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mercoledì, 28 febbraio 2007

Bambini in guerra

http://www.peacetakescourage.com/wwjd.html

Questo indirizzo mi è stato segnalato da un'amica. E' terribile, quello che si vede entrando. Strazia il cuore, davvero.  Ho riflettuto, prima di inserirlo. Poi, non ho potuto fare a meno di farlo.

(Voglio ringraziare Annalisa che mi ha insegnato a "linkare" in maniera corretta)
postato da: Soriana alle ore 15:11 | link | commenti (5)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
martedì, 27 febbraio 2007

Chiara Cretella domani a Fahrenheit

Domani alle 17 Chiara Cretella, la giovane autrice nata a Pescara, ma residente a Bologna,  parlerà con Marino Sinibaldi del suo ultimo romanzo: "Annunciazione in metropolitana". A Fahrenheit, naturalmente, la bella trasmissione che va in onda dal lunedì al venerdì su radio3.  Mandando una mail a fahre@rai.it si potrà votare il libro di Chiara come libro del mese. Vi invito quindi a ascoltare la trasmissione (Fahrenheit è una delle poche trasmissioni fra tutte quelle radiofoniche e televisive per cui vale la pena di pagare il canone...) e poi...beh,  non aggiungo altro.

Annunciazione in metropolitana
Chiara Cretella








Jeanna ha ventiquattro anni e cerca la sua annunciazione per le strade di Milano; si è appena laureata e il suo sogno è fare la modella all'Accademia. Un giorno mentre assiste al funerale di suo padre incontra Franco, che la porta nella sua casa-prigione. Franco trascorre le sue giornate nei cimiteri, parla con i becchini, vaga tra tombe e lapidi alla ricerca di un segreto che lo approssimi al mistero della vita. Vuole un compagno di giochi e Leanna affascinata da questo dandy mistico e sensuale si abbandona a lui completamente.
postato da: Soriana alle ore 19:24 | link | commenti (2)
categorie: avviso ai naviganti
domenica, 25 febbraio 2007

I Silenzi sospesi di Renzo Montagnoli

Renzo Montagnoli, con il racconto “I silenzi sospesi” è fra i sette finalisti del premio letterario “Les Nouvelles” indetto dalla rivista Prospektiva. Questa ottava  edizione del concorso ha modalità diverse dalle precedenti: la giuria ha selezionato sette autori fra tutti i partecipanti e ora il vincitore sarà eletto in base alle mail di commento che arriveranno alla rivista.
Per chi fosse interessato a scaricare i racconti finalisti  ecco l’indirizzo: www.prospektiva.it.
Le mail con i commenti motivati  vanno inviate a redazione@prospektiva.it

Ora non farò in esplicito invito a votare per Renzo Montagnoli. Mi limiterò a riportare qui il suo racconto. Per me è veramente un gran bel racconto, che suscita emozioni e riflessioni. E…io, il mio commento, l’ho già inviato.
In bocca al lupo, Renzo!!!

