Giorni pigri che scivolano via senza che io concluda un granchè…
Sarà che si avvicina il giorno del mio sessantaduesimo compleanno e che mi sembra ieri che avevo vent’anni (che cosa banale, ho scritto…ma è proprio così, però…), sarà che quando arriva la fine di luglio già mi pare che sia finita anche l’estate, sarà…sarà quel che sarà, ma non ho voglia di fare niente…
Per fortuna, per non starmene chiusa in casa come una scema, a pensare a…”come eravamo”, mi costringo a uscire, approfittando delle molte cose che Bologna offre nelle sue serate estive.
Ecco dunque un piccolo resoconto di come ho trascorso il fine settimana (e già questo sembra il titolo di un tema, ma che volete farci, si è impigrita pure la fantasia…).
Venerdì

serata al cinema (all’aperto, perché io ADORO il cinema all’aperto):
“Non pensarci” un delizioso film di Gianni Zanasi, di cui straconsiglio la visione. Non c’è nulla sopra le righe, nessuna battuta fuori luogo, in questo gioiellino. Un’ottima interpretazione da parte di tutti gli attori, anche di chi ha fatto una piccola parte. Recitano tutti con una naturalezza tale che sembra di stare lì, in mezzo alla vicenda, mentre loro stanno veramente vivendo quello che viene catturato dallo schermo. Siccome ho già detto che sono pigra, in questi giorni, non dirò nulla di più, se non suggerirvi di andare a leggere la Recensione
che Marco Lodoli ha pubblicato su Diario il 30 aprile 2008.
Aggiungo una sola cosa: che della colonna sonora fa parte anche una canzone che è fra le mie preferite. Ma per saperne il titolo dovete arrivare alla fine di questo post.
Sabato

Piazza Santo Stefano (una delle più belle piazze d’Italia),ecco chi c'era:
Emir Kusturika e l'orchestra No Smoking
Nessun posto a sedere previsto, per questo concerto. Lo scopro quando arrivo in piazza con tre ore di anticipo sull’inizio. In genere, per gli spettacoli in Piazza Santo Stefano, se non si arriva presto si rischia di trovare solo posti in fondo in fondo, e io, ciechina come sono…
Ma sabato sera non c’era alcuna sedia da occupare. La mia amica e io ci sediamo sui gradini dei portici. C’è il sole, poi piove come ai tropici, poi nuovamente il sole. Intanto ci siamo spostate in un bar con i tavolini all’aperto, lateralmente al palco. E forse questo è stato un errore. Perché, quando finalmente il concerto è iniziato ho scoperto che da lì l’acustica era pessima. Intanto la piazza si era riempita di una marea, ma che dico, di un oceano di gente, che saltava, ballava, fitti fitti come sardine. Anche volendo non sarei mai riuscita a conquistare una posizione migliore per avere un miglior ascolto… Da lì dove eravamo era tutta un’accozzaglia di suoni poco distinguibili fra loro…E così me ne sono tornata a casa…Peccato. Mi rimane però la fotografia del grande regista, musicista, sceneggiatore, contestatore, ecc.ecc., che ho scattato prima dell’inizio dello spettacolo. Si è accorto che lo stavo fotografando è mi ha rivolto un bel sorriso e mi ha fatto anche ciao con la manina. Nella fretta ed emozione gli ho tagliato un po’ la testa, come potete ben vedere….
Domenica

poesia, poesia e musica, musica e poesia. Ai Giardini del Baraccano gli infaticabili fondatori de
Silvia Parma e Lupo Angel hanno allestito un gradevolissimo spettacolo
dove a brani musicali di Puccini, Lear, Gershwin e altri ancora, si alternavano le parole di Pascoli, D’Annunzio (stupenda l’interpretazione ritmica de La pioggia nel pineto fatta da Lupo Angel) Marinetti, Ghoete, J.Fante… Ma questo è ancora niente: perché è stato nella seconda parte dello spettacolo che ho avuto la sorpresa più bella. Sul palco è infatti salito un giovane poeta che, per ignoranza tutta mia, devo ammettere, non conoscevo: Matteo Fantuzzi e già dalla sua prima poesia ha incantato sia me che la mia amica Mirella.
