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sabato, 04 luglio 2009

Un venerdì sera

P1090965(Flavio Soriga al parco Moloise di Bologna il 3 luglio 2009)


P1090968(Giovanni Peresson e Flavio Soriga sempre in quel posto lì, come ho scritto prima)


Gli argomenti non mancano per scrivere  un post. No, non mancano davvero.

Vogliamo parlare del cosiddetto pacchetto sicurezza approvato dai nostri governanti… unicamente per il nostro bene? (A proposito, andate a firmare questo
Appello)

Vogliamo parlare dei feriti della tragedia di Viareggio (una tragedia evitabile )? Di come il fuoco abbia reso non solo i morti, ma anche alcuni dei sopravvissuti irriconoscibili, tanto che li hanno sottoposti all’esame del DNA? Ma ci pensate… Come sarà la vita di quelle persone, da ora in poi? Al di là dei lutti che hanno potuto subire, al di là delle loro case distrutte, potranno mai accettare la trasformazione subita dal loro corpo, dal loro volto? Sinceramente, pensarci, mi causa una sofferenza grandissima. Il fuoco è davvero una forza distruttrice ineguagliabile… Forse peggiore di quella di un terremoto.

Già, il terremoto. Apprendo da una mia amica aquilana (che ha fra l’altro confermato quanto ha esposto Gattinoni nella sua lettera) apprendo, dicevo, che durante il G8 alla popolazione verrà vietato l’uso dei telefonini… Io spero che siano solo voci che girano, un passaparola senza fondamento… Lo spero, ma non lo credo. Ho paura che su L’Aquila e sui suoi abitanti si stia veramente facendo una sorta di prova generale di restrizioni della libertà.

Bon. Allora, direte, alla fine di che parli, in questo post?
Di come ho passato il venerdì sera, vi parlo. Perché credo che sia anche giusto e costruttivo parlare di cose belle, e di chi, con la sua arte e le sue parole cerca di farci non solo pensare, ma anche farci passare momenti gradevoli. Altrimenti, scusate, ma  si vivrebbe solo nella merda.

Allora: oggi pomeriggio sfoglio Repubblica e vedo che questa sera (ieri sera, per voi che leggete) a Bologna ci sarà un reading con  lo scrittore sardo
Flavio Soriga  (mi ripeto per l’ennesima volta: Flavio, insieme a Cristiano Cavina e Fabio Geda è fra i miei tre giovani autori preferiti) e il chitarrista cantante Giovanni Peresson che non conosco, ma mi va benissimo, che se è in coppia con Flavio Soriga bravo deve essere per forza.  E poi scopro, facendo un po’ di ricerche, che il tutto  è a cinque minuti a piedi da casa mia, in un parco che però non ho mai sentito nominare, perché è sotto il ponte della ferrovia, e uno pensa che sotto il ponte della ferrovia non ci sia niente di bello, tanto meno un parco. E invece c’è, ed è anche carino, e poi sotto il ponte, cioè, nella pancia del ponte,  potrei dire, c’è un circolo, non so come si chiami, con bar e tutto, gestito da signori anziani molto gentili. E’ proprio lì che  riabbraccio Flavio, l’ultima volta lo avevo visto a Torino.
E così, poi, vado nel parco: nel pubblico solo giovani. Mi trovo spesso, in questa situazione. Vado a vedere uno spettacolo e sono la più vecchia, ma ampiamente la più vecchia: ma i miei coetanei che fanno? Boh… Comunque non è che mi trovo a disagio. Mi domando, solamente.
Il reading ha un titolo:
STORIA PORTATILE DELLA POESIA UNIVERSALE, e  (riprendo direttamente dal blog di Flavio Soriga) parla di molte cose, Montale e la poetica del PD, Palazzeschi e Carrasecare, Enzo e Benvenuto Lobina, Cechov, il dottor Cechov.  Che il dottor Cechov è un pezzo di Paolo Nori, e ne fa anche un altro, di Paolo Nori, Flavio. Paolo Nori non è fra i miei tre giovani autori preferiti,  solo perché, avendo superato i quaranta è fuori da questa categoria.  Anche un brano di Aldo Nove, ha letto Flavio e poi uno bellissimo di
Sergio Atzeni
che per gli scrittori sardi è un icona. Mi ha particolarmente colpito, il brano di Atzeni, perché il suo personaggio, una ragazzina, racconta le emozioni che prova mentre nuota, e subito mi è venuto in mente che proprio in mare, Atzeni, è morto.
A ogni lettura di Flavio Soriga si intervallava la musica. E avevo proprio pensato bene: Giovanni Peresson è un ottimo cantante e chitarrista. Canzoni belle, più appartenenti  alla mia generazione, che a quella presente fra il pubblico. Quanto tempo era che non sentivo cantare live  Ho visto anche zingari felici di Claudio Lolli…

Beh, amici cari, è stata una serata molto più che gradevole. Proprio bella, è stata. Io, poi, adoro come Flavio legge. Ha un modo tutto suo, di leggere, un po’ urlato, ma non fastidioso, un po’ sincopato… Insomma, a me piace un sacco.

Ma non è che io sono un po’ pazzerella, e fuori dal mio tempo, visto che mi ritrovo spesso ad assistere a spettacoli dove tutti potrebbero essere quasi (quasi, dico) miei nipoti?  Mah… Domanda senza risposta…

Dimenticavo: Il reading è stato organizzato dalla neonata associazione ISKIDA, associazione culturale Sardo-Bolognese, sorta dall’esperienza del comitato Bologna per Soru, di cui vi parlai in altra occasione. Di questa associazione vi racconterò più dettagliatamente quando su di essa avrò più elementi.  Il nome, in sardo, significa: sveglia! E mi piace, questo nome. Mi sembra pregno di significato.

