonagenari scampati al genocidio lamentino che il “loro” governo lesini aiuti alla loro vecchiaia, la caratteristica di Israele come “stato-rifugio” per gli ebrei in diaspora è ormai una romantica illusione, ma l’accusa di antigiudaismo viene ancora rivolta a chi critica i governanti di Israele. Qualche volta l’accusa è di “antisemitismo”: i filo-israeliani meno colti non sanno neppure che anche i palestinesi sono semiti.
Le sconfitte arabe hanno consegnato a Israele, di fatto, l’intera area destinata, secondo gli illusori progetti dell’ONU, a uno stato palestinese. Questo avvenimento epocale ha stravolto gli stessi  fondamenti ideali  dello stato ebraico. Nella sua dichiarazione di Indipendenza stava scritto: “Lo Stato di Israele si  dedicherà allo sviluppo di questo paese per il bene di tutti i suoi cittadini; sarà  fondato  sui principi di libertà, giustizia e pace, e sarà guidato dalla visione dei profeti di Israele; garantirà pieni e eguali diritti, sociali e politici, a tutti i suoi  cittadini, indipendentemente dalle differenze  di religione, di razza o di sesso; tutelerà  la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”. Di fatto, invece, Israele, quasi sospinta da un vento malvagio, si è trasformata in una potenza brutalmente coloniale che opprime con continue violazioni dei diritti umani un popolo in crescente disperazione. Centinaia di risoluzioni dell’ONU contro questi eccessi sono finiti nei cestini della carta straccia premurosamente forniti dagli Stati Uniti, grazie al loro potere di veto. Hanno vita durissima i pacifisti israeliani, coraggiosi, creativi, incessanti costruttori di ponti fra i due popoli che il cinismo dei governanti distrugge  demolendo ogni speranza di pace. Nello stato ebraico sono presenti, distruttivamente, forze politiche che sognano di costringere gli arabi a un esodo definitivo dalla loro terra, altre, più numerose, che premono per la costruzione di un regime permanente di apartheid  affidato all’esercito perché lo indurisca di quando in quando affinché i palestinesi “non creino problemi “, altre ancora disponibili alla creazione di uno stato arabo ma a pelle di leopardo: bantustan collegati fra loro da esili corridoi. Queste forze eversive si sono sempre schierate (esplicitamente o sotterraneamente) contro ogni piano di pace. Certamente, al riguardo, non mancano responsabilità palestinesi. Vergognosamente traditi dai paesi arabi, condizionati da una frammentazione della loro dirigenza politica, continuamente provocati dall’esercito israeliano, gli abitanti dei territori occupati hanno commesso anche loro profondi errori di valutazione e di azione.
Quarant’anni di dominio militare con l’uso di punizioni collettive (le case abbattute, i blocchi stradali che per giorni e giorni isolano villaggi e città, impedendo il transito persino alle autoambulanze), la diffusione dell’uso della tortura, l’imprigionamento di ragazzi, la chiusura delle scuole, la devastazione degli uliveti, l’erezione di un muro che taglia paesi e li separa dai campi, il sequestro di terre per i villaggi dei coloni armati, hanno avvelenato l’anima dei due popoli. Da un lato (quello palestinese) la ferocia di un terrorismo che per essere segno di disperazione non è meno criminale, oppure una rassegnazione che spinge all’inerzia, la corruzione di buona parte della dirigenza politica, un crescente fondamentalismo  religioso. Dall’altro lato (quello israeliano) l’uso della paura e dei raid come strumento elettorale, una cultura violentemente razzista e nazionalista, la convinzione che gli arabi siano del tutto inaffidabili e persone senza dignità.  I grandi scrittori di Israele (gli Yehoshua, i Grossman, gli Oz….) registrano con dolore questo scadimento etico, che si estende al trattamento dei cittadini arabo-israeliani. Spesso il comportamento delle truppe di occupazione è tanto crudele che quando, ai tempi della prima Intifada, Yitzchak Rabin suggerì ai soldati di non sparare contro i ragazzi palestinesi che lanciavano pietre ma di spaccare loro le braccia, egli fu considerato una “colomba”, un buono e persino un “molle”.