Parole, le sue, che hanno una presa diretta su chi le ascolta, per i temi che affrontano e per come vengono utilizzate. Una soprattutto mi ha emozionato, dedicata alla strage della stazione di Bologna. Insomma, tornata a casa mi sono affidata all’amico Google, e ho scoperto alcune cose:
Matteo Fantuzzi ha
che si occupa veramente di poesia, non per niente si chiama Universo Poesia e non si limita a pubblicarne e basta. Si discute di poesia, della sua funzione, del suo presente e del suo futuro. E di molto altro che riguarda questa arte salvifica. Consiglio a tutti gli amici poeti di andare a vedere…
Ho scoperto anche che Matteo ha recentemente pubblicato il suo primo libro (di cui potete vedere la copertina più in alto)
da cui ha tratto le poesie oggetto della lettura di domenica scorsa. E allora, come potrei non acquistarlo, quel libro?... Mi sono già attivata, infatti…
Nella terza parte della serata…ho letto anch’io una mia poesia…Formicuzza, mi sentii…Dopo tutti quei bravi poeti…Va beh, sembra che sia piaciuta anche la mia…
Questa sera
invece concerto di musica classica, nel Cortile dei Terribilia. Quindi per ora chiudo qui, con musica e testo di :
Agnese, dolce Agnese
Se la mia chitarra piange dolcemente
stasera non è sera di vedere gente
e i giochi nella strada che ho chiusi dentro al petto
mi voglio ricordare
Io penso ad un barcone rovesciato al sole
in un giorno in pieno agosto le biciclette in riva al mare
Agnese mi parlava e la sabbia era infuocata
ed io non so perché non l'ho dimenticata
Lei mi raccontava di quello che la gente
diceva del suo corpo con malizia ed allegria
ed io che sto provando le cose che provavo ieri
non ho capito ancora
se è gelosia se sono prigioniero
di questo cielo nero e di un ricordo che fa male
e se continuo a bere i miei liquori inquinati
è vero che quei giorni non li ho dimenticati
E' uscito un po' di sole da questo cielo nero
l'inverno cittadino sembra quasi uno straniero
Agnese dolce Agnese color di cioccolata
adesso che ci penso non ti ho mai baciata
Agnese dolce Agnese color di cioccolata
adesso che ci penso
Io vado in bicicletta per sentirmi vivo
alle 5 di mattina con la nebbia nei polmoni
però non c'è più Agnese seduta sul manubrio
a cantar canzoni a cantar canzoni
Gli ultimi quattro versi sono molto, molto struggenti...
I resistenti
Alberto Nigro
lasciamoci scuotere dal cuore
In Slovacchia, un alto numero di bambini rom sono collocati inappropriatamente in "scuole speciali" per bambini con disabilità mentali, dove ricevono un'istruzione di livello inferiore, e hanno opportunità molto limitate di impiego e istruzione superiore. Studi indipendenti indicano che fino all'80 per cento dei bambini collocati nelle scuole speciali slovacche sono rom.
Per saperne di più: Amnesty Internationl
Franca Rame:
QUI
e
QUI
Morgan,
Uno dei miei Resistenti più amati chiude il suo blog: io, augurandogli che riesca a realizzare nel migliore dei modi i suoi progetti, mi auguro al tempo stesso che non rimanga troppo lontano da noi.
Poeta a perdere
Sono tanti i post che il nostro Patrizio ci regala....Vale la pena di leggerli tutti...
Qui, da Piera Maria Chessa,
Un bel racconto di Eleonora Bernardi: un racconto, è vero, ma se lo leggerete capirete perchè lo segnalo nella categoria i Resistenti
Il Ghibellino:
Laicità: la Turchia al bivio
Mente Critica
Laicità è tolleranza
Milena Magnani
Il nostro sguardo sui Rom è lo sguardo di chi sta scivolando nel nulla
TristanTzara
Da riva a riva
Passator Cortese:
Due paroline al Presidente della Repubblica

Qui c'entro io!
Nel nuovo numero di Arteinsieme:
"Nell’azzurra brezza" una mia poesia scritta qualche giorno fa.
Scrittori&Scritture
Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani
Claudio Arzani ci parla di questo bel romanzo (pure io ve lo consiglio di cuore) di Fabio Geda.
Renzo Montagnoli
Croci di guerra.
Roberta Bosco
Il niente di Massimo Carlotto
Sabrina Campolongo è ritornata dalle vacanze e ha subito pubblicato questo
bel post.
Letteratitudine
"Nel cuore che ti cerca" : Paolo di Stefano presenta il suo ultimo romanzo
Stefano Mina
Lo strano caso di Rue des Oiseaux. Un racconto che nasce d un’immagine.
E qui:
Un duello tutto particolare…
Cinzia e il suo Eraclito
Il romanzo di Cinzia Pierangelini "Eraclito e il muro" ha vuto un premio. Secondo me meritava ancora di più...
