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lunedì, 31 dicembre 2007

L'anno nuovo come sarà?

agrifoglio




































Addio 2007, con i tuoi giorni cupi e con quelli gioiosi, con le lacrime e con i sorrisi, con le ansie e le speranze, con gli amori sbocciati e gli amori spariti, con le guerre e poche paci, con i nati e con i morti, con le aride parole e con le poesie…Ti riponiamo nel cesto dei ricordi, senza buttare via nulla. Ogni tanto verremo a rovistare: rivisitare il passato può essere sempre utile…

Ben arrivato 2008! Libro ancora tutto da scrivere, pagine bianche che inducono alla speranza.
Beh, quest’anno è stato non male, davvero…
Che questa sia la frase che tutti noi possiamo scrivere fra un anno a conclusione del libro. Per quanto riguarda il nostro privato e per quanto riguarda il mondo intero. Perché è utopistico pensare a trecentosessantasei giorni interamente felici, ma è auspicabile desiderare un po’ di serenità, le realizzazione di qualche desiderio, l’avverarsi di qualche sogno, un cielo sgombro dalle nubi più scure.
Auguri, di cuore, a tutti, tutti voi!

 


L'Anno Nuovo

di Gianni Rodari


Indovinami, indovino
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto, o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo del lunedì
avrà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

 




Il primo giorno dell'anno
di Pablo Neruda

Lo distinguiamo dagli altri

come

se fosse

un cavallino

diverso da tutti

i cavalli.

Gli adorniamo

la fronte

con un nastro,

gli posiamo sul collo sonagli colorati,

e a mezzanotte

lo andiamo a ricevere

come se fosse

un esploratore

che scende da una stella.

La terra accoglierà questo giorno

dorato, grigio, celeste,

lo bagnerà con frecce

di trasparente pioggia

e poi lo avvolgerà

nell'ombra.

Eppure

piccola porta della speranza,

nuovo giorno dell'anno,

sebbene tu sia uguale agli altri

come i pani

a ogni altro pane,

ci prepariamo a viverti in altro modo.



Tre brani musicali, ora.
Questo, perché è dolce:

http://www.youtube.com/watch?v=xf9cT2Y7RCw

Questo, perché lo ascolterò domani, nell’imperdibile, per me, Concerto di Capodanno ( e vi invito a fare altrettanto...
http://www.youtube.com/watch?v=r0VUXLsBSjo


E l’ultimo: il calendario di Francesco Guccini.
http://www.youtube.com/watch?v=GeC1xyNPgEI
                                                                        






postato da: Soriana alle ore 10:08 | link | commenti (5)
categorie: calendari
domenica, 30 dicembre 2007

I care (Don Lorenzo Milani)

Don+Milani,+foto+di+gruppo+sotto+un+alberoSono passati 40 anni dalla morte di don Lorenzo Milani. Ma il suo pensiero è ancora estremamente attuale, come se neppure un giorno fosse trascorso da quando, con il suo operato e i suoi scritti, suscitò scandali in un modo basato su gerarchie immobili e ipocrite. Subì anche un processo, il priore di Barbiana, per aver reso pubblico il suo concetto di Patria e il suo pensiero sull’obiezione di coscienza. Processo che, in primo grado, si risolse con l’assoluzione piena dell’imputato. Ma la sentenza venne poi completamente rovesciata nel processo successivo, che si concluse con una condanna. Al momento della sentenza, però, Don Milani se ne era già andato, ucciso a soli quarantaquattro anni da una terribile malattia, la leucemia mieloide.

Vorrei proprio scrivere di quel processo, questa notte, o, meglio, delle motivazioni che hanno portato a esso. Del grande pedagogo, del grande Maestro, ne parlerò, forse, una prossima volta.

Tutto ha inizio con questo comunicato pubblicato sulla Nazione di Firenze del 12 febbraio 1965


Nell'anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l'Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana.
Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno:
«I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell'associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d'Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria.
Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà».
L'assemblea ha avuto termine con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.



La reazione di Don Milani fu immediata, e si manifestò attraverso una lettera inviata ai cappellani militari e pubblicata dalla rivista Rinascita.
Mi limiterò a riportare qualche stralcio, sia di questa, sia della lettera che don Lorenzo inviò poi ai giudici che presiedevano il processo,  estrapolando i brani che, secondo il mio sentire, sono i più significativi e ancora validissimi, al di là del fatto che attualmente in Italia non esista più il reato di obiezione di coscienza e che il servizio di leva militare non sia più obbligatorio.


…Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.

Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

…Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.

Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.

Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati cento anni di storia italiana in cerca d'una «guerra giusta». D'una guerra cioè che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione. Non è colpa nostra se non l'abbiamo trovata.

Da quel giorno a oggi abbiamo avuto molti dispiaceri:

Ci sono arrivate decine di lettere anonime di ingiurie e di minacce firmate solo con la svastica o col fascio.

Siamo stati feriti da alcuni giornalisti con «interviste» piene di falsità. Da altri con incredibili illazioni tratte da quelle «interviste» senza curarsi di controllarne la serietà.

Siamo stati poco compresi dal nostro stesso Arcivescovo (Lettera al Clero 14-4-1965).

La nostra lettera è stata incriminata.



Le due lettere sono molto lunghe, ma vale assolutamente la pena di leggerle interamente. La prima, poi, quella indirizzata ai cappellani militari, contiene una precisissima analisi di cento anni di avvenimenti storici, che ribalta la visione che ne hanno dato (e continuano purtroppo a darne) i libri di storia.
Segnalo quindi il link dove si possono trovare i testi integrali, per chi ancora non li conoscesse.
http://www.liberliber.it/biblioteca/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_e.htm

E segnalo anche il link dove si può leggere il testo della denuncia che i cappellani militari presentarono al Procuratore della Repubblica di Firenze.
http://www.fhtino.it/MilaniDoc/denuncia.html

E ancora:
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=359
Dove potere ascoltare altre testimonianze su questa vicenda.