        I silenzi sospesi

di Renzo Montagnoli
               

“Mi piace venire in questo posto, non appena mi è possibile, ascoltare il silenzio che qui regna sovrano. Chiudo gli occhi e vedo immagini che nessun altro potrà mai vedere: sono ricordi che si riallacciano al presente, volti di cui non ricordo più il nome e che si avvicendano nella mente, oppure sembrano uscirne quasi a strappi, come i coriandoli lanciati per carnevale. S’alternano a visioni di paesaggi  di località che non ho mai visto, ma che tanto mi sarebbe piaciuto visitare; sono sprazzi dipinti nel cervello che si compongono secondo l’estro del momento e come le idee che nascono all’improvviso mi provocano un senso di stupore, come l’aver scoperto qualche cosa che era sempre stato lì, ma che i miei occhi non riuscivano a scorgere.
Sì, mai come in questo posto riesco a creare con una forza insopprimibile che ha solo la necessità di un ambiente adatto per poter prorompere.
Passano gli anni, le stagioni si avvicendano, oggi cammino sulle foglie morte, che ancora, svolazzando, cadono dagli alberi.
Gli alberi, così silenziosi, muti, ma che parlano con le loro forme,  spesso contorte come se anche per loro esistesse la sofferenza di vivere, loro che ogni anno sembrano morire in questo periodo, per  tornare poi a rivivere la primavera successiva.
A me non è concesso un simile privilegio e già l’autunno è in corso, una lunga estenuante stagione che mi intorpidisce lentamente, in un silenzio interno che poco a poco, senza che me ne potessi accorgere, mi ha sopraffatto.
L’unica voce che è in me è quella della mente, appunto con queste immagini che riesce a creare per abituarmi al distacco e così si affievolisce la realtà, le emozioni si smorzano, nulla può turbare questo deserto dei sensi.
Io chiamo tutte queste cose i silenzi sospesi, perché per gli altri non ci sono, ma sono come a mezz’aria, all’intorno, dentro di me, in ogni mia cellula e quando questo stato di equilibrio precario verrà meno ne resterà solo uno, totale, definitivo, di cui non potrò però accorgermi”.


- Venga, Signor Paolini, dobbiamo tornare, si è fatto tardi. La sua visita giornaliera al cimitero dell’ospizio è terminata.

“Saranno brave queste infermiere, ma rompono decisamente; è così bello starsene nel silenzio assoluto, in un tempo tutto mio e, tac, ecco che devo per forza rientrare nella quotidianità, in quel vivere civile fatto solo di gestualità ripetute, di abitudini insensate.”

- Si appoggi a me; ecco, così, piano, piano , un passo dopo l’altro e arriveremo giusto in tempo per la cenetta.

 “Sentila com’è gentile e premurosa, ma tutto ha un prezzo; mio figlio vede la soluzione di ogni problema con il denaro e so bene che quelle poche volte che viene a trovarmi le allunga un bigliettino da 100 euro.
Mio figlio, un perfetto uomo d’affari, abile, intelligente, ma senz’anima. Delle volte mi chiedo se è nato così o lo è diventato per colpa mia. Preferisco la seconda soluzione, perché così almeno avrebbe un significato starmene rinchiuso in questo carcere da cui si esce solo con i piedi in avanti, anzi non si esce proprio, perché sono stati talmente furbi che al suo interno ci hanno costruito anche il cimitero, e nel posto più bello, in fondo al parco, vicino al torrente, così che venga voglia di andarci a stare.
 Mi ci sto abituando poco a poco: per ora ci vado con i miei piedi, ma poi mi ci dovranno portare e non avrò più al fianco l’infermiera che mastica la gomma americana, si fuma una sigaretta ed è impaziente che finisca la mia ora d’aria. Non sa che la vita è fatta anche di questi silenzi, durante i quali mi accorgo di esistere.”


-  Ecco, vede che siamo arrivati; adesso si va a lavare le mani e poi si mette a tavola. Sento un profumino…gran bella cena quella che l’aspetta.   

“Se lo dice lei, è segno che s’accontenta di poco. Non che il vitto sia scadente, anzi è di discreta qualità, ma quello che manca ai pasti è il piacere di stare a tavola, quel piacere che ho sempre provato in famiglia.

Allora il cibo sembrava ancor più buono di quello che in effetti era, perché era l’essere insieme che dava soddisfazione, dava un senso a qualsiasi cosa, anche a una necessità fisiologica quale può essere nutrirsi. E poi si parlava, e anche si scherzava. Ora, invece, sembra che siamo tutti lì per prendere una medicina: non è l’appetito che sembra mancare, ma il piacere di doverlo soddisfare. E’ un silenzio diverso quello che aleggia durante il pasto, è una sorta di rassegnazione stanca che si ravviva a ricordarmi che ogni gesto, ogni consuetudine di un tempo non ha più nessun significato.
Che senso può avere fingere l’indifferenza verso il proprio stato?”


-  Signor Paolini, scusi, ma c’è una visita per lei: suo figlio.  

