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mercoledì, 31 dicembre 2008

Cominciamo da noi (post ingenuo di fine anno)

bambini_stranieri
Siamo arrivati alla fine. Ancora poche ore e il 2008 apparterrà ai ricordi.  2008, anno bisestile. “Anno bisesto anno funesto” recita un detto popolare. E chissà non ci sia del vero. Per il mondo non è stato certamente uno degli anni migliori. Basterebbe solo pensare a come si sta concludendo: le immagini che i media portano nelle nostre case in questi giorni non sono certo immagini di pace e serenità.

Dovrebbe essere il momento dei bilanci. Ma a che servirebbe dire che, per le vicende che lo hanno caratterizzato, il 2008 chiude in rosso?


Dovrebbe essere il momento degli auguri: dovrei augurarmi e augurarvi che il 2009 porti la pace nel mondo, che sia bandita ogni guerra, e la fame e le epidemie che ancora affliggono i Paesi più poveri, e che finalmente domini la giustizia sociale su tutto il Globo terrestre.  Ma potrei scrivere milioni di cartoline augurali e non cambierebbe niente.
Mi sto sempre più convincendo che il cambiamento, se cambiamento è ancora possibile, deve partire a livello individuale. Ho pensato così, dentro di me, ad alcune cose, cose semplici, cose che sembrano nulla, a confrontarle con i grandi principi con cui spesso ci riempiamo la bocca.  Piccole azioni, comportamenti facili da portare avanti. O forse no, non facili, ma che tutti, con un po’ di buona volontà, possiamo intraprendere. E ora tento di esporveli. E scusate se vi sembrerò ingenua.



Sorridere di più: che non vuol dire essere ciechi  davanti alla realtà e essere ottusamente ottimisti. Sorridiamo al vicino di casa che incontriamo in ascensore, all’estraneo che incrocia il nostro cammino per la strada e che magari involontariamente ci intralcia il passo. Sorridiamo quando parliamo al telefono magari per chiedere un’informazione a qualche lavoratore precario schiavo di un call center. Si sente, il sorriso, anche al telefono. E il sorriso, scusate la retorica, assomiglia a un raggio di sole.

Ai bambini, nostri figli, o nipoti, o figli di amici, non regaliamo cellulari, o play station, o altre cose simili. Regaliamo loro il nostro tempo, le storie della nostra infanzia, giochiamo con loro, ascoltiamoli, soprattutto, cercando di ascoltare, di sentire, anche quello che non dicono.



Cerchiamo di vedere al di là delle apparenze, e di non dare  mai giudizi affrettati sulle persone, di non lasciarci sovrastare dai pregiudizi  (tutti ne abbiamo). Proviamo, insomma, a metterci nei mocassini dell’altro, come mi diceva un mio vecchio insegnante di psicologia. E di rispettare il suo pensiero, la sua religione, il suo sesso, il suo credo politico. E se qualcuno ci insulta difendiamoci, sì, ma non alimentiamo il rancore dentro di noi.

Se non è proprio necessario per la sopravvivenza, facciamo in modo che il lavoro non occupi tutta la nostra giornata. E che il successo, o il denaro non siano al vertice dei nostri pensieri.

Quando facciamo la spesa, se è possibile, valutiamo quale prodotto acquistare non solo in base al prezzo e alla qualità, ma anche in base alla provenienza: rifiutandoci di acquistare, per esempio, prodotti che provengono da zone nelle quali si sfrutta il lavoro dei minori.


Ogni tanto prendiamoci un giorno tutto per noi e andiamo a camminare in mezzo alla natura, soli. Non occorre andare chissà dove: a volte basta camminare in un piccolo parco, o stendersi su un prato, o passeggiare su una spiaggia  in autunno o in un bosco: senza un libro, o un giornale, senza I Pod, senza nulla che non siano i nostri occhi, le nostre orecchie, il respiro e il nostro cuore. Per ascoltare e lasciarsi permeare dalle voci della natura, per ascoltare la voce che c’è in noi, e che zittiamo sempre, per soffermarci a guardare più a lungo possibile la magia, la perfezione che anche la margheritina di prato possiede.

Se vediamo qualcuno in difficoltà, non giriamo il viso dall’altra parte. Forse a volte lo facciamo per una sorta di pudore, perché abbiamo timore di immischiarci in qualcosa che non ci riguarda. Ma tendere una mano al nostro prossimo non è un “immischiarsi”.

Evitiamo di dire o di ragionare in termini di “Noi” e “Loro”. Abituiamoci a pensare a Noi, includendo anche Loro.

Leggiamo poesie: ho sentito una volta il grande Mario Rigoni Stern dire che la Poesia salva la vita. E chissà che non avesse ragione.


E per finire, il mio decimo pensiero torna ai bambini. Perché loro sono il futuro, sono gli anni che verranno.  Le nove “regolette” o “consigli per una vita migliore”, che con presunzione mista a ingenuità ho esposto sopra, facciamole vivere sempre anche a loro, o per lo meno coinvolgiamoli in queste nostre scelte, parliamone con loro.
E poi abbracciamoli.



