rossiorizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzonte
> Free Tibet

Chi sono

Blogger: Soriana
Nome: Milvia Comastri
Impulsiva, irrazionale, a volte litigo con me stessa. Ma mai, o quasi, con gli altri.

Links

Alberto Carollo
Alberto Masala
Alberto Nigro
Amnesty International: sempre e per sempre contro la pena di morte
Anghelu
Annalisa
AnnoZero
Antonella
Antonio Consoli
Antonio R.
Arterìa
Assunta Altieri
Astro del mattino
Barbara
Beppe Iannozzi
Bloggers per la Birmania
Canale 57
Carla Verbano, mamma di Valerio
Carta e calamaio
Cartacanta
Circolo Pasolini Pavia
Claudio Arzani
Comodoro
Cri
Cristelia
Cristella
cristina bove
Cuocopittore
Da Viserbella
Dario
Declinato al femminile
Eleonora Ruffo Giordani
Elisa
Emergency Pistoia
Emergency: che cura anche i "nemici"
Ettore Masina
Evaluna71
Eventounico
Fabio Geda
Fahrenheit:il meglio del meglio di RadioRai
Fiae
Fiori e fulmini
Francesca
Francesco
Francesco Giubilei
Gaetano
Georgia
Giadanila
Gianpaolo Serino
Gino
giorgio
Giulia
Glo
Glodis
Graziano Spinosi: un grande Artista
I racconti di MariaGiovanna
I Sognatori
il bellissimo sito di Renzo Montagnoli, scrittore e poeta
Il blog di Franca Rame
Il blog di Gea
Il Ghibellino
Il giardino di Cristina
Il mio editore
Il variegato mondo di Rita
Isabella
Isola delle voci
Jacopo Fo
L'armonia delle parole
La matematica come poesia
La porta accanto
laura & lori
Lega blog letterari
lo scrittore inesistente
Lo strillone umanista
Loredana Limone
Lorenzo
Majarie
Marco G.
Maria Serena
Massimo
Massimo Burioni
Massimo Maugeri
Matteo Pugliese
Mente critica
Michela Murgia
Milena Magnani
Monpracem
Morgan
Mulini a vento
nessuno tocchi caino
Nexus
oltre lo sguardo
Orasesta
Paolo Ferrucci
Paolo Zardi
Parola di donna
Passator cortese
Patrizius
Pedjolo
Piada e rose
Polemarco
Rael
Raffaela
Redrage
Remo Bassini: un vero scrittore, uno scrittore vero
Roberta
Roberto Tossani
Rousseau: un blog da seguire
Sabrina Campolongo
Scuola violenta
Simona Vinci
Solo Poesia
Stefania Ferrini
Stefania Lusetti
Stefano Mina
Tanto per parlare
Tardis
Tristantzara
Un sito per la pace
Una prof DOC
Una scrittrice sorprendente:Cinzia Pierangelini
Victoria
Zucca pelata

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 29 settembre 2007

Cose sparse e dissimili

P1040594(3)Questa è la maglietta che ho indossato oggi. Proprio con i colori delle tonache dei monaci. Poi è anche di Emergency…
Lo so che alla fine, forse, non serve proprio a nulla. Forse il gesto compiuto da tanti, oggi, questo vestirsi di rosso, è una sorta di spinta adolescenziale…Però, a volte, anche una piccola azione, se compiuta da tanti, può servire a cambiare qualcosa. O, per lo meno, serve a dire: siamo con voi. Punto.


Fra tutte le notizie tragiche (il numero imprecisato di morti, di arresti, la possibilità che interi villaggi siano stati distrutti, l’oscuramento di internet)
leggere quello che segue mi ha riacceso una piccola fiamma di speranza. Ma lo so che sono un'eterna
illusa...
Spaccatura tra il capo della giunta e il suo vice sull'uso della forza
Alcuni soldati hanno deposto le armi e si sono inginocchiati davanti ai monaci e  altri si sono anche rifiutati di sparare ad altezza d’uomo.



Avvistamenti:
In : http://piumedifarfalla.leonardo.it/blog
Rita dice:
Ho messo una sciarpa rossa, come le tuniche dei monaci della Birmania.
Ah, seguitela, questa blogger, nei prossimi giorni. Sta per accaderle qualcosa di bello e importante, e ve lo racconterà senz’altro…

E qualcosa di bello, molto bello, sta per succedere anche a Renzo Montagnoli. La sua prima creatura, il suo primogenito,  partirà dalla casa natia e andrà, volerà, e potrà finalmente raggiungere le nostre case (e i nostri cuori). E’ iniziato infatti il conto alla rovescia per i Canti celtici! Il dolce commiato del padre, giustamente orgoglioso, lo potete leggere, naturalmente, in 
http://armoniadelleparole.splinder.com/

Morgan nel suo ultimo post, si pone una domanda: Il mondo cambia per taluni... e per la chiesa?  Andate a leggerne il perché nel suo blog:
http://www.acmedelpensiero.blogspot.com/



E ora… qualcosa su di me.

La Sesia, venerdì 28 settembre 2007, pag. 11: con emozione leggo la mia firma…Sul giornale di Vercelli, il suo direttore Remo Bassini (e non occorre  che io dica che è pure eccellente scrittore, bella persona, perché tutti lo conosciamo)  ha pubblicato l’intervista che feci a Marino Sinibaldi durante la Fiera del Libro di Torino. Un’emozione grande, davvero grande. E ancora una volta: grazie, Remo!

Ancora su http://armoniadelleparole.splinder.com/: un mio racconto, L'incubo di Anselmo.

Sabato, cioè oggi, partirò per Roma, e domenica sarò a Salerno per
la Serata di Gala dell’undicesimo Concorso Internazionale di Narrativa “STORIE di DONNE” e del quinto Concorso Internazionale di Poesia “POESIE di DONNE” che si svolgerà  appunto domenica 30 settembre 2007, con inizio alle ore 18.30, nella Sala Rossa del Casino Sociale (Teatro Verdi).
Avevo già scritto un post, in giugno, per dire di questo premio. Sono passati un po’ di mesi. E’ successa anche una cosa strana. Mi avevano detto che avevo vinto il primo premio (sono sicurissima che mi era stato detto così). Ora sembra invece che abbia vinto il secondo. Questa cosa non l’ho mica capita troppo bene… Quello che mi dispiace è di aver scritto, e detto a qualche amico, una cosa che poi non è risultata vera. Questo mi dispiace.
Per il resto va bene così: mi faccio un viaggetto, mi prendo i miei 400 eurini, e ritorno poi, lunedì, a raccontarvi. Quel "serata di galaa"mi preoccupa un po', però...Io mica sono avvezza alle serate di gala...