“L’ultima volta è venuto due mesi fa, sempre in orari strani; allora stavo per andare a letto, ma non mi ha fatto rinviare il sonno e se l’è sbrigata in una decina di minuti, tanti per lui, pochi e troppi per me, a seconda di come si veda la questione. Pochi, ripeto, perché mi illudo sempre che possa rivolgermi la parola aprendosi quell’animo che non ha, troppi perché è insopportabile quella sua ostentazione di naturalezza, come se fosse venuto a trovarmi a casa, anziché all’ospizio.”

-  Papà, ti trovo splendidamente.

“Ecco che cominciamo proprio bene; adesso attaccherà le solite litanie: gli affari, il successo, parla, parla solo di lui, come se davanti non ci fosse nessuno, ma una platea costituita da una miriade di suoi cloni.”


-  Non ho potuto venir prima per via del lavoro, sai, insomma, se non si fatica non si guadagna e per fortuna che io sono il migliore.

“E ti pareva che fosse il contrario.”

- Perché non parli, perché non mi dici niente? Sono anni che sembri nemmeno ascoltarmi. Ti devo dare una notizia che è una bomba: mi è nato un maschio e abbiamo deciso di chiamarlo Carlo, come te. Sei felice? Dai, dimmi che sei felice?

“Potrei esserlo, ma fra la possibilità e la realtà di una cosa il divario è enorme. Dovrei essere contento perché mi è nato un nipotino che mai potrò vedere? Dovrei rallegrarmi perché gli hanno dato il mio nome? No, questo nuovo essere mi è e resterà più sconosciuto di mio figlio, per il semplice motivo che non ne potrò sentire il calore, né lui potrà sentirsi mio nipote. Quanto ho desiderato un tempo di diventare nonno, di vedere nel figlio di mio figlio sbocciare un’esistenza a cui contribuire con lo spegnimento della mia!”

-  La prossima volta che vengo ti porto una sua foto. Adesso purtroppo devo andare, ma ritornerò ancora e cerca di star bene.

“A che pro star bene? Per rinviare la fine dei miei giorni, per continuare a recitare la parte di un uomo a cui la vita non può offrire più nulla?
Parla, parla e dice solo delle cazzate; questa volta almeno è rimasto meno del solito. Queste parentesi in un’esistenza monotona, e già di per se stessa insopportabile, danno un senso di squallore e ti fanno sentire esattamente quello che sei: del tutto inutile.
Ho deciso che non ceno e che vado a letto subito, a godermi il silenzio della camera, in quel buio a cui mi sto sempre più abituando e che celandomi tutto nasconde anche l’immagine di un vecchio stanco di vivere. Ma non resto solo; fra me e il nulla di questa massa scura c’è l’unico amico che mi è rimasto, fedele, sempre presente purché lo desideri: il silenzio.”
postato da: Soriana alle ore 23:41 | link | commenti (2)
categorie: avviso ai naviganti
sabato, 24 febbraio 2007

Per una notte serena

VIENE ADAGIO LA SERA

Viene adagio la sera, camminando
tra gli alberi lontani nella neve
e silenziosa preme le sue guance
fredde alle finestre, per spiare.

E nelle case cresce il buio.
I vecchi sulle sedie pensano,
le madri sono come regine,
i bambini lasciano da parte i giochi
e le ragazze non filano più.

La sera fuori tende l'orecchio
nella casa, e dentro ascoltano
il silenzio della sera.


Rainer Maria Rilke
postato da: Soriana alle ore 00:12 | link | commenti (9)
categorie: la poesia salva la vita
giovedì, 22 febbraio 2007