Beh, forse dovrei cancellare tutto e limitarmi a augurare a tutti un felicissimo 2009. Ma ormai ho scritto. E se sorriderete,  anche se per compatire le mie parole, almeno la prima regoletta l’avrete osservata.


Ma, a parte questo:


Sereno 2009 a tutti! 



Termino con un’altra canzone di Fabrizio D’Andrè: la seconda di una serie che continuerò a inserire nei miei post fino all’11 gennaio.

Il suonatore Jones

(è fra le mie preferite in assoluto)
postato da: Soriana alle ore 02:39 | link | commenti (13)
categorie: calendari, leggeri e pesanti pensieri

Poche ma essenziali


Mi spiace segnalare così pochi argomenti che si trovano in rete, in questi giorni, ma, passato il Natale, ora sono presa dal mio imminente viaggio. E Il tempo è veramente poco.  E quindi ecco cosa vi presento questa sera: pochi, ma essenziali:




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Arteinsieme
E'un ricco menù letterario di Capodanno che Renzo Montagnoli ci offre nel numero di Arteinsieme appena uscito. Ve ne consiglio la lettura completa, vi troverete cose molto belle. In particolare voglio evidenziare:


Messaggero d'amore
L'augurio poetico di Renzo per l'anno che sta per nascere
E, sempre di Renzo Montagnoli, una delle sue sagge riflessioni
Chiusure e riaperture

E per la narrativa una new entry:
Mirella Giordani in: L'avventura

Infine ci sta pure un mio racconto, eh, sì. Un racconto che avevo scritto per il Domino di Laura e Lory. Ma...sorpresina! Perchè lo troverete piuttosto modificato. E non solo per il titolo:
Un anno sgarruppato





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Collana Shortcuts
Come è probabile che tutti sappiate la Casa Editrice Historica Il Foglio Letterario ha iniziato la pubblicazione di una nuova collana, Shortcuts. Il libro che ha inaugurato questa iniziativa è la raccolta di racconti Tamarri, di Remo Bassini e altri poi ne seguiranno.  E il direttore editoriale Francesco giubilei ha avuto un 'idea molto interessante. Questa:
Copie omaggio per chi recensisce Shortcuts

Ah, voglio anche ricordarvi che il primo giorno dell'anno Francesco compie gli anni: diciassette! Si sta facendo grande, il nostro ragazzino prodigio... Se volete fargli gli auguri...


urlNuove scoperte

Arabi invisibili
Un'altra resistente, un blog estremamente interessante e purtroppo, più che mai attuale.

postato da: Soriana alle ore 00:53 | link | commenti (1)
categorie: avviso ai naviganti
lunedì, 29 dicembre 2008

Che dire?

071123-el-haddad-gazaChe scrivere, cosa dire mentre il giornale radio mi porta le notizie di quella guerra senza fine, dei bombardamenti a tappeto, di cinque fratellini morti sotto le bombe  (pensare alla loro madre, al loro padre, mi fa attorcigliare lo stomaco…)?  Non ho proprio parole.  Non faccio nessuna considerazione. Me ne sto zitta e do la parola a una poetessa israeliana e a un poeta palestinese. E basta.



Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

( Mahmoud Darwish   )                    
Da  Kazahri al-Lawzi aw Ab’ad
(Come il fiore di mandorolo o più lontano)
(Traduzione di Asma Gherib)




La pace è una donna e una madre


Come posso saperlo?
Lo so, perche ieri l'ho vista,
sul mio sentiero volteggiante
verso il nutrimento del mondo.
Il suo viso era di una tale tristezza,
da sembrare un fiore dorato consunto prima del tempo.
Le ho chiesto perche' era cosi' triste.
Mi ha detto che il suo neonato e' stato ucciso ad Auschwitz,
sua figlia a Hiroshima, e i suoi figli in Vietnam,
Irlanda, Israele, Libano, Palestina,
Bosnia, Ruanda, Cecenia e Sudan.
Ed il resto dei suoi bambini, mi disse,
sono sulla lista nera nucleare dei morti,
tutti quanti, fino a che l'intero mondo capira'
che la pace e' una donna.
Un migliaio di candele allora si accesero,
nei suoi occhi stellati, ed io vidi
che la Pace e' davvero una donna incinta.
La Pace e' una madre.

Ada Aharoni            




Solo qualche parola sulla musica di questa sera:
L’11 gennaio 1998 moriva Fabrizio De Andrè. Da questa sera, in ogni post, fino all'11 gennaio, metterò una sua canzone, un mio piccolo omaggio a un cantante-poeta indimenticabile.


Sidun

"Sidun" un canto straziante di un padre che ha visto la cosa più atroce che può capitare ad un genitore: la morte violenta di suo figlio.



 
postato da: Soriana alle ore 19:31 | link | commenti (10)
categorie: cronache infernali
sabato, 27 dicembre 2008

Vecchi

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E’ stata la bella poesia di Piera Maria Chessa che ho letto ieri sera nel suo blog, che mi ha dato l’idea per il post di questa sera. Vi presento infatti alcuni Poeti che hanno dedicato i loro versi a quel periodo della vita che viene chiamato terza età, e anche quarta età, a volte. ma che in verità ha un nome solo: vecchiaia. E chissà perché così spesso si tende a camuffare questa parola. Chissà perché dire “quello è un vecchio”, "quella è una vecchia" appare, nella nostra epoca, così... politicamente scorretto? Non è mica scorretto dire: "quello è un giovane",  "quella è una giovane". E allora? Non sarà forse perché di quella parola  "vecchio" si ha paura?