Concludo con un’ultima segnalazione, un’intervista a Alex Zanotelli, in cui il padre comboniano ricorda, con amore e intelligenza, questo Maestro di libertà. Alex Zanotelli, per chi non lo sapesse, è un missionario Comboniano che da sempre si batte per i diritti dei diseredati. Ha vissuto per 12 anni nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, dove sono i più poveri fra i poveri, i più esclusi fra gli esclusi. Attualmente è rientrato in Italia, ha scelto di vivere inserito in un quartiere popolare di Napoli e si impegna nell'animazione di gruppi, comunità e associazioni in tutta Italia.
Ecco cosa, di lui, dice Beppe Grillo: Alex Zanotelli è uno dei volti, forse quello più vero della Chiesa: la Chiesa in mezzo alla gente. Perché noi ci siamo abituati a una Chiesa con un amministratore delegato tedesco che gestisce un'Spa, una multinazionale con due milioni e mezzo di impiegati in nero; e allora io sono sicuro che questo signore quando va e accarezza un bambino lo accarezza per amore di Gesù, non per altri scopi.

 Ed ecco  dove potete trovare l’intervista:
http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=6762

Don Lorenzo Milani, Padre Alex Zanotelli: due esponenti del clero. Fossero tutti come loro, gli appartenenti alla Santa Madre Chiesa, dal suo massimo dirigente, o, come dice Grillo, dal suo amministratore delegato, al parroco della più sperduta parrocchia, la Chiesa sarebbe veramente Santa e Madre, e non Ipocrita e Matrigna, come, di fatto, appare in fin troppe occasioni.

I Care, aveva scritto Don Lorenzo sui muri della sua scuola. I Care, mi prendo cura, voglio prendermi cura. Purtroppo ha avuto una vita troppo breve. Ma il suo insegnamento rimane per sempre.


Anche i video riguardano Don Milani: le parole di Pasolini su Lettere a una professoressa
http://www.youtube.com/watch?v=CE3b7-pHpj0

e un filmato su Barbiana
http://www.youtube.com/watch?v=gGuO2VuP91g


postato da: Soriana alle ore 02:04 | link | commenti (10)
categorie: i veri grandi della storia

Preziosi avvistamenti

1792_DSCN7797


http://albertomasala.blogspot.com/search/label/guerre%20loro

Il burka della pace da Alberto Masala


http://armoniadelleparole.splinder.com/post/15311766/Il+cipresso+della+collina

Il cipresso della collina: un delicato, bel racconto di Renzo Montagnoli



http://cassettoideelibere.blogspot.com/2007/12/saggio-breve-sulla-morte.html

Saggio breve sulla morte di Ilaria Ubaldi (da Assunta Altieri)



http://poetaperdere.splinder.com/post/15302196/Il+trionfo+di+Bacco+e+Arianna+

Il regalo di fine d’anno di Patrizius: nientepopodimenoche…Lorenzo il Magnifico!



http://arzaniclaudio.splinder.com/post/15301130/Sogni+dautore%3A+per+una+che+va+

I sogni d’autore di Claudio Arzani



http://cristinabove.splinder.com/post/15305851

Un invito di Cristina Bove, un invito che è bello seguire.



http://frammentipoetici.splinder.com/post/15310507/Temporale

Temporale di Gianni Langmann: una bella poesia con immagini molto efficaci. Una poesia che sembra un dipinto. Da Natàlia Castaldi.



Sono in ritardo, e molto, ma segnalo solo ora questa cronichetta natalizia di Rael:

http://www.rael-is-real.splinder.com/post/15266073/La+dannazione+del+Natale%2C+ovve



http://www.currenticalamo.com/permalink/parole-nomadi.htm

Parole Nomadi. Preziose immagini, preziose parole.



http://cochina63.splinder.com/tag/pensieri_alieni

Ospedale: prove generali. Lì il Natale non c’era… Da Cinzia Pierangelini


Un appello. Qui:

http://www.fa-petition.org/raccolta_fondi/video.htm
postato da: Soriana alle ore 01:32 | link | commenti (3)
categorie: avviso ai naviganti
sabato, 29 dicembre 2007

Celeste

slorenzo



















Vorrei farvi conoscere, questa notte, il terzo personaggio femminile di Isole: Celeste, le cui figlie,  Nadia e Assunta,  avete già incontrato qui:

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14729728/Isole

e qui:

http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14825988/Ancora+Isole%3A+Assunta

Mi mancherà poi solo Mira, da presentarvi. Mira, che è figlia di Nadia, ed è un'adolescente che vive cose che non riesce a comprendere. Ma lo farò…il prossimo anno.


Celeste


Qualcuno si era messo a cantare “Sposi”, con la voce alla Rabagliati. Sul lungo asse appoggiato ai cavalletti rimaneva ormai solo il disordine della tovaglia sgombra, con qualche macchia sparsa di vino rosso punteggiata qua e là da briciole di pane e da foglie cadute dagli alberi sovrastanti. Dodici ottobre 1950: l’autunno si faceva spazio fra il sole dorato e tiepido che abbracciava il giardino della casa. La sposa aveva cominciato a riordinare la tavola, non appena gli invitati avevano svuotato il piattino della torta. Una vicina le aveva tolto le posate di mano e le aveva detto : “Ma che fai? Oggi è la tua festa, lascia stare!” Celeste si era seduta senza rispondere, si era girata verso Vincenzo e aveva incontrato il suo sguardo. C’era un che di smarrito in quegli occhi scuri, come se anche lui, come lei, non sapesse bene cosa stesse accadendo. Le era venuto in mente un cucciolo, guardandolo,  e aveva provato un moto di tenerezza.
“Sposi” continuava a cantare la voce “Oggi si avvera il sogno, siamo sposi…
La gente chiacchierava allegra, suo padre stava centellinando un amaro, lo sguardo perso in qualche suo pensiero.
Celeste ripensò alle parole che lui le aveva detto quella mattina. Suo malgrado sentì un calore che l’avvolse tutta. Le vennero alla mente frammenti di ricordi dell’adolescenza, risentì all’improvviso quella strana fame. Avvicinò la gamba a quella del marito, premette piano, con leggerezza, sentendosi arrossire. Vincenzo si volse verso di lei, le fece un mezzo sorriso, poi si alzò e entrò nella casa.
Lei cominciò a gingillarsi con i due sposini di bachelite che avevano decorato la torta. “Oggi si avvera il sogno siamo sposi”.
Quale sogno, Celeste?
Forse, quella canzone fatta scrivere dal passato regime per incentivare matrimoni e nascite, poteva anche dire la verità. Forse il sogno era quello: vivere tutta la vita accanto a un uomo, e servirlo, e non tradirlo mai.
Così come aveva detto il prete, qualche ora prima.