Musiche

Se potessi rinascere  e se poi esistesse un ipotetico cesto  dove stessero  ammucchiati i talenti, lì, in bella vista, con tutti i loro colori e luci…ecco, io sceglierei il talento per la musica. Sì, sceglierei di diventare una…tessitrice  di note. Non importa se di canzoni, o di musica classica, o di opere o operette.  Musica. E basta. Perchè io credo che, fra tutte le arti, nulla come la musica sia evocativo, e ci possa ri-trasportare in un luogo, in uno spazio temporale ben preciso. Che nulla , come la musica, ci possa far vivere, e ri-vivere emozioni. E allora, mi piacerebbe avere questo potere, mi piacerebbe avere la capacità di donare attraverso una mia creazione queste sensazioni.
Perché a me è questo, che accade, quando ascolto una musica che ho amato.  Mi ritrovo immersa nei posti dove l’ascoltavo abitualmente: mi avvolge “quell”’atmosfera, risento “quegli” odori, rivedo “quella” particolare luce che permeava il luogo. E i volti, e le voci. E se ero innamorata (e quando non lo ero?) mi torno ad innamorare della persona di allora, sì. Fino a quando la musica non cessa. Per tre, quattro minuti sento sotto le dita la sensazione di una carezza data. Per la durata del brano musicale mi scivolano gli anni di dosso. Può essere Brahms, o Battisti, Bizet o Cat Stevens, Guccini o Mahalia Jackson, Mozart o De Andrè.  Di musica ne ho amata, ne amo tanta. E anche di ricordi, ne ho tanti. E anche di anni. Che siano proprio gli anni, che mi fanno fare ‘sti pensieri?

La canzone del sole

Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi
le tue calzette rosse
e l'innocenza sulle gote tue
due arance ancor più rosse
e la cantina buia dove noi
respiravamo piano
e le tue corse, l'eco dei tuoi no, oh no
mi stai facendo paura.
 
Dove sei stata cos'hai fatto mai?
Una donna, donna dimmi
cosa vuol dir sono una donna ormai.
Ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai
per diventar quel che sei
che importa tanto tu non me lo dirai, purtroppo.
 
Ma ti ricordi l'acqua verde e noi
le rocce, bianco il fondo
di che colore sono gli occhi tuoi
se me lo chiedi non rispondo.
 
O mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me
o mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me.
 
Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi
noi due distesi all'ombra
un fiore in bocca può servire, sai
più allegro tutto sembra
e d'improvviso quel silenzio fra noi
e quel tuo sguardo strano
ti cade il fiore dalla bocca e poi
oh no, ferma, ti prego, la mano.
 
Dove sei stata cos'hai fatto mai?
Una donna, donna, donna dimmi
cosa vuol dir sono una donna ormai.
Io non conosco quel sorriso sicuro che hai
non so chi sei, non so più chi sei
mi fai paura oramai, purtroppo.
 
Ma ti ricordi le onde grandi e noi
gli spruzzi e le tue risa
cos'è rimasto in fondo agli occhi tuoi
la fiamma è spenta o è accesa?
 
O mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me
o mare nero, o mare nero, o mare ne...
tu eri chiaro e trasparente come me.
 
Il sole quando sorge, sorge piano e poi
la luce si diffonde tutto intorno a noi
le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi
e cespugli ancora in fiore
sono gli occhi di una donna
ancora piena d'amore.
postato da: Soriana alle ore 23:50 | link | commenti (9)
categorie: leggeri e pesanti pensieri

Solitudini

Tre fatti di cronaca di questi ultimi giorni.
 
Southampton (U.S.A.): un uomo viene trovato morto davanti alla tv ancora accesa. Al momento del decesso aveva 70 anni. La morte risale a un anno prima del ritrovamento del cadavere

Aosta (Italia): il corpo di un uomo viene ritrovato nel congelatore di proprietà del figlio. La morte risale a forse sette anni prima del ritrovamento del cadavere.

Agrigento (Italia): un neonato di sei mesi viene ritrovato in fin di vita con la gola squarciata all’altezza della carotide. A ferire il piccolo,presumibilmente,  la madre, una ragazza belga di 24 anni.


Tre episodi, lontani geograficamente, diversissimi fra loro. Apparentemente, fra i tre, non c’è legame alcuno. Nessun colpevole, per quanto riguarda il primo; un colpevole di occultamento di cadavere, per il secondo; una presunta colpevole di tentato omicidio, per l’ultimo .
E allora perché mi viene da metterli così, uno dietro l’altro?  Per un motivo. Perché credo che un legame ci sia. Che ci sia un altro colpevole, che li accomuna tutti. La solitudine. Che ci siano tanti colpevoli: per assurdo tutti noi.