Su questa storia del politicamente corretto nell’esprimersi, prima o poi ci scriverò un post… Perché io ci trovo molta ipocrisia…


Per fortuna i Poeti non hanno paura delle parole. E neppure la parola vecchio, o le immagini che la vecchiaia evoca, incute loro  timore. Neppure ai poeti piccolini come me.


I due vecchi
 di Piera Maria Chessa
 
Il vecchio
dai capelli bianchi e ricciuti,
la carnagione scura e rugosa,
sedeva silenzioso tra gli amici.
 
Lo sguardo assente rivelava ansia
per la salute malferma della compagna.
Il suo debole udito gli impediva di seguire
la conversazione che si svolgeva intorno.
 
Accanto a lui, un grosso cane
dall’indole mansueta e avanti negli anni,
si lasciava accarezzare dalla sua mano stanca.
Lo sguardo dei due vecchi si somigliava:
entrambi tristi, entrambi un po’ sconfitti.

 





      Camminarono insieme

      di Renzo Montagnoli  

     Oscuri segni del passato
      riaffiorano nell’ora del tramonto.
      Un volto quasi dimenticato
      riluce all’improvviso
      una mano stretta tanto tempo fa
      riacquista corpo e calore.
      Un nonno e un nipotino
      a passeggio per un viale
      lungo all’infinito per il piccino
      breve come un istante per l’anziano.
      La stretta della mano che si allenta
      il bimbo che fugge in avanti
      volgendosi all’indietro
      l’immagine dell’altro che sfuma.
      Camminarono insieme
     nel breve arco di una vita
     un ricordo che non muore
     per chi ormai è alla fine di quel viale.

        
      (Da Il Cerchio infinito -  Edizioni Il Foglio, 2008)



Quando sarò vecchia

di J. Joseph

Quando sarò vecchia mi vestirò di porpora
con un cappello rosso che non si intona e che non mi dona
e la mia pensione se ne andrà in brandy e in guanti estivi
e in sandali di satìn, e dire che non abbiamo soldi per il burro.
Quando sarò stanca mi siederò sul marciapiede
e ruberò la roba nei negozi e suonerò gli allarmi
e passerò il bastone lungo tutte le cancellate
e mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in ciabatte sotto la pioggia
e raccoglierò i fiori nei giardini degli altri
e imparerò a sputare.




I vecchi

di Milvia Comastri

I vecchi con i denti di resina,
col tremolio incessante nelle mani,
con gli occhi scoloriti
da giorni di troppa luce
fuggiti come un lampo.
I vecchi dalle fragili ossa
che basta un soffio per accartocciarle.
I vecchi dalle parole sbandanti nella nebbia,
discorsi come fili aggrovigliati
dove non c’è più capo.
I vecchi che cullano un ricordo
fra le braccia sottili,
e sempre quello, come un bambino
che non  è mai cresciuto.

I vecchi sono soli sempre e ovunque,
        crocifissi dal tempo.



Ascoltando la canzone che segue  per inserirla qui e guardando il video cui la canzone fa da colonna sonora, mi sono commossa. Più che commossa ho proprio pianto. Anche se già conoscevo sia la canzone che il film.
La canzone narra della desolante quotidianità di in vecchio pensionato. Il video è uno spezzone di un film che io considero non uno dei più belli del neorealismo italiano, ma ma uno dei più belli di tutta la nostra cinematografia.
Umberto D.

Buon ascolto e buona visione, dunque  con:


Il pensionato di Francesco Guccini

E sapete che aggiungo? il film è del '53, la canzone di più di trent'anni fa, ma mi sembra proprio che niente sia cambiato...
venerdì, 26 dicembre 2008

Passato è il Natale

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E così è passato anche questo Natale, e spero che per tutti vuoi sia stato davvero un buon Natale.  Per me lo è stato, l’ho trascorso con gli affetti più cari, e non potevo chiedere di meglio.
Dopo questa piccola pausa dedicata al privato, al calore della famiglia, è forse però il momento di tornare a riflettere sulle cose che succedono intorno a noi. E la lettera che è arrivata oggi nella mia cassetta della posta me ne dà occasione. Vi prego di leggerla con attenzione. E mi farà piacere se la commenterete. E anche se la diffonderete. Grazie.