Sabato e domenica silenzio stampa.( Lascio a casa il mio ibook).
Per cui buon fine settimana a tutti!!!
Vi lascio, nell’attesa (io spero sempre che siate lì ad aspettarmi con impazienza) questa (che è davvero una poesiola), e anche un omaggio in musica  al mese di settembre, che se ne va pure lui (ma che ci mette un anno, a tornare). (Non è 29 settembre, che mi pareva un po’ troppo scontata…)
Ciao! (M’ha preso la mania delle parentesi…)



Sensazioni improvvise

Come un’onda gentile
che improvvisa lambisce un’arida scogliera,
così mi arriva a volte il tuo pensiero
a illuminare il giorno,
e negli anfratti del cuore si insinua lieve,
sciogliendo scorie di dolore e angoscia.

Solo brevi incursioni, toccate e fughe,
rapidi accenni della tua esistenza:
vibranti sensazioni
che rendono la mia vita più leggera.



http://www.youtube.com/watch?v=FFP3UmMQgLA
postato da: Soriana alle ore 02:04 | link | commenti (7)
categorie: miscellanea
venerdì, 28 settembre 2007

Non ho molte parole, questa notte

disegno_una_volta_3(http://www.parmaest.it)


Sulla Birmania: evidenzio il commento lasciato da Antonio, (http://reanto.wordpress.com/)
 amico blogger sempre attento a trovare in rete informazioni importanti:

e domani ,venerdi ,tutti in maglietta rossa per solidarietà ai monaci e più due sit -in ,uno a Milano e uno a Roma ,per mag. inf. : c'è il sito di Amnesty Int.”

E grazie a Lucidimarzo che ha segnalato l'appello.
 (Per firmare l’appello entrate qui:
http://www.amnesty.it/appelli/azioni_urgenti/Myanmar)


  Poi c'è questo bel post scritto da Stefi nel suo
http://www.cantodiluna.splinder.com/



E voltando pagina, in una notte un po’ così, con il cuore che un po’ duole, per tante, troppe cose, ecco una mia poesia.
E basta.
Ah, anche un po’ di musica.
Tutto “un po’”, perché non ho molte parole, questa notte.




I vecchi

I vecchi con i denti di resina,
col tremolio incessante nelle mani,
con gli occhi scoloriti
da giorni di troppa luce
fuggiti come un lampo.
I vecchi dalle fragili ossa
che basta un soffio per accartocciarle.
I vecchi dalle parole sbandanti nella nebbia,
discorsi come fili aggrovigliati
dove non c’è più capo.
I vecchi che cullano un ricordo
fra le braccia sottili,
e sempre quello, come un bambino
che non  è mai cresciuto.

I vecchi sono soli sempre e ovunque,
        crocifissi dal tempo.



Bologna, 16 aprile 2007  ore 19      
                                                       

 http://it.youtube.com/watch?v=uf9vhH55E6w






 

 

postato da: Soriana alle ore 01:25 | link | commenti (11)
categorie: la mia scrivania
giovedì, 27 settembre 2007

Birmania-Firenze: nastri color mattone



AGI) - Firenze, 27 set. - "Mentre noi siamo impegnati in questo appuntamento di inizio anno, migliaia di ragazzi, in Birmania come in altre parti del mondo, subiscono la dittatura.
  Tutto ciò insegna che la libertà non è un fatto scontato, ma è un valore fondamentale che va preservato e rafforzato per tutta la vita". Con queste parole il Presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi, ha inaugurato questa mattina "La Stazione delle Idee", la due giorni allestita alla Stazione Leopolda di Firenze per tutti gli studenti delle scuole superiori del territorio fiorentino. Su iniziativa della Provincia ai giovani partecipanti sono stati distribuiti dei nastri di fettuccia, colorati di rosso mattone, ocra, gialli e rosa - i colori delle vesti dei monaci e delle monache - che vengono indossati dagli studenti per esprimere solidarietà alle vittime della repressione che in queste ore sta insanguinando la Birmania. Nel padiglione Onu allestito all'interno della Stazione Leopoda campeggia un cartello con la scritta: "Birmania: stop alla violenza" e con la frase di Aung San Suu Kyi, premio Nobel 1991: "Proveremo perché la nostra causa e' giusta, perché la nostra causa e' fondata... la storia e' dalla nostra parte. Il tempo e' dalla nostra parte".
  Durante l'intervento del Ministro Fioroni, previsto nel pomeriggio, uno studente consegnerà anche a lui il nastro di solidarietà ai monaci birmani. (AGI) (http://www.agi.it/firenze/notizie)


Mi fa piacere aver trovato questa notizia. Se non altro perchè, una volta tanto, i giovani vengono coinvolti in un problema "vero". Spero che questo di Firenze non resti un caso isolato.
E a proposito di iniziative
qui: http://poetaperdere.splinder.com/
andate a leggere gli ultimi due post di Patrizius.

postato da: Soriana alle ore 15:30 | link | commenti (4)
categorie: dall italia e dal mondo

Quarto:onora il padre e la madre...

P1040576

...anche quando non ti sono padre e madre.
Anche quando non “ti “ sono nulla.
Onora i vecchi.
O, per lo meno, rispettali.
O, per lo meno, guardali.

Perché non sono invisibili.



L’ho cominciato lunedì pomeriggio il libro di Marco Salvador 
La casa del quarto comandamento”. L’ho finito ieri pomeriggio, che era martedì. E ancora oggi, che sono passate  più di ventiquattro ore, non mi si è  ancora riposato il cuore.
E non ho voglia di leggere altro.
Non ho nessuna voglia di lasciare Martino, e Leda e Oddo.
Non ho alcun desiderio di vederli aggirare fra personaggi di altri libri.
Voglio tenerli il più possibile con me, perché continuino a parlarmi, questi tre vecchi, a dirmi dei loro passati totalmente dissimili, del loro presente così uguale, invece, tutti e tre prigionieri in un lager che schiaccia le loro vite, che abroga spietatamente ogni loro diritto. Un carcere, una sorta di campo di sterminio che altro non è che una cosiddetta casa di riposo, a cui l’Autore, con ironia amara, ha dato il nome di Casa del quarto comandamento. Una fortezza dove alberga l’ipocrisia, la disonestà.  Dove aleggia l’odore nauseabondo della dimenticanza, dell’oblio da parte di figli e di parenti. E soprattutto  dove  la crudeltà si muove come un serpente di stanza in stanza, spinta da egoismi, da  meschinità  di squallidi individui che si credono forti perché sono  in grado di sopraffare chi è più debole di loro.

Voglio tenerli con me, voglio tenerli in un abbraccio, Leda, Oddo e Martino.
Per il loro coraggio, per i tentativi di ribellarsi a un destino che sembra segnato in maniera irreversibile. Perché, per dirla alla Erri De Luca, fanno parte pure loro della schiera degli Invincibili.