Cari amici Poeti
Cristina Bove:
La soglia
Il segreto
Glo' D'Alessandro
Limiti spersi
Ora Sesta
I giorni del silenzio. Questo bellissimo brano di Zena Roncada graficamente appare come un brano di prosa, ma, leggendolo, mi ha dato l'impressione di essere, invece, alta poesia.
Amor di Poesia
Barbara Provenzi, che ha (io spero provvisoriamente) lasciato il suo blog personale, continua però a trasmetterci emozioni con l'altro suo blog, dedicato solo alla poesia. E oggi ci presenta "Di nuovo gli astri d'amore traversano"di Mario Luzi.
E
ancora
Michela Murgia
Social network? e perché no dissocial network?
Proprio mentre pensa di lasciar perdere e rifugiarsi in macchina e accendere il riscaldamento e appoggiare la testa sul volante e piangere, ecco che il portoncino si apre.
“ Siiiì?”
“Buongiorno, sono Marika, l’amica di Teddy.” dice, la voce che per un attimo si affossa nella gola, e risale poi con un respiro grosso.
“ Entra, entra…”
L’uomo la precede lungo lo scuro stretto corridoio, claudicando lievemente.
“ Vieni, siediti qui in salotto, vado a chiamare mia moglie.”
Lui tossisce, quella tossetta di imbarazzo che lei conosce: anche a Teddy succedeva di farsela uscire, i primi anni, quando non trovava risposte a certe domande che lei gli faceva, o quando lei lo scopriva bugiardo, per l’ennesima volta.
Mentre si guarda intorno sente l’uomo chiamare la moglie:
“ Tina, Tina, c’è l’amica di Teodoro!”
Teodoro: anche ora che non c’è più, che non ci sarà mai più, né per loro, né per nessuno, lui non è alla fine Teo, o Teddy, ma ancora Teodoro, nome che lui ha sempre odiato.
La sala è zeppa di mobili troppo scuri, troppo ingombranti, quadri bui decorano le pareti, grosse cornici dorate li racchiudono. Marika non scorge finestre, in un primo momento, poi le vede, pesanti tendaggi tirati sui vetri. Pensa a Teddy, ai suoi primi passi in quella stanza, alle sue risate di bambinetto che si smorzavano andando a sbattere contro quel ciarpame. Neanche una foto di Teddy, sul ripiano dei mobili.
Marika si avvicina al divano verde cupo. Chiude un attimo gli occhi.
“ Ma ho fatto bene a venire qui?” si chiede, mentre un filo di nausea le sale in bocca.
Sono passati due mesi, per due mesi ha rimandato di giorno in giorno questa visita. E ancora non sa cosa farà, o cosa dirà.
La madre è più alta del marito, i contorni più netti. Entra nella stanza portando del freddo, con sé, come se fosse stata all’aperto fino ad allora.
“ Sono Tina” dice con voce asciutta “ mi scusi se l’ho fatta aspettare, ma ero sul terrazzo, a stendere i panni.”
Anche la mano che le porge è asciutta, e fredda. E freddi sono gli occhi che scrutano Marika, mettendola a disagio.
Il padre tossicchia e chiede se vogliono un caffè, poi si allontana per prepararlo.
Le due donne si siedono, una di fronte all’altra.
Parole si inciampano, si scontrano le une con le altre, si arrestano di botto.
Poi:
“ Ma lei, Maria, lei c’era quando…insomma, quando è successo?”
Marika non la corregge, sospetta che l’errore sia voluto.
Sì, lei c’era. Era arrivata a casa quella sera e c’era una strana luce e c’era come un rumore e c’era una presenza impalbabile o forse era un’assenza incombente.
“ Era da più di un anno che Teddy non toccava droghe. Aveva anche smesso di fumare. Vostro figlio “ e intanto prende in mano la tazzina col caffè che l’uomo le ha porto “ vostro figlio aveva trovato un lavoro, poi era contento perché… ”
La madre continua a fissarla con sguardo duro, troppo attento, come se volesse andare al di là della verità che lei sta raccontando, pensa Marika.
“ Perché è piombata qui, questa. Perché lui l’ha fatta entrare… Perché mi ha chiamato… Qualcosa vorrà da noi, se è qui…” rimugina la madre e quasi non ascolta quello che la ragazza sta dicendo.
Marika fa scivolare lo sguardo e le sue parole sul volto dell’uomo.