    La prima notte di nozze Celeste aveva scoperto due cose. Uno, il piacere di tenere una sigaretta fra le labbra, aspirarla e sentire il fumo che scende, va a pizzicare i polmoni, e osservare poi, con gli occhi socchiusi, come sale verso l’alto, mentre lo si butta fuori con lentezza.
Vincenzo, appena si era steso accanto a lei, aveva preso dal ripiano del comodino il pacchetto di Macedonia e aveva acceso due sigarette.
“Tieni, “ le aveva detto passandogliene una” sono una compagnia, sai? “
Ai primi tiri Celeste aveva cominciato a tossire come se non dovesse più smettere. Poi il fumo aveva cominciato a entrare in lei fluidamente, e la ragazza aveva imparato a trattenerlo un poco, e a farlo scendere dentro, in profondità, e a farlo poi uscire lentamente, fra le labbra socchiuse.

 E, mentre il posacenere si riempiva, Vincenzo aveva cominciato a parlare, tenendosi un po’ discosto da lei, con un linguaggio dapprima smozzicato, poi sempre più sicuro, ma incolore, come il fumo che scendeva nella gola di Celeste.

Erano arrivati a Roma che era già tardi, un inizio di pioggia li aveva sorpresi subito fuori dalla stazione. Lui l’aveva presa per mano e avevano corso goffamente, ostacolati dalle valige, fino al portone della pensioncina dove Vincenzo da tempo aveva una camera.
La proprietaria, assonnata, gli aveva consegnato la chiave, ammiccante. Gli aveva detto:
“Vincenzo, la faccia felice, la sua mogliettina. Le ho messo le lenzuola buone, nel letto. Quelle del mio corredo.”
Le lenzuola erano ricamate, ma il tessuto era rigido, e frusciava a ogni movimento.
Celeste si era messa a letto, aggiustandosi lo scollo della camicia da notte azzurra, sentendo sotto le dita il turgore dei capezzoli appuntiti. Aveva avvertito una fiamma, nel ventre, e aveva allontanato in fretta le mani dal suo corpo.
Vincenzo indossava ancora il vestito del matrimonio, e stava in piedi davanti alla finestra, di spalle a lei.
La moglie lo aveva guardato, non ti metti a letto? gli aveva chiesto, con voce bassa, e lui aveva aperto la finestra e aveva buttato la sigaretta ancora accesa, che aveva disegnato un arco arancione nel buio, finendo poi in una pozzanghera del cortile sottostante.

Ore dopo, Celeste guardava dai vetri il grigiore dell’alba che scendeva come nebbia a scolorare il nero di quella lunga notte. I piedi nudi le si stavano gelando sul pavimento freddo. Una sigaretta si stava consumando fra le sue dita.
L’altra cosa che aveva imparato su quel letto, in quella sua prima notte di nozze, era che c’erano aspetti  della vita che lei non avrebbe mai immaginato.



Avrei voluto trovare “Sposi”, in Youtube, ma mi pare proprio non ci sia…
E allora un altro Rabagliati. giusto per immergersi nell’epoca in cui si svolge questa parte del romanzo.


http://www.youtube.com/watch?v=YOne6Si7zvo
postato da: Soriana alle ore 01:08 | link | commenti (4)
categorie: isole

Fiori in una fredda notte di un anno che sta per finire

Falcioni-Bucaneve2




























Riporto, insieme a altre segnalazioni, la mail che ho ricevuto oggi da Emergency. Speranza da luoghi di guerra.


"...mille volte e mille piu' delle stelle in cielo
e delle allodole negli orti sulle rive del Tigri..."
scriveva un poeta iracheno
quando in Europa regnava Carlo Magno.
Oggi sulle rive del Tigri si uccide e si muore,
ma da qualche parte dell'Iraq esistono orti e allodole.

Siamo stati e siamo in luoghi che abbiamo raggiunto
perche' c'era guerra e perche' c'era miseria.
Abbiamo incontrato sofferenza e disperazione.

Ma abbiamo conosciuto, in questi stessi luoghi,
teatri offerti dalla natura o creati dall'uomo
per lo spettacolo necessario e possibile
della serenita', della felicita', della pace. Della vita.

Abbiamo scoperto che il nuovo esiste gia',
l'impronta, nel presente, del futuro possibile.
Il domani della malattia e' la guarigione,
e il sogno puo' accadere nella veglia.

E' in questa scoperta l'augurio per l'anno nuovo.

Felice 2008 da Emergency!




http://antonioconsoli.wordpress.com/

Dalla neve: Antonio Consoli  ha pubblicato la terza e la quarta parte del bel racconto di Manuel Finelli



http://piumedifarfalla.leonardo.it/blog/fioccchi_di_neve_ballano_nellaria_2.html

Fiocchi di neve ballano nell'aria  un tragico e bel racconto di Rita Zaghi


E ora due poesie, che non commento, perchè non saprei dira altro che le solite parole.


http://cristinabove.splinder.com/post/15290345

Il desiderio di vivere di Renzo Montagnoli nel blog di Cristina Bove



http://poetaperdere.splinder.com/post/15286297/Ancora+un+anno+%C3%A8+passato

Ancora un anno è passato di Patrizius

postato da: Soriana alle ore 00:10 | link | commenti (2)
categorie: avviso ai naviganti
giovedì, 27 dicembre 2007

Luciana Calpini in: Altre scrivanie

DSCN1196



























Per la seconda volta Luciana Calpini diventa per una sera padrona di casa di Rossiorizzonti. E’ lei che tempo fa ci ha ricordato il poeta friulano Biagio Marin, qui, esattamente:
http://rossiorizzonti.splinder.com/post/14811119/Luciana+in+%3A+altre+scrivanie

E ora è tornata, un ritorno a me molto gradito, per suggerirci un altro consiglio di lettura.
La fotografia che apre il post l’ha scattata Luciana, così come sua è la scelta della musica che chiude l’articolo.



