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venerdì, 31 agosto 2007

Di altri e di me

pistacchio_lettera22

Call center: se ne parla molto quando si affronta il problema del precariato. Ma, come ci racconta Sabrina Campolongo, (balenebianche.splinder.com/)  i call center possono anche essere esperienze che acuiscono la sensibilità.


in piumedifarfalla.leonardo.it/blog
Rita continua a riflettere sui sette vizi capitali: ha iniziato a lasciarne appunti dal 7 agosto. E oggi parla dell’avarizia. Consiglio vivamente anche una lettura retroattiva.

Il grigio della noia: in armoniadelleparole.splinder.com
Renzo Montagnoli ci propone un’altra sua recensione che credo valga quanto il libro che ne è oggetto.

//reanto.wordpress.com/
Un argomento affrontato pure da altri bloggers: lavavetri.
Antonio ne accenna solamente: per lasciare spazio a ogni possibile commento

La nostra prof tornata dalla Capitale, ci delizia con i suoi appunti di viaggio. Qui: //laprof.splinder.com/

E se volete leggere una appassionante storia vi comunico che su http://lestoriedilauraetlory.splinder.com
è online il nono capitolo di
Le colpe dei padri. Non perdetelo!

Poi voglio mettere qui anche questa dichiarazione rilasciata da Fulco Pratesi, che ho trovato in: http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/cronaca/caccia/caccia/caccia.html
Per Fulco Pratesi "con assoluta mancanza di coscienza e senso di responsabilità, la Toscana autorizza la preapertura ad anatidi quali alzavola, germano reale e marzaiola, mentre nelle Marche si può sparare a mestolone e marzaiola".
Insieme a 14 specie di uccelli selvatici tra gli animali che rischiano l'estinzione e che possono essere cacciati c'è anche la lepre italica.
Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate della caccia. pollice verso o no?

N.B.: Io posto di notte, quasi sempre. I blogger per bene no, in genere lo fanno dall’alba al tramonto, più o meno. Ecco perché i miei avvisi risultano sempre in ritardo di un giorno. D’altra parte, alla mia veneranda età, è difficile cambiare abitudini…

E ora qualcosa su di me:
Tempo fa partecipai a un concorso, dal titolo inquietante: Concorso in omicidio. Poi non ne seppi più nulla. Normale, questo: la maggior parte dei concorsi avvisano solamente vincitori e selezionati.  Ma, mesi fa, girellando in rete, non so come, vidi che era stato invece selezionato e pubblicato, con altri, in e-book. Non ero stata avvertita, nessuna mail, nessuna telefonata, nessuna lettera. Però, proprio per questo, la sorpresa fu più piacevole…

Perché scrissi questo racconto non saprei dire. Abbastanza lontano dalle storie che di solito racconto. Forse, a pensarci bene, è perché considero i miei personaggi qualcosa altro da me, entità autonome dotate di vita propria. Più volte mi è capitato di avere una storia in testa, con tanto di conclusione già delineata chiaramente, e poi…zacchete, il personaggio prendeva tutto un altro percorso. Ma potrete capire meglio queste mie parole andando a leggere:

Presentazioni


La biondina era lì, anche in quel pomeriggio ambrato.
In fondo alla sala, il corpo diritto contro la parete bianca, il mento alzato, lo sguardo attento.
Non si sedeva mai. E sempre se ne andava subito dopo l’inizio degli  applausi.

L’aveva notata fin dalla prima volta. Gli aveva ricordato qualcuno, ma non era riuscito a farsi venire in mente alcun nome. Non è che ci avesse pensato a lungo: c’erano gli amici, il cronista del quotidiano locale, sua madre in prima fila con gli occhi lucidi, il padre con il vestito buono, la Tina con lo sguardo sgranato.
E il suo libro fragrante di stampa sul tavolino, che gli faceva accelerare i battiti del cuore. La sua prima pubblicazione: copertina bianco lucido, titolo in blu, riproduzione azzurro pallido di un airone, 186 pagine. Risultato di sette mesi della sua vita passati a battere i tasti traballanti dell’Olivetti comprata in una bancarella, con i Beatles in sottofondo che cantavano Yellow Submarine dal mangiadischi arancione, con la madre che gli portava carezze e caraffe di spremute.
“Il mondo che vorrei” sarebbe poi stato definito, negli anni, la sua “Opera prima”. Con la “o” maiuscola.

Nel soleggiato pomeriggio d’ottobre, tanti anni dopo, lei era ancora lì. Di nuovo con quell’antiquato montgomery blu con gli alamari di legno, il maglioncino a collo alto, la frangetta che si gonfiava sulla fronte, la diritta riga tracciata sulle palpebre con l’eye-liner nero, così netta che si vedeva anche da lontano. Fuori stagione e fuori tempo.
C’era molto pubblico, c’erano pochi amici, c’erano tanti cronisti. Erano presenti esponenti di diverse reti televisive. Mancava sua madre, non c’era suo padre: forse erano Lassù, ma non è che lui ci credesse più di tanto. La Tina si era sposata già da vent’anni con un geometra conosciuto a Rimini ed era andata ad abitare a Busto Arsizio.
Jessica, in terza fila, stava flirtando con l’inviato di Telespazio, un tipo in Armani e occhi blu.
Fra la Tina e Jessica c’erano state sequenze di nomi: faceva fatica a ricordarli tutti.
Quel pomeriggio del 7 ottobre si teneva la presentazione del suo ultimo romanzo.
“Ultimo ultimo.”, diceva lui, da mesi, a tutti “Ho deciso che non scriverò più nulla. Basta. Neppure una cartolina.” 
“Testimonianze dall’assurdo” era appoggiato sul grande tavolo da conferenza: copertina nero opaco, titolo in bianco, riproduzione grigio nebbia di un disegno astratto. 126 pagine: risultato di due anni della sua vita passati per la maggior parte a fissare lo schermo vuoto del computer, e ad ascoltare il silenzio delle tante stanze della villa. La scatola del Tavor accanto al posacenere stracolmo, la bottiglia di acqua minerale posata a terra.

    Forse era stato alla presentazione della sua quarta opera. Doveva essere proprio per l’uscita di “Bestie in metrò” che lui aveva deciso di avvicinarsi alla biondina, e chiederle chi fosse. Ma dopo aver finito di firmare decine di copie, aver rilasciato due interviste, aver baciato la mano a una mezza dozzina di ammiratrici, dirigendo  finalmente lo sguardo al fondo della sala, non l’aveva più vista. Se ne era andata, come sempre.
 
Lei non gli si avvicinava mai, non chiedeva autografi, non voleva dediche. Lui non sapeva neppure se comprasse i suoi libri.
Non era bella, ma la sua costante presenza lo intrigava. Il viso rotondo, un po’ banale, reso appena più vivo dalla riga nera sulle palpebre, il loock anni ‘sessanta, quello starsene sempre in disparte, come una comparsa teatrale pronta a uscire di scena, rendeva la sua figura più rilevante di tutte quelle donne adoranti che quasi s’accapigliavano per occupare le sedie in prima fila.
A un certo punto, nella scala dei suoi successi, lui si era trovato a cercarla con lo sguardo non appena si sedeva al tavolo, ansioso se non la scorgeva subito, convinto ormai, in maniera scaramantica, che la sua presenza fosse il suo portafortuna personale.
E lei c’era sempre, anche quando l’evento era in altre città. Anche quando aveva presentato un suo libro a Lugano.
A volte aveva l’impressione che la ragazza fosse in attesa. In attesa di una risposta a una domanda mai formulata.