Un libro bellissimo, questo di Salvador. Dove il linguaggio, quando diventa duro e anche brutale, è sempre perfettamente strumentale alla narrazione, non c’è certamente nessun compiacimento da parte dell’Autore nell’usarlo.
Un’ottima scrittura, una storia che indigna e porta lacrime, che crea oasi di tenerezza e paludi di orrore. Che ha uno stile senza sbavature, senza  supponenze, che ti inchioda lì, pagina dopo pagina fino alla fine.
Un romanzo che denuncia una situazione in cui tutti potremmo trovarci, un giorno, perché il quarto comandamento è quello più ignorato. Ma che è  anche una storia d’amore e una rivincita. 
Un libro da leggere, da divulgare, da rileggere, da  regalare a figli, a nipoti.
E non lo dico tanto per dire.
Credo davvero che sia impossibile che non piaccia a tutti come è piaciuto a me.

Se non lo trovate in libreria (credo che la prima edizione sia pressoché esaurita) basta entrare qui http://www.fernandel.it/ e ordinarlo. A me è arrivato in due giorni. E non si pagano neppure le spese postali.

Marco Salvador è nato il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene, in provincia di Pordenone, dove continua ad abitare.
Oltre a diversi saggi, ha pubblicato cinque romanzi: tre, dal 2004 al 2006, con la casa editrice Piemme (Il longobardo , La vendetta del longobardo, L’ultimo longobardo) e due con Fernandel: questo stupendo La Casa del quarto comandamento (2004) e il recente “ Il maestro di giustizia”.


Chi ancora non lo conoscesse questo Autore, può riempire la lacuna entrando nel suo sito: http://www.marcosalvador.com/




http://www.youtube.com/watch?v=UMtmomHeXvA
postato da: Soriana alle ore 00:29 | link | commenti (8)
categorie: tessitori di parole
mercoledì, 26 settembre 2007

Aggiornamento straordinario


La repressione è cominciata. Da questa notte a Yangon, la capitale del Myanmar,  è  stato istituito il coprifuoco. Centinaia e centinaia di militari presiedono templi e strade.
Sempre durante la notte Win Naing, uomo politico moderato che lotta per la democrazia, è stato arrestato nella sua abitazione di Yangon, così come è stato arrestato anche il più famoso degli attori di Myanmar, Zaganar, che nei giorni scorsi ha sostenuto i monaci.
E apprendo ora dalla trasmissio Radio3 Mondo, in una telefonata di Cecilia Brighi, che da sempre si occupa di Birmania e che si trova ora nella capitale, che un monaco è stato ucciso e che i militari non stanno più lanciando solo gas lacrimogeni, ma stanno sparando sui monaci, e, oltre il monaco ucciso, ce ne sono parecchi feriti.
Mi viene spontaneo, con un groppo di indignazione e rabbia, scrivere  un appello: Governi che vi chiamate democratici: fate qualcosa, subito!!!!!  Non vogliamo che si ripeta la orribile repressione del 1988!!!!! Deve esistere un mezzo (che non sia una guerra per…importare la democrazia), per fermare tutto questo….
Ma un appello del tutto inutile, e ingenuo, il mio...Che certo ho voce troppo debole e non ho alcun potere.

Faccio allora un invito  a tutti i blogger a tener desta l'attenzione dei loro lettori su questo argomento. Questo lo posso fare, con la speranza che qualcuno lo raccolga.
postato da: Soriana alle ore 10:26 | link | commenti (5)
categorie: dall italia e dal mondo

Raccontino divertente (su richiesta di Laura…)

mod. bimbo 1
(Immagine prelevata da:
www.secoli.com)

In un suo commento al mio racconto “Il compleanno di Amalia Gargiulo”, Laura incitava a a scrivere qualcosa di divertente. Ha ragione, Laura. Anche ridere, o sorridere, è essenziale per vivere. Allora spero di accontentarla, e di far sorridere tutti, con questo mio “Quella volta che eravamo andati all’Ikea”, scritto tempo fa.

Ma prima qualche avvistamento in questa notte di primo autunno.

Antonio, mirabile e instancabile capitano di vascello sull’oceano telematico, ci invita a seguire il primo Serial Web. Molto, molto intrigante.
http://reanto.wordpress.com/


in caffestorico.splinder.com il giovanissimo Francesco Giubilei ci segnala una recensione di Renzo Montagnoli al suo primo libro (e per forza che è il primo, ha quindici anni, il Francesco…)

Della eccellente poetessa Cristina Bove la poesia “
Sole” potete leggerla in
armoniadelleparole.splinder.com

news dalla Palestina in
http://conques.ilcannocchiale.it/

una segnalazione importante,
per chi si interessa di scrittura, potete trovarla da Stefy:
http://www.cantodiluna.splinder.com/

Moni Ovadia: è di lui, del suo  ironico e divertente “
Lavoratori di tutto il mondo, ridete” che si discute nella sempre bella e accogliente piazza intitolata
http://www.remobassini.it/blog/index.php

E adesso andiamo all’Ikea. Che qualcosa da comprare si trova sempre.