Di questo libro mi ha attratto subito il titolo, "Una scrittura femminile azzurrro pallido".
Per una fissata con l’azzurro come me, niente di strano, ma poi anche la copertina era azzurra e al centro della copertina si stagliava una delicata immagine femminile, un
pastello che rappresenta una giovane donna, Laure de Noailles, dipinto da un certo Christian Bérard.
Il nome dell'autore, Franz Werfel, mi era completamente sconosciuto ma, leggendo all’interno, ho appreso che si tratta di uno scrittore austriaco, di origine ebraica. Vissuto fra il 1890 e il 1945, fu in gioventù amico di Kafka e Brod; nel 1929 sposò la figlia di Mahler, Alma, e nel 1938 fuggì prima in Francia e poi negli Stati Uniti.


Il libro di cui vi parlerò non è neanche citato fra le sue opere più importanti, ma a me sembra essere un piccolo capolavoro di introspezione psicologica e la qualità della scrittura è evidente fin dalle prime pagine.

La trama è presto detta: l’azione si svolge a Vienna, primi anni trenta; un brillante funzionario viennese, dopo una giovinezza di stenti e mediocrità, si è ritrovato sposato, per una serie di fortuite circostanze, a una giovane e ricca ereditiera della buona società austriaca e vive tra gli agi e le sicurezze che la sua condizione sociale gli consentono. Una mattina riceve fra la posta una lettera vergata in una "scrittura femminile azzurro pallido". Riconosce subito l'autrice della lettera, una sua antica amante che, dopo alcune settimane di bruciante passione , era stata da lui brutalmente abbandonata. Profondamente turbato, dopo molte esitazioni, legge la lettera
e, dietro la richiesta di una raccomandazione per un giovane di razza ebraica,  crede di capire che indirettamente la donna intenda comunicargli che quell'antica storia d'amore
ha avuto un frutto, un figlio di cui d'ora in poi si dovrà occupare...
Riaffiora la vergogna per un amore prima calpestato e poi cancellato e il senso di colpa nei confronti della giovane donna abbandonata e della moglie tradita.
Nell'arco di poche ore subisce una profonda trasformazione , sembra essere in grado di rinunciare, per un improvviso bisogno di verità e di paternità,
a tutti gli agi e le sicurezze pazientemente costruiti  e, in un crescendo di angoscia e ansia riparatrice, si prepara a confessioni e rinunce. La realtà poi lo porterà in direzioni diverse, ma quelle poche righe azzurro pallido lo lasceranno diverso per sempre. Tornerà alla solita vita, ma con la consapevolezza che la sorte gli aveva offerto una possibilità di salvezza che non è stato capace di cogliere.

Colpisce la profondità dell'analisi psicologica, la capacità di esplorare quella zona crepuscolare della coscienza in cui sensi di colpa, per anni soffocati,
improvvisamente si materializzano, in un intreccio di sentimenti, emozioni ed ansie molto umani.
Su tutti i personaggi aleggia la minaccia del clima di intolleranza razziale che rende l'aria sempre più irrespirabile, ma i ricchi e benestanti borghesi fingono di
non vedere e sembrano non rendersi conto delle sofferenze e delle angosce che si addensano su una parte della popolazione austriaca.
Si ritrova in questo libro l’atmosfera di tensione e cupa oppressione che si respira ne “ L’amico ritrovato ” di Uhlman e l’attenzione alla nascente psicanalisi di certe opere di Schnitzler, altro grande scrittore austriaco degli inizi del Novecento.

Infine mi sono piaciute molto le descrizioni della natura e dei paesaggi in cui la vicenda si svolge. Come spesso capita nei libri, la natura sembra seguire, con le sue variazioni di colori, i cambiamenti di umore e lo stato d'animo del protagonista.
Sentite come, all’inizio del libro, l’autore descrive l’aspetto della giornata:


“ Il mondo si presentava oggi come una tiepida giornata di ottobre che in una sorta di estro giovanile si sforzava di assomigliare a una giornata di aprile. Sopra i vigneti che si estendevano intorno alla città si addensavano frettolose grandi nuvole bianche come la neve e dai contorni nettamente definiti. Nei punti in cui era libero, il cielo esibiva un azzurro nudo, primaverile, che in quella stagione appariva quasi spudorato. Il giardino davanti alla terrazza, scoloritosi appena, aveva un aspetto tenacemente estivo. Piccoli venti indisciplinati rimbalzavano spavaldi tra il fogliame che sembrava ancora saldamente appeso ai rami degli alberi ”

Buona lettura a tutti!


Azzurro, non pallido, ma sempre azzurro…

http://www.youtube.com/watch?v=mjW0jPA-xW4

Grazie, Luciana! Sembra davvero un bel romanzo...
postato da: Soriana alle ore 23:33 | link | commenti (6)
categorie: altre scrivanie

Una notizia veramente brutta

3207451360-pakistan-bhutto-ferita-in-sospetto-attacco-suicida-15-morti

(Reuters) - La leader dell'opposizione in Pakistan Benazir Bhutto è stata uccisa oggi in un attentato dopo una manifestazione nella città di Rawalpindi. Lo ha annunciato il suo partito.

Di seguito alcuni fatti principali su l'ex primo ministro pakistano:

* Benazir Bhutto era nata il 21 giugno 1953, in una famiglia benestante proprietaria terriera. Suo padre, Zulfikar Ali Bhutto, aveva fondato il Partito del Popolo Pakistano (PPP) ed era stato presidente e primo ministro del Pakistan dal 1971 al 1977.

* Dopo essersi laureata in politica ad Harvard e a Oxford, Bhutto era tornata in Pakistan nel 1977, poco prima che i militari salissero al potere destituendo suo padre. Benazir Bhutto aveva ereditato la leadership del PPP dopo l'uccisione del padre nel 1979 quando al potere c'era il generale Mohammad Zia-ul-Haq.

* Inizialmente eletta primo ministro nel 1988, Bhutto era stata accusata di corruzione e destituita dall'allora presidente nel 1990. Tornata al potere nel 1993 dopo il suo successore, Nawaz Sharif, aveva dovuto dimettersi per divergenze con il presidente.