Mamma mia! Sono quasi le due (di notte, è ovvio…).  Ora pubblico il post e vado a dormire. Domani…emh  emh…altro viaggetto:  in Romagna, vado a trovare mio figlio, e poi farò un po’ di mare, e domani sera, altro grande, anzi, grandissimo: Franco Battiato, in concerto a Riccione, nell’ambito della ormai collaudatissima manifestazione rivierasca La Notte Rosa.
Mi ricordo la Notte Rosa del 2006 (credo la prima edizione). Una serata in cui ero un po’ triste, ricordo. Un po’ giù, insomma. Ma domani sera non sarà così.
Ritornerò domenica sera: lascio a casa il mio IBook, quindi a risentirci a lunedì. E buon fine settimana a tutti. A proposito: si dice BUON fine settimana o BUONA fine settimana?

E preparatevi ad altri miei viaggetti, prossimamente…


Direttamente pescati da Youtube:

Giovanni Peresson
e

Puzzidda (cioè: che schifo)

 Ma non è sul S.B., però.









postato da: Soriana alle ore 02:38 | link | commenti (3)
categorie: leggeri e pesanti pensieri, palcoscenici
giovedì, 02 luglio 2009

Di ritorno

Lecce: statua di cartapesta(statua di cartapesta davanti a un negozio di un artigiano di Lecce)

Allora: la mia vacanzina nel Sud (prima di proseguire nella lettura, però, se non lo avete ancora fatto, leggete il mio post precedente, quello delle segnalazioni, se no, io, che segnalo a fare…).
La mia vacanzina, dicevo, è finita, e da ieri sono ritornata a casetta mia.
Che dire? Che mi sono innamorata del Salento e della sua gente. Lecce è una città splendida e ospitalissima.  Una città gentile, armoniosa, rilassante, che per molti versi, per la sua luce, per una sorta di magica atmosfera che ho percepito, mi ha ricordato la bellissima Siviglia. Credo, cosa che mi hanno confermato alcuni abitanti, che sia una città dove si vive bene, dove la qualità della vita è  ben più che accettabile. Certo, il mio soggiorno è stato molto breve, due giorni appena, e forse non è tutto oro quello che luccica… ma spero proprio di non essermi sbagliata.  Già un elemento positivo è che nel centro storico ci siano diverse librerie. E poi ovunque vai, se chiedi un’informazione, o se entri in un negozio, in un bar, in un ristorante, trovi sempre persone gentilissime e pronte a parlare della propria città, o a scambiare quattro chiacchiere, così, come se si fosse già amici. Non è la cortesia interessata e magari un po’ falsa verso il turista, no, è vera e propria cordialità e senso dell’ospitalità.  E poi quel barocco che trovi nelle chiese  e nei palazzi, quella bella pietra leccese con cui sono costruiti questi edifici e che dona alla città un colore leggermente ambrato, come d’oro sbiadito ma luminoso, che meraviglia… P1090767















(Basilica di Santa Croce)

E poi, lasciata Lecce, il mare salentino: un miracolo di colori, di limpidezza, e le spiagge, poi, molte attrezzate, è vero, ma punteggiate da dune che nonostante tutto danno al litorale un aspetto ancora un po’ selvaggio.
P1090879(... temporale in arrivo...)

 Sono stata quattro giorni in un posto minuscolo, che si chiama Marina di Pescoluse: un microscopico paradiso, dove a parte due alberghi, un ristorante, un tabaccaio-giornalaio e un bar alimentari, e molte graziose villette (spero non diventino troppe) non c’è null’altro. Un posto per stare tranquilli, insomma. E per riposare l’anima.

Solo un piccolo episodio, ha guastato per una mezz’oretta (ma se ci ripenso me la guasta ancora) la gradevolissima atmosfera della vacanza.
Ero a cena in un ottimo ristorante di Lecce, anzi, già che ci sono vi dico anche quale, così gli faccio un po’ di pubblicità, che se la merita: Trattoria cucina casareccia (Le Zie) via Colonnello Archimede Costadura 19.  Perché non è colpa dei ristoratori, se ho passato quella mezz’ora sgradevole. Ma il fatto è che accanto al mio tavolo, a un certo punto, si è seduta una famigliola: padre, madre e pargoletto sui 3 anni e mezzo, presumo. Tutti bellini, tutti carini, tipo pubblicità Mulino Bianco, per dirla. Appena arrivati il piccolo ha biascicato qualcosa, e mi è sembrato di capire la parola televisione. E allora: et voilà, da una scatola che il padre teneva in mano è uscito un aggeggio che, acceso, ha cominciato a gracchiare, per fortuna a volume basso. Non ho capito cosa fosse esattamente, non so se un televisore in miniatura o un micro lettore dvd.  Bene: il solerte papà l’ha posato davanti al piccolo il quale, per tutta la cena, non ha staccato gli occhi dalle immagini che il “coso” trasmetteva. Intanto la madre lo imboccava, e se il figlioletto non gradiva il boccone, slap!, non faceva altro che sputarlo nella solerte  mano della mammina. Da notare: hanno cambiato ben tre pietanze, ordinate dal piccolo. Che nessuna sembrava essere di suo gradimento… 
E le uniche parole scambiate fra i tre riguardavano appunto la scelta del cibo. Per il resto i genitori si limitavano a fissare il loro sguardo adorante (così era) sul prodotto dei loro lombi. 
Ecco, capite la mia irritazione? Fra dieci, quindici, vent’anni, cosa sarà diventato, quel bambino? Un ennesimo essere non pensante, egocentrico e superficiale.
Ah, non era leccese, la famigliola. Dalle poche parole che hanno pronunciato, l’accento era decisamente dell’Italia del nord.
Comunque questo è stato l’unico episodio sgradevole della mia vacanza.
E ora vi saluto, che devo riordinare un po’ la casa, devo. E anche innaffiare le piante.
E poi devo anche dire che ho fatto un po’ di fatica, a scrivere: mi pesano, quei morti di Viareggio…


postato da: Soriana alle ore 16:38 | link | commenti (5)
categorie: i miei viaggi