“ Quando sono tornata a casa dal lavoro, quella sera, l’ho trovato steso a terra, in bagno. La siringa piantata nel braccio. Teddy era ancora vivo, ma non riusciva a muoversi. Ha detto qualche parola, mentre l’autoambulanza ci portava all’ospedale; non ho capito bene, la voce era troppo flebile. Parole rubate al fiato, smozzicate. Poi, poco dopo, se ne è andato.”
Marika parla con voce neutra, il tono contenuto. Mette le parole una dietro l’altra, come se infilasse perle per farsi una collana.
“ Teodoro…Teddy ha sofferto tanto? ” L’uomo le ha messo una mano sul polso. Ha mani pallide, delicate, quasi femminili.
“Io non voglio i particolari, è morto, punto. Poi lo sai benissimo, noi lo avevamo già perso tanti anni fa…” La voce della donna è stridente, la frase finisce con un singulto, che ricorda più la rabbia, che il dolore.
Marika non sa se essere impietosa, e raccontare le convulsioni e gli occhi sbarrati di Teddy e il grido con cui ha chiuso la sua vita, e vendicarsi, così, e vendicarlo. Oppure tacere. Li guarda quei due, ormai vecchi, lui che le siede accanto sul divano, e continua a tenerle il polso, leggermente, con le dita che sembrano zampette di uccello, e la donna, lei, la madre, seduta davanti a loro, grande scura diritta sulla poltrona, senza alcun tratto morbido, senza nessuna smorzatura. Lei, la madre, così come Teddy gliel’ha sempre descritta.
Posa la sua mano sulla mano che le tiene il polso.
“ E’ finito tutto in fretta. “ dice” Non ha avuto modo di soffrire troppo. E poi lo tenevo stretto e…”
E gli parlavo del nostro bambino, dice dentro di sé, di come sarà bello, di quanto lo amerò, di come non lo lascerò mai solo, di quanto gli racconterò di suo padre.
“ Teddy “riprende Marika,” aveva pensato di chiamarvi, qualche giorno prima di morire. Ora che era pulito da tanto, avrebbe voluto vedervi, voleva che vi spiegaste, fra voi, che riprendeste i rapporti…”
“ Ma non lo ha fatto” si affretta a dire la madre. “ Non lo ha fatto. Sono sette anni che non lo sento.”
Il marito la guarda e sente quanto la odia, in quel momento, a quanto l’ha odiata quel pomeriggio di due mesi prima, quando è arrivata la telefonata del figlio, e dopo pochi istanti lei ha riattaccato e poi gli ha detto:
“ Era Teodoro. Gli ho detto di non chiamarci mai più, di non venire a casa nostra, gli ho detto che per noi è morto.”
E pensa a quanto si odia, per aver permesso a lei di disegnare la loro vita. Quel figlio spezzato, drogato, terribile, sì, ma sempre figlio, anche quando ti rubava in casa, anche quando spariva per settimane, e poi tornava come un pezzente, non si doveva cacciare, abbandonare, cancellare.
“ Quando lei ci ha telefonato per dirci di Teodoro, mio marito ed io abbiamo deciso di non venire giù a Rimini per il funerale. Noi, le ripeto, l’avevamo già perduto tanto tempo fa… Era come se lo avessimo già seppellito. Ho sempre pensato che non me lo meritavo un figlio così. Vede, la mia famiglia d’origine era una famiglia per bene, un’ottima famiglia. Mi sono chiesta un mucchio di volte come sia potuto succedere che…”
“ Credo che mia madre abbia sempre nutrito un forte rancore, nei miei confronti.” La voce di Teddy è presente ancora nella memoria di Marika, insieme alla immagine devastata del ragazzo, in quei primi giorni in Comunità, cinque anni prima. “ La sua famiglia. Me ne parlava sempre: generazioni e generazioni di farmacisti, li vedevo così indietro nel tempo che riuscivo ad immaginarli pestare nei mortai erbe e minerali e insetti, poi filtrare, misurare, pesare, seri, austeri, precisi. Mai un errore.”
L’uomo si è alzato. Si avvicina alla moglie, la voce gli esce bassa, ma pesante, sembra che voglia schiacciare la donna con il piombo fuso delle sue parole:
“ Non gli hai mai dato tenerezza, a quel figlio, lo hai considerato sempre un intralcio. Una volta gli hai detto, ti ricordi, ed era ancora piccolo, avrà avuto sì e no tredici anni, gli hai detto che era l’errore della tua vita. “
“ Sai,” le aveva detto Teddy, mentre se ne stavano abbracciati, a letto, l’ultima notte del loro primo anno passato insieme “ una volta mi fece vedere il libretto universitario. Vedi, vedi, tutti trenta, mi
disse, mancavano solo due esami da niente, ma sei arrivato tu, e ho dato addio a tutto, per te. Ricordatelo questo, aveva enfatizzato.