* In 1999, Bhutto e il marito, Asif Ali Zardari, erano stati condannati a cinque anni di carcere e multati per 8,6 milioni di dollari con l'accusa di aver preso tangenti da una compagnia svizzera ingaggiata per combattere le frodi alla dogana. Una corte suprema aveva rovesciato la sentenza di condanna, giudicandola non imparziale. Bhutto, che aveva nominato il marito ministro per gli investimenti durante il suo governo dal 1993 al 1996, era all'estero al momento della condanna e aveva scelto di non fare ritorno in Pakistan.

* Gli avvocati a Ginevra di Bhutto hanno annunciato il mese scorso di aver fatto ricorso in appello nell'ambito di un'inchiesta in Svizzera su un presunto riciclaggio di denaro a carico dall'ex premier e del marito. L'istanza potrebbe portare a nuove udienze sul caso, ma non prima degli inizi del 2008.

* Nel 2006 Bhutto aveva aderito a una Alleanza per il ritorno della democrazia con il suo storico rivale Sharif, ma i due si erano trovati in disaccordo sulla strategia per trattare con il presidente Pervez Musharraf. Bhutto pensava che sarebbe stato meglio negoziare con Musharraf, mentre Sharif aveva escluso qualsiasi mediazione con il generale.

* Bhutto era tornata in Pakistan nell'ottobre 2007 dopo otto anni di esilio volontario dopo che Musharraf, con il quale aveva negoziato sulla transizione del Pakistan verso una democrazia civile, le aveva garantito protezione rispetto ai vecchi procedimenti per corruzione a suo carico.

* Al suo ritorno, mentre l'ex premier viaggiava in auto per Karachi, un attentatore si era fatto saltare in aria uccidendo 139 sostenitori e membri della scorta.

* Il 26 dicembre, Bhutto aveva promesso di combattere per i diritti dei lavoratori durante la sua campagna per le elezioni generali di gennaio.


 

Come commento aggiungo questo video, che risale a pochissimi mesi fa, quando la Bhutto rientrò in Pakistan

http://www.youtube.com/watch?v=vBTZ13--UoY

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Segnalazioni... volanti

palloncini-standardWEBhttp://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11096&size=A

A tre anni dallo tsunami:
In Srii Lanka il governo caccia le vittime dello tsunami dai campi profughi



http://armoniadelleparole.splinder.com/

Ritorna Renzo Montagnoli e il suo Armonia delle parole: tutto da leggere



http://cristinabove.splinder.com/post/15271356

Il cimitero degli eleganti Poesia-riflessione di Cristina Bove



http://caffestorico.splinder.com/post/15257186

E’ scaricabile il n.6 di Historica.
un numero ricco di articoli interessanti.
Poi, a pag. 62,  la conclusione del mio racconto Que rest- t- il



25 dicembre 1914:
"Voi non sparate, noi non spariamo.

da Tristantzara in  http://www.kataklismi.splinder.com/post/15240772/Auguri+netizens



E ora un invito a tutti i soldati del pianeta:

http://www.youtube.com/watch?v=GMXvQCbNOm0
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lunedì, 24 dicembre 2007

Un po' del mio Natale (con ricetta e auguri)

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(il mio menù)

E così siamo arrivati alla Vigilia. Acquisti fatti, albero pronto, i libri/regalo (Gramos, i Canti di Renzo, i Fiori di Cristina, nonché i suoi Fulmini, la Donna di Remo) sono stati sistemati nei sacchettini colorati insieme a un piccolo orsacchiotto morbidissimo, visto nella vetrina di una profumeria,
un richiamo, perché tenerissimo. Anche se i destinatari sono tutti adulti, il più…piccolo, anzi la più piccola ha trent’anni… Ma è così morbido, sotto le dita, quel piccolo peluche, ha un così bel musetto, che penso, con il mio cuore che a volte ritorna fanciullino, possa piacere anche a loro.
E poi il cibo. Che si sta allineando negli scomparti del frigo. I dolci appoggiati sulla credenza.

Tutto ieri ho cucinato, e mica ho finito…Mi manca ancora il brodo, da preparare, e l’arrosto, e un antipasto.

Poi, questa sera, tutti a tavola. La prima vigilia di Natale in questa mia nuova casa. Una tradizione lunga 34 anni che avrà, questa sera,  uno scarto geografico. Una tradizione, la  cena della vigila, acquisita con il matrimonio, e che ora, anche se…qualcosa è cambiato, ho deciso di continuare.
Con entusiasmo. Gli ospiti sono meno numerosi di allora, meno della metà, ma, come si dice, pochi, ma buoni…. Alex, il mio figliolino,  Simona, la sua ragazza, Franca, la sorella del mio ex marito che è anche una delle mie migliori amiche, Stefy, sua figlia e quindi anche mia nipote (non esistono le ex nipoti, vero?) e Mirella, la mia carissima amica di Bologna, della quale, poi, sarò ospite domani.
Ecco. Riprendere questa abitudine mi piace, mi sta piacendo. Evviva le tradizioni che si rinnovano…

Siete curiosi di sapere cosa darò da mangiare ai miei cari ospiti? Forse no, ma ve ne voglio far ugualmente partecipi. Ecco il menù, che metterò come segnaposto sulla tavola, e anche una ricettina. Così, tanto per gradire.


Vigilia di Natale 2007

Antipasto di vol-au-vent Manila
Avocado ripieni
Palline all’uva sultanina in salsa tzatziki

Tortellini in brodo di cappone

Arrosto farcito in crosta

Zucchine marinate
Spinaci al tegame
Insalatina arcobaleno


Torta ai pistacchi
La Stella


Felicissimo Natale e buon appetito!