Segnalazioni (anche tardive)

BOZZA_DA_NON_DIFFONDEREVi ricordate del concorso Highlander, promosso da Laura Costantini e Loredana Falcone?
Ora tutti i  racconti che hanno partecipato sono racchiusi un un e-book scaricabile gratuitamente!
Merito di Matteo Gambaro (http://lagunaweb.splinder.com/) che se ne è preso cura. E grazie anche, naturalmente, a Laura. Scaricatelo scaricatelo scaricatelo. E leggetelo! Fra gli altri c’è anche il mio, di racconto. Il link per avere, senza spendere un cent, questo bella raccolta, è questo:


http://www.lulu.com/content/e-book/highlander/7332761




E  QUI  un mio racconto breve, nuovo nuovo:


ballerinaLa ballerina


P1090505Intorno a Maurizio de Giovanni

1)La recensione del suo ultimo romanzo
 una recensione che definirei emozionante su Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, scritta da Renzo Montagnoli.
E agli amici romani ricordo che oggi, 2 luglio, Maurizio de Giovanni presenterà il suo romanzo alle 18:00, alla libreria BIBLI di Roma, via dei Fienaroli 28

2)Un suo racconto
3)Una sua... candid intervista



Ecco poi altre visite che vi consiglio:

Un ordinato groviglio di Piera Maria Chessa:  ecco una recensione di questo bella raccolta di poesie dell’autrice sarda.


La confessione, un racconto di Enzo Maria Lombardo
Non posso fare a meno di consigliare la lettura di questo testo scritto da un autore eccellente.



Per i pochi che ancora non lo hanno letto (il post ha avuto un numero altissimo di visite e commenti) segnalo un editoriale di Sergio Sozi:
Succubi dello schermo maligno

In
Sul romanzo
un’intervista fatta da Radames a Laura e Lory. Ma c’è tanto altro nel blog di Radames: un’occasione continua di stimolo per scrittori e lettori. Ricordatevi di visitarlo ogni giorno: non vi deluderà mai.


Un atto generoso di uno scrittore viareggino di nascita. Potete leggerne
QUI
Io ho aderito all’iniziativa. Spero lo facciate anche voi.


Un'altra candid intervista:
A Salvo Zappulla, detto Zap.
postato da: Soriana alle ore 13:59 | link | commenti (4)
categorie: avviso ai naviganti
sabato, 27 giugno 2009

Le verità nascoste



BERLUSCONI L
Quando prima di cena sono rientrata dalla spiaggia mi ero riproposta di parlarvi della mia vacanza. Ma aprendo la posta ho trovato una mail con allegato. E allora il tema del post è cambiato. Anche se il documento contenuto nell'allegato risale a più di un mese fa, credo che leggerlo possa essere importante: probabilmente le cose, da allora, non sono cambiate molto. Anche mio figlio, che è stato all'Aquila mi sembra  ai primi di giugno, mi ha raccontato più o meno la stessa situazione esposta in questo documento.

Questa lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni  un attore che si trovava a L 'Aquila per presentare un film. Le parole sono dirette a sua moglie ma rappresentano un'efficace
testimonianza per tutti quelli che a L 'Aquila non ci sono ancora stati.




Oggetto: HO VISTO L 'AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l 'Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell'unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati. Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando Si può fare  Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo. Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa. Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all'improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo. Hanno vietato internet nelle tendopoli perchè dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c'era la parola "cazzeggio". A venti chilometri dall'Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente. Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L 'Aquila. Poi c 'è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E ' come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano
lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l'importante è che all'esterno non trapeli nulla. Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l 'ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.  I media dicono che là va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l 'intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente".
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c 'è più, tutto perduto. Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C 'era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie. E poi quest'umanità all'improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c 'erano i tavoli nel vento della sera,
un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finchè Michele non l'ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini". Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere. Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

postato da: Soriana alle ore 23:33 | link | commenti (17)
categorie: povera patria, terremoto
martedì, 23 giugno 2009

Indovinello stupidello

1Milvia




































Un post frettoloso, questa sera (e mi scuso anche se non ho tempo di rispondere a mail e commenti), ma fra pochi minuti, anche se sono solo le 9,30, me ne vado a nanna: la sveglia suonerà infatti alle 4,30, perché dovrò poi essere in aeroporto alle 5,30. Una levataccia! Ma quando per un volo andata e ritorno, seppur nazionale, si spendono 37 euro in tutto, qualche sacrificio bisogna farlo, no?
Eh, sì, me ne vado in vacanza per una settimana. Dove? Indovinate un po’: le foto all’inizio del post sono un indizio, e pure il brano che segue, dove ho… astutamente oscurato i nomi delle località.
Come dice il titolo del post: indovinello stupidello, insomma…
Ah, se indovinate non si vince nulla…


La * è una regione calda, accogliente, ricca di sole, mare e sapori.
Percorrendo il suo territorio  non si può non rimanere affascinati dai suoi molteplici e variopinti aspetti:le misteriose grotte del *, i campi aperti, soleggiati e ricchi di colori del *, le steppe della *.
L'aspetto territoriale che maggiormente caratterizza il territorio  è sicuramente la presenza di antichi e profumati uliveti che riempiono le colline con la loro immobile severità. La * è una terra in cui il sapore del mare e quello della terra si fondono creando delle ricette che nella magica atmosfera  esprimono tutto il loro sapore.Il territorio, in larga parte pianeggiante, produce in abbondanza grano, uva e olive. I farinacei, l'olio ed il vino sono dunque immancabili protagonisti delle antiche ricette. La cucina  è abbastanza omogenea anche se cambiano delle piccole abitudini come l'uso dell'aglio, per esempio, che tende a diminuire man mano che si scende dal nord al sud, fino a cedere completamente il posto alla cipolla.
(ma guarda! ancora la cipolla!)