Pensa, avevo solo nove anni.”
La madre ha sollevato il volto, lo sguardo un arma puntata sul marito.
“ Tu sei stato debole con lui, sono sempre dovuta intervenire io nella sua educazione, tu eri preso da altro: ci giocavi insieme, lo facevi ridere, andavate in giro, mai un rimprovero, mai un questo non si fa, ridevate, voi, giocavate. Io, come se non esistessi. Ho dovuto essere dura, lo capisci, ma ho fallito, perché tu non mi hai aiutato. E lui, lui era comunque un debole. Come te, come i tuoi.”
Marika vede il padre che apre la bocca, ribadisce qualcosa. Ma non sente più. Non le interessa. E’ un teatrino. E’ come sapeva sarebbe stato. E’come Teddy le aveva raccontato.
Sa già che poi il padre alla fine tacerà, debole, sì, e stanco, e disilluso dalla vita, e la madre continuerà i suoi percorsi di aridità e rancore.
“ Ho fatto proprio male a venire.” si dice. “ Loro con il nostro bambino non c’entrano nulla, non li voglio nella mia vita.”
Eppure sa anche che Teddy ha continuato fino all’ultimo ad amarla, questa madre, ad anelare al suo conforto, gli errori commessi per provare inconsciamente a se stesso che era veramente lui quello sbagliato, che la madre, quindi, aveva ragione a non volergli bene. E la disintossicazione, poi, anche quella principalmente per lei. Sì, è molto probabile che Teddy l’abbia poi fatta, quella telefonata. Per dirle che ne era fuori, per dirle del bambino.
Si alza, loro continuano a tirarsi accuse. La stanza sembra ancora più scura, c’è qualcosa che ti invischia, lì dentro, che ti fa sprofondare. Marika se ne vuole andare subito. Non saluta, si avvia velocemente nel corridoio, apre il portoncino, lo richiude alle spalle, inspira un gran boccata d’aria e si sente meglio, anche se ha l’odore della nebbia della Padania.
Cammina verso l’auto. Si sente chiamare:
“Marika, aspetta!”
Si ferma, si volta. Il padre di Teddy la chiama a gesti, poi si avvicina.
“ Senti, questo è il numero di telefono della biblioteca dove svolgo lavoro di volontariato tutti i venerdì. Chiamami, se vuoi. E scusaci, scusaci di tutto. E grazie. ”
Alza un braccio, come se le volesse carezzare il volto. Poi lo lascia cadere, e si allontana con il suo zoppettio.
Marika appallottola il biglietto. Accanto all’auto c’è un cestino per i rifiuti.
Mette in moto. L’aspettano tre ore di viaggio. Spera che quella nebbia se ne vada. La musica invade l’abitacolo: la Ninna Nanna etnica di Eugenio Bennato.
Si china per raccogliere lo sgualcito foglietto con il numero di telefono che dal cruscotto è caduto a terra.
Forse lo chiamerà, forse no.
Ha sei mesi di tempo per decidere.
(Da Donne, ricette, ritorni e abbandoni Pendragon 2005)
Ninnananna
(non ho trovato la bella ninnananna di Bennato…)
(Sugar Pie DeSanto)
.
Ed eccomi qui, dopo qualche giorno di assenza, di cui tre, come preannunciato, trascorsi a rivitalizzarmi in quel luogo incantato che diviene la cittadina di Porretta Terme nei giorni in cui si svolge il Porretta Soul Festival. Bellissimo, entusiasmante, fibrillante, esaltante, eccitante, appassionante, elettrizzante, emozionante, inebriante…Troppi aggettivi? Beh, li merita tutti, il Festival ideato da Graziano Uliani, che è giunto alla sua 21’ edizione. Anche quest’anno non mi ha deluso, anzi, direi che mi è piaciuto particolarmente Non farò la cronaca delle tre serate, anche perché se volete potere vedere e ascoltare l’intera manifestazione QUI e io non riuscirei assolutamente a trasmettervi l’atmosfera che si crea in queste lunghe serate di luglio nel Rufus Thomas Park.
Fra le tante emozioni una non secondaria è che ci si ritrova con persone conosciute negli anni precedenti, e con le quali, durante l’anno, non si è avuto alcun rapporto: ma è come se ci si fosse viste il giorno prima, e non sembra proprio che siano passati dodici mesi. Ci si ritrova seduti negli stessi posti, anche vestiti nello stesso modo… E’ abitudinario, il popolo di Porretta…Basta un ciao, un abbraccio, una stretta di mano e si ricomincia, e non ci sono barriere alla comunicazione, né dovute all’età, né ad altro. La musica fa da collante, crea un filo rosso, una rete che ci avvolge tutti. Perché la musica ha proprio, forse unica fra le arti, questa grande capacità di unire persone anche totalmente diverse fra loro.