Dolce ai pistacchi

Tre uova
quattro tuorli
260 gr. di zucchero
250 gr. di mandorle macinate
150 gr.di pistacchi macinati (sgusciare un etto e mezzo di pistacchi è stato un po’ lunghetto…)
buccia grattugiata di un limone e di una arancia
200 gr. di cedro candito (io però non l’ho utilizzato perché non amo i canditi)
125 gr. di pangrattato  (my God, mi accorgo ora scrivendo che il pangrattato mica ce l’ho messo…)
un cucchiaino di cannella
un pizzico di zenzero in polvere
un cucchiaio di rum
quattro albumi
margarina per ungere


Sbattete le  tre uova intere con i quattro tuorli in una terrina, aggiungendo un po’ alla volta lo zucchero finchè saranno diventati spumosi. Incorporate le mandorle e i pistacchi macinati, la buccia grattugiata del limone e della arancia, il pangrattato (ahi ahi ahi…) la cannella e lo zenzero in polvere e il cucchiaio di rum. Montate gli albumi a neve ben soda e aggiungeteli all’impasto a cucchiaiate mescolando delicatamente dal basso verso l’alto. Ungete abbondantemente con la margarina (o burro, come ho fatto io) una tortiera dal bordo apribile e riempitela con la pasta. Mettela in forno precedentemente scaldato sul ripiano di mezzo e fatela cuocere per un’ora.


E voila, la ricettina è quella lì.  E il suo risultato è posato vicino al dolce danese a forma di stella cometa. sulla credenza.

Allora, ora mi devo rituffare in cucina. Ma non prima di aver augurato a tutti:


Felicissimo Natale, costellato di sorrisi delle persone che amate!

Ci ritroviamo qui il 27.
Ciaooooo!

http://www.youtube.com/watch?v=n52RgincZF4

http://www.youtube.com/watch?v=ZfmDTDe-FKM
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domenica, 23 dicembre 2007

Annalisa Ferrari in: Altre scrivanie, EDIZIONE STRAORDINARIA!!!

natale

























E’ grazie ad Annalisa, Annalisa Ferrari, che sono entrata per la prima volta nel mondo virtuale di Forum e  Blog. Lei forse non lo sa neppure…  un’ iniziatrice inconsapevole, potrei definirla. Ecco, potrei dire che è a causa sua se mi sono costruita questa casa nello spazio, se ho scoperto vicini di casa (nello spazio i concetti di vicinanza e lontananza sono relativi) splendidi, se… se tante altre cose, insomma.  Ma sarebbe abbastanza lungo da spiegare come è iniziato il mio viaggio, e forse non interesserebbe nessuno.
Molto più interessante è ascoltare invece Annalisa, la sua presentazione e il suo racconto. Che è bello, lieve, scritto in uno stile invidiabile. Come tutte le cose che fin’ora ho letto di Annalisa Ferrari.  Ed è anche per questo che sono orgogliosa, ora, di cederle la mia poltroncina e la mia scrivania.






Sono nata in provincia di Milano e, pur non essendomi spostata di un metro dalla mia casa natale, ora abito in provincia di Lodi. Mi sono laureata in lettere, a Pavia, per sfuggire alla matematica. Da parecchi anni provo ad insegnare italiano in una scuola media, con alterni risultati, anche per la mia salute mentale. Attualmente ho tre figli, un cane, cinquantasei alunni e qualche blog. Mi piace ricordare il primo (http://circolobaldoni.splinder.com/), e l’ultimo (http://biblioche.splinder.com/), dei ragazzi della mia classe. Per sfuggire al logorio della vita e della scuola moderna, più o meno sette anni fa ho iniziato a scrivere, partecipando all’esperimento di scrittura on-line “Verdeblù”, durante il quale sono stata selezionata per un corso breve alla Scuola Holden di Torino. In seguito, incuriosita da una serie di documenti d’archivio, ho fatto ricerche e imbastito la storia di Gerolamo Lazzeri, intellettuale morto durante il fascismo. Il risultato della ricerca è stato pubblicato dalla casa Editrice Giuseppe Chiappini.
Nel frattempo, ho continuato a scrivere racconti basati su documenti d’archivio, suggeriti da concorsi o da pensieri sparsi che in qualche caso sono riuscita a raccogliere e fissare sulla carta.




ODIETAMÒ

Come odiava il suo nome.
Come odiava le feste di Natale.
Si avvicinava il venticinque dicembre e lui odiava il suo nome. E il Natale.
Da quanto, non lo sapeva bene. Più o meno, calcolò, da cinquant’anni. Diede un’occhiata rabbiosa alla vetrina piena di addobbi e boccette di profumo, e pensò che odiava anche le giornate senza fantasia che si ripetevano uguali.
Pieno di rancore, scartò con un mugugno e un’occhiataccia una signora bionda e rotonda carica di pacchetti, e riempì il sacco del suo livore riandando, per l’ennesima volta, all’inizio di tutta quella storia.
Rivide davanti a sé l’aula enorme e semibuia nel quale era entrato il primo giorno di scuola. Cinque ottobre millenovecentocinquantasei. Tutti gli altri già seduti al loro posto, e lui che arrivava in ritardo di quattro giorni, con addosso ancora il profumo del mare e nei capelli, probabilmente, qualche granello di sabbia.
Andava così: suo padre era un dipendente della provincia, e ogni anno potevano farsi ben quindici giorni di vacanze a prezzo speciale. Bassissimo. Per una famiglia di sei persone, una manna. La meta, però, era sempre la stessa: Villa Péndice, via Romana, Bordighera. Il periodo, anche, sempre lo stesso: fine settembre. Qualche volta si sforava fino ai primi di ottobre. Non c’era molta scelta. Tutti i dipendenti si fiondavano lì, e quello che rimaneva, rimaneva. Andava benissimo, comunque. A Villa Péndice, si trovavano sistemati in una stanza straordinaria, la stanza rotonda della torre, una delle più grandi, adatta alla loro famiglia numerosa. Sul vialone che li portava fuori, raccoglievano i pinoli, schizzati dalle pigne che piombavano di colpo a terra, e qualche volta sulla loro testa. La spiaggia ciottolosa, l’unica che avesse mai conosciuto, sembrava sempre un paradiso e, chissà perché, quelle due settimane di fine estate erano sempre calde e dolci, piene di sole, lente ed eccitanti al tempo stesso. Tornavano felici e soddisfatti, sulla Centoventiquattro giallina, contavano le gallerie e le macchine bianche e poi ricominciavano la vita di pianura, che sembrava meno grama del solito, per un po’.
Quell’anno, quell’anno in cui lui avrebbe dovuto cominciare per bene la scuola il primo di ottobre, quell’anno se l’erano presa comoda, come al solito, ed erano tornati solo il quattro.
Il giorno dopo, era nell’aula alta, piena di gente, tutti quegli occhi che lo guardavano in silenzio, grembiuli neri, braccia conserte, tende marroni (santo cielo! tende marroni!), e quella signora che lo prendeva per mano (che lo strappava dalla mano della mamma) e gli faceva un  sorriso falso come Giuda e gli diceva “mettiti dove vuoi”. Lui che si infilava nell’ultimo banco, in fondo, a far finta di imparare, a fare dei punti e poi le aste verdi e poi le aste gialle e infine le spighe di grano. Ma l’estate era passata, spighe non se ne vedevano più e lui, del resto, sapeva già leggere e scrivere. Glielo aveva insegnato la nonna, l’anno prima, e lì si stava già stufando.
Non era stato questo il peggio.
Il peggio era stato quando la maestra lo aveva presentato per nome ai compagni, e qualcuno aveva ridacchiato, anche se lui non aveva capito perché.
Al perché c’era arrivato qualche mese dopo, quando erano cominciati i canti col maestro di musica, il Tuscendidallestelle e l’Adestefidelis, e le poesie del Natale, e alla fine tutti che dicevano “Buon Nataaaale”, e intanto che strascicavano la “a” lo guardavano e ridevano.
C’era arrivato a capire, e lì era cominciato.
Odiava il Natale.
Odiava il suo nome.
Perché lui, che era nato il venticinque dicembre, ovviamente si chiamava Natale.