Vi lascio con una poesia, un video simpatico e un abbraccio.
Il mio amico Mac  lo porto con me, quindi, forse, mi farò viva nei prossimi giorni.
Ciaoooooo!!!!


S’Ode Ancora il Mare

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.


Salvatore Quasimodo


Danziamo
postato da: Soriana alle ore 21:49 | link | commenti (14)
categorie: i miei viaggi
domenica, 21 giugno 2009

Cipolle...in versi

blog_mini-cipolla
Cipolla:  allium cepa, la chiamano i botanici, zvòlla si dice a Bologna, e cipudda in Sicilia, e scigòla dicono i Lombardi.
Il suo utilizzo in cucina è assai frequente e vario: cruda, lessata, al forno, rosolata, in frittata, nella zuppa…
E, grazie alla presenza di sali minerali e vitamine ha anche numerose qualità terapeutiche.
Insomma, niente di nuovo, mi direte, lo sapevamo già, tutto questo.
Però quello che io non sapevo è che ci sono stati poeti che a questa pianta bulbacea hanno dedicato i loro versi.  E voi, lo sapevate?
Io l’ho scoperto per caso, l’altro giorno, quando la mia cara amica
Graziella Poluzzi    (cliccate, please) mi ha mandato una delle sue più recenti poesie. Incuriosita dal tema, ne ho cercate altre, di altri autori e ora, insieme a quella di Graziella, ve le propongo.




LA CIPOLLA
di
 Graziella Poluzzi

(omaggio a Wislawa Szymborska)

Mira, un occhio di riguardo
per la sua forma rotonda e piena
Nasce così a strati concentrici
l’uno all’altro abbracciati
Originale al massimo
Densità di risorse, una magica
sfera
Carnosa e pronta, generosa è la
cipolla:
dona sapore ad ogni cosa
gustosa ed umile e neanche costosa..
E’ santa la cipolla
stupore da ingoiare.
Rotonda e piena come palla astrale
conduce, trascina;
centrifuga e centripeta
tutta energia vitale.
Dorata figlia del cielo e della terra
del sole e delle nubi
Sacra danza anulare
Perfetta è la cipolla.




LA CIPOLLA
di
Wislawa Szymborska

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.

Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.



LA CIPOLLA
di
 Pablo Neruda

Cipolla, anfora luminosa,
petalo e petalo
si formò la tua bellezza,
squame di cristallo ti accrebbero
e nel segreto della terra oscura
si arrotondò il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
fu il miracolo
e quando apparve
il tuo rozzo stelo verde,
e nacquero
le tue foglie come spade nell'orto,
la terra accumulò il suo potere
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come in Afrodite il mar remoto
duplicò la magnolia
innalzando i suoi seni,
così ti fece,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
brillare,
costellazione costante,
rotonda rosa d'acqua,
sopra
la tavola
della povera gente.
Generosa
disfi
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
fervente della pentola,
e la parete di cristallo
al calore acceso dell'oliosi trasforma in arricciata penna d'oro.
Anche ricorderò come feconda
la tua influenza l'amor dell'insalata,
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti fine forma di grandine
a celebrare la tua chiarità sminuzzata
sugli emisferi di un pomodoro.
Ma alla portata delle mani del popolo,
innaffiata di olio,
spolverata
con un po' di sale,
uccidi la fame
dell'operaio nella dura strada.
Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura
come seme d'astro,
e nel tagliarti
il coltello in cucina
sale l'unica lacrima
senza pena.Ci hai fatto piangere senza affliggerci.
Io ho cantato quanto esiste, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle penne abbaglianti,
sei per i miei occhi
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone niveo,
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina .



CIPOLLA
di
Roberto Piumini


Non piangere, cipolla
tu sola sei capace,
trattata con affetto,
riscaldata pian piano,
un po' rimescolata,
(ma molto lentamente,
per non finire,
come si usa dire,
dalla padella alla brace)
senza crudezza, senza seccature,
soltanto un po' rosata
nel tuo olio abbondante
cipolla profumata, sei capace
di dare al riso il riso che mi piace.


Non so, non ho fatto ricerche  per scoprire se ad altri ortaggi o erbe aromatiche sono state dedicate poesie: magari, chessòio,  al sedano, alla rapa,  o al prezzemolo… Tipo:
Oh, prezzemolo dalle verdi fogliette
tu che sei il più usato fra le erbette…


Che ne dite se metto nel post anche la ricetta della zuppa di cipolle? Sì, sì, la metto, eccola:

Zuppa di cipolle alla parigina
300 gr.di cipolle
50 gr.di burro
20 gr. di farina
1 lt e ¼ di brodo di dadi bollente
sale, pepe nero macinato fresco
8 fettine di pane bianco tagliate piuttosto sottili
100 gr. di gruyère  grattugiato
soupe

Tagliate ad anelli le cipolle. Fate fondere il burro in una casseruola e buttavi le cipolle, cospargendole di farina,  e lasciandole imbiondire rigirate continuamente. Aggiungete poi il brodo, rimescolate bene e lasciate cuocere lentamente per 20 minuti, salate e pepate il tutto. Togliete la crosta alle fette di pane, tostatele e disponetele in una pirofila. Versatevi sopra la zuppa e cospargetela con il gruyére.
Ponete la pirofila sul ripiano più alto del forno già acceso e fate gratinare per 10 minuti a 270 gradi.
Trascorso questo tempo sfornatela e portatela in tavola nello stesso recipiente.
Una variante può essere disporre la zuppa in piccole pirofile da porzione, e farle poi gratinare dopo averle ricoperte con crostini di pane e il formaggio grattugiato.


