“…dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.”
“Per andare dove, amico?”
“Non lo so, ma dobbiamo andare.”
Sono passati 50 anni dalla pubblicazione di “On the road”, il romanzo-simbolo della beat generation. Chi appartiene alla mia generazione ne è stato rapito, l’ha letto e riletto. Ci abbiamo fatto sogni sulle pagine di Kerouac. Sogni di libertà, sul non fermarsi mai, sul bruciarsi, anche, attraverso gli incontri che il camminare, l’andare, il vagabondare rendono possibili. Sogni sulla vita, sull’amicizia, sull’amore, come forse non li avevamo mai pensati.
In cinquant’anni di cose ne sono cambiate tante. E non solo in America, ma ovunque. Nel bene e nel male. Forse più nel male, non so. E allora mi/vi chiedo: cosa può raccontare, oggi, il libro di Kerouac, alle nuove generazioni? A parte l’uso -e l’abuso- di alcol e droghe, ci si possono riconoscere i ventenni, i trentenni di questo nuovo secolo? Possono avvertire l’energia, l’avidità di vita che permeano tutte le pagine di “On the road”? E noi, rileggendole, cosa ci ritroviamo? Forse solo la nostalgia di un’epoca in cui tutto ci sembrava ancora possibile? Ecco, mi piacerebbe sentire i vostri commenti: non necessariamente analisi letterarie o sociologiche, ma solo impressioni, ricordi, sensazioni legate all’andare, al consumare scarpe su strade reali o metaforiche. Viaggiare…sì, viaggiare…Ma cosa è il viaggio? Cosa è, o cosa è stato, incamminarsi sulla strada, per noi?
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