Lei, il suo nome, lo sopportava.
Ci aveva fatto l’abitudine. Non le sembrava più nemmeno tanto strano. Aveva un animo mite e gentile, e aveva tollerato sempre in silenzio le occhiate stupite della gente e le risate dei compagni di classe.
Per lei, però, il tormento (il trauma, se si vuole esagerare) era cominciato più tardi: alle elementari infatti tutto bene, magari qualche sopracciglio alzato, il primo appello con la maestra che le lanciava un’occhiata e poi tirava via, niente di più. Alle medie, che volete, classe femminile, tutte con i calzettoni, mica come oggi che in seconda van già truccate e inguainate e pance all’aria che ai suoi tempi nemmeno a vent’anni, ma insomma, meglio così, alle medie le compagne eran quelle di sempre, anche loro non ci badavano.
Era stato alle superiori che aveva sbattuto il naso, e forte, contro quel suo nome così incongruo e fuori posto. Per lei, almeno. Era sicura che se lo avesse portato la Bianchi, con le origini quasi nobili e il nasino all’insù e l’altezza stratosferica, allora, ecco, quel nome sarebbe stato perfetto.
Lei, però, non era la Bianchi, seduta là, proprio davanti alla cattedra. Lei era seduta dietro, nella prima classe mista della sua vita. Emozione. Finalmente in aula con dei ragazzi, dei maschi, con cui parlare, ridere, magari pure studiare. Ma al primo appello, stavolta, non era andato tutto liscio. Con la professoressa di latino che compitava lenta e a voce altissima nome e cognome, quando era toccato a lei, con i suoi capelli stile spaghettini, color topo, altezza quella che era, smorta, occhi banalmente castani, brufoli dappertutto, anche sul naso, naso importante (fin troppo), e persino un dente che se ne andava per conto suo, in primo piano, ecco, quando era toccato a lei tutti si erano voltati. Tutti i maschi, almeno. Come un sol uomo. A controllare se quella tappetta pallida dell’ultimo banco fosse proprio la stessa appena chiamata dall’insegnante. La stessa che aveva appena risposto “presente”. La stessa che aveva risposto presente a quel nome.
Perché, ahimé, lei si chiamava Bella.

Bella e Natale abitavano nella stessa città. Lo status ufficiale di “città” era stato concesso per chissà quale mistero mezzo secolo prima. In realtà, un paesone di quindicimila abitanti, poco più, poco meno. Niente cinema, niente mezzi pubblici, sei farmacie, una profumeria, tre erboristerie, nessuna libreria, tre parrocchie e nove chiese semivuote, tredici banche e sedici tra pub e bar.
A volere essere consequenziali, un paesone di ricchi ignoranti un po’ puzzoni, tiepidi cattolici, teledipendenti, amanti delle tisane (i vecchi) e degli alcolici (i giovani), e soggetti per questo a frequenti mal di testa.
Il massimo della vita si notava nel centro, composto da piazza XX Settembre e dalle vie intorno: via Roma, via Vittorio Emanuele, via Garibaldi, via Mazzini. Un centro patriottico e, sotto Natale (nei giorni vicini alla festa, cioè), splendidamente illuminato da sarabande di luci, festoni, e luminarie che, fino alla sera dell’accensione, avevano fatto scannare tra loro i commercianti disposti a pagare la bolletta e gli altri, quelli del “fate-voi-io-non-ci-sto”.
Ma insomma, fatto sta che, se nel resto del paese ferveva quasi costantemente una sorta di morte civile, il centro città era frequentatissimo. Almeno negli orari di apertura dei negozi. Almeno sotto le feste. Eppure, i negozianti si lamentavano ugualmente degli scarsi guadagni, persino, soprattutto, in periodo natalizio. Colpa dell’isola pedonale, dicevano quelle anime belle, dimenticando che passeggiare su e giù adocchiando le vetrine e tirando via diritto, era più colpa della scarsella vuota che della mancanza di automobili.
Niente di tutto ciò interessava Natale, costretto a dribblare, scansare e risalire controcorrente la marea di persone che chiacchierando, blaterando, sorridendo a tutta bocca sembravano voler comunque dimostrare al mondo che la fine di dicembre era per gli uomini di buona volontà, e ci vogliamo tutti bene, e cerchiamo il regalo per la zia Peppina che almeno a Natale, e quello per il dottor Persini che è così bravo e sempre tanto caro, e quello per mia sorella altrimenti si offende, e magari un presentino anche per l’impiegato della banca che non si sa mai. E poi basta, perché non ci son più soldi e abbiam già speso anche la tredicesima.
Cosa c’era da ridere tanto, lui non lo sapeva. Gli venivano i brividi soltanto a sentire gridare “Buon Natale!” da una parte all’altra del marciapiedi. Che cosa ci fosse di così buono a Natale, erano cinquant’anni che gli sfuggiva.