Ragazza.
 
Poteva forse essere alla presentazione di “Nulla”, il  suo decimo libro, che lui si era detto: ecco cosa c’è di veramente bizzarro, io ho messo su pancia, mi sono stempiato, i capelli che mi restano sono diventati grigi. Lei, la biondina, è sempre uguale.
    Ma aveva altre cose a cui pensare: era stato il periodo dell’abbandono di Monica, lo stesso periodo in cui aveva avuto anche la visita della Finanza. A volte è complicato essere uomini e scrittori.

    La noia. Era la noia che se lo stava mangiando. O forse la malinconia. Anche ora, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti, con le luci dei flash che gli sbattevano sugli occhi, si sentiva vacillare sotto una cappa di un sentimento senza definizione. Non aveva più parole sensate da dire, non aveva più lettere vive da allineare una dopo l’altra per formare pagine. Si sentiva arido, del tutto seccato. Avrebbe voluto… cosa? non lo sapeva, forse i suoi vent’anni, i Beatles e una vecchia Olivetti. Forse l’entusiasmo frizzante del creare.
In un attimo di tregua dei fotografi vide il montgomery blu, là in fondo, la testa bionda, uno sguardo fermo, determinato.
    Jessica si avvicinò per dirgli che se ne tornava a casa: aveva un lieve mal di testa. La seguì con lo sguardo mentre si allontanava con quella gonnella a vita bassa che scopriva troppo, indossando tutta l’arroganza di chi sa di poter ancora giocare a qualsiasi gioco.  Decentemente poco dopo l’inviato di Telespazio si alzò, lo ringraziò per l’intervista e uscì dalla sala.
    Il rumore delle sedie, qualche luce che si spegneva, l’abbraccio frettoloso dell’editore. La sala vuota. Non interessava più a nessuno. Un prodotto commerciale ormai in scadenza.
Solo la biondina era rimasta: per una volta non se n’era andata prima di tutti gli altri.
Lui chiuse la penna stilografica, si infilò il soprabito, prese la cartella di pelle e si avviò lentamente verso l’uscita.
Lei era ferma, e lo guardava fisso.

Lui non sentì nessun dolore quando il coltello gli penetrò nel petto. Sorpreso, scivolò a terra piano, rimase un attimo in ginocchio, poi si adagiò sul pavimento.
Il viso di lei era a un palmo dal suo. Gli occhi fissavano i suoi occhi.
“Perché?” lui chiese con una voce arrugginita dalla ferita degli anni e del coltello “ Chi sei, tu?”
“Maria Nerozzi” rispose lei, con timbro fermo “ Non ricordi? E’ colpa tua se io non ho vissuto. E con la tua decisione di non scrivere mai più, mi hai tolto oggi ogni speranza.”
E allora ricordò.
Maria Nerozzi: il suo primo racconto, mai ultimato. Il suo primo personaggio. Amato, cullato nell’immaginazione durante quelle notti insonni, quando aveva scoperto in sé la frenesia del creare. Le tre pagine iniziali lette e rilette cento volte, limate, riscritte, perfezionate, riscritte ancora. Aveva promesso al personaggio un grande avvenire.
Ma poi altre trame, altre figure di donna gli erano spuntate sotto le dita. Maria Nerozzi era diventata all’improvviso un’estranea, un’ombra inconsistente. E lui aveva lasciato quella storia sospesa nel tempo e nello spazio. Lei, il suo montgomery, i suoi sogni di crescita, amore, ricchezza, chiusi da qualche parte, in qualche cassetto dimenticato. Spezzati per sempre. Abortiti.

Un colpo di tosse gli fece sgorgare dalle labbra livide un fiotto scuro di sangue.
Un eco di canzone gli attraversò il cervello.
L’ultima cosa che vide, prima di chiudere gli occhi, furono due linee perfette tracciate con l’eye-liner.

 


Se volete leggere anche gli altri racconti pubblicati in questo e-book, andate qui:
www.blogs.it/media/document/concorso_in_omicidio_2006_1/973401
Cliccando, una volta che si è aperta la pagina, su media file documents: avrete la versione in pdf del libro.

E ora, per stemperare l’atmosfera un po’ tetra del racconto un video musicale davvero simpatico.

http://www.youtube.com/watch?v=VaJ-HtNXRyQ

 


postato da: Soriana alle ore 23:40 | link | commenti (6)
categorie: la mia scrivania

Nei panni di...

badantiQuesto post è rivolto soprattutto alle donne, e fa appello alla nostra immaginazione.

Proviamo a metterci nei panni di una donna, vediamo un po’, facciamo dai trenta ai quarantacinque anni. Una donna che magari tempo addietro si è laureata. E che poi ha messo su famiglia. Un paio di figli, o anche di più. La più piccola sui dieci anni ( o anche meno) il più grande diciamo una ventina (o anche meno).Una donna che è stata ragazza, con i nostri identici sogni, con le nostre stesse ambizioni, forse.

Proviamo a metterci nei panni di una donna che vive in un Paese diverso dal nostro, dove approntare sul tavolo di cucina un pranzo e una cena decenti diventi sempre più difficile.

Proviamo a metterci nei panni di una donna che ama ugualmente quel suo Paese anche se lì la vita è sempre più difficile. Che ama la sua cucina, per quella luce ovattata che la investe nei tramonti primaverili, e che lei conosce così bene. Che ama il suo Paese perché è l’unico che conosce, perché lì ha radici, perché la città dove è andata a vivere dopo il matrimonio non dista poi tanto dal posto dove è nata, dove ha ancora amiche con le quali chiacchierare ogni tanto, con le quali ridere ricordando quella volta che…

Proviamo a metterci nei panni di una donna che ha un suo lavoro, quella laurea che ha preso tutto sommato le ha procurato un posto da insegnante, o da chimica, o.

Ma lo stipendio è quello che è. Non basta mai. Finisce subito. Lei (noi) guardiamo i nostri figli e non vediamo un futuro, per loro. Guardiamo i nostri genitori vecchi prima del tempo, e ci specchiamo in loro. Pensiamo…pensiamo che una soluzione ci deve essere. Anzi, c’è: altre hanno tentato, perché non noi? 
E così decidiamo di partire. Di lasciare il figlio piccolo che non vedremo trasformarsi da ragazzino con le croste alle ginocchia ad adolescente con la peluria sul viso, la figlia piccola cui non saremo vicine quando si trasformerà in donna, e il grande, proprio ora che sta attraversando un periodo di sbandamento, non sembra più lui, da qualche tempo a questa parte.
Decidiamo di lasciare la cucina e quella luce che cambia a ogni stagione. E il
terrazzino con i vasetti di piante grasse, e le chiacchiere con le amiche nei pomeriggi domenicali, e i genitori che avrebbero ormai bisogno di assistenza, e quel lavoro che non dà più nulla, è vero, però ci piace, e il Paese, e la lingua, e tutta la vita che nei nostri trenta/ quarantacinque anni abbiamo, più o meno faticosamente, vissuto. Decidiamo di lasciare le uniche cose che da sempre conosciamo. Perché c’è un nuovo sogno, da inseguire. Un sogno che potrà rendere concreti quei sogni che avevamo tanti anni fa.
Si chiama italian dreams, questo sogno.