Io, questa ricetta, l’ho provata diverse volte, anni fa, e l’ho trovata buonissima.

Uauh! Ora che ci penso, tagliare la cipolla fa piangere… E poi la notte scorsa c’è stato un grosso temporale, qui da me… E poi…
Insomma, ascoltatevi questa pioggia, e queste lacrime. Ma non piangete, che mica è vero che le lacrime fanno gli occhi belli...
E buona domenica.


Demis Roussos: Rain and Tears







postato da: Soriana alle ore 01:01 | link | commenti (10)
categorie: miscellanea, poesie a tema, piccolo ricettario
mercoledì, 17 giugno 2009

Parole parole parole

bla_bla_blaParole di plastica e cartone
 
Parole senza sguardo, 
senza connotazioni,
senza odore di terra.
Parole prive
di segno zodiacale,
sbattezzate dal tempo.
Parole ammonticchiate
come bottiglie vuote
nel retro di un negozio
ormai chiuso da anni.
Parole senza bocca,
senza pancia né sangue,
parole senza gambe,
senza profilo e battito del cuore.
Reclamizzate negli ipermercati,
sui finestrini di metrò affollati
sui bianchi schermi
di fredde multisale.
Parole-cianfrusaglia,
bigiotterie scadenti
di plastica e cartone
che ingombrano le menti.




E allora, forse, meglio il silenzio

Franco Battiato: Oceano di silenzio
postato da: Soriana alle ore 15:36 | link | commenti (9)
categorie: la mia scrivania
lunedì, 15 giugno 2009

Un noir...rinfrescante

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Ghiaccio
di
        Renzo Montagnoli   