Dico: un uomo sparisce per un anno, nessuno ne sa più nulla, nessuno lo incontra più per la strada, ai giardinetti, nel negozio dove è solito fare acquisti. Sì, qualche domanda qualcuno se la fa…e ci si risponde: ma, forse è in ospedale, forse in una casa di riposo…Forse. Ma nessuno che se ne preoccupa veramente. E gli amici? Nessun amico, è evidente, per Vincenzo Ricardo. Mi viene da pensare che se si fosse chiamato John Smith, forse, chissà, sarebbe stato diverso. Ma forse no. E poi questo sarebbe un altro discorso.

Dico: un uomo sparisce per sette anni. Ha un figlio, lui sì che sa la verità. Ha un nipote, anche, e una nuora  che di verità ne sanno un'altra, quella che è stata loro raccontata: l’anziano parente è ricoverato in una clinica di Genova. Bene. Ma…mai una visita a quel nonno? Mai una scappata a Genova per andare a salutare il vecchio suocero?  E altri parenti, conoscenti, tutti disposti a dimenticarlo? Forse sbaglio, forse ci sono cose, dettagli che non so, intorno a questa vicenda. Non voglio entrare nel merito dei motivi che hanno portato un figlio a rinchiudere il corpo del padre in una congelatore. I motivi sono a conoscenza di tutti. E forse anche  questi motivi,  sono frutto di uno stato di solitudine e di abbandono. Quello che mi chiedo è: ma dov’erano tutti quanti?

Dico (ed è un “dico” più sommesso, perché fra le tre storie questa è senza dubbio la più tragica e dolorosa): c’è una ragazza con problemi, con un disagio psichico che voglio pensare non sia poi così nascosto. Ci sono sempre segnali, in questi casi. Eppure viene lasciata sola con il suo bambino, e non mi riferisco solo al suo convivente che se ne è andato, ma soprattutto alle persone che la conoscevano, che la incontravano per la strada, i vicini di casa, che so…E che magari giravano la testa dall’altra parte, perché quella era strana, e era anche straniera, per giunta.

Non so. Forse non ho il diritto di scrivere su questi avvenimenti: non sono troppo informata sui fatti, non li ho seguiti in maniera approfondita. Però questo pensiero, il pensiero della solitudine, dell’indifferenza, come comune denominatore dei tre episodi, non mi abbandona. Per questo ho scritto che siamo, in un certo senso, tutti colpevoli. Perché potrebbe esserci, al di là della parete della nostra stanza, un televisore acceso da un anno, e un signor Ricardo addormentato per sempre sulla sua poltrona.

postato da: Soriana alle ore 00:55 | link | commenti (5)
categorie: leggeri e pesanti pensieri
mercoledì, 21 febbraio 2007

L'Anarchico esposto



Non lo sapevo. Non conoscevo l’episodio. Non conoscevo il suo nome. Mai sentito.
Giovanni Passannante, si chiamava. Mi sono imbattuta, scontrata,  con la sua storia oggi, ascoltando Ulderico Pesce intervistato da Marino Sinibaldi a Fahrenheit.