E così, eccoci arrivate nel paese sognato da mesi. Dove tutto è diverso da ciò che conosciamo. Diverso anche da come ce lo avevano raccontato quelli che ci hanno organizzato il viaggio.
Qui è più caldo, o più freddo, dipende da dove veniamo. O forse la temperatura è la stessa, è la luce a essere diversa. E gli odori. E la lingua.

La casa dove ci portano è completamente estranea.  Le persone che incontriamo ci fanno un sacco di domande che hanno il tono di ordini, parlano in fretta, ci guardano con diffidenza. Una nostra connazionale ci traduce tutto. Siamo confuse. Stringiamo con forza i manici della borsa. Lì, in una tasca interna, ci sta la foto del più piccolo, o un foglietto della piccola dove lei ha scritto mamma torna con una bambola grande.
Poi ci fanno conoscere la persona della quale dovremo prenderci cura. Un vecchio, o una vecchia. Lo capiamo subito che non ci vuole. Da come ci guarda, da come scuote la testa con forza guardando i figli. Ci sembra perfino di comprendere quello che dice, che grida. O che dice senza parlare. Che forse è peggio.  D’ora in poi, ventiquattro ore su ventiquattro, questo vecchio,  questa vecchia, saranno la nostra sola compagnia. Salvo la domenica, forse. Magari solo la domenica pomeriggio. E i soldi? 800 euro, ci dicono, più il vitto, e l’alloggio. E…mi farete avere il permesso di soggiorno? Vedremo…più avanti…dipende come andranno le cose…, ci rispondono.

E così la nostra vita cambia per sempre.
Se saremo fortunate troveremo famiglie oneste e gentili, che ci aiuteranno a superare quell’impatto così desolante. Altrimenti dovremo imparare ad ingoiare umiliazioni, arroganze, discriminazioni. Insieme a cambiare pannoloni, lavare sederi, sopportare accuse.
Fino a quando l’italian dreams si infrange, come quei sogni della giovinezza.
Ma dobbiamo rimanere, perché nella casa lontana, in quella cucina dove la luce batte in quel modo così particolare, dove i figli stanno crescendo lontano dal nostro sguardo, di quei soldi guadagnati come badante c’è bisogno.
E allora rimaniamo.
Senza permesso di soggiorno e senza luce.

Quei panni ci stanno molto stretti, vero?  A me molto, moltissimo. Ho forse calcato troppo la mano, raccontando di queste donne che vengono dall’Est, o dall’Ecuador, o da tanti altri posti dove la situazione economica è difficile.
Forse non sono questi i loro pensieri, le loro parole. Ma ho semplicemente pensato come mi sentirei io, al loro posto. E senza dubbio è vero, però, che l’atteggiamento di molte famiglie che ricorrono alle badanti per far accudire gli anziani è questo, sia dal punto di vista relazionale, sia dal punto di vista economico. Ne conosco, direttamente e indirettamente. E conosco anche badanti. E in verità non posso che parlarne bene. Senza, naturalmente, generalizzare.
 
Se qualcuno che passa di qui per caso (conosco troppo bene ormai gli abituali visitatori per dubitare di loro)  ha una badante che non è in regola si affretti a farlo, per favore.
E da oggi, per favore, la guardi con altri occhi.

Questo post è dedicato in particolare a due donne, due belle signore che sono arrivate in Italia da due luoghi assai diversi fra loro. A Maria, venuta dalla vicina Albania, e a Lola, che ha lasciato il suo amato Ecuador molto tempo fa. Sono state le attente e affettuose badanti di mia suocera.  Credo che loro siano state fortunate a incontrare noi, certo molto diversi dalle famiglie che ho descritto prima. Ma credo soprattutto che siamo stati fortunati noi a conoscerle.
Hanno voluto bene a mia suocera, sia Maria che Lola. Maria purtroppo se ne è andata per un tumore anni fa, morendo lontano dalla sua patria. Lola per sette anni ha tenuto mia suocera come se fosse la sua bambina (una bambina di 96 anni…), con la stessa tenerezza e la stessa cura che si dovrebbe avere per un bimbo.
E quando in dicembre mia suocera è deceduta, proprio questo sembrava Lola: una madre che avesse perduto la figlioletta.

Questa però è una mia esperienza. Così è come la penso io.
Mi piacerebbe moltissimo che, se qualcuno ha avuto esperienze diverse, ne lasciasse qui testimonianza.



http://www.youtube.com/watch?v=RXfzyc92EuI



 


  
postato da: Soriana alle ore 00:30 | link | commenti (8)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
giovedì, 30 agosto 2007

Poetici regali

pacchettiEcco i magici luoghi dove possiamo trovarli, scartarli, assaporarli:

arzaniclaudio.splinder.com
Claudio Arzani, nel suo interessante blog dove fra l’altro possiamo ammirare sempre bellissimi dipinti, ci regala la sua
luna sovrana, ma non solo, mentre trasloca da un ufficio all’altro.
 
cristinabove.splinder.com
Cristina ci dà un arrivederci a presto, e per consolarci della sua assenza ci lancia, dalle scogliere, una sua piccola splendente perla

balenebianche.splinder.com
Strappi, di quelli che fan male e non si ricuciono. Di questo scrive Sabrina Campolongo.

cantodiluna.splinder.com
 Stefania Ferrini si  pone, ci pone, domande. E pure lei ci fa un regalo: il suo personale ritratto di
Amleto


E l’ultimo regalo lo trovate proprio qui. E’ il lascito di un Poeta. A interpretarlo, a narrarcelo con la ormai conosciuta sensibilità e bravura, è, naturalmente, un poeta: il poeta e narratore Renzo Montagnoli

Il lascito

Onde magnetiche
immutabili
emozioni da raccogliere
per chi sa aprire il cuore.
Sogni di parole
una traccia nel tempo
una memoria indelebile
un piccolo seme
che germoglia
per gli anni a venire.
Molti diranno che è poco
ma questo immensamente tanto
è quel che resta di un poeta
un’ umile ombra nel giorno
un astro lucente nella notte infinita.

(Renzo Montagnoli)


e ora un fado, malinconico e struggente come sono, spesso, le parole dei poeti.


http://www.youtube.com/watch?v=OpExb2hCYTs


Non è poesia, ma una riflessione interessante. Da lauraetlory.splinder.com/

 Laura Costantini ci dice che....Beh, andate a vedere, perchè, alla fine quello che Laura affronta è un problema che può riguardare tutti.


postato da: Soriana alle ore 00:15 | link | commenti (2)
categorie: la poesia salva la vita
mercoledì, 29 agosto 2007

Veramente veramente veramente importante...

farfalleandare subito subito a leggere qui:
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=72&det=2583

e anche in
http://balenebianche.splinder.com/post/13606317/Concorso+letterario%3A+Una+fiaba


Sarebbe anche importante che altri bloggers che ancora non lo hanno fatto  riportassero questa segnalazione nei loro Blog.
postato da: Soriana alle ore 12:11 | link | commenti (4)
categorie: avviso ai naviganti
martedì, 28 agosto 2007

I diritti (disattesi?) dei bambini

- bambini
  http://www.mondoacolori.com (sito dal quale ho prelevato l'immagine)



Il 20 novembre 1959, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha adottato all’unanimità la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, che è stata poi riconosciuta definitivamente nel 1989, dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia.
Ne riporto alcuni stralci che mi paiono essenziali.


.considerato che l’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa.