LETTERA 137 DI ETTORE MASINA

dicembre 2008


Natale e Hanukkah

…. E la gloria del Signore avvolse i pastori di una grande luce… (Luca 2,9). Da quella luce mi sono tante volte, gioiosamente, lasciato travolgere anch’io, ma quest’anno non ci riesco. Troppe ombre inquiete e inquietanti mi sembrano addensarsi sui giorni che stiamo vivendo; e non sono soltanto le ombre della crisi economica, che martirizza tante famiglie. Questo è il Natale felice della P2: Berlusconi, seguendo il vangelo di Gelli e il proprio sfrenato narcisismo, sente possibile ormai trasformarsi nel Lider Maximo di una democradura e ne dichiara l’intento. È il Natale felice di un’arroganza papista che pretende di definire persino il significato dell’identità di genere mentre senza misericordia distoglie gli occhi dalle crudeli persecuzioni degli omosessuali in tante parti del mondo. È il Natale felice di un clericalismo che impone al governo italiano di revocare i pur esigui tagli al finanziamento delle scuole private e ottiene pronta esecuzione del suo volere. È il Natale felice di cattolici che si credono fedelissimi al Cristo perché vanno alla messa di mezzanotte ma non sentono lo scandalo di un milione di famiglie italiane che non hanno soldi a sufficienza per mangiare e riscaldarsi, mentre il 10 per 100 della popolazione si  divide il 50 per 100 della ricchezza nazionale. È il Natale felice dei liberisti, atei devoti che ottengono da Benedetto xvi patenti di nobiltà. È un Natale in cui nelle parrocchie del Nord, salvo belle eccezioni, si tace sul razzismo e nelle nostre “Betlemme” - paesi e città – Maria e Giuseppe invece che casa trovano ostilità e disprezzo perché, extracomunitari, “non sono dei nostri”. E’ un Natale in cui a molti vescovi (compreso quello di Roma) i problemi del sesso, dei feti e della condanna a una “vita” vegetativa sembrano più importanti delle guerre, almeno a giudicare dalla frequenza e dalla severità dei loro interventi.

In  questa festa della Natività siamo costretti a ripensare ai morti poiché i vivi appaiono pochissimo vitali, o peggio. Il trentesimo anniversario della scomparsa di papa Giovanni ha fatto ricordare con nostalgia a molti di noi la sua pastorale della tenerezza, il magistero della misericordia, la denunzia della irrazionalità delle guerre e l’assoluta necessità della pace, il riconoscimento della suprema  importanza dei poveri come requisito indispensabile della autenticità di una Chiesa evangelica. Abbiamo ricordato con commozione che il suo Concilio ci sospinse verso la coraggiosa ricerca di un nuovo linguaggio della fede, il riconoscimento delle competenze dei laici nelle questioni terrene, la libertà della Chiesa da ogni sudditanza ideologica, economica, culturale e sociale. Ci diede la gioia di un cammino  non frenato dalle grida di quelli che egli definì “profeti di sventura”: quelli che allora volevano e oggi vorrebbero il cattolicesimo trasformato in fortezza e in sultanato, macchina erogatrice di voti e idrovora di privilegi, forza conservatrice a difesa delle oligarchie.

Sì, siamo spinti a cercare coraggio nel passato per tenere vive le nostre speranze. Basta vedere come centinaia di blog e di siti riprendono e diffondono, in questi giorni, il testo dell’intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer sulla corruzione dei partiti diventati strutture di poteri oligarchici e di interessi personali. I “ragazzi dell’Onda” scoprono le profezie laiche di Calamandrei e cominciano ad avvicinarsi a quelle di Gramsci e di Gobetti. È un fatto di suprema importanza  che alle nostre spalle vi siano maestri e lezioni che hanno ancora evidente valore. Ma è ben triste vedere tanta parte della cultura d’oggi avvoltolarsi nelle dispute più astratte, lontanissime dai problemi del pianeta. I maestri di ieri non possono bastarci, la giustizia, la libertà, la verità devono essere costantemente ridefinite per rispondere alle sfide che la storia ci pone. Quando in molti pensavamo che la adorazione del Mercato, negando la dignità di popoli interi, non potesse modellare la Terra a proprio piacimento, i suoi adoratori e missionari ci  rispondevano con un nome di donna, come quelli che i meteorologi danno agli uragani: TINA. Sorridendo, ci respingevano nei sotterranei dell’illusione e dell’inermità: There Is No Alternative, non c’è alternativa. Cercano di farcelo credere ancora, mentre la smodata fame del capitalismo invoca adesso aiuti e partecipazioni statali.

Questo è un Natale triste per i giovani che vanno acquistando la piena compren-sione del precario destino al quale il liberismo e l’inerzia politica dei genitori (e dei nonni!)  li  destina. O forse più che triste, questo Natale, per loro  è un momento di ripensamento perché dopo le rivolte della banlieu parigina e i fatti di Atene molti studenti e lavoratori sentono che rivendicare i propri diritti è una lotta necessaria che richiede creatività e capacità di autodisciplina. La speranza è che questa lotta sia dura ma abbia, come sinora in Italia è avvenuto, i  colori della nonviolenza.