E così insieme abbiamo “vissuto” (perché lì, la musica la si vive) le esibizioni del gruppo francese di Captain Mercier ( vitalissimo e…energetico) e della splendida Mable John, e di Otis Reding III ( sì, proprio il figlio del grande Otis, e non è niente male, vi assicuro..) e della R.&B. Band di Austin Delone con le dolci e sorprendenti coriste (ma pure soliste) Sweet Nectar, e del grandissimo Henry Butler all’Hammond… E poi della incredibile, portentosa, Sugar Pie DeSanto, classe 1935, che mentre canta ( e come canta!) si muove sul palco come un folletto, fa capriole, salti…Ma chi gliela dà tutta quella energia??? E pensare che fuma, e anche parecchio (cosa, questa, che mi ha molto, molto consolato…).
Ma vorrei dare una rilevanza particolare a un coro Gospel d’eccezione, il D Avenue Boys Gospel Choir: bambini e ragazzi giovanissimi provenienti da un paese della Florida e che il pastore evangelista Joe Simon ( cantante di R.&B., vincitore anche di un Grammy nel ’71, mi sembra) ha raccolto togliendoli da situazioni estremamente disagiate. Ragazzi senza dubbio destinati a percorrere la strada del crimine, se non fossero intervenuti Simon e sua moglie, che li hanno fatti letteralmente innamorare della musica. Dovreste vedere i loro volti, mentre cantano, le faccine dei più piccoli… Traboccano gioia e entusiasmo: ascoltarli, vederli, ci ha commosso tutti. Ecco il potere della musica… Sarebbe ottima cosa che iniziative del genere nascessero anche in Italia, agendo sui tanti bambini e adolescenti a rischio che popolano il nostro Paese. Bishop Joe Simon sta pagando gli studi, a questi suoi ragazzi, e ha pagato loro pure il viaggio che li ha portati dalla Florida a Porretta. Eccoli, sono loro:

Come ho già scritto lo scorso anno, a parte lo spettacolo, è pure bello vedere tutti i partecipanti al festival girare per le strade del paese, vederli fare la spesa al mercatino artigianale, fermarsi a chiacchierare con chiunque rivolga loro la parola, con semplicità. Insomma si comportano, questi musicisti, come gente normale, come in realtà sono. Non si credono chissacchì, Si può dire la stessa cosa dei nostri cantanti più o meno famosi?
C’è stata, è vero, un’eccezione. Ospite della terza serata era Chaka Khan, una cantante di Chicago considerata un’icona da generazioni appassionate di musica R&B, ma pure di funk, jazz e hip hop e vincitrice di ben nove Grammy. Beh, saranno stati tutti quei Grammy, a darle alla testa, ma si è comportata in modo odioso.
Primo: non ha mai partecipato alle prove pomeridiane (a cui il pubblico ha accesso gratuito).
Secondo: non ha voluto assolutamente che il pubblico la riprendesse con video camere (e durante lo spettacolo si vedevano i poveri collaboratori di Uliani andare su e giù per le scalinate del parco per invitare a spegnere le apparecchiature, dato che non era stato fatto alcun avviso ufficiale…)
Terzo (e proprio questo noi, civile popolo di Porretta, non lo abbiamo tollerato): avrebbe preteso, la signora, come condizione sine qua non per cantare, che fra lei e il pubblico ci fossero le transenne. Che infatti sono state rapidamente sistemate davanti al palco. E altrettanto rapidamente sono state tolte: i fischi di protesta hanno convinto gli organizzatori che proprio non era il caso di lasciarle. Sono rimasti solo quattro carabinieri, due di qua e due di là dal palco. Che non si vedono mai, i carabinieri, in quella posizione durante il Festival… La signora ha cantato ugualmente. Ma che si crede, quella? Non conosce proprio come siamo,noi, seguaci del Festival. Mai nessuno è salito sul palco, se non invitato dai musicisti…
L’emozione è anche data dal fatto che il palco è bassissimo, e ci si può sedere per terra, a pochi centimetri da chi si esibisce. E non è mai, e dico mai, successo nulla…
E non è che poi il pubblico ha dimostrato di gradire tanto la sua esibizione. Un po’ perché senz’altro non c’era stata una buona partenza, un po’ perché quelle sue canzoni, con il soul, non avevano niente a che fare. Una che non trasmette nulla, mi ha detto uno degli organizzatori…
Ecco, avrei tanto voluto che fosse stato presente un altro artista, al posto della tipa sopra nominata. Eh, sì, avrei proprio voluto che ci fosse lui, il suonatore di organo Hammond, il componente più in vista di una band italiana, anzi, più precisamente varesotta: la Band Distretto 51!!!! Di chi si tratta??? Ma di Roberto Maroni!!!! E sapete perché mi è mancato tanto? Perché, se fosse stato ospite di Porretta, come tante volte è successo, avrebbe significato solo una cosa: che non faceva parte dell’attuale governo!!!! Non vi sembra che abbia una più che giusta motivazione il mio rammarico per la sua assenza????