L’ASSEMBLEA GENERALE  DELLE NAZIONI UNITE

Proclama la presente Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo affinché esso abbia una infanzia felice e possa godere, nella interesse suo e di tutta la società, dei diritti e delle libertà che vi sono enunciati; invita genitori, gli uomini e le donne in quanto singoli, come anche le organizzazioni non governative, le autorità locali e i governi nazionali a riconoscere questi diritti e a fare in modo di assicurare il rispetto per mezzo di
provvedimenti legislativi e di altre misure da adottarsi gradualmente in applicazione dei seguenti principi:

Principio primo: il fanciullo deve godere di tutti i diritti enunciati nella presente Dichiarazione…

Principio secondo: il fanciullo deve beneficiare di una speciale protezione e godere di possibilità e facilitazioni, in base alla legge e ad altri provvedimenti, in modo da essere in grado di crescere in modo sano e normale sul piano fisico intellettuale morale spirituale e sociale in condizioni di libertà e di dignità.

Principio terzo: il fanciullo ha diritto, sin dalla nascita, a un nome e una nazionalità.

Principio quarto: il fanciullo deve beneficiare della sicurezza sociale. Deve poter crescere e svilupparsi in modo sano. A tal fine devono essere assicurate, a lui e alla madre le cure mediche e le protezioni sociali adeguate, specialmente nel periodo precedente e seguente alla nascita Il fanciullo ha diritto ad una alimentazione, ad un alloggio, a svaghi e a cure mediche adeguate.

Principio quinto: il fanciullo che si trova in una situazione di minoranza fisica, mentale o sociale ha diritto a ricevere il trattamento, l’educazione e le cure speciali di cui esso abbisogna per il suo stato o la sua condizione.

Principio sesto:… La società e i poteri pubblici hanno il dovere di aver cura particolare dei fanciulli senza famiglia o di quelli che non hanno sufficienti mezzi di sussistenza.

Principio settimo….Egli ha diritto a godere di un educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società.

Principio ottavo: in tutte le circostanze, il fanciullo deve essere fra i primi a ricevere protezione e soccorso.

Principio nono: il fanciullo deve essere protetto contro ogni forma di negligenza, di crudeltà o di sfruttamento.

Principio decimo: il fanciullo deve essere protetto contro le pratiche che possono portare alla discriminazione razziale, alla discriminazione religiosa e ad ogni altra forma di discriminazione Deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia fra i popoli, di pace e di fratellanza universale, e nella consapevolezza che deve consacrare le sue energie e la sua intelligenza al servizio dei propri simili.


Non aggiungo nient’altro. Solo  questo: che, come troppo spesso accade, fra parola, seppur scritta e sancita e azione,  fra principi enunciati e  loro realizzazione, c’è un baratro. Un baratro dove precipitiamo tutti noi, in cui precipita il futuro del mondo. Perché questo sono i bambini, sì. I bambini sono il futuro del mondo.
E, fra altre cose, forse, dovremmo insegnar loro di essere diversi da noi.



http://www.youtube.com/watch?v=3TjgrCIoPw0


E ora, per favore, andate qui: http://balenebianche.splinder.com/post/13590179/Help+2.0

Andateci, leggete, lasciate un commento.
postato da: Soriana alle ore 01:45 | link | commenti (8)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
lunedì, 27 agosto 2007

Avvisi e musica nel bel mezzo di un pomeriggio afoso

P1040118Ecco il primo avviso:


http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_22894.html

Da leggere, indubbiamente.  E, se volete, da commentare qui.


In
http://armoniadelleparole.splinder.com/

CARA MEG , un ottimo racconto di
Donato Altomare
Anche per chi non ama la fantascienza. Perché dentro a questo racconto c’è ben altro.


E
Remo Bassini (http://www.remobassini.it/blog/index.php) ci invita nella sua accogliente piazzetta a parlare del Sud


Qui, poi: http://cristinabove.splinder.com

Cristina Bove, ancora una volta, ci segnala e ci regala versi poetici, che anche se amari, sono pur sempre cibo per l’anima.

E finisco con:



http://www.youtube.com/watch?v=kb9dcv1xDiY
postato da: Soriana alle ore 17:19 | link | commenti (2)
categorie: avviso ai naviganti
domenica, 26 agosto 2007

Consigli di mare

P1000124In questa ultima domenica di agosto inauguro una nuova categoria "A little help from my friends" . Così, ogni tanto, lì, vi potrò chiedere consigli: su libri, film, su come salvare una pianta che sta morendo… E consigli di viaggio, anche.
Ecco, è proprio per un consiglio di viaggio che oggi vi scrivo.
Nella seconda metà di settembre mi voglio regalare una settimana al mare, una settimana di pieno relax. L’amica con cui partirò e io siamo indecise fra
Lampedusa, Ustica o Pantelleria. Nelle prime due isole sono già andata tanti anni fa, ma molto di corsa, per cui non ne so poi molto. Solo il ricordo di un mare bellissimo, ma per quanto riguarda alberghi, prezzi ecc. buio totale. Di Pantelleria, invece, non conosco nulla.
Potete illuminarmi, consigliarmi, spronarmi nella scelta?
Tenendo conto di:
1) prezzi (i più…leggeri possibile)
2) clima (amo il caldo, e tenete conto, quindi, del periodo).

Tutto qui. Sono graditi anche altri consigli, anche altre mete. Escluderei le Eolie, anche se sono le isole che amo maggiormente. Ma ci sono stata un’infinità di volte e desidererei conoscere altro.

Un anticipato grazie e buona domenica a tutti.

E dato che il viaggio è il tema del post di oggi, non poteva mancare

http://www.youtube.com/watch?v=ik5VsUgfWyE

e già che ci sono ci metto anche qualcosa che scrissi in India, tre o quattro anni fa.

Zoom indiano

Tutta d’avorio ed ebano
prepotente, indiscreta
nella sua fiera bellezza,
per le vie di Benares
va la donna.
L’anfora piove gocce
lievi del sacro fiume
sul suo fianco proteso.
Quasi sdegnando polvere
e miserie e fame
e morte sfida la donna
la  convenzionale banalità
della sua vita.








postato da: Soriana alle ore 11:53 | link | commenti (9)
categorie: a little help from my friends
sabato, 25 agosto 2007

Cazzeggiando cazzeggiando (posso dire "cazzeggiando"?)

pesciolini 

Niente argomenti seri, questa notte, niente struggimenti d’amore, niente poesie drammatiche che fanno versare ettolitri di lacrime, niente diatribe contro politici, papi e affini. Niente di tutto questo, no…
Solo navigazione fuori rotta, con la bussola senza ago e il GPS spento. E manco le stelle, ci sono. Solo un gabbiano nottambulo mi guida nella luce della luna. Un biassanot, si direbbe a Bologna, cioè un tipo che “mastica” la notte…
Quando c’è un piccolo scoglio lui ci si mette sopra e mi avverte. E io aggiro l’ostacolo con un leggero colpo di timone. Ecco, su quello scoglio c’è un cartello…cosa c’è scritto? Ah,
incomprensioni linguistiche…Biassanot mi porge tre foglietti che tiene nel becco. Vediamo un po’…
1

http://oknotizie.alice.it/go.php?us=68a112987d26b3e6

2

Il Nuovo Testamento, nel libro di San Matteo, dice che "è più difficile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli". Il problema è che san Geronimo, il traduttore del testo, interpretó la parola "Kamelos" come cammello, quando in realtà in greco "Kamelos" è quel cavo d'ormeggio utilizzato per legare le barche ai moli.