Mi accorgo che continuo a parlare di speranza e ne sono contento. La speranza è un sentimento che spesso mi costringe a essere diverso da come vorrei: più duro nell’indignazione e più attento ai semi di libertà e di giustizia che il vento della storia continua a spargere nei nostri giorni; dolorante per le continue sconfitte che il Potere infligge agli uomini e alle donne di buona volontà e profondamente convinto che nessuna di  queste sconfitte è definitiva; appassionato ricercatore di testimonianze di quella piccola gioia cui anni fa dedicò uno splendido articolo Lucio Lombardo Radice: il sentimento che nasce dalla consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere. Se ciascuno di noi sapesse tenere un’anagrafe di questi testimoni e usarla per rinsaldare la propria ansia di giustizia e di libertà, se sapessimo testardamente cercare di tessere reti solidali, daremmo luogo a una società ben diversa da quella fondata sulla paura che oggi sembra prevalere. Ma bisogna che impariamo a uscire dalle nostre case per dare vita a laboratori di ideazione e di azione. Io penso che i luoghi privilegiati per questa ripresa etica prima ancora che politica siano la scuola e l’eguaglianza fra cittadini, le cosiddette politiche sociali.

Non si arriva alla mia età senza avere vissuto Natali luminosi e Natali tristi. Nel dirlo mi viene subito in mente quello di quando avevo cinque anni e il volto sfigurato da un “incidente” chirurgico; i 25 dicembre degli anni 1940 e ’41, in cui mio padre era in guerra e noi non avevamo sue notizie; quello del 1956 in cui il giornale presso il quale lavoravo era fallito e io potei regalare a mia moglie soltanto sei marron-glaceés, e via via sino a quello del 2003 che trascorsi in ospedale per una frattura… È a questo elenco che aggiungerò il Natale del 2008, benché io possa dirmi felice nella mia privacy. La grande luce della Notte Santa non mi sembra diffondersi sulla Terra che amo tanto appassionatamente.

La liturgia che celebrerò nel mio cuore sarà piuttosto quella della festa ebraica di Hanukkaa, che va componendosi proprio in questi giorni. È una festa che parla di una speranza piccolissima e insieme audace. Una leggenda racconta che quando, nel secondo secolo a.C., gli ebrei riuscirono a liberarsi del giogo ellenico e a tornare liberamente al centro simbolico della fede, il Tempio, per poterlo liberare dalle tracce delle nefandezze che i pagani vi avevano compiuto, bisognava che per otto giorni ardessero i lumi della menorah, il candelabro a sette braccia. Dell’olio consacrato che doveva alimentare le luci si trovò, tuttavia, soltanto una piccola ampolla che poteva bastare per poche ore.  Le fiammelle furono accese, e il Signore le fece ardere per dieci giorni mentre veniva raccolto l’olio necessario. Come tutte le imprese di liberazione degli oppressi, questa storia mi incanta; ma a rendermi più suggestiva la festa e a farmene sentire convocato è soprattutto, al di là della fede che vi si esprime, la  liturgia con la quale la si celebra: ogni giorno, per sette giorni, si accende una candela. È come se si facesse quel poco che si può, si desse vita a una luce piccolina, e però, testardamente, un po’ alla volta, quella luce venisse alimentata sino a vincere del tutto le tenebre. Così immagino la mia speranza. La vostra speranza, oso dire.

Parlando di Hanukkah, mi viene in mente l’ultimo libro tradotto in italiano di quel  grandissimo scrittore che  è Abraham B. Yehoshua. È una storia israeliana che parla di un paese immerso in una tragedia, quella di una perpetua guerra strisciante che di quando in quando si impenna in  combattimenti o in  atti di terrorismo. Nelle trombe degli ascensori di modernissimi grattacieli risuonano singhiozzi e lamenti, forse perché troppi morti chiedono giustizia o forse perché lavoratori sfruttati hanno inserito volontariamente brecce nei muri; i bambini, il sabato, vanno a trovare i padri negli accampamenti militari; l’odore più diffuso è quello del lubrificante per la manutenzione delle armi... In un paese così  anche le parole impazziscono: e “fuoco amico”  vuol dire che un soldato è stato abbattuto,  per tragico errore, dai suoi commilitoni. Se poi a essere ucciso è un giovane che cercava in qualche modo, di rendersi meno odioso alla popolazione “occupata” , allora si può comprendere perché suo padre abbandoni Israele e vada a vivere in Africa, di  questo solo desideroso: di non vedere più nessun ebreo, neppure i parenti, neppure i giornali, neppure un oggetto ebraico, neppure le candeline per le feste di hanukkah.

Così una festa di speranza illumina ancora una volta una situazione che è come uno squarcio nel ventre della Madre Terra. Tre generazioni di bambini cresciuti nell’odio, è possibile che noi guardiamo tacendo?

Un caro saluto da

Ettore Masina




Vi lascio con la musica meravigliosa di Antonio Vivaldi.

http://www.youtube.com/watch?v=WxYpM8dpPVI


postato da: Soriana alle ore 23:58 | link | commenti (5)
categorie: ettore masina
mercoledì, 24 dicembre 2008

Natale!!!!!!

P1080677Con questa deliziosa poesia di Gianni Rodari, con l’immagine del mio albero di Natale, con il menù che appoggerò questa sera vicino al piatto dei miei ospiti, e con una canzone in tema, auguro a tutti un felicissimo, sereno, allegro, caloroso Natale. A tutti coloro che passano di qui, che sono venuti a trovarmi in passato, ai vecchi e nuovi amici. A tutti voi, insomma:


Buon Natale!!!!!!!!

"Il Mago di Natale"

S'io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l'alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all'Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po' di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.

Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d'ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an'roll
e fanno le capriole.