Perché nel giro fosse chiamato così non era del tutto comprensibile, considerando che nessuno lo aveva mai visto; forse il nomignolo era da attribuirsi alla sua freddezza, a quel trattare, per posta o per telefono, qualsiasi affare in modo del tutto distaccato.
E tutto sommato all’interessato la cosa non dispiaceva, perché quell’appellativo era garanzia di serietà e scrupolosità, una dote non comune che aveva finito per consacrarlo come il miglior sicario esistente sulla piazza.
C’era bisogno di liberarsi di una moglie incomoda, di un socio sospettoso? Nessun problema: bastava telefonare a un certo numero di cellulare e poi scrivere a un fermo posta, magari allegando, insieme ai dati identificativi della futura vittima, anche una foto recente della stessa, e nel giro di poco tempo il lavoro era fatto, pulito, senza che potessero sorgere sospetti, perché ogni volta l’esecuzione veniva abilmente camuffata con un incidente. Quello che rendeva ancora più appetibile i suoi servizi era poi la modalità di pagamento: solo a lavoro concluso e lo stesso importo di 50.000 Euro uguale per tutti.
Per quanto ovvio, questa sua attività aveva una copertura, perché non poteva di certo mettere fuori dalla porta una targa, con sopra scritto “Rag. Tal dei tali, provetto sicario”; no, lui davanti agli occhi di tutti passava per un commesso viaggiatore di giocattoli, bonario, pacioccone, sempre pronto alla battuta scherzosa, ma mai volgare. E in effetti ufficialmente svolgeva questo lavoro, con frequenti spostamenti in tutta Italia, il che gli permetteva anche di spaziare tranquillamente sul territorio con l’altra attività.
Quella fredda mattina di novembre se ne stava rincantucciato nella sua poltrona preferita sorseggiando, anzi centellinando un cognac, quando squillò il cellulare.
- Pronto?
- Ghiaccio?
- Sì.
- Tu hai già lavorato per me e sono stato più che contento; ho un altro incarico.
- Va bene; attendo la solita lettera.
- Già spedita tre giorni fa con posta prioritaria e penso che ti dovrebbe arrivare oggi. Mi raccomando: un lavoro liscio liscio e pulito.
- Nessun problema.
La comunicazione si interruppe e nemmeno dopo un’ora suonò il campanello; andò ad aprire e il postino gli consegnò una busta.
L’aprì con calma e come cominciò a leggere avvertì chiara e netta una fitta al cuore.
Tutto si sarebbe aspettato, meno che la prossima vittima fosse una donna di cui era innamorato e che frequentava ormai da qualche anno. Per un attimo sperò in un’omonimia, ma quando guardò la fotografia allegata ogni possibile e auspicabile dubbio venne fugato.
Superato il primo sbigottimento, cominciò a chiedersi chi volesse la morte della sua donna, una persona dolce, semplice, che campava facendo lavori di ricamo in un piccolo paese delle Madonie,  talmente riservata che spesso nemmeno i vicini si accorgevano se era o meno in casa. Provò a ripercorrere mentalmente quello che sapeva della sua vita: nubile per forza, avendo dovuto assistere per una quindicina d’anni la madre inferma; nessuna velleità, nemmeno una notizia di passati amori. Bella era bella, ma non poteva essere questo il motivo per cui qualcuno desiderava sopprimerla;  no, ci doveva essere dell’altro a lui ignoto, qualche cosa che gli aveva voluto nascondere. A ben pensarci, anche nell’ultimo incontro di un mese prima, non gli era parsa per nulla turbata, anzi l’aveva trovata raggiante all’idea che lui un giorno potesse sposarla, non appena ottenuto il divorzio dalla moglie, una mera invenzione quella della consorte e dello scioglimento del vincolo matrimoniale, giacché lui mai e poi mai avrebbe potuto condurre una vita in comune, praticando anche l’altro lavoro. Aveva quindi vagheggiato delle possibili nozze  al solo scopo di tenere legata a sé quella donna di cui era veramente innamorato.
Doveva telefonarle, era indispensabile che la raggiungesse e così, preso il cellulare, compose il suo numero.
- Pronto, chi parla?
- Annunziata, ciao, sono io, Paolo.
- Che piacere sentirti, amore mio.
- Volevo dirti che verrò da te un po’ prima delle feste di Natale, perché mi hanno incaricato di cercare di vendere dei giocattoli in Sicilia. Penso che, se tutto va bene, dovrei essere lì fra un paio di giorni.
- Bene, veramente bene.
- Ti devo salutare; baci, bacioni.
- Bacione.
Chiuse la comunicazione e si mise a riflettere un attimo: la voce aveva lo stesso tono di sempre e non tradiva, apparentemente, preoccupazioni, il che lasciava intendere che non era accaduto nulla di particolare, o comunque tale da giustificare un omicidio.
Preparò comunque subito la valigia, ripromettendosi di partire l’indomani mattina presto per raggiungerla il più alla svelta possibile.
Così fece e, guidando pressoché ininterrottamente, arrivò a casa di Annunziata alla mezzanotte.
Nonostante l’ora, fu ben felice di vederlo e di accoglierlo nel suo letto, dove, a dispetto delle fatiche del viaggio, lui si diede non poco da fare prima di addormentarsi.
Si risvegliò che erano circa le 10, andò in cucina, dove c’era già Annunziata, e, mentre faceva colazione, cercò di indagare.
- Annunziata, tutto bene?
- Perché amore?
- Così, perché ti voglio bene.
Lei abbassò gli occhi e ammutolì.
- Che c’è adesso, ti ho detto qualche cosa che non va?
Nessuna risposta.
- Vuoi deciderti a dirmi qualche cosa? Sento che sei turbata, che ti stai rodendo lo stomaco.
Lo guardò fisso, mentre dai bellissimi occhi neri cominciavano a far capolino le lacrime.
- Ci sarebbe sì qualche cosa che non mi fa dormire da giorni.
- Dimmi, parla.
- Tanto tu non puoi farci niente…
- No, questo sono io a deciderlo. Tu raccontami tutto.
- Una settimana fa, mentre andavo a fare una visita al cimitero alla mia povera mamma, in contrada Cafusca, che è un luogo isolato, ho visto due uomini litigare. Sono venuti alle mani, poi è spuntato un coltello e uno dei due, colpito più volte, è rimasto a terra in un lago di sangue.
- Continua.
- Ho cercato di nascondermi, ma l’altro, quello rimasto in pedi, si è accorto di me e sono sicura che mi ha riconosciuto.
- E chi è quest’uomo?
- Totò Bonaventura.
- E perché non hai detto nulla alla polizia?
- Perché Totò Bonaventura è uno dei capimafia della zona: quello tiene in pugno tutti, uomini, donne, poliziotti e perfino magistrati.
- Cazzo…
- Dicevi?
- Scusa la parola, volevo dire è un bel guaio.
- Per me quello mi vuole morta.
- E ci credo.
- Che posso fare, Paolo?
- Tu non far niente, stai coperta, che vedo io quello che posso fare.
- Ma allora non hai capito niente! Tu che cosa mai potresti fare?
- Non preoccuparti: ho pure io le conoscenze giuste.
La conversazione finì lì, anche perché Paolo doveva cominciare il suo giro dei negozi.