Napoli, 17 novembre 1878. Umberto I re d’Italia, attraversa la città, a bordo della sua carrozza, assieme alla moglie,  la regina Margherita. Tutto è tranquillo, nessuno pensa a un possibile attentato.
Ma improvvisamente un uomo riesce a balzare sulla carrozza.  In una mano impugna un coltello, nell’altra una piccola bandiera rossa.  Alza il braccio. Colpisce. Ma non succede nulla, al corpo del sovrano. O quasi. Solo una piccola scalfittura. E così, il re è salvo, viva il re.
Quello che succede, e succederà, e in un certo senso ancora sta succedendo all’attentatore, alla sua anima e al suo corpo, è orribile, invece.
Si chiama, l’uomo, Giovanni Passannante, fornaio nativo di Salvia, provincia di Potenza. Anni ventinove. Pensieri e ideali anarchici nella testa, nel cuore. Un solitario, però, che non fa parte di alcun gruppo anarchico. Pensa a ospedali, a scuole per la sua terra. Crede che solo un gesto estremo possa dare voce e forza ai suoi pensieri. E così, quel coltello, è così l’attentato.
Quindi l’arresto.
La perizia medica che esclude categoricamente si tratti di un pazzo.
La condanna. Non a morte, ma ai lavori forzati. Ma in realtà viene condannato a qualcosa di ben peggiore.
Viene trasferito alla fortezza di Portoferraio. Rinchiuso per anni in una cella che sta al di sotto del livello del mare, nel buio assoluto, nel silenzio più totale, rotto solo dallo sferragliare della sua catena di ben 18 kili. Si ammala di scorbuto, che gli fa cadere tutti i peli, perdere completamente il colore, rovesciare le palpebre, riempire il corpo di edemi. Lo spostano in un’altra cella, questa volta al di sopra del livello del mare, le reni ormai rovinate dal peso della catena. E sempre nel buio più assoluto, sempre circondato solo dal silenzio, senza che intorno a sé avverta mai la presenza di qualcuno. I barcaioli che pescano intorno alla fortezza raccontano delle sue grida disperate.  Diventa cieco, e sordo. E alla fine, sì, alla fine impazzisce. Arriva a nutrirsi con i suoi escrementi. E la giustizia si fa misericordiosa e predispone il ricovero di Giovanni nel manicomio criminale di Montelupo. E’ il 1889. Nel febbraio 1910 l’anarchico solitario Giovanni Passannante muore. Come degna conclusione di tutto questo orrore gli viene tagliata la testa. Amen.
Gli tagliano la testa, proprio così. La scienza richiede un tributo. Studiare e poi mostrare come sia fatto il cervello di un criminale, di uno che si è macchiato del crimine più efferato: violare il corpo del re. 
E così ancora oggi, incredibilmente, vergognosamente, impunemente, per due euro tutti possiamo “ammirare” questa cosa. Basta essere a Roma, e entrare nel Museo Criminologico. Due Euro, signori. Ed ecco, davanti a noi, l’Anarchico esposto.
postato da: Soriana alle ore 00:22 | link | commenti (9)
categorie: storie vere
domenica, 18 febbraio 2007

Ragazza

Buio

    Apro gli occhi e la luce del sole mi sbatte sulla faccia mi schiaccia sul terreno umido fangoso richiudo gli occhi l’asfalto scorre sotto l’automobile illuminazioni al neon delle stazioni di rifornimento passano veloci il suo profilo ha un che di rapace mentre porta la lattina di birra alle labbra l'insegna di un motel case con occhi bui la testa mi pulsa dio mi sono cacciata in un casino un tir ci viene incontro sull’altra corsia troppo vicino ci viene addosso il respiro mi si ferma lui sterza si infila in una traversa una serata in discoteca finita male è molto buio l’auto sobbalza e avanza su un terreno sconnesso rami sbattono contro i finestrini gli ho detto va bene portami a casa magari prima beviamo ancora qualcosa non ho pensato che finisse così questa corsa pazza non lo conoscevo non è la prima volta che dico andiamo a uno sconosciuto ma lui lo vedo che è diverso non solo fatto e strafatto anch’io un po’ lo sono ma ha come del ghiaccio tutto intorno ghiaccio e silenzio freddo i capelli gli spiovono sugli occhi li lascia stare stacca una mano dal volante solo per bere e buttare la lattina dal finestrino la strada si restringe ancora il buio è totale intorno odore di sottobosco improvviso un cancello aperto illuminato dai fari dell’auto dalla radio la voce di Anita Baker che canta My Favorite Things pazzesco è la canzone prediletta da mia madre lui ferma l’auto scendo corro dove non so inciampo sbatto la faccia a terra