3

quando i conquistatori inglesi arrivarono in Australia, si spaventarono nel vedere degli strani animali che facevano salti incredibili. Chiamarono immediatamente uno del luogo (gli indigeni australiani erano estremamente pacifici) e cercarono di fare domande con i gesti. Sentendo che l'indio diceva sempre "Kan Ghu Ru" adottarono il vocabolo inglese kangaroo" (canguro). I linguisti determinarono dopo ricerche che il significato di quello che gli indigeni volevano dire era "Non vi capisco".


Biassanot, cerchiamo di capirci almeno io e te…Dai, torniamo in porto…
Come? c’è uno scoglio con un altro cartello? Ah, vedo, c’è scritto Viva L’Italia…Mi dai altri due foglietti? Va bene, ora leggo:

1

Fabrizio Corona: “Vallettopoli mi ha arricchito.
Ho contratti per un milione e mezzo
Sono il prodotto di questa Italia. 12mila euro per una serata in discoteca: e c'è la fila Gli 80 giorni che mi sono fatto in carcere sono costati allo Stato un sacco di denaro ed è denaro delle tasse degli italiani. Gli italiani hanno pagato un sacco di tasse per far diventare me ancora più ricco di quello che ero», dichiara dai microfoni di Radio 105 che lo intervista. Dopo il libro “La mia prigione” uscirà anche un film…Sembra che il libro sia già un best seller…


2

Tomba si rivede in Rossi «Caro Valentino l’Italia non ci merita»

   
Ti prego, Biassanot, riportami in porto, prima che io mi leghi l’ancora al collo e mi butti a mare….


Beh, ve lo avevo detto, no, che avrei cazzeggiato? Finisco  allora con una mia storiella in versi pazzerella.

Fra Disney e sogno

La notte che le stelle in mar si son tuffate
i pesci sono usciti dagli abissi.
Il barracuda ha indossato lo smoking
col farfallino giallo a pois bianchi.
La triglia il suo vestito di velluto
e la collana dall’ostrica prestata.
Il cavalluccio, poi si è costruito
con le telline, quelle più belle e rosa,
una sella con tutti i finimenti.
Delle alghe rosse, come stelle filanti,
si è messa attorno al collo la ricciòla
e il pesce spada ha lucidato l’arma
con il plancton brillante e trasparente.
L’orca è arrivata con il suo pancione
e la camicia bianca come neve:
ha dato una pinnata, un segnale d’avvio,
e la grande festa del mar è cominciata


Ma ora ridivento seria: per controbilanciare le sciocchezze dette fino a ora, ecco una drammatica canzone.

 http://www.youtube.com/watch?v=zsGgghMspgg

Buon fine settimana a tutti!!!

Ore 11, 27 di sabato 25 agosto:E' passata tutta una notte e anche quasi tutta una mattina. Ora sono seria...sul serio. E sono tornata per segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Arteinsieme. Ci troverete come sempre succede poesie e racconti di pregio. In particolare evidenzio due racconti: "il cipresso della collina" di Renzo Montagnoli ( ancora la desolazione della vecchiaia, narrata con sensibilità e trattenuta commozione) e "L'avevamo fatto prigioniero", di Laura Costantini e Loredana Falcone. Raccontano di bambini di guerra, Laura e Loredana. Un gran bel racconto. Poi, sì, c'è pure una mia poesia. Immodestamente messa lì, fra tante belle cose. Tutto questo, e altro ancora, andando a visitare: www.arteinsieme.net
postato da: Soriana alle ore 02:25 | link | commenti (4)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
venerdì, 24 agosto 2007

L'amore che non si spezza

P1020904L’avviso che voglio dare questa notte ai naviganti è importante, perché se lo seguirete arriverete poi a trovare parole”vive” di un uomo che non c’è più. Il merito è tutto di Annalisa, che nel suo blog ha ricordato oggi quest’uomo che tre anni fa è stato ucciso.
il post è “
Per il 26 agosto di tre anni fa”, il blog http://circolobaldoni.splinder.com
Le parole "vive" le troverete qui: http://bloghdad.splinder.com/
Riporto anche il commento che ho lasciato da Annalisa, così sarà più chiaro perché  ho usato il termine “vive”
Sai, ho cliccato su commenti e ora non so che dire...Ho solo un nodo in gola. Sono entrata nel suo blog (non sapevo che ne avesse uno) e ho letto, saltando qua e là. Lì lui c'è ancora. Non voglio essere banale. Voglio dire che ho capito che un blog è come un pezzo di vita, più che se le stesse cose fossero scritte su un libro o su un giornale Forse perchè non c'è mediazione, perchè me lo vedo lì a scrivere, senza poi che le sue parole siano passate attraverso strutture editoriali. Da lui a noi. Non so, è qualcosa che mi ha confuso e commosso profondamente.

L’altro giorno ho parlato di vecchi e di ospizi.  Ho scritto un racconto, tempo fa. Ci sono due vecchi, c’è una casa di riposo, anche se non è come quelle che ho descritto. Ci sono anche due giovani, due giovani un po’ particolari. E, comunque solo una storia d’amore. Un racconto lungo. Spero abbiate la pazienza di leggerlo.


Andate e Ritorni

    Quando scosta la tenda della finestra e vede scendere dall’auto il nuovo ospite, ha un moto di stizza: è una donna.
Uno dei tre compagni con cui ogni pomeriggio fa la partita, ha intrapreso il Viaggio proprio l’altro ieri. E a bridge non si può giocare in tre. Fra gli altri, poi, non ha mai trovato nessuno che ami giocare.
 Aveva proprio sperato che fosse un uomo, e invece eccola quella vecchia che scende dall’auto appoggiandosi ad un tizio basso, probabilmente il figlio.
Se la ritrova poi in sala da pranzo, e quasi lui le cade addosso, inciampando in quel maledetto tappeto che non hanno mai il buonsenso di togliere.
Lei si volta, lo scruta, e fa:
    “Io ti conosco: tu sei Leonardo  Anfossi.”
Ancora irritato per l’incidente, Leonardo la guarda, e, per un attimo, scorge un luminoso lampo azzurro sotto una frangetta candida. Poi la luce si spegne, e sugli occhi della donna sembra scendere una tela di ragno. Lei si gira e si avvia incerta nella sala.
Leonardo scrolla le spalle. Ho una fame, chissà chi è quella stramba, pensa, in qualche modo avrà saputo il mio nome alla reception; e si dirige verso il suo tavolo.
Ma qualcosa gli gira dentro, mentre mangia, e alla fine  lascia nel piatto il grappolo d’uva e la va a cercare.
E’ seduta vicino alla finestra, nel tavolo d’angolo.
Piero la sta imboccando e un sottile filo di saliva imbratta il mento della donna.
    “Signora, mi scusi, ma come mai sa il mio nome?”
Lei solleva il volto, gli sorride con un sorriso da bambina, poi con voce sottile:
Sette paia di scarpe ho consumato
di tutto ferro per te ritrovare…