Quella volta che eravamo andati all’Ikea

Mio nonno non mi dice mai di no. Che poi lui non è neanche mio nonno nonno, ma il terzo marito di mia nonna, che io quindi c’avrei come tre nonni maschi più nonno Carlino, il papà di mia mamma, che così sono quattro. Ma lui abita a Milano e viene solo a Natale.
Il mio nonno primo è morto che mio papà aveva sei anni: è caduto dall’albero in giardino e lì non c’era nessuno, ma il suo cane si è messo ad abbaiare forte e dopo è arrivata mia nonna e così l’ha visto. Delle volte io mi stendo in giardino e faccio finta che non respiro, ma Toby mi passa lì vicino e non fa niente. Il mio nonno secondo si è dirvo…si è separato da mia nonna perché lei non lo faceva mai uscire neanche per il bar, mi ha detto mia mamma. E poi lui andava dietro le sottane, che deve essere qualcosa di brutto, perché la nonna quando lo dice si arrabbia, ma io non so cosa vuol dire.
Ma il  mio nonno terzo è proprio forte. Lui è arrivato dopo di me, e sono l’unico a scuola che ha un nonno che è arrivato dopo. Quando si è sposato con mia nonna io avevo tre anni e ho fatto il paggetto. Però non me lo ricordo. Mio nonno si chiama Adalberto, ma lo chiamano Alberto. Il suo amico Franco lo chiama Ada e mio nonno si arrabbia. Ma fa solo finta. Mio nonno non mi dice mai di no. Quando mi porta a scuola mi compra sempre il Kinder, anche se mia mamma non vuole perché dice che sono tutte porcherie. Così noi due abbiamo un segreto e io a scuola ho il Kinder come gli altri. Lui mi fa vedere anche la televisione, quando mia mamma lavora e mia nonna dorme di pomeriggio, che anche la televisione mia mamma dice che è una porcheria e che i bambini devono giocare e che diventiamo tutti scemi con quella televisione lì. Così noi due abbiamo un altro segreto e ci guardiamo i Simpson, e dopo diciamo che abbiamo giocato a Monopoli e mia mamma è tutta contenta. E poi mi ha comprato anche uno zaino per la scuola bellissimo, era il più bello di tutto l’Iper, così adesso in seconda i miei amici non mi hanno detto buuu che brutto come in prima, che me lo aveva comprato mia mamma e non era di nessuna marca. È costato moltissimo, ma lui era tutto contento e dopo abbiamo fatto le corse in macchina. A lui è morto un bambino piccolo e gli è morta anche la moglie -non mia nonna- ma adesso ci sono io e lui dice che sono il suo omarino.
Quando ero piccolo e andavo ancora all’asilo lui si era perso, ma io l’ho ritrovato, per fortuna. E’ stato quella volta che io e mio nonno eravamo andati all’Ikea, perché lui voleva che io lo aiutavo a scegliere la scrivania, perché da solo non era capace. Lì è tutto grandissimo e lui mi ha detto:
“Stammi sempre vicino, Ragnetto,” -perché quando ero piccolo mi chiamava Ragnetto-“se ti perdi è un casino, con tutta ‘sta gente.”
E io gli ho detto:
“Non devi dire casino, la mamma si arrabbia, è una parolaccia. Si dice confusione.”
Lui mi ha dato uno schiaffettino sulla testa, ma non mi ha fatto male, e siamo andati a vedere la scrivania.
Intanto lui ha cominciato a parlarmi del Bologna, e di quella volta che avevano detto che i giocatori avevano preso la droga, e allora gli volevano togliere dei punti e lui si era arrabbiato tanto perché era una bugia e aveva scritto tanti bigliettini di auguri con una letterina blu e una rossa, e poi li aveva portati a casa dei giocatori. Quando mio nonno comincia a parlare del Bologna non finisce più, e se gli chiedi come si chiama non lo sa dire.
Così io gli ho detto:
“Nonno, stai attento, vai a sbattere contro le persone!”
Ma lui niente, ha raccontato della prima volta che il Bologna era andato in B e lui si era messo a piangere.
Io ho avuto paura che si mettesse a piangere anche lì, e gli ho detto:
“ Dai, nonno, dobbiamo vedere la scrivania, te la scelgo io, non preoccuparti.” Che poi io allora ero piccolo e non dicevo scrivania, ma scivania.
Quando siamo arrivati lì c’era una signorina bellissima, che mi sembrava la fata dei cartoni  e il nonno ha cominciato a lisciarsi tutti i capelli –che non è che ne ha tanti- e ha fatto una voce strana dicendo buonasera signorina mi aiuti a scegliere una bella scrivania sa io scrivo.
E io ho pensato che lui aveva detto che lo dovevo aiutare io e che la scrivania serviva per nascondere la cassaforte del mio papà
“ Ma nonno, avevi detto che ti aiutavo io “ ho cominciato a dirgli, ma ho visto che lui non mi voleva proprio ascoltare. La signorina era lì che doveva comprare delle sedie, e mentre mio nonno parlava lei sorrideva come un gatto e non era più pallidina come prima, ma era diventata tutta bella rosina. e poi ha detto:
“ Ma che bel bambino, è suo figlio?”
E mio nonno ha detto di sì.
Allora io ho detto:
“Nonno non si dicono le bugie!”   
E lui ha detto:
“Ma stai zitto, sciocchino!”
Allora io mi sono allontanato un po’ e di nascosto sono andato sempre più lontano. Però ogni tanto mi giravo, ma lui niente continuava a parlare con la signorina.
Così ho incontrato un uomo con il grembiule e gli ho detto che mio nonno Adalberto Rossini  si era perso e se potevano per piacere chiamarlo al publifono, come al mare.
E quando è arrivato, mio nonno era bianco bianco e mi ha preso in braccio.
E’ stato così che quella volta ho ritrovato mio nonno che si era perso.




E per continuare a sorridere (sempre che abbiate sorriso) questo delizioso cartone animato: Pluto, combattuto fra Bene e Male. Volete sapere quale forza vince? Ciccate qui:

http://www.youtube.com/watch?v=d9Y3rK0Aywc
postato da: Soriana alle ore 01:24 | link | commenti (4)
categorie: la mia scrivania
lunedì, 24 settembre 2007

Ci sono religiosi & religiosi...

20070922_173015_6C99BE14Già ieri sera avevo intenzione di parlarne, ma non ho avuto il tempo per documentarmi. La  decisione di affrontare questo argomento è stata poi rafforzata oggi, leggendo il post di Patrizius, che trovate qui: http://poetaperdere.splinder.com

Come molti sapranno in questi giorni migliaia di monaci buddisti stanno protestando contro lo spietato regime militare che opprime da decenni lo stato del
Myanmar. Alla notizia, questa volta, i mass media hanno dato grande visibilità, e la cosa mi ha piacevolmente stupito, visto che poco si parla, in genere, di questo Paese, di questa ex Birmania dove si perpetra quotidianamente ogni tipo di violazione dei diritti umani. Così come, sempre a proposito di monaci buddisti, ben raramente si leggono notizie degli eccidi, delle torture e delle vessazioni che questi  subiscono in Tibet, da più di cinquant’anni, da parte del governo cinese.

Già dal 19 agosto scorso la popolazione, insieme a centinaia di monaci,  aveva cominciato a scendere nelle strade per protestare contro il caro-vita (pensate che la benzina è aumentata del 500%, portando come è logico una pioggia di aumenti su tutti i generi di consumo). Ma ora il numero dei partecipanti è aumentato tantissimo, ai monaci si sono aggiunte, forse per la prima volta, anche le monache  e proprio di oggi è la notizia che vi partecipano anche alcuni parlamentari, intellettuali e personalità dello spettacolo. Si parla di 10.000 monaci buddisti e 10.000 civili riuniti davanti alla pagoda Sule, che sorge nel centro della capitale, l’ex Rangoon.
E io spero davvero che da tutto questo possa nascere una svolta positiva, perché la vita, nell’ex Birmania, non è certo facile.