A Bella, invece, quella confusione piaceva proprio. Si potrebbe persino spingersi a dire che l’amava. Si imbacuccava bene, per via di quella fastidiosa sinusite che, sopra il conto, la tormentava da sempre, e usciva. Due passi, ed era in centro. Girellava, si faceva spintonare da chi aveva fretta, le chiedevano scusi, scusi, e lei rispondeva gentile, sorridendo. Amava le luminarie, e i negozi con il concorso per la vetrina più bella, e la profumeria nella via principale, grande, luminosa e ovviamente olezzante. Vi entrava una volta l’anno per comprarsi un rossetto, unica concessione che si permetteva. Si aggirava tranquilla in mezzo agli scaffali, aspettava il suo turno inspirando i profumi che le giungevano da ogni parte (sempre che non avesse un attacco di sinusite). Mentre giovani e flessuose ninfe le passavano davanti schiaffeggiandola dolcemente coi lunghi capelli; mentre attempate carampane spiavano all’intorno caso mai fosse arrivato il filtro dell’eterna giovinezza; mentre il commesso, sempre gentilissimo, cercava di districarsi tra lozioni idroliscianti ultrasoffici e cremose cure calmanti contro borse e occhiaie, lei amava osservare globi, piramidi, cubi che si spalancavano, si stratificavano, e le rivelavano contenuti meravigliosi, ombretti dalle sfumature perlacee, iridescenti, chiari, scuri, e rossi per guance, pennelli che promettevano miracoli e raddoppi mozzafiato alle sue inconsistenti ciglia, schiuma da bagno che l’avrebbe rigenerata, euforizzata, blandita, rassodata, snellita, quello che voleva lei, e shampoo che anelavano liberarla dal color topo delle sue chiome, che almeno diventassero, per Natale, color topo muschiato!
Lei sospirava, sorrideva, allungava la mano verso il solito rossetto, pagava, rispondeva al “Buon Natale” del commesso, e usciva.

Uscì anche quella volta. E quel pomeriggio, per una di quelle strane combinazioni che a volte rischiano di cambiarci la vita, e a volte ce la cambiano davvero, tra i quindicimila abitanti del paesone, persona più persona meno, uscendo dalla profumeria, Bella andò a sbattere contro Natale.

Si sa che, se questo non fosse un semplice racconto natalizio ma la realtà pura e semplice, si sa che Natale darebbe la sua gomitata a Bella e Bella lo guarderebbe stupita, neanche una scusa, penserebbe, e lui non la vedrebbe nemmeno. Forse sarebbe meglio, perché la vedrebbe com’è oggi, dopo l’influenza un po’ trascurata, non più pallida ma giallina, una scuffia di lana grossa a coprirle i capelli sciupati, e via discorrendo.
Così penserebbe Bella, e gli scivolerebbe a lato, di nuovo inosservata, ma tranquilla e gentile e amabile come sempre. E Natale invece scapperebbe via, da tutta quella gente e quelle luminarie, che si risparmiasse un po’ di denaro, perbacco!, ancora scorbutico e rabbioso come lo era all’inizio.

E invece.
E invece, ecco, questo è (forse) soltanto un racconto di Natale, e così capita che Natale guarda Bella, e improvvisamente gli scappa un po’ da ridere a vederla così, tutta imbacuccata, e raffreddata, col suo misero pacchettino in mano, forse ha pure un po’ di febbre, pensa, e sorride perché è così diversa da tutto quello splendore intorno che lui si sente subito meglio. E Bella sta scivolando via, tranquilla e amabile come sempre, ma Natale la ferma, prendendola appena per il gomito e si scusa, e la invita a bere un caffé, così, per fare ammenda della sua goffaggine. Lei è un po’ diffidente all’inizio, si capisce, ma poi, che diamine, siamo in centro, tanta gente intorno, andiamo pure al Caffé Cornali, che è qui a due passi. Così i due fanno conoscenza, stretti a quel tavolino minuscolo, che uno non sa mai dove mettere le braccia e le mani e le tazzine. Lei si presenta subito: “Piacere, mi chiamo Bella Taldeitali”, e lui non fa nemmeno una piega, ma c’è un gran sospiro dentro, perché se una come lei si chiama così, lui può confessare tranquillamente la sua colpa (“Piacere, mi chiamo Natale”). Si stringono la mano e cominciano a chiacchierare e si danno appuntamento per il giorno dopo.
Quando escono dal bar, ognuno per la sua strada, ma Natale corre alla profumeria, che rimane aperta un po’ di più, oggi, e spiega di che cosa ha bisogno, e compra un profumo di quelli che lasciano la scia. Bella, invece, pensa a certi film americani e chiama Luisa, che glielo dice sempre “Se ti sistemassi un po’…”. Luisa arriva, con tutto il suo armamentario, e lava risciacqua districa pettina gonfia; pulisce tonifica nutre rilassa; sottolinea schiarisce arrossa incurva, e alla fine Bella si trova persino passabile.

Dopo qualche giorno, arriva la vigilia di Natale (la festa, s’intende). I due passeggiano lenti e girovaghi nel centro del paesone, ancora, per poco, ingolfato di gente. Stanno zitti, ma stanno bene. Anche se la messinpiega della Luisa si è ormai sgonfiata, e la riga sopra gli occhi le è venuta un po’ storta, e Natale (lui, s’intende) sta per compiere cinquantacinque anni.
La bellezza di quei giorni, come ha sempre saputo Bella, e come non si era mai immaginato Natale, è nell’essere con qualcuno che ti va.





Annalisa, l’ho riletto, proprio ora, mentre sto per editare il post. E’ delizioso, il tuo racconto. E ti auguro di cuore (ma sono certa che così è) di essere anche tu in questi giorni, come Bella e Natale,  con qualcuno che ti va.

E ora… quattro salti natalizi con Snoopy & Co.


http://it.youtube.com/watch?v=Jlf---13Q0g







postato da: Soriana alle ore 00:39 | link | commenti (5)
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