Chi le vuole, le prende:
gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l'albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l'albero del panettone
in viale Buozzi
l'albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all'albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?

Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.

Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.

Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.

Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l'albero delle scarpe e dei cappotti.

Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?

Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

(Gianni Rodari
)






 natale

24 dicembre 2008
la vigilia

Polpettine indiane
Gamberetti gratinati
Paté di pollo e ricotta


Tortellini in brodo di cappone

Scaloppe di vitello Regina Vittoria

Insalata di fave
Carciofi alla sarda

Dolce ai pistacchi
Le stelle


Buon appetito e felicissimo Natale!





Francesco de Gregori: Natale
 (quanto mi piace, questa canzone....)







postato da: Soriana alle ore 01:36 | link | commenti (8)
categorie: calendari
martedì, 23 dicembre 2008

Segnalazioni + ricettina...bomba

P1080673
Il mio Mac sta riposando, in questi giorni… Al contrario di me, che tolto il cappellino da blogger (si fa per dire) viaggio ora per la cucina (si fa per dire anche in questo caso, perché è una cucina ina ina ina…) con i cappelli da cuoca, assistente cuoca, lavapiatti, sguattera, ecc.ecc.
Però questa sera  eccomi qui, per  un po’ di segnalazioni e anche una ricettina. Di quel dolce della foto. Che è una bomba di super calorie ma è buonisssssssimo!


Prima le segnalazioni:
E’ on line, da due giorni, mi pare, il nuovo numero di Arteinsieme,  quasi completamente dedicato al Natale. Vale la pena di leggerlo tutto, ci sono cose veramente belle.  E poi c’è anche qualcosa di mio:

Volo libero
La prima neve

Un’ altra lettura che vi consiglio fortemente è un racconto…terribilmente bello di Laura e Lory:
Cliccando
QUI
potrete arrivare al racconto e avere anche un’altra notizia.  Curiosi? Andate a vedere.

E poi: continua il Domino (gioco voluto dalle sopraccitate ragazze)
Gli ultimi racconti ancora non li ho letti, non ne ho avuto il tempo. Lo farò dopo Natale. Però voglio segnalarvi che:

La tredicesima tessera è di Melacecca
La quattordicesima di Franco Seculin
E' di ElysSun la quindicesima
E Annamaria Tanzella ha giocato la sedicesima tessera


Per finire non poteva mancare una poesia:
La luna sul canneto


E ora: ora la bomba!

Julkaka (dolce svedese di Natale)

200 gr. di mandorle
200 gr di uva passa
200 gr. di datteri
200 gr. di fichi secchi
400 gr. di burro
400 gr. di zucchero
una bustina di zucchero vanigliato
sette uova
400 gr. di farina
un cucchiaino di lievito in polvere
tre cucchiai di sherry
50 gr. di zucchero a velo


Spellate le mandorle dopo averle messe a bagno in acqua tiepida, poi tritatele finemente con un cucchiaio di zucchero. Mettete l’uvetta a bagno in acqua calda per farla rinvenire e intanto snocciolate i datteri e tagliuzzateli insieme ai fichi e metteteli in una terrina.  Scolate l’uvetta, asciugatela e unitela ai fichi, ai datteri e alle mandorle.  In un altro recipiente  montate il burro fino a ridurlo in crema. Unite lo zucchero, lo zucchero vanigliato, le uova e sbattete il composto per farlo diventare spumoso.  Tenete da parte tre cucchiai di farina,  unite il cucchiaino di lievito alla restante e versatela a cucchiaiate nel composto di burro, uova ecc. Con i tre cucchiai di farina spolverizzate i datteri, i fichi e l’uvetta e incorporateli all’impasto, insieme ai tre cucchiai di Sherry. Amalgamate tutto bene. Ungete con un po’ di burro 3 stampi a cassetta (io, però ne ho adoperati 2 a forma di stella). Riempiteli con l’impasto livellando bene. Riscaldate il forno e poi ponete gli stampi sul ripiano più basso  a 200 gradi e fate cuocere per un’ora e 10 minuti (ma per la cottura vi regolerete secondo la conoscenza che avete del vostro forno). A cottura ultimata fateli raffreddare e capovolgeteli in vassoi. Spolverizzate con lo zucchero a velo ed è consigliabile lasciarli riposare per due giorni prima di servirli (e... papparseli).

Beh, sono anni che a Natale preparo questo dolce: vi assicuro che è ottimo.  L’altro dolce del mio menù natalizio sarà la torta di pistacchi, ma di quella vi ho già dato la ricetta lo scorso anno.

Allora, gli auguri ve li farò domani sera, ma ora vi lascio con questa versione molto…ninna nanna di

Bianco Natale


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categorie: avviso ai naviganti, piccolo ricettario
sabato, 20 dicembre 2008

Renzo Montagnoli: Il cerchio infinito

P1080660Ho ripreso a leggere testi di poesia solo da qualche anno, assecondando una sorta di esigenza dello spirito,  percependo l’urgenza della mia anima di ricevere risposte a interrogativi che improvvisamente le si erano ripresentati davanti. In questa ricerca non sempre le parole dei Poeti mi hanno soddisfatto, non sempre sono riuscita, e riesco, a coglierne appieno il significato.
Ma quando, leggendo un poesia,  mi si allarga dentro come una luce e la leggo e la rileggo e mi ci trovo bene fra quei versi, fra quelle parole, ecco che le risposte arrivano, e la mia anima si sente soddisfatta.