Da qualche anno il Myanmar è diventata una meta turistica. Ma chi vi si reca e soggiorna negli alberghi di lusso sulla costa, e si aggira nei templi scattando foto da far vedere bellamente agli amici a casa, sa veramente cosa succede in quel Paese?
In Myanmar vige un regime militare che governa tramite il terrore; il premio Nobel per la Pace
Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni libere è agli arresti domiciliari da allora; si utilizza il lavoro forzato di milioni di persone, anche vecchi e bambini, che molto spesso appartengono a minoranze etniche, e che vengono obbligati a costruire strade, ferrovie e altro in condizioni assolutamente disumane. E ancora: l’ex Birmania è il Paese con il più alto numero di bambini soldato al mondo (circa 50.000), perché pure i bambini vengono costretti ad arruolarsi. Per non parlare della pratica della tortura che viene utilizzata sui prigionieri politici. Ma, purtroppo, il Myanmar non è certo il solo Paese al mondo ad applicare la tortura. Come ben sappiamo anche grandi paesi cosiddetti democratici se ne servono.

Ecco, vorrei che su questo si riflettesse: molte volte, quando andiamo in giro per il mondo, non ci rendiamo ben conto di dove siamo veramente, non ci rendiamo conto (e a volte facciamo finta di non saperlo, perché ci fa comodo) che sotto l’apparente bellezza, sotto quello che a noi pare meravigliosamente esotico, si nascondono morte e orrore. Forse, prima di recarsi in vacanza, bisognerebbe documentarsi meglio, e fare anche delle scelte sulle destinazioni dei nostri viaggi.

E mi preme aggiungere anche questo: mentre i nostri ministri di culto, a cominciare dal loro capo supremo, assisi sui loro scranni più o meno imponenti, fanno udire la loro voce per condannare  cose come l’aborto (anche quando il concepimento avviene in seguito a uno stupro), le unioni fra i gay, la ricerca sulle cellule staminali, la libertà di scegliere una morte dignitosa, altri religiosi, quei monaci buddisti, fanno ben altro. La loro voce si leva in difesa di un popolo oppresso, e con quel popolo scendono nelle strade. “Questa è una battaglia fra dhamma e ahdhamma" –cioè fra giustizia e ingiustizia-, si legge sui volantini che i monaci distribuiscono nelle strade. Hanno mai fatto questo, i nostri sacerdoti? Lo hanno mai fatto, tutti insieme, voglio dire, quando i loro paesi di appartenenza erano strangolati da becere dittature?
Beh, a me non risulta.
Ma forse sono io a non conoscere bene la Storia.



http://www.youtube.com/watch?v=2ckRHsnwJi4
postato da: Soriana alle ore 19:01 | link | commenti (9)
categorie: dall italia e dal mondo
domenica, 23 settembre 2007

E loro continuano a spendere e a perder tempo...

Rame(www.francarame.it/node/536)

Missione Uranio? No, solo una gita – (di Stefania Divertito)

Tutti in aula, al Senato, a votare sulla Rai, e poi in volo a Lecce. La missione della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito è stata fissata su proposta del senatore Rosario Costa, Forza Italia, che nella città pugliese è - in senso letterale - di casa. Ecco il programma: arrivo nel pomeriggio, trasferimento in prefettura, incontro con le famiglie delle vittime, visita al poligono di Torre Veneri e oggi il rientro.

Pochi minuti prima della partenza a far scoppiare la bomba è stata la senatrice Franca Rame, componente della commissione ma non della delegazione.
«Macchè missione, è una gita. Partono con volo di Stato».
Volo di Stato? Il tema è di attualità. Va approfondito. Per andare ai poligoni sardi, a luglio, fu utilizzato un volo di linea. I 5 senatori (la presidente Menapace, Costa, Bulgarelli, Ramponi e Valpiana), due segretari e il consulente balistico Paride Minervini.  Ieri invece hanno usato un volo di Stato partito da Ciampino.

 «Cosa c’è di strano? - ci risponde al telefono la senatrice Valpiana, appena atterrata - siamo qui per il Senato».
E perchè l’albergo ve lo pagate voi?
«Come? Ce lo paghiamo noi?...».
E dopo un minuto:
«Lo apprendo ora».
 Metro, dopo aver telefonato ai migliori alberghi di zona, ha scoperto che al Grand hotel Tiziano sono state prenotate 6 suite presidenziali. Qual è l’obiettivo della missione? In primis ascoltare le famiglie dei militari. Strano però che Salvatore Antonaci, di Martano, nel leccese, papà-testimonial che nel 2000 ha perso suo figlio Andrea, neanche era stato messo al corrente dell’incontro.
«Dopo molte insistenze mi hanno fatto raccontare la storia di mio figlio»,- ci ha detto.
 Stamattina ci sarà la conferenza , poi la visita al poligono. Dallo Stato Maggiore ci dicono che a Torre Veneri si svolgono esercitazioni con armi portatili e carri con munizioni inerti. Nulla di più lontano dall’uranio.
Senatore Costa, che ci andate a fare al poligono?
«A verificare che non si usi l’uranio».
Quindi controllerete tutti i poligoni d’Italia?
«Se necessario sì».
Speriamo non con voli di Stato.
«Non badiamo a questi aspetti logistici. Abbiamo cose più importanti di cui occuparci».  
 
Rame: "La commissione mi imbarazza.
Sa quanto avrebbero speso con il volo di linea? 4.950 euro. Sono indignata".
Uranio impoverito, diritti dell’infanzia e sprechi della politica sono le battaglie che vedono in prima linea la senatrice Franca Rame. Ma anche chi la conosce bene sostiene che è stato difficile in passato vederla arrabbiata come era ieri.

Senatrice perchè non è andata a Lecce?

- Non sono stata invitata.

La presidenza della commissione sostiene che sono stati invitati tutti i commissari.

- A me non è arrivato alcun invito. Di questa gita è stato discusso giovedì scorso. Io non c’ero, e la mia assenza ai lavori in commissione è una rarità. Poi nessuno mi ha informata.

Ha detto gita?

E come la vuole chiamare?
Mi dica lei..
Vanno col volo di Stato. Quanto costa ai contribuenti? In tempi come questi, ... Sono veramente imbarazzata. Di questo viaggi a casa Costa avevano parlato prima dell’estate ma non era stato deciso nulla. Poi per caso me lo ha detto mercoledì Bulgarelli. Che le devo dire.. questa commissione continua a perdere tempo.


E qui un video che ci...azzecca, e come!  Comunque, ugualmente, buona domenica a tutti.


http://www.youtube.com/watch?v=YD5va_R3kAI
postato da: Soriana alle ore 09:11 | link | commenti (8)
categorie: storie vere
sabato, 22 settembre 2007

Amalia e il suo Virgilio

tortaZucca Prima qualche avvistamento.
E poi  un mio racconto. Sarei contenta che lo leggeste e mi diceste il vostro parere: accetto di tutto, anche gli…schiaffoni. Telematici, è ovvio…Ah, c'è anche una ricetta, nel racconto. Di questa torta qui a fianco (o quasi).