E sembra quasi che canti.
Piero le posa una mano sul braccio:
“Continuiamo a mangiare, signora, si raffredda tutto.”
Lei abbassa lo sguardo e ubbidiente apre la bocca.
Leonardo non capisce, è confuso.
    “Ma cosa ha detto? Chi è questa donna? Sa il mio nome, ma io non capisco…”
chiede a Piero.
    “Non so come si chiami, io ho preso servizio proprio adesso;  so solo che è quella della 7, e che non è tanto a posto con la testa.”
Ah, un’altra con la malattia del gomitolo che si srotola, si dice Leonardo: la mente tutta tonda e piena come un gomitolo, poi un capo del filo di lana se ne esce e va, e va, fino a quando di tutto quel pieno non rimane che un lunghissimo filo, senza volume, senza direzione.
 Fa un breve inchino e si allontana.
 Non gli piacciono le malattie dei vecchi, e quella, poi, in special modo.
E’ quasi sulla porta quando sente ancora la voce, più forte e limpida, ora:
Sette verghe di ferro ho logorato
per appoggiarmi nel fatale andare

Affretta il passo e si dirige al bar.
Leonardo Anfossi: settantacinque anni, presidente di banca in pensione. Solo, da quando sua moglie è morta, dieci anni fa. Ha scelto di vivere in quella casa di riposo per comodità. Lo infastidisce vivere in mezzo a tutti quei vecchi, ma il non dover pensare all’andamento di una casa, a trovarsi una domestica, alle meschine beghe di condominio,  questo gli piace. Poi il posto all’interno è bello, ci sono i soffitti affrescati, l’arredamento è piuttosto elegante, anche quel maledetto tappeto, sì. C’è pure un parco, tutt’intorno alla Villa, e gli alberi, per fortuna, quasi nascondono tutto quel brutto ciarpame, là fuori, sulla via: il casello dell’autostrada; il bar-ristorante dove si fermano sempre solo camionisti, (chiamarlo “Oasi”, ha sempre pensato, è stata una trovata da deficienti); quell’albergo dai colori grigini che chissà chi ospiterà mai…  La ferrovia è una ferrovia, non è che se ne può dire tanto, se non che i treni con il loro tapum tapum gli disturbano il sonno. Il fiume, poi, e il sentiero che porta in collina… insomma, a lui la natura non ha mai interessato più di tanto.

    Il bar è vuoto, quei vecchi se ne sono andati già a dormire.


    Lucia aveva le gambe stanche. Da due mesi lavorava come cameriera in quell’albergo, ma ancora non si era abituata a tutto quel correre da una camera all’altra. Si era avvicinata alla finestra e aveva guardato fuori. Era sempre pieno di movimenti e di rumori, lì sotto. Le piaceva. Il flusso delle auto che uscivano ed entravano in autostrada, il treno che a volte sembrava gareggiare con quel flusso, il fiume che strusciava lento contro gli argini, lo sbattere delle portiere dei camion, gli uomini che uscivano ridendo dai loro mezzi e si infilavano poi pigramente nel locale vicino al parcheggio, per mangiare qualcosa e leggere il giornale.
 Lei, anche se si muoveva tutto il giorno, si sentiva immobile, inchiodata a terra, pesante. Non aveva ruote, non aveva binari, non aveva un alveo su cui adagiarsi e andare, non aveva risate. Segnata, marchiata, pensava anche ora, come  aveva fatto già infinite volte. Maledetta.
Di notte  sognava che la macchia se ne era andata, e lei diventava come le altre ragazze, le guance lisce e splendenti. Ma al risveglio sapeva che quella era ancora lì, la sua nemica, la sua vergogna, ruvida al tatto, repellente a vedersi, ma sempre vitale e grande e sguaiata.
    Stava per allontanarsi dalla finestra quando lo vide: l’uomo stava in piedi sulla riva del fiume, nel chiarore forte della luna piena, e girava lento su se stesso, le braccia dondolanti staccate dal corpo, il viso proteso verso il cielo. Aveva continuato per un poco quella strana danza, piena di una grazia lieve. Un ragazzo, aveva pensato Lucia, un ragazzo che gioca. E’ magnifico. E’ felice. Ma poi, quando lui si era fermato e si era seduto sui sassi, e aveva reclinato il capo sulle ginocchia, le era sembrato un vecchio, un fragile vecchio. Lo aveva guardato ancora per un istante, incuriosita. Non poteva essere un ospite della casa di riposo lì accanto: aveva vestiti troppo dimessi. Un giaccone come quello non era certo l’abbigliamento usuale dei vecchi eleganti che era solita vedere passeggiare nel parco della villa.
    Si era staccata dalla finestra e si era stesa sul letto. Aveva fissato quella brutta lampada di plastica arancione sulla sua testa, poi aveva spento la luce. Il giorno prima il padrone dell’albergo le aveva chiesto di andare a Firenze con lui.
    “Dai, Nanà, “ le aveva detto “ stiamo due giorni, fiere non ce ne sono e qui chiudiamo per ferie, questa settimana, ci divertiamo, ci conosciamo meglio, poi voglia, dove ti porto… Nei ristoranti più cari!”
Nanà. Lei era Lucia, non Nanà, lui chissà perché aveva preso a chiamarla così fin dall’inizio, e le stava sempre intorno, quel vecchio, lo sguardo lubrico, ogni scusa per strusciarla. Buona per lui, ecco cos’era lei. Buona per quel vecchio animale. Merce di scarto, Lucia dalla macchia viola.
Non  c’era mai stato un ragazzo, non un amore di uomo, ventisei anni passati a cercare di essere invisibile. A tentare di cancellare gli sguardi.
Si era addormentata quindi pian piano, e l’ultima immagine prima del sonno era stata la grazia del ragazzo sul fiume, mentre danzava.
   
   
    All’indomani  Leonardo si sveglia e si sente un sorriso dentro. Un sogno. Ha fatto un bel sogno e un nome gli affiora alle labbra: Maddalena.
Che strano: lui, i sogni, non se li ricorda mai.
Nel sogno lui è a scuola, l’ultimo anno del liceo. Il professore di italiano legge una poesia, e lui intanto scrive una lettera d’amore alla ragazza del terzo banco: Roversi Maddalena. La sua Maddalena. Quella che ha detto di amarlo tanto, e che lui tanto ama.
Improvvisamente Leonardo rammenta: quel sogno è solo il frammento di un ricordo. Quinta liceo, il professor Antolini, e Maddalena, i capelli che sfiorano il suo banco. La lettera, la sua prima lettera d’amore, passata di soppiatto alla ragazza. Il professore che se ne accorge e lo punisce, facendogli ridicolmente copiare per dieci volte la poesia che lui stava spiegando; come se Leonardo fosse un ragazzino delle elementari. Se ne ricorda ancora il titolo e l’autore: “Davanti San Guido”, Carducci.
Quel  pomeriggio, poi, Maddalena lo aveva aiutato a scriverne qualche copia, cercando di imitare la sua calligrafia, ed era stato un pomeriggio costellato di baci, di palpito dei cuori, di certezze assolute nel futuro.
Maddalena: come ho potuto non pensare a lei, in tutti questi anni, si chiede Leonardo.
Le uniche lettere d’amore che ho mai scritto. Una al giorno, nei primi mesi di università,
nella città lontana da lei e da tutta quella gioia.
Poi.
Poi, per lui, nuovi amici, nuove storie. Diviene sua compagna l’ambizione, il voler diventare qualcuno; affastella anni su anni di manovre per salire, per arrivare. La figlia del presidente di una banca importante. La sposa.
Maddalena: quando le aveva detto che era finita lei lo aveva guardato con quei limpidi occhi azzurrissimi e aveva cominciato a piangere in silenzio: lacrime come parole.
E piangeva ancora quando era uscito dalla sua casa, un misto di imbarazzo, rimorso e senso di perdita.
Per qualche tempo aveva chiesto sue notizie agli amici: lei non si rassegna, gli dicevano. Poi aveva smesso di chiedere, e aveva cominciato il suo volo.