E’ quello che è accaduto leggendo (e rileggendo) le sillogi di Renzo Montagnoli: con la sua prima “Canti celtici” e  soprattutto con quest’ultima, "Il cerchio infinito", che sento a me più vicina come tematica.  Se in “Canti celtici” avevo condiviso la teoria che, senza  consapevolezza e rispetto del passato, è impossibile costruire un presente e un futuro degni di essere vissuti, ne "Il cerchio infinito" mi ha affascinato l’esposizione della ciclicità del tempo, della vita, della natura, in una ripetitività  che non avrà mai fine. 

Senza fine

Il sole di nuovo sorgerà
l’oriente s’accenderà di luce
in fuga la notte lambita
dal primo chiarore
d’un giorno nuovo.
Un lento scorrer d’ore
e infine il sole
che abbassa il capo
e lento se ne va.
Da ogni giorno che muore
un altro ne rinasce
un eterno rinnovo
nell’infinito cerchio della vita.


Un cerchio che non racchiude, non limita, non crea un confine, ma  al contrario espande il concetto di tempo e di spazio in cui ogni singola anima si unisce all’altra, fino a creare un’unica anima infinita, che è quella dell’universo.

E’ questo che ho letto nei versi di Renzo Montagnoli. Poesie, sì, ma, con una definizione forse inadatta a un testo poetico, io le definirei: Vita, istruzioni per l’uso.  Perché attraverso questo testo possiamo apprendere come porre  uno sguardo particolarmente attento sulle cose che ci circondano,
e renderci conto che, anche se siamo infinitamente piccoli, la nostra anima fa parte di un tutto
che è infinitamente grande e mai avrà fine.


…Quel che io scrivo
è frutto dell’anima
ciò che io penso
è solo la sua voce.
Dentro di me
l’eternità.


(Dentro di me)

Non so se sono riuscita a esprimere le sensazioni che ho ricevuto dalla lettura de "Il cerchio infinito".
Se leggere poesia mi fa sentire a mio agio, parlarne mi fa sentire come un elefante che si aggira in una cristalleria.
Non so neppure se ho interpretato bene ciò che l’Autore ha voluto esprimere. D’altra parte credo che nella poesia ogni lettore colga quello di cui necessita, a prescindere dalle intenzioni del poeta.
E a me, questa lettura ha dato tanto.  Anche la speranza verso il futuro


Benché la luce sia quella
tenue e soffusa del tramonto
e in cielo l’azzurro si stinga
nel blu che annuncia la notte
mi prende una gioiosa malinconia
e forte è il desiderio
di abbracciare il mondo.


(Quando il poco è tanto)

E con questi versi dotati di una magica profonda semplicità termino la mia impressione di lettura de Il cerchio infinito. Spero di non aver lasciato cocci, ma di avervi fatto nascere il desiderio di leggere questa silloge.  Forse siete ancora in tempo per farvi, e fare, un bel regalo da mettere sotto l’albero.

Ho scelto Grieg, questa sera, come colonna sonora. Mi sembra una musica adatta.

Piano concerto in A minor opera 16 
venerdì, 19 dicembre 2008

Poco tempo

Gaza
Navigo poco, in questi giorni, presa anch’io dai preparativi per il Natale imminente.
Poi ogni tanto mi fermo a riflettere. Per me, che mi definisco non credente, assolutamente laica, il Natale non dovrebbe poi avere tanta importanza…E invece non è così. Perché comunque da quando sono nata sono stata abituata a festeggiarlo e forse con non molta coerenza continuo a farlo. E a volte mi chiedo se questo abbia un senso.
Tutto questo per dire che non riuscirò a scrivere post lunghi o particolarmente impegnati,  da ora fino a Natale. Per mancanza di tempo, per stanchezza e per altro che qui non sto a dire.  Magari farò segnalazioni di cose che parleranno da sole. Cose anche pesanti e impegnative, come questa proposta di iniziativa che trovate qui:

Uno scatto contro l'assedio
che vi prego davvero di leggere, anzi, per essere ancora più motivati, guardate prima questo video che ieri mi ha segnalato la mia amica israeliana Nurit Peled  di cui vi ho parlato diverse volte:
Gaza in crisi, dicembre 2008.

Ecco, io taccio. L’appello e le immagini e le didascalie al video dicono tutto quel che c’è da dire.  Non occorrono altre parole.
postato da: Soriana alle ore 23:28 | link | commenti (5)
categorie: dall italia e dal mondo, cronache infernali, nurit peled
mercoledì, 17 dicembre 2008

Due centenari: ben diversi, però

cdp1-27-12-1908Domenica, 27 dicembre 1908: esce in edicola, come supplemento del Corriere della Sera, il primo numero del Corriere dei Piccoli.  Dopo un po’ di tempo diviene poi una pubblicazione autonoma.
Fra una decina di giorni, quindi, si celebreranno i cento anni della nascita di questo settimanale per ragazzi che ha accompagnato fino al gennaio 1996 generazioni e generazioni di giovani lettori.
Fra questi lettori, per molto tempo (credo di avere smesso di essere abbonata intorno ai diciotto anni…) c’ero pure io.  E il Corrierino ha indubbiamente avuto una parte determinante nella mia vita.