Non si sentiva per nulla preoccupato, perché ora conosceva il committente. Con la meticolosità che lo caratterizzava si mise a spiare le abitudini di Totò e così si accorse che tutte le mattine un’Alfa 166 blu metallizzata lo andava a prendere con una puntualità incredibile: sempre e solo alle 8.
Poi lo portava in giro per i suoi affari, risalendo la montagna e poi ridiscendendo verso la pianura lungo la stessa strada, stretta, ripida e con ben pochi parapetti, nonostante la presenza di orridi e profondi burroni. Inoltre, già cominciava a fare freddo e, anche se la neve sembrava ben lungi dal venire, la possibilità di una gelata non era per niente remota.
Ispezionò più volte il percorso, trovò un punto adatto allo scopo e misurò la temperatura più o meno all’ora prevista per il passaggio dell’Alfa. Quando il mercurio scese sotto lo zero si sfregò le mani, soddisfatto perché l’indomani sarebbe stato il gran giorno.
Era un’alba gelida, con un vento freddo che soffiava forte; arrivò al curvone e fermò la sua familiare in un piccolo spiazzo, poi, con calma, cominciò a tirar giù dal baule le taniche d’acqua che aveva riempito la sera prima. Come iniziò svuotarle sull’asfalto il liquido ghiacciò quasi istantaneamente. Osservò il lavoro compiaciuto: lo strato gelato era esattamente nell’asse della curva e quindi visibile per chi arrivava solo all’ultimo momento.
Il lavoro però non era completo; così prima della curva versò il contenuto di una latta da 5 litri di olio da motore, poi prese dal suo campionario una piccola rivoltella, di quelle con cui giocano i bambini facendo tanto chiasso con i proiettili a salve. Adesso era tutto pronto e si trattava solo di attendere. Dopo circa un quarto d’ora, udì, portato dal vento, il rombo di un motore, dal timbro sportivo, tipico proprio delle Alfa.
Quando l’auto fu prossima alla curva cominciò a esplodere i colpi.
Il conducente, da provetto pilota, frenò, scalando contemporaneamente una marcia, onde poter avere più accelerazione e così tutta la coppia del motore venne scaricata a terra esattamente nel momento in cui le ruote erano sulla macchia d’olio. L’Alfa cominciò a sbandare, l’autista sembrò riprenderne il controllo per un istante, ma, arrivata nell’asse della curva, incappò nel ghiaccio. Girò più volte su se stessa, quasi indecisa sulla strada da prendere, poi a tutta velocità e senza più alcun controllo puntò il muso verso l’esterno, divelse il piccolo parapetto di lamiera e precipitò nel baratro. Dopo un volo di un centinaio di metri finì su una pietraia, esplodendo.
Paolo si guardò intorno: non c’era nessuno. Il lavoro era stato compiuto nel migliore dei modi, liscio liscio proprio come aveva detto la vittima.
Risalì in macchina e riprese il suo giro di lavoro, come se nulla fosse accaduto, perché ora, dopo essere stato Ghiaccio, era diventato nuovamente Paolo.
Durante il percorso pensò lungamente alla sua relazione con Annunziata e ci fu anche un brevissimo momento in cui gli venne voglia di gettare tutto alle ortiche e di sposarsela.
Fu solo un attimo, ma poi si scosse: l’idea era del tutto improponibile, poiché avrebbe voluto dire non solo dover abbandonare la sua lucrosa attività, ma anche perdere una libertà di cui si sentiva fiero e appagato. Nei suoi viaggi, infatti, non infrequenti erano i contatti intimi occasionali con altre donne, possibilità che un matrimonio, per di più con una siciliana e come tale sicuramente gelosa, avrebbe sicuramente, se non impedite, almeno rese alquanto difficoltose.
Ritornò da Annunziata solo a sera inoltrata, con il volto stanco e tirato di chi ha lavorato un’intera giornata.
- Ciao, Annunziata; sono un po’ in ritardo per la cena, ma il lavoro è il lavoro.
- Paolo, ho una notizia incredibile.
- Dimmi.
- Questa mattina Totò Bonaventura è morto.
- Morto? E come?
- In un incidente stradale. L’auto su cui viaggiava è sbandata per il ghiaccio in una curva ed è precipitata in un burrone.
- Caspita, questo si dice culo!
- In che senso?
-Che abbiamo avuto fortuna, anche perché non sono ancora riuscito a trovare chi poteva parlargli per tranquillizzarlo e fare in modo che non pensasse più a te. Meglio così.
- Sì e adesso saremo più liberi. A che punto sono le pratiche del divorzio?
- Annunziata, andiamo per le lunghe. Sai com’è la giustizia in Italia: lenta, farraginosa.
- E quando pensi di ottenerlo?
- Non ti so dire, ma sto facendo l’impossibile perché sia presto.
- E dopo un bel matrimonio con l’abito bianco e il viaggio di nozze a Parigi.
- Sicuro, non spero altro.
- Mi raccomando: fai veramente l’impossibile.
- Annunziata, se ti dico che desidero sposarti al più presto è la pura verità e puoi star tranquilla che solleciterò gli avvocati, i giudici, insomma chi di dovere.
- Avrai dei costi?
- Non preoccuparti per quelli.
- E gli affari come vanno?
- Bene, abbastanza bene, anche se oggi ho perso un ordine da 50.000 Euro.
- Peccato! Forse non eri al meglio per causa mia.
- No, non preoccuparti, perché prima o poi ne verranno altri. Che c’è per cena?
- Arrosto di vitello con patatine fritte.
- Ottimo: ho un appetito che non ti dico.
- Manca il vino, però; ho dimenticato di andare a prenderlo. Potresti fare un salto in cantina?
- Ma certo, non c’è problema.
Aprì la porta  sul retro della cucina e dato che l’appartamento era al primo piano, mentre la cantina era sottostante e accessibile solo dal cortile interno, prese a scendere lungo la stretta scala di marmo, sferzato dal vento sempre più impetuoso.
Non aveva fatto che due scalini, quando il piede d’appoggio scivolò sulla superficie ghiacciata; cercò di aggrapparsi alla ringhiera,ma questa improvvisamente cedette. Fu così che precipitò nel vuoto, lanciando un urlo disperato. Poi vi fu il tonfo, un rumore di ossa che si spezzavano mentre la vita cessava.
Annunziata si affacciò sulla porta, guardò giù e poi rientrò in casa.
Senza mostrare la minima emozione per l’accaduto si accinse a telefonare al pronto soccorso, ben sapendo dell’inutilità della chiamata, ma prima si guardò allo specchio e si disse:
- Annunziata, sei ancora una donna desiderabile e che può trovare facilmente marito. Paolo era un povero coglione che credeva di fregarmi con la storia del divorzio! E’ bastata una piccola indagine di un’agenzia investigativa per scoprire che non era nemmeno sposato. Avrei potuto troncare tutto, ma mi ha preso in giro per tanti anni e doveva pagare. E così è stato sufficiente gettare un po’ d’acqua sugli scalini, e poi il gelo e la ringhiera pericolante che non mi ha mai voluto aggiustare hanno fatto il resto.    
Sollevò la cornetta, compose lentamente il numero e alla voce che rispose disse con tono affranto:
-    Venite, presto. C’è stata un’orribile disgrazia. Ma state attenti, perché le strade sono tutte ghiacciate.