     Si veste con lentezza: la camicia a righine strette, i pantaloni grigi, la cravatta grigia e azzurra, la giacca impeccabile. Le scarpe che ci si potrebbe specchiare.
Un’ultima occhiata allo specchio. Un’ultima ravviata ai capelli: ne ha ancora tanti, quasi come allora. Il pensiero vaga fra tutti quegli anni passati, gli sembra ora, a rincorrere un nulla, per conquistare una carica, per tenere in tasca un biglietto da visita importante: Dottor Leonardo  Anfossi Presidente.

    Alla reception gli rispondono che la nuova ospite è la signorina Roversi Maddalena.


    Ancora scalza, Lucia era andata alla finestra. Lui era lì. Aveva in mano qualcosa che brillava al sole, e lo guardava fissamente. Si era tolto il giaccone e con quella maglietta azzurra, che gli scendeva molle sulle spalle magre, sembrava un adolescente. Una canadese gialla era piantata poco più a destra sulla spiaggetta, quasi lambita dall’acqua del fiume.
La ragazza si era preparata in fretta; era il primo giorno di chiusura dell’albergo e lei aveva tanto tempo per sé. Aveva deciso di scendere al fiume.

    “Hai un fiore, sul viso! Sei bellissima!”
Aveva una voce melodiosa, morbida. La stava guardando senza sorpresa, senza repulsione, senza accenno di scherno. Aveva occhi…ecco, Lucia non avrebbe saputo decifrare quello sguardo: gli occhi erano limpidi, scuri ma trasparenti; occhi di bambino, ma con la saggezza di vecchio. Una espressione tutta aperta in superficie, eppure anche profonda. Uno sguardo così lei non lo aveva mai visto. E mai aveva sentito quelle parole.
    “Ciao, mi chiamo Lucia. Cos’hai, lì in mano, che brilla?”
    “Sono le lacrime di gioia del fiume. Sono colorate, e vedi come luccicano?
Il fiume le butta fuori quando è felice e vuole fare un dono. Vuoi una lacrima di fiume?
Vuoi questa azzurra?”
Lucia si era chinata a guardare la mano del ragazzo. Piccoli cocci di vetro levigati dall’acqua, normali scorie di tante rive. Aveva preso quello azzurro, era caldissimo, lo sentiva nel palmo come una traccia vitale.
    “Posso toccare il fiore del tuo viso?”
Lucia si era fatta indietro e la sua mano era subito corsa a nascondere la macchia.
    “E’ bello, il tuo fiore, Lucia. Sei stata scelta, da quel fiore. Sei speciale. Non devi averne paura.”
Lei gli aveva detto sediamoci un attimo, e poi: tu, chi sei, gli aveva chiesto.
    “Io mi chiamo Marco. Nel mio quartiere tutti mi chiamano “ scemo”. Per questo sono venuto via. Ma io mi chiamo Marco. Io sento le cose che loro non sentono. Io sento i fiori. Io li sento quando si aprono, suonano come una musica, sai, un fischio sottile che va su e giù, e poi spalancano i loro colori nel mondo. Io vedo le cose che loro non vedono. Sai che quando piove le gocce danzano, ogni goccia ha il suo ballo, veloce lento lento veloce, danzano nell’aria, poi nella terra si riposano. Nel mio quartiere tutti mi dicono “quello strano”. Ma io mi chiamo Marco. E anch’io sono stato scelto.”
Le automobili seguitavano ad entrare ed  ad uscire dall’autostrada, il fiume continuava a scorrere, un treno stava scivolando sui binari. Eppure tutto sembrava immobile e silente, a Lucia, loro due racchiusi in un globo di magia.


.
    Lei è nella sala di lettura. Gli occhi socchiusi, le dita, che sembrano accompagnare un ritmo interiore, tamburellando lievi sul bracciolo della poltrona. Il viso è uno specchio sereno. Leonardo le si siede accanto.
    “Maddalena…”
Ma la voce gli si rompe, il suono rimane sospeso nello spazio che li separa. Non sa più che dire.  La donna allunga un braccio, e posa una mano sulla sua.
    “Lo sapevo che ci saremmo rivisti. Sì, Leonardo, l’ho sempre saputo. Anche perché ti ho chiamato tanto, dentro di me. Ti chiamavo sempre. Le lancette del tempo si erano fermate, l’orologio si era bloccato. Ma ora sta andando, lo senti? A volte succede. Quando c’è stato tanto amore, succede.”
Leonardo non riesce ancora a parlare, gli sembra tutto un’invenzione della sua fantasia. Gli vengono alla mente batuffoli di ricordi: un vestito azzurro; una risata sulla spiaggia; la prima volta che lei si è spogliata per lui, per quella cosa proibita, magica, piena di musica.
Tace, ma le accarezza il viso. Si sente gli occhi lucidi, li socchiude un attimo. Deglutisce l’emozione. Raddrizza la schiena. Fa resistenza.
    E comincia a parlare: le dice della moglie morta, dei figli che non sono nati, della casa che ha affittato agli svedesi, del lavoro, tutto in fretta, tutta la sua vita in pochi minuti. Tutto sotto controllo, si dice, solo l’incontro fra due vecchi amici.
Ma si ritrova sempre lì, con il cuore caldo; è ancora lì: diciottenne ed innamorato.
Maddalena lo guarda e sorride. Toglie lentamente la mano dalla sua. Continua a sorridere:
    “Ma tu chi sei?” chiede, la voce incerta.
    “Uno che ha perduto.” Risponde Leonardo, baciandole una mano ed alzandosi.

    Verso sera conosce il nipote di Maddalena, che è venuto a trovarla.
Sì, mia zia non si è mai sposata, racconta l’uomo, ora ha solo me e mia moglie. Mia mamma è morta poco tempo fa, e noi non possiamo tenerla a casa. Ha visto anche lei, com’è: solo ogni tanto, ma sempre meno, è lucida. Ma altrimenti è un disastro. Quando è lucida, però, le assicuro, è sorprendente. Si ricorda cose di mille anni fa. I medici? Niente, dicono che non c’e niente da fare.
    A volte Leonardo la porta a passeggiare nel parco. Un giorno decide di portarla a vedere il fiume. Maddalena è distante, sembra non vedere niente. Lui nota le foglie degli alberi arrampicati sulla collina. Sono screziate di rosso, rossi cupi e delicati, variazioni molteplici dello stesso colore.
Sono belle, pensa, sono riposanti, danno un senso di intimità.
Lei a un tratto si ferma.
    “Guarda, guarda quei due ragazzi, là, vicino a quella tenda gialla. Sono gioiosi. Si amano, lo vedi?”
Lui li guarda, ma vede solo due ragazzi, lui con una maglietta troppo grande e lei con una brutta macchia sul viso. Ma è contento che Maddalena sia uscita, anche se solo per un attimo, dalla sua apatia.
Sì, solo per un attimo. E poi ancora quello sguardo perso, vuoto
Mentre rientrano lei cantilena:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
sette lunghi anni di lacrime amare…