Sono sempre belle le poesie di Claudio Arzani, ne trovate una qui: arzaniclaudio.splinder.com

piumedifarfalla.leonardo.it/blog: Rita ci dice qualcosa sull’Isola dei famosi. Dal punto di vista di chi non è famoso, ma che a quell’isola appartiene davvero.

E’ sabato! Perché non preparare un bella mussaka con la ricetta che ci regala Cinzia
 Pierangelini
? Qui tutte le istruzioni: cochina63.splinder.com/

LEGA BLOGGER LETTERARI MAGAZINE:  è uscito il primo numero! Lo trovate su un tavolino del caffé di Francesco Giubilei all’indirizzo:caffestorico.splinder.com

 E per finire: Vecchia Roma,  uno struggente racconto di Laura Costantini e Loredana Falcone: da  www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=45&c=21&det=2664

Sempre su Arteinsieme lo  splendido L'autore resta ignoto, ma chi ci narra questa storia ignoto non è: perchè ancora una volta, a donarci emozioni attraverso i suoi racconti, è Renzo Montagnoli: www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=4&c=11&det=2675


Ed ecco il mio racconto.



IL COMPLEANNO DI AMALIA GARGIULO

    Amalia Gargiulo compiva quel giorno settantacinque anni e da dieci era vedova. Nonostante i figli fossero lontani e lei vivesse sola, nella casa poco fuori dal paese, sembrava non avvertire mai il silenzio che incombeva nelle stanze: da quando il marito era morto aveva preso l’abitudine di parlargli, di consultarsi con lui per ogni piccola cosa, di raccontargli dell’orto, della vicina che aveva raggiunto il figlio a Torino, della sagra del paese che quell’anno aveva attirato gente anche dalla costa. Ma soprattutto tirava fuori, parlandogli, tanti ricordi della loro vita comune.
    Erano discorsi che lei gli faceva dentro di sé, in silenzio; ma a volte le scappava una risatina, o un sospiro lieve. Poi, quando telefonavano i figli dall’America, raccontava al marito dettagliatamente, e ad alta voce, tutto quello che si erano detti.
“Salvatore ha comprato una casa più grande. Sua moglie ha smesso di lavorare, adesso lui guadagna di più. Pietro ha portato i suoi figli in campeggio, e il piccolino si è rotto un braccio, ma non ti preoccupare, non è stato niente. Linda si è fidanzata. Lui è di Nuova York, lavora in banca, è un bravo ragazzo. Speriamo che questa volta vada tutto bene, che dici?…”

    Linda era nata tardi; da subito era stata ribelle, non si voleva attaccare al seno, piangeva notte e giorno. E anche quando era cresciuta sembrava sempre chiedersi cosa c’entrava lei, in quella casa di vecchi, che dopo più di trent’anni di vita negli Stati Uniti non ne avevano per niente assimilato la cultura, e si ostinavano a parlare ancora in italiano, ed erano diffidenti e riempivano di domande imbarazzanti tutti gli amici che lei portava a casa, dicendole poi sempre, quando se ne uscivano, che nessun ragazzo americano poteva valere come un bravo ragazzo italiano. Così Linda aveva smesso di portare a casa chicchessia, si era chiusa in un feroce mutismo, interrotto solo da commenti sarcastici su alcuni comportamenti dei suoi: la messa tutte le domeniche, la benedizione annuale della casa, il rosario a maggio, di famiglia in famiglia; loro e tutti i loro amici, diceva Linda, non si rendevano conto di quale fortuna fosse vivere in quel paese stupendo, e come fosse importante essere uguale agli altri, e modernizzarsi. Amalia non capiva molto il senso di quello che la figlia diceva: lei pensava che le tradizioni erano tutto quello che la teneva legata alla terra; le tradizioni, la lingua, anzi, il dialetto, davano una concreta continuità alla sua vita.
Con il marito non parlava mai dei problemi di Linda, o di Salvatore e Pietro. La donna doveva occuparsi delle questioni dei figli, così le aveva insegnato sua madre, e all’uomo spettava il compito di portare a casa i soldi e di mantenere la famiglia.
    A dire il vero, Amalia si era resa conto solo davanti alla bara del marito che durante la loro vita in comune non avevano mai parlato molto, lei e Virgilio. E allora, quel giorno, in chiesa, un fiume di parole era scaturito dalle sue labbra. Gli aveva sussurrato l’amore che non gli aveva mai detto, l’orgoglio per quello che lui era riuscito a realizzare, la tenerezza e la pena che aveva provato per lui ogni volta che era rientrato a casa distrutto dal lavoro.
La gente in chiesa l’aveva guardata con emozione; poi qualcuno l’aveva dolcemente allontanata e riportata fra i banchi.

    E così, dopo la sua morte, Amalia aveva preso l’abitudine di parlare con il marito defunto. Ripercorreva con lui tutta la loro vita, e lo aggiornava sulla vita attuale. Non aveva rimpianti. Anche se fra loro non c’erano mai state troppe parole, c’erano stati i gesti, gli atti, le cose concrete: il catino con i sali rinfrescanti quando lui ritornava con i piedi infiammati dal suo lavoro di cameriere, l’aiuto economico con cui Virgilio aveva sostenuto la suocera, rimasta in Italia, che gli era costato ore di straordinari. E il silenzio saggio di Amalia quando il marito aveva preso una sbandata per una compagna di lavoro.

    “ Come si chiamava? Jennifer, vero? Tu pensavi che non me ne fossi accorta, ma lo avevo capito, sai! Tornavi a casa, dopo poco che lei aveva cominciato a lavorare con te, e mi parlavi, mi parlavi! Jennifer ha detto, Jennifer ha fatto, oggi Jennifer è andata… Strano tutto questo parlare, per te… Poi non hai più detto niente, ma venivi a casa con gli occhi brillanti come cocci di vetro nero al sole, e ci tenevi al vestire come mai avevi fatto. Che dovevo fare?… solo tacere ed aspettare che ti passasse! Un’americana…. Ma io sapevo che se fossi morto tu prima di me, ci sarei stata io al tuo letto di morte... Sapevo che volevi veder crescere i tuoi figli nella tua casa, e che quella storia era per te solo una boccata d’aria in quella vita dura che facevamo. Bastava far passare il tempo, e quella pazzia, la vampata che ti aveva preso la testa se ne sarebbe andata.
    Poi, ricordi, una sera sei tornato a casa che sembravi come impolverato, non so, eri un po’ più stanco del solito, gli occhi non ti brillavano più. Hai messo i piedi a bagno nella bacinella e dopo un po’ hai detto:
“ Sai, quella Jennifer si licenziata. Va a lavorare in California. Glielo ho trovato io, il posto. Ti ricordi Ermanno? Ha aperto un ristorante a San Diego… Meglio così.”
Non ti ho chiesto perché era meglio così. Sapevo che era finita. E che non ci sarebbe stata mai più un’altra donna.”