    Riapro gli occhi la luce è meno violenta una formica mi cammina sul braccio segue la via di un graffio veloce si ferma ancora veloce mi passo una mano sul viso non lo riconosco ha colline dove c’erano pianure avvallamenti dove c’erano ossa osservo la mia mano sporca di sangue capelli sono rimasti intrappolati nell’anello i suoi stupida stupida stupida mi sento il suo odore addosso qualcosa di appiccicoso mi si è seccato fra le gambe giro la testa un male boia mi aggredisce tutto il corpo urlo ma sento solo silenzio in una pozzanghera galleggiano mozziconi di sigarette e il cadavere di una mosca il muschio sulla panchina di cemento disegna ghirighori sulla scritta Paola ti amo 2005 accanto a un sacchetto di plastica del magazzino in centro una siringa fili d’erba vibrano nella brezza un uccello fischia più lontano rumore di lamiere la formica continua a risalire una nuvola copre il sole mi devo rialzare appoggio le mani sul terreno per darmi la forza di mettermi in piedi le dita affondano nella melma mi siedo un’ondata di nausea mi prende tutta poi il buio
postato da: Soriana alle ore 23:41 | link | commenti (3)
categorie: la mia scrivania
sabato, 17 febbraio 2007

Otto minuti

L'incontro di ieri sera, con Nurit Peled, israeliana, e Souzan Fatayer, palestinese, è iniziato con un filmato della durata di otto minuti. ma che ci è sembrato molto, molto più lungo.
Corpi stipati in una specie di gabbia, che avanzano con una lentezza estenuante. Uomini, vecchi, donne, bambini. Un unico sguardo, fra il disperato e il rassegnato. Il nostro, di sguardo, il nostro sguardo di spettatori seduti comodamente sulle poltroncine dell'Aula Magna, esprime sgomento, comprensione, vergogna, anche. Perchè ci pensiamo così poco, a queste situazioni, tutto sommato. Perchè quotidianamente ci lamentiamo di dover stare in colonna davanti a un semaforo, perchè sbuffiamo per un autobus affollato, o perchè il treno è in ritardo.
Ci scorrono davanti otto minuti di sofferenza, di disagio, di umiliazioni.
La colonna sonora è un alternarsi di pianti di bambini, neonati, per lo più.
Otto minuti di verità.
E' la ripresa di uno dei tanti checkpoint della Cisgiordania. Uno dei tanti machsom, in ebraico blocco stradale, che fa sì che, per percorrere un tratto di strada che impegnerebbe normalmente venticinque, trenta minuti di tempo, occorrano in realtà diverse ore. Ostacoli. A volte insormontabili. Perchè lì si muore, a volte, se, malati, non si fa a tempo a raggiungere l'ospedale. O si nasce, perchè un bambino non può aspettare, quando è l'ora di venire al mondo. E quella nascita già è segnata da una sorta di infausta predestinazione, da una sorta di marchio.O si studia, perchè il tempo si consuma fra la perquisizione degli insegnanti, e quella degli zainetti dei ragazzi, e di tempo ce n'è sempre meno: allora perchè non ammucchiarsi in un angolo e cominciare lì, a fare scuola? Ostacoli. Checkpoint. Machsom. E non molti lo sanno, ma la maggior parte non sono controlli di frontiera, collocati fra Israele e i territori occupati, ma stanno all'interno dei territori, rendendo difficile lo spostamento fra un villaggio e l'altro. Ostacoli, non ponti. Muri, non ponti. E  oltre a morire, a nascere, a studiare, a soffrire, forse non è poi così difficile pensare che si alimenti altro rancore, e odio, verso coloro che questi ostacoli hanno voluto e amministrano.
8 minuti. Abbastanza intollerabili, per noi, seduti lì, comodamente. Giorni, mesi, anni, per i Palestinesi. Tempo scippato.
Pensiamoci.
postato da: Soriana alle ore 22:43 | link | commenti (7)
categorie: leggeri e pesanti pensieri

Ora sì, ora che S.Valentino è passato...


Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene. 
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

~ Kahlil Gibran ~

postato da: Soriana alle ore 00:01 | link | commenti (8)
categorie: la poesia salva la vita