Ora vi lascio con un po’ di musica, e con un ciao squillante. Vorrei pure mandare un saluto a Ana Maria e Ermanno di Trieste, a Ezio di Chiavari, a Alessandro di Torino (ragazzo eccezionale che per molte sue idee e stile di vita mi ha ricordato mio figlio) e a Filippo, promettente giovane fotografo bolognese: sono stati gli amici ritrovati in questa 21’ edizione del Porretta Soul Festival. A loro il mio arrivederci al prossimo anno, e, magari, anche prima, chissà…
Happy Day
(sono proprio quei ragazzi di cui vi ho parlato, a cantarla...)
I Resistenti
Valerio Verbano
La settimana scorsa ho visto (caso raro) una bella trasmissioni su Rai3 che mi ha fatto conoscere un tragico episodio che non sapevo, o forse, non mi vergogno a dirlo, non ricordavo, e che mi ha condotto alla scoperta di un blog creato da una madre coraggiosa e indomita. Ve ne consiglio la visita: Carla Verbano è uno spendido esempio di Resistente. E credo abbia bisogno di tutti noi.
Un grande passo avanti per la giustizia:
ne scrive Amnesty International.
Anno Zero
ci invita a collaborare
A Milano possiamo diventare tutti boia: ci costerà solo un euro
Ce lo comunica Beppe Iannozzi
Vi ricordate del piccolo Gramos, vero?
Qui
una bella notizia che lo (e ci) riguarda.
Da Comodoro:
a chi tene panza chiena
Attenti a Cremonini
Leggendo il post di Pedjolo si evince con chiarezza che mangiare da Mcdonald non è solo un problema di cattiva cucina, ma pure di cattiva etica
Su Eluana Englaro:
un vibrante e articolato post di Cristella
e ancora su Eluana:
Un po' di silenzio, prego.
Migranti e schiave
Leggete l’articolo del Manifesto riportato da Lorenzo
Allarme rifiuri tossici:
un infuocato articolo di Padre Alex Zanotelli.

Cari amici Poeti
Renzo Montagnoli
Era mio amico
Cristina Bove
La ragazza di Via delle Spighe
Laura Costantini
Dedicato a Eluana
Morgan
Brivido caldo
(Una sorpresa, per me, che non sapevo che Morgan scrivesse poesie…Ma, come sempre, nel suo post lascia anche altro)
Natàlia Castaldi
Antonio Gaudì
Glo'D'Alessandro
Criptica
Canti celtici:
L’estratto di un mio commento alla bellissima silloge di Renzo Montagnoli
Scrittori e scritture
Anticipo di primavera
Ecco come, partendo da una fotografia, una brava scrittrice come Annalisa Ferrari, riesce a costruire un racconto.
Specchi
Un racconto a quattro mani di Stefano Mina e Morena Fanti
Piera Maria Chessa
ci racconta “Undici” di Savina Dolores Massa. E da come ce ne parla mi sembra davvero un bellissimo libro.
Altre luci su:
CaRtaCaNta
ha cambiato abito e ha aperto le porte ai suoi lettori.
Claudio Arzani:
sempre ricchissimo di parole e immagini, il suo blog. Da visitare quotidianamente
Il sonno giusto:
una serata di Elisa
Loredana Limone:
un sito letterario-gastronomico
non sentire parlare di :
bottiglie d’acqua dentro il duomo di Milano
Adriani Celentani che innalzano preghiere
condanne minimaliste date a torturatori
donne un po’ così paragonate a sante
sanità che ruba
beauty center per bimbe di sei anni.
Sperando di:
dimenticarmi per tre giorni dei tanti altri esempi di questa società in disfacimento….
me ne vado a ubriacarmi di musica.
Solo ritmo e vibrazioni.