    Quando erano partiti per l’America erano tutti e due giovanissimi. Il viaggio lo avevano fatto subito dopo il matrimonio, il destino che li aspettava era incerto. Ma certo, e parlava di fame, era il destino che avrebbero avuto se fossero restati in Italia.

    “ Avevamo poco e niente, eh, Virgilio, ma la voglia di fare certo non ti mancava!
Salvatore è arrivato subito, in tre eravamo stretti in quella stanzetta dove il sole entrava grigio e di ovatta. Ti ricordi, ti ricordi quelle scale, strettissime e ripide, mi facevano venire in mente le scale della nostra torre, al paese, ma quelle là erano sempre sporche, e c’era una puzza che mi tornava sempre in bocca. Per fortuna c’erano tanti altri come noi, ti eri fatto tanti amici; poi c’era tuo cugino che ti aveva trovato il primo lavoro: scaricare le casse di pesce al porto.
L’hai sempre odiato quel trasportare tutte quelle cassette per ore e ore, con quell’odore che ti si infilava addosso dappertutto, e con la lingua che ancora non capivi… Poi tornavi a casa, ti lavavi furiosamente, e anche a tavola ti annusavi come un cane, le mani, sotto le unghie, le braccia. E non dicevi mai niente.
Quella volta che Salvatore è stato tanto male, e il medico non arrivava, e non c’erano i soldi per l’ospedale, ti ho sentito piangere, al gabinetto; cercavi di soffocare i singhiozzi, di confonderli con dei colpi di tosse. Ho messo la mano sulla maniglia della porta, poi ho capito che se avessi aperto tu non ti saresti più sentito un uomo. Ma adesso posso dirtelo: eri il mio uomo, e un uomo, quando è uomo vero, può anche piangere.”
 
    Poi Virgilio aveva trovato lavoro al ristorante italiano. E le cose erano decisamente andate meglio. Non lussi, ma la sicurezza, e una casa più grande, due balconi pieni di fiori, luce a fiotti, il sole che scherzava sui riccioli di Salvatore mentre giocava sul pavimento con le macchinine. Ed era arrivato il secondo figlio. La fatica, il sudore erano ancora compagni di vita, ma la speranza di un futuro vivibile era lì, concretizzata.

    “ Con la prima paga mi avevi comprato un vestito. Non mi avevi mai regalato nulla, neanche una sciocchezza da poco. E quando me lo hai visto addosso mi hai detto che con quella stoffa a fiori ero bella come un campo di maggio. Era il primo complimento che mi facevi. Hai girato subito la faccia, ma ho visto che eri diventato rosso. E anch’io mi sono toccata le guance ed erano calde. Quella notte abbiamo concepito Lauretta. E’ stata una notte diversa, siamo stati insieme in un modo diverso, ti ricordi, c’era tanto calore, poi, sì, ricordi? per la prima volta hai voluto tenere la luce accesa, e mi mangiavi con gli occhi.
 Lauretta, la Lauretta nostra. Il nostro angelo. So che adesso vi tenete per mano e che non c’è più quel male che ha riempito la casa allora e che mi ha fatto quasi diventare pazza.”

    Lauretta era nata nel grande ospedale della città, ma qualcosa era andato storto, e una minuscola bara aveva sostituito la vecchia culla che aveva già ospitato i suoi fratelli. Tornata a casa Amalia si era chiusa in se stessa, i due maschi ignorati, un rifiuto ostinato di mangiare. Virgilio aveva chiamato la moglie di suo cugino ad assisterla: a lui non permettevano di rimanere a casa dal lavoro. Tutte le sere le portava dal ristorante i piatti migliori; senza parole, ma accarezzandola, passava ore ad imboccarla Poi la teneva abbracciata tutta la notte, mentre lei se ne stava ad occhi aperti, nel buio, sentendosi una voragine senza fondo nel ventre.

“E’ stato il momento più brutto della nostra vita, Virgilio. Comunque, senza di te, non ci sarei riuscita ad andare avanti. Anche se non te l’ho mai detto. Tu, Virgilio mio, hai tirato fuori tutta la tua tenerezza, nascondendo il tuo dolore. Forse anche per questo, quando c’è stata la storia con quell’americana, ti ho lasciato fare.”

    La ragazza, perché era ancora una ragazza, senza le rotondità della donna fatta, e le sue sicurezze, era entrata nel ristorante in un giorno di vento, e il leggero lampadario all’entrata aveva tintinnato. Virgilio aveva alzato gli occhi dal tavolo che stava apparecchiando e aveva incontrato uno sguardo azzurro intenso, bellissimo. Il corpo smilzo, la cascata di capelli biondi, non li aveva visti: solo quello sguardo l’aveva come incatenato, risucchiato. Erano passati minuti prima che potesse parlare, mentre lei si toglieva la pesante giacca di lana, si incamminava verso di lui e si presentava.
“Sono Jennifer, devo cominciare a lavorare oggi.”
Poi era successo tutto in fretta. Si era sentito, i primi giorni, un tumulto mai provato, che lo faceva tremare quando lei arrivava al lavoro, che lo faceva sorridere di tenerezza davanti alle timidezze della ragazza, che lo costringeva a fare bene attenzione se non voleva commettere qualche errore nel suo lavoro. Gliela avevano affidata perché lui le insegnasse il mestiere, ma presto, prestissimo, dal ruolo di maestro era passato a quello di amante. Era durata tre mesi. Poi un pomeriggio, mentre lei dormiva fra le sue braccia, nella camera che Jennifer aveva preso in affitto, si era chiesto cosa ci facesse lì. Stava facendo del male a quelle due donne. A sua moglie, che non se lo meritava proprio, e a quella splendida ragazza, che aveva diritto a qualcosa di più di un uomo sposato con due figli, troppo più vecchio di lei, e non in grado di darle un futuro. Sua moglie era una brava donna, una brava moglie. Lui sospettava che avesse capito qualcosa: uno sguardo un po’ triste quando lui rientrava, una sorta di pudore quando stavano insieme. Poi i figli…
Doveva chiudere il suo sogno, spegnerlo cercando di creare meno dolore possibile. Jennifer aveva un progetto: andare a vivere in California, con lui. La doveva convincere ad andarci da sola.
Il cuore gli si era accartocciato per un po’. Solo una volta le aveva telefonato per sentire come si era sistemata. Lei aveva detto O.K. va tutto bene. Poi si era messa a piangere.
Una cosa così non doveva più succedere.