    Il padrone dell’albergo era partito da solo, per Firenze. Che trovasse là, di che cibarsi, aveva pensato Lucia.  Aveva quasi una settimana. Una settimana per Marco.
    Cominciava a far freddo, sul fiume, ma lei aveva rimediato un sacco a pelo nel ripostiglio dell’albergo, e lo aveva preso per lui. Glielo aveva portato nella tenda, e Marco era entrato in quel momento con un mazzetto di gelsomini.
“Per te,” aveva detto “sono i piccoli fiori del tuo fiore.” E per la prima volta lei gli aveva permesso di accarezzarle il viso. Era stata  una vera corrente che l’aveva attraversata, era stato come il soffio divino che  crea la vita.
Fare poi all’amore era stato solo il dilatarsi di quella corrente, di quel soffio divino.
Lucia non era mai stata con nessuno, ma sapeva che la tenerezza e la pienezza che le aveva dato Marco con nessuno mai le avrebbe potute ritrovate. Pur nello spazio angusto, pur con la loro inesperienza. La prima volta. Anche per lui.
Uscirono sul fiume e si presero per mano. Due in uno, pensò Lucia, per sempre.
    “Guarda, Lucia, là, sulla strada, quell’uomo e quella donna. Lui è triste, lei no, lei è un angelo. Ma si amano, tutti e due. Hanno i capelli bianchi ma sono ragazzi, c’è la luce intorno a loro. Io la vedo.”
    Due in uno, pensò nuovamente Lucia. Per sempre.
 Anche se sapeva che non sarebbe stato possibile.

 

    Quella mattina Maddalena non si vuole alzare. Piero, che ha notato la vicinanza fra i due, chiama Leonardo. Provi lei, gli dice, non vuole aprire neanche gli occhi stamattina, forse con lei…
Lui entra nella camera numero 7. Una bella stanza luminosa. Sente un profumo sottile, leggermente amaro. Lo riconosce, a distanza di più di mezzo secolo: il suo primo dopobarba. E’ come si mi avesse portato addosso in tutti questi anni, pensa Leonardo, e l’emozione gli chiude la gola.
“Madì,” la chiama piano, ritrovando il vezzeggiativo  di allora “Sono io, sono Leonardo.”
“Ecco, ci sei, amore mio” e apre gli occhi, luminosi, trasparenti. “Ora posso anche andare.”
Un sospiro profondo. Richiude gli occhi.
E dopo poco lui capisce, con angoscia..
Si stende vicino a lei, l’abbraccia. E, mentre inizia a cullarla dolcemente, bisbiglia:
Tu dormi alle mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.




    Le giornate, ormai, si sfilacciavano in una nebbia densa. Le auto viaggiavano più lentamente, il rumore delle portiere dei camion era più attutito, le risate degli uomini più stentate.
    Quando arrivò al fiume si accorse che la tenda era sparita. Cercò Marco con lo sguardo, lungo la riva. Nulla. Corse al bar, entrò affannata. A volte andava lì a mangiare, ma niente, non c’era.
Il barista le fece un cenno e le consegnò un foglio ripiegato.
Fu presa da un gelo improvviso. Tornò nella sua stanza.
Una calligrafia grande, da bambino, righe tirate con forza su parole poi riscritte.
“Cara Lucia, io vado, io continuo ad andare. Io non posso fermarmi, io devo continuare a sentire le voci delle cose, a vedere le cose che hanno luce, che danzano, devo continuare a sentire le musiche. Non ci riesco più, adesso, ho io, troppa luce, adesso. Sento solo la mia musica, adesso. Io credo di volerti troppo bene, è per questo che devo andare. Io sono  fiume, sono  pioggia, sono movimento. Io vado.”
Lucia  si era ripiegata sotto le coperte, il foglio contro la sua guancia.


    Leonardo posò il libro e si avvicinò alla finestra. Pioveva, pioveva fortissimo. Fuori era come si fosse cancellato il mondo e non fosse rimasto nient’altro che una cortina d’acqua.
Sostò qualche istante davanti ai vetri. Tirò un lungo respiro e lentamente tornò al suo libro di poesie.


    Lucia guarda la pioggia, dalla finestra della sua camera. Ha finito di rassettare tutte le stanze, e ha qualche ora di libertà. Guarda la pioggia, mentre si accarezza la guancia. Guarda le gocce. Chissà quale danza stanno facendo? Ecco, l’ha visto il movimento di quella goccia che sta ballando: lento…lento…veloce…veloce…veloce



La canzone: mi piace pensare che Leonardo e Madì la ascoltassero nei loro pomeriggi innamorati…


http://www.youtube.com/watch?v=oHJwqE5wdVc

Aggiungo un altro avviso, che per coincidenza ben si allaccia a quanto scritto sopra: mi permetto di consigliare a tutti la lettura de "La casa del quarto comandamento" di Marco Salvador, Ho riletto la bella recensione a questo romanzo su
armoniadelleparole.splinder.com
Anche Marco Salvador parla di una casa di riposo, racconta di "vecchi", racconta di amore. Indubbiamemte con parole migliori delle mie.
postato da: Soriana alle ore 02:01 | link | commenti (6)
categorie: la mia scrivania
giovedì, 23 agosto 2007

Quando l'amore fa rima con dolore

P1040094Tre poesie con minuetto finale.

 

Qui io ti amo

Qui io ti amo.
Tra pini scuri si srotola il vento.
Brilla fosforescente la luna su acque erranti.
Passano giorni uguali, inseguendosi l'un l'altro.

Si dirada la nebbia in figure danzanti.
Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte mi alzo all'alba e persino la mia anima è umida.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui io ti amo.

Qui io ti amo e invano l'orizzonte ti occulta.
Ti sto amando anche in mezzo a queste cose fredde.
A volte vanno i miei baci su quelle navi gravi,
che corrono sul mare dove non arriveranno.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
Sono più tristi le banchine quando ormeggia la sera.

Si stanca la mia vita inutilmente affamata.
Amo quel che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia lotta con lenti crepuscoli.
Ma poi giunge la notte e inizia a cantarmi.
La luna proietta la sua pellicola di sogno.

Mi guardano con i tuoi occhi le stelle più grandi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie metalliche.


(Pablo Neruda -Venti poesie d'amore, XVIII-)




OGGI CHE T'ASPETTAVO

Oggi che t'aspettavo
non sei venuta
e la tua assenza so quel che mi dice
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato
come una stella
dice che non vuoi amarmi
quale un estivo temporale s'annuncia
e poi s'allontana
così ti sei negata alla mia sete
l'amore sul nascere
ha di questi improvvisi pentimenti
silenziosamente ci siamo intesi
amore, amore
come sempre
vorrei coprirti di fiori
e d'insulti.


(Vincenzo Cardarelli)


La neve degli ippocastani intride
la sabbia dei viali
odorano di miele i tigli
e tu non sei qui
né altrove
sei la nube laggiù
rossa di lampi


(Lalla Romano da “Giovane è il tempo”)



http://www.youtube.com/watch?v=tVah22CYDJc

Poi un invito che vi prego caldamente di seguire: oggi, Renzo Montagnoli ci mostra gli orrori della guerra attraverso lo sguardo innocente di un bambino. E' un racconto bellissimo: non perdetelo.
Lo trovate qui, naturalmente:
armoniadelleparole.splinder.com
postato da: Soriana alle ore 00:36 | link | commenti (9)
categorie: la poesia salva la vita