 Gli psicologi israeliani denunziano l’insorgenza di nevrosi collettive. Vi sono segni di insensibilità crescente. Eccone uno, di oggi: “Piombo fuso” è un giocattolo donato ai bambini israeliani nella recente festa di Hanukkah.  I generali hanno dato questo nome (Operazione Piombo fuso) ai piani dell’offensiva contro Gaza. I generali sanno bene che metà della popolazione di Gaza ha meno di 15 anni…  E sanno che Gaza e la Striscia, con 2500 persone per chilometro quadrato, sono la più popolosa area della Terra. Bombardarla dal cielo e dal mare, come si sta facendo, o invaderla per combattere casa per casa significa mettere in atto un macello che ricorda certe imprese naziste.
Scrivo queste cose non per esecrare il popolo di Israele, al quale auguro invece di tutto cuore di diventare propulsore di pace e di benessere, ma perché sono convinto che molti non le sappiano, e che, invece, la diffusione della verità sia la strada necessaria alla giustizia. Ma interessa la verità  ai mass-media italiani? Voglio raccontare un episodio al  riguardo. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per  i diritti umani.  L’agenzia dell’ONU per i profughi mi invitò a portare una delegazione di parlamentari in visita ai campi in cui si accalcavano decine di migliaia di palestinesi. Fu un’esperienza drammatica: vedemmo un popolo che ci sembrò allo stremo, angariato da anni in mille modi, portato al furore da una congerie di leggi, decreti, bandi militari che ne impedivano ogni crescita e libertà. Ricordo come questa mancanza di diritto fosse evidente a Gaza, immensa metropoli di poverissima gente. Gli occupanti vi applicavano leggi israeliane, egiziane e persino del mandato britannico… Tornati a Roma presentammo la nostra relazione al presidente della Commissione Esteri, Flaminio Piccoli. Egli rilevò che nonostante la diversità politica (la delegazione “andava” da Democrazia Proletaria al MSI), il documento era unitario e  la documentazione era importante. Decise di convocare una conferenza stampa. I giornalisti accreditati a Montecitorio sono più di 300. Non uno (non uno, avete  capito bene) venne ad ascoltarci.
Milioni e milioni di italiani (la grande maggioranza) hanno come esclusiva fonte di informazione il TG1. Da anni questa testata affida il notiziario sull’area medio-orientale a un giornalista, Claudio Pagliara, che è certamente assai meno obiettivo dei giornalisti israeliani. Per esempio, continua a ripetere che l’offensiva israeliana è dovuta israeliana al fatto che Hamas aveva rotto la tregua stabilita con Israele. In realtà Hamas ha deciso di non rinnovare la tregua scaduta, motivando questa decisione con l’inasprimento del blocco alla Striscia e il bombardamento del 4 novembre, che ha causato la morte di 6 miliziani. In questo modo – ha scritto la stampa israeliana - si è  “innescato un nuovo ciclo di pericolosa, anche se controllata, violenza, caratterizzata da occasionali colpi ed incursioni da parte di Israele e da corrispondenti lanci di razzi e  spari da parte palestinese” (Daniel Levy, Haaretz, 19 dicembre”).
Tzahal, l’esercito israeliano, non consente ai giornalisti di entrare nella Striscia e dunque le notizie che ci arrivano dai luoghi della battaglia sono tutto fuorché obiettive; ad aumentare questo squilibrio, il giornalista del TG1 è prodigo di servizi sui danni   che i razzi di Hamas procurano ad alcune città israeliane. Ora questi lanci sono un’iniziativa criminale ma non sono, purtroppo, una prerogativa di Hamas. Pagliara ha sempre taciuto che da anni – e anche durante i tentativi di trattative di pace – Tzahal  lancia missili sui territori occupati, dichiarando che si tratta di “esecuzioni a distanza” di supposti criminali. Questi missili hanno provocato ormai centinaia e centinaia di “danni collaterali” palestinesi. I missili sono intrinsecamente diversi dai razzi?