Non so esattamente quanti anni avessi, quando apparve per la prima volta in casa mia…Forse cinque… E dapprima furono  Bibì, Bobò, il Capitan Cocoricò, il signor Bonaventura, Marmittone, Sor Pampurio, ad attirare la mia attenzione e a stimolare la mia fantasia.  Mi piacevano i disegni, quelle strisce colorate con le parole sotto, che la mamma mi leggeva con pazienza più e più volte.  Ma un po’ più grandicella fui letteralmente catturata, stregata, affascinata da un personaggio creato da un grande, grandissimo scrittore. Il personaggio era Tommy River, un cow-boy anti-eroe, e lo scrittore, il suo creatore, era, è
Mino Milani .
Tommy River divenne mio amico, mio compagno, e non vedevo l’ora che arrivasse la domenica per leggere la successiva avventura. Erano le storie, sì, che mi affascinavano. Poi mi resi conto che mi piaceva, soprattutto, come erano scritte. Mi resi conto che mi sarebbe piaciuto saper scrivere con quello stile. E Mino Milani divenne il mio scrittore preferito. Poi successero altre cose, belle cose, perché quello scrittore poi lo conobbi, e nacque un’amicizia, e lui mi incoraggiò fin da allora, e ancora oggi mi incoraggia, a scrivere storie.
Ma non voglio soffermarmi su questo.  Il Corrierino non è stato importante solo perché attraverso le sue pagine ho conosciuto Mino Milani, ma perchè ha costituito una sorte di collante, seppur fragile, di una famiglia, la mia, un po’ traballante. Mio padre che ogni domenica mi accompagnava all’edicola per acquistarlo (non era frequenti i momenti in cui si occupava di me) e mia madre che mi leggeva le storie, e io, che ero grata a tutti e due. Tanto è vero che poi mi dispiacque quando i miei decisero di regalarmi l’abbonamento, perché veniva a mancare la passeggiata domenicale con mio padre.
Ci sarebbero tante altre cose, da raccontare, delle tante sere passate a ritagliare figure con cui poi si potevano costruire casette o bamboline di carta, dell’emozione di vedere dei miei raccontini pubblicati sul mio giornalino preferito… Ma sono solo ricordi, cose ormai passate ed è meglio che io ritorni al presente.
Facendo qualche ricerca su Internet, a proposito di questo centenario, mi ha stupito vedere che in quasi tutti i siti che ne parlano, anzi, direi in tutti quelli nei quali mi sono imbattuta, si considera il Corriere dei Piccoli solo come un giornale di fumetti.  Senza dubbio il fumetto, o meglio, all’epoca in cui io lo leggevo, le striscie, erano una parte preponderante della pubblicazione. Ma c’era anche tanta narrativa. E non vedere nessun accenno a questo, e non leggere, in questi articoli commemorativi, il nome di Mino Milani, mi ha un po’ indispettito. Senza nulla togliere alle figure ormai leggendarie del capitan Cocoricò e degli altri amici della mia prima infanzia.





messina

In questa ricerca, poi, ho scoperto un’altra cosa, che per importanza e tragicità avrei forse dovuto affrontare come primo argomento.  Ma ho voluto seguire l'ordine cronologico.   Fu infatti  proprio il giorno seguente alla prima uscita del Corrierino, lunedì 28 dicembre 1908, alle ore 5,21 del mattino, che avvenne il devastante terremoto di Messina e Reggio Calabria. Terremoto che raggiunse il decimo grado della scala Mercalli, cui seguì un maremoto.  A Messina crollò il 90% degli edifici, e i morti furono 80.000 (su 140.000 che contava allora la città siciliana.  A Reggio Calabria i morti furono  15.000, su 45.000 abitanti.
E così mi è venuta in mente l’immagine di un bimbo, colto nel sonno da questa tragedia, con accanto il primo numero del Corriere dei Piccoli, un sorriso fissato per sempre sulle sue labbra, perché in quel momento stava sognando la prima storia del signor Bonaventura.
Un'immagine consolatoria, perchè scoprire la quasi coincidenza dei due anniversari mi ha molto colpito.


Ho ricordato qualcosa della mia infanzia, questa sera. E allora voglio anche proporre una musica della mia infanzia. Allora non c’era Tv, (o per lo meno non c’era ancora in casa mia) né tanto meno Internet, né Ipod, e niente di tutto quello con cui i ragazzini d’oggi passano il tempo.  Però c’era la radio. Ed è la sigla di una trasmissione che andava in onda ogni pomeriggio intorno alle cinque, che vi presento. La trasmissione si chiamava “Ballate con noi”, (e niente di più facile che facesse da sottofondo alle mie letture del Corrierino) e la sigla era
Delicado
postato da: Soriana alle ore 02:05 | link | commenti (8)
categorie: calendari, mino milani