Solo rigenerazione della mente e del corpo.
Solo non pensieri ma abbandono a note di percussioni e chitarre
e voci roche e acute.
Solo musica
…soul music, per essere esatti…
Dove?
QUI
Quando?
Da oggi a domenica
Perché?
perché la musica è il balsamo di tigre per l’anima.
Buona fine settimana, quindi, e a risentirci lunedì prossimo.
Nel frattempo ascoltate e ballate su:
Sweet home Chicago
Cristina Campo
Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi. 
Trema l'ultimo canto nelle altane
dove sole era l'ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.
E mentre indugia tiepida la rosa
l'amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.
Antonia Pozzi
Afa
Oggi
la mia tristezza esigente
a starnazzarmi nell'anima
pesantemente
come scirocco
pregno di salsedine.
Alda Merini
Le mie impronte digitali
prese in manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme
ahimè
alle stelle dell'Orsa maggiore
Sibilla Aleramo
Guardo i miei occhi
Guardo i miei occhi cavi d’ombra
E i solchi sottili sulle mie tempie,
guardo, e sei tu, mio povero stanco volto,
così a lungo battuto dal tempo?
Mi grava l’ombra di un occulto sogno.
Ah, che un ultimo fiore in me s’esprima!
Come un’opaca pietra
Non voglio morire fasciata di tenebra,
ma d’un tratto, dalla radice fonda,
alzare un canto alla ultima mia sera.
(da Imminente sera, 1936-1942)
Cristina Bove
La Meraviglia
La meraviglia è un’alba
a illuminare
di notti insonni
le macerie oblique
e la sbilenca fuga
dei pensieri
un fiore di traverso
risparmiato dai fulmini
il risveglio
per un cuore malato
che ticchetta
la sua stanchezza prossima
al commiato
(Da Fiori e fulmini- Edizioni Il Foglio Letterario 2007)
Fields of gold
Buon ascolto!
Io voglio ricordare il tuo sorriso (a S.)
Te ne sei andato firmando il tuo partire
con un segno indelebile e crudele.
Hai portato con te, come fardello,
l’umanità che ti rendeva raro,
la gentilezza che sempre ci stupiva
ed il sapere che donavi a tanti
affascinandoli con la tua parola.
Tu, come un faro, arricchivi di luce
percorsi impervi, vette faticose.
Hai dato tanto, e forse poco hai avuto.
Ora che sei lontano,
in uno spazio che noi non conosciamo,
io voglio proseguire quel cammino
che mi indicasti con chiarezza estrema
e voglio ricordare il tuo sorriso
per rendere la mia pena più leggera.
Bologna, 14 luglio 2008
Albinoni: adagio in G Minor
Ultimamente sono molto stanca, una stanchezza che non è solo fisica. Dovrei fare tante cose, ma non concludo nulla, o quasi. Anche seguire il blog mi sembra un impegno troppo gravoso. Di idee ce ne sarebbero, di argomenti da discutere pure…Ma mi manca l’energia…
Vorrei essere immersa nel verde, stare distesa a leggere sotto un albero in una foresta, come quella della foto. Sempre, quando sono stanca, ho questo desiderio, quasi fame e sete di verde. Forse mi piacerebbe essere una pianta. Forse, perché la pianta ha radici.
Spero che questo periodo passi, non mi piaccio per niente, così come sono ora.
Quindi, perché non voglio chiudere il blog, questo no, mi accontento di post facili, di cose pescate qua e là, rubate nella rete, prese in prestito agli amici (che spero siano d’accordo…), di una miscellanea di parole, musiche, colori, movimento.
Come questa sera.
Musica e polvere
Note smorzate,
portate dal vento,
battiti di cuori,
sogni finiti.
E’ una musica lieve,
un suono
che viaggia nel tempo
sulle ali del ricordo.
Di chi un tempo ci fu,
di chi calcò
la nostra stessa terra,
è l’estremo epitaffio,
senz’ombra di tombe,
ignoti come lo siamo
a noi stessi, uomini
illusi d’aver vinto il tempo,
dimentichi di un passato lontano,
affondato nell’irrealtà di ogni giorno.
Ormai quelle ossa son polvere,
impalpabile come il ricordo,
che ci illuderemo di lasciare
ai posteri già nati senza memoria.
(Renzo Montagnoli – Canti celtici Edizioni Il Foglio 2007)
E adesso…miscellanea di video…
Buona fine settimana a tutti!
Alda Merini
Savador Dalì
Madama Butterfly
Pink Floyd
Mozart
Contaminazione?
M.C.R.