Tanto meno il giornalista italiano ha espresso i dubbi dei suoi colleghi israeliani sulle reali ragioni dell’attacco a Gaza. Per esempio: "Fonti dell'establishment della Difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l'operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas". (Barak Ravid, Operation "Cast Lead": Israeli Air Force strike followed months of planning, Haaretz, 27 dicembre 2008).
Infine l’inviato del TG1 non si è mai dilungato sulle sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza dall’assedio israeliano sottolineate da altri suoi colleghi: “L’assedio di Gaza ha distrutto per un’intera generazione la possibilità di vivere una vita degna di essere vissuta” (Tom Seghev, Haaretz 29 dicembre 2008); e anche “Mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e il personale sanitario è spesso costretto alla drammatica scelta di quali feriti curare e quali abbandonare a se stessi, (New York Times, 1 gennaio 2009).
Concludo questo tragico cammino per le strade insanguinate della Palestina e di Israele facendo mie le parole con le quali Pietro Ingrao ha commentato la strage in atto a Gaza: “Sono convinto che non è con quella violenza iniqua che Israele può tutelare il suo domani. Anzi credo, temo che con questa aggressione infausta essa seminerà nuovo alimento per gli estremisti disperati di Hamas”. Nel 1991 io credetti di vedere nascere nei campi profughi una nuova leva di kamikaze. Ricordo gli occhi di un quindicenne a Deishah mentre mi raccontava del pianto disperato di una sua sorellina quando, a un chek-point un soldato le aveva sventrato una bambola, convinto che in essa si celasse dell’esplosivo. A Gaza ci sono più di 750 mila bambini. Ricordo con il cuore che piange gli aquiloni che essi levavano in mezzo al fango dell’inverno in cui li vidi e che mi sembrarono speranze levate verso il cielo. Quanto odio sta fermentando nel cuore di quei piccini, accanto alla paura? Non solo le lacrime degli orfani ma anche il rancore muto, e forse ancor più desolato, degli orfani “psicologici”: quelli che si sentono traditi da un padre che sembra non sapere, non volere difenderli, lui stesso terrorizzato, affamato. Che ricco raccolto per gli estremisti, per la violenza del loro odio che a un bambino può sembrare forza. I sedicenti amici di Israele non lo capiscono?
La pace è una bambina che corre verso un rifugio in cui sentirsi finalmente al sicuro. Palestinese o israeliana, che importa? Il suo grido dovrebbe strapparci alla nostra inerzia, che forse non è tale ma disperata sensazione di inutilità. Ma non dobbiamo cedere al pessimismo della ragione. Come cittadini, come cristiani (quelli di noi che osano dirsi tali) dobbiamo trovare modi per far sentire ai nostri governanti  che la loro prudenza ci sembra viltà. Nella triste decadenza dei partiti la nostra solidarietà deve trovare nuove forme. Internet ne offre e non dobbiamo ritenerle troppo piccole, troppo deboli. Tra il poco e il nulla c’è un abisso.
Ai diplomatici Benedetto XVI ha detto che per vincere “l’inaudita violenza” dell’attacco a Gaza è forse necessario un ricambio generazionale dei governi, dunque un grande coraggio. Io ricordo quello di Paolo Vi che, per riportare lo sguardo della Chiesa sul mistero del Cristo, non si lasciò fermare dalla situazione militare della Terra Santa, ma sfidò la prudenza dei diplomatici annunziando con semplicità che lui sarebbe comunque partito. Davanti a lui, almeno per qualche ora, si aprì una meravigliosa strada che io ricordo di avere percorso con Eugenio Montale: era un viottolo che zigzagava fra crateri di bombe nella no men’s land, la terra di nessuno fra la Gerusalemme della Legione Araba e quella di Tzahal. Per qualche ora la Città Santa tornò una, la Bella dei Profeti, del Vangelo e del Corano.
 E però noi non possiamo richiedere coraggio soltanto ai governanti. Decine di riservisti israeliani in questo momento si stanno trasformando in refuznik, obiettori di coscienza, che per questo saranno incarcerati. Non vogliamo assomigliargli almeno un poco? Davvero ci terrorizza la probabilità di essere definiti “amici di Hamas”?

Ettore Masina

Roberto Vecchioni: Shalom
postato da: Soriana alle ore 04:12 | link | commenti (8)
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