    Quel giorno Amalia compiva settantacinque anni e aveva deciso di festeggiarsi preparando una torta.
Prima di tornare a vivere in Italia, dodici anni prima, avevano fatto una grande festa d’addio. Avevano invitato tutti gli amici del vecchio quartiere, anche se loro da qualche anno abitavano in un sobborgo, in una villetta al centro della zona residenziale. Virgilio era diventato socio del ristorante, e si erano potuti permettere tante più cose.

    “La nostra casa era bella, Virgilio: aveva anche due bagni, e tutto era merito tuo. Avevi lavorato tutta la vita per darci tutte queste cose! Ti eri portato i miei sogni nella tua testa e nelle tue braccia e da lì li avevi fatti uscire. Linda continuava a dire che anch’io avevo fatto tanto, ma io non ho mai capito cosa…. Ti preparavo i pranzi, ti tenevo pulito, ho tirato su i figli… Ma non era quello che dovevo fare?…
Sai, a quella festa mi sono sentita una regina! La cucina piena di cibo, i figli grandi, il giardino della casa pieno di gerani, i nipoti che mi correvano intorno: nonna, ho sete, nonna, un biscotto, nonna, guarda il mio disegno….E gli amici che ridevano forte, le bottiglie di vino che brillavano al sole…Che giorno, Virgilio… Uno dei giorni più belli della mia vita… Anche se ormai, a me, non m’importava poi tanto ritornare al paese; anzi, lasciare i figli, i nipoti, mi rompeva un po’ il cuore, ma quello era il tuo desiderio, ed era giusto così. E i dolci, i dolci di quel giorno te li ricordi?….Avevo lavorato una settimana per cucinarli! Il più buono, il tuo preferito era la torta di zucca, ed è quello che farò oggi, ho già comprato tutto.”

    Amalia si diresse verso la credenza di noce, dove teneva riposte tutte le vecchie ricette che l’avevano accompagnata per una vita. Trovò quella che cercava e inforcando gli occhiali cominciò a leggere lentamente, a mezza voce:

500 gr. di zucca gialla
200 gr. di maizena
150 gr. di zucchero
Una bustina di lievito in polvere
Un pizzico di sale
Due cucchiai di olio
Cinque uova
Mezzo litro di latte
La scorza grattugiata di un limone


Cuocete la zucca per un quarto d’ora in un po’ d’acqua leggermente salata, poi sgocciolatela e passatela in un setaccio fine per ottenere una purea piuttosto asciutta. Aggiungete la maizena, il lievito, lo zucchero, il sale e l’olio, poi unite le uova, una alla volta, e, a filo, il latte, tutto sempre sbattendo. Aromatizzate poi l’impasto con la buccia di limone e versatelo in una tortiera profonda, dopo averla bene imburrata. Infornate a temperatura medio-alta per circa tre quarti d’ora.

    Amalia posò la ricetta sul tavolo e si accinse a preparare il dolce. Ormai, per sé non cucinava più tanto, la sera un caffelatte, a pranzo un piatto di pasta e un po’ di verdura. Ma oggi era contenta di fare quella torta. Il prossimo anno, il prossimo compleanno…

    “ Virgilio, quando penso di venire da te e dalla piccola non ho paura, delle volte nelle notti buie l’idea mi consola. Ora poi tutti i figli stanno a posto. Anche Linda, quel ragazzo, quello della banca, ha detto che la vuole sposare, e ad agosto lei lo porterà qua, a casa. Con Linda forse abbiamo, no, ho sbagliato. Dovevo ascoltarla di più, capire che lei era americana, ma ero già vecchia, e i fratelli erano già fuori casa. Linda ha passato tanti brutti momenti, tanti dolori, uomini cattivi. Ma adesso la sento contenta, e anche lei è a posto, adesso.”

    Mentre mescolava gli ingredienti prese a cantare, sottovoce, un po’ stonata:
“Io te vojo bene assaie
ma tu non piense a me…”
Qualcuno in paese diceva che era un po’ matta, qualcuno l’aveva sentita parlare da sola e sorridere. Le erano arrivate delle voci, ma non ne capiva il motivo. Lei parlava con il suo caro marito, che c’era di strano?

    Quando il dolce si fu raffreddato Amalia lo tolse dallo stampo, poi lo mise in un sacchetto di carta insieme ad un coltello. Entrò nella camera da letto e dall’armadio tolse un vestito a fiori, nero, con petali rossi e gialli e viola, e foglie di verde tenero.
“Vedi, Virgilio, il mio corpo è vecchio, la carne si è come seduta, ma il vestito mi va ancora bene…”
Risentiva il calore di quel giorno, e di quella notte, la voce di Virgilio che le sussurrava roca : “Quanto sei bella, quanto sei bella….” Sentiva le sue mani impazienti fra i capelli sparsi sul cuscino.

    Era ormai il tramonto, ed era l’ora era giusta per andare. Uscì di casa, col suo sacchetto stretto al cuore, e si avviò verso sinistra, dove la strada terminava in faccia al grande cancello. A quell’ora era già chiuso, Amalia lo sapeva, ma lei conosceva un piccolo pertugio, sul retro, dal quale poteva passare facilmente.

    C’era un grande sole rosso che stava calando, e pennellava d’oro le croci, le vecchie fotografie stinte e le lapidi di pietra. Lentamente Amalia arrivò alla tomba del marito. Accarezzò con gesto gentile la sua fotografia. Raddrizzò un fiore. Poi si sedette sulla lastra tombale, tirò fuori il dolce e cominciò a tagliarlo.
“Vedi, ho fatto il tuo preferito, ora lo sentiamo …”
Cominciò a mangiare, con piccoli morsi delicati, gli occhi fissi sulla fotografia del marito.
“Che bello che sei, Virgilio, sei sempre stato il più bello di tutti, anche là, in America!”
Si sciolse i capelli, con un gesto morbido e stanco.

    Il custode, poi, quando ne parlò, disse che per alcuni minuti, prima di toccarla, avrebbe giurato che stesse dormendo. Un sacchetto di carta era vicino a lei, e un grosso pezzo di torta insieme ad un coltello sporco di briciole.

    Nel mortaio sul tavolo della cucina trovarono un residuo di polvere bianca.

    Nessuno seppe mai spiegarsi dove si fosse procurata tutto quel sonnifero.


(da “Donne, ricette, ritorni e abbandoni” Pendragon 2005)

E ora un omaggio a quel Sud dove Amalia e Virgilio erano tornati, per rimanervi per sempre. Una canzone che ha avuto anche per me anni fa molto significato. Ma questa è un’altra storia.

http://www.youtube.com/watch?v=PkZW2cjRUCY
postato da: Soriana alle ore 01:01 | link | commenti (12)
categorie: la mia scrivania