***
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
***

La canzone con cui chiudo il post non ha niente a che  fare con il racconto pubblicato: vuole essere però un omaggio a un cantautore e poeta che ieri ci ha lasciato: Ivan Della Mea
Un grande Resistente, voglio definirlo.

Ecco qui la sua voce:
L'internazionale di Franco Fortini





















 
                        
  
          


postato da: Soriana alle ore 15:27 | link | commenti (4)
categorie: renzo montagnoli
domenica, 14 giugno 2009

A Bologna, con letture di Margaret Collina

15 giugno
postato da: Soriana alle ore 17:01 | link | commenti (1)
categorie: avviso ai naviganti
sabato, 13 giugno 2009

Un po' di me, ma anche di altri

bucato
E' uscito il nuovo numero di Arteinsieme. Fra le altre cose potete leggere:
Badanti
che è una mia poesia
e poi, di Renzo Montagnoli, la poesia:
La voce dentro
e anche il racconto
Il prezzo del silenzio

e ancora:
Un uomo d'altri tempi
Racconto-monologo di Maurizio de Giovanni


LadyPazz ospita invece un racconto di Remo Bassini:
Ronda fascista


Per chi poi oggi pomeriggio si trovasse accanto a un apparecchio radio o a un pc si sintonizzi su Radio3, perchè Paolo Nori avvisa che:

Sabato 13 giugno,
a radiotre,
tra le 15 e 25 e le 15 e 50 circa,
dentro una trasmissione che si chiama
Piazza Verdi,
in diretta da Milano
leggiamo e suoniamo con Antonio Zambrini
da Sputare negli stivali (dai Pubblici discorsi)



E adesso un mini racconto, che poi sarebbe il compito che Il Maestro Paolo Nori di cui sopra  (la cui scuola di scrittura e lettura frequento da un po’ di tempo) ci ha affibbiato per lunedì prossimo. Il compito così, più o meno, citava: fate parlare (o descrivete) un personaggio con una (o più) ossessioni, una (o più) paranoie. Una cartella. 
E allora io ho scritto così, sperimentando un poco:



Tutto adesso è pulito

Ah, dite bene voi, mi dite mostro, è così che mi chiamate. Ma non sapete niente.  Avete le orecchie chiuse, voi.  Voi non ascoltate la VERITA’. Io sì, a me la VERITA’ mi parla con le voci della PULIZIA e io le  capisco queste voci che voi non sentite, io che non ho studiato e che più in là del mio paese ci sono andato solo quella volta. E adesso mi chiamate mostro perché ho fatto quello che ho fatto, ma io dovevo farlo, perché  sono le voci della PULIZIA che me l’hanno detto.
Che quando ero piccolo erano voci che bisbigliavano e quando andavo nei campi e si sentiva il vento facevo fatica, facevo fatica a sentirle. Allora mi mettevo giù, in mezzo al frumento e chiudevo gli occhi, chiudevo, e le voci mi dicevano le cose da fare. Mi dicevano che per restare pulito non dovevo più baciare mia mamma, e neanche in braccio, le dovevo andare. Perché mia mamma non era pulita, che io l’avevo vista, senza le mutande e con quell’uomo sopra.  Che faceva un rumore, lei, come delle volte le bestie. Che io ero entrato nella stanza perché mi ero tagliato per sbaglio con un coltellino, ma lei continuava a fare quel rumore e non mi ha visto e il sangue mi ha sporcato la maglietta, che era bianca, ricordo. E’ stato da quella volta che sono arrivate le voci.
Prima le voci mi venivano dalla sinistra, e poi hanno cominciato a venire anche dalla destra, ma non insieme. E quando sono andato a scuola delle volte dormivo con la testa sul banco, perché così non vedevo la maestra,  che così voleva la voce di destra. La maestra era una donna sfacciata, con la faccia dipinta e le maglie strette,  la maestra era sporca e se la guardavo sporcava anche me, diceva la voce di destra. Dopo ho smesso di andarci, a scuola. E le voci parlavano sempre più forte e mi dicevano delle cose. Come di strozzare la gatta, quella volta, dopo che il gatto le era stato sopra, e lei era diventata sporca. Non mi piacciono le cose sporche, io mi lavo sempre, come mi dicevano le voci; le mani, le mani anche cento volte in un giorno, credo, me le lavo. Anche adesso.
Poi dopo è venuta una ragazza ad abitare vicino a casa nostra. E’stato dopo l’incidente di mia mamma, sì, dopo che mia mamma è morta bruciata dal cherosene.  Questa ragazza era  così pulita e lustra che sembrava come se fosse stesa sui fili del bucato quando c’è il sole, con il vento che pulisce tutto. E aveva anche l’odore del bucato. Così questa ragazza ha cominciato a parlare con me
e aveva una voce che sembrava una canzone di chiesa. Nessuno mi aveva parlato così, prima, e dire che avevo già sedici anni. Allora per un po’ le voci hanno smesso di dirmi, perché non c’era più niente da pulire.  Lei delle volte mi faceva una carezza sulla testa, e io non mi tiravo indietro come avevo fatto con mia mamma e con la maestra. Delle altre volte mi faceva da mangiare e mangiavamo insieme, quando io tornavo dai campi.  L’Anna, che Anna si chiamava, ha cominciato a volermi bene, come una sorella, diceva, sei il mio fratellino, diceva. E anch’io, uguale.
Ma poi ha cominciato a cambiare. Alla domenica non stava più a casa, prendeva la macchina e se ne andava, e non veniva neanche a salutarmi.  E quando tornava mi sembrava un po’ meno pulita, con un odore che non era il suo, mi pareva.
E mi parlava meno, era come se non ci fosse, delle volte, anche quando c’era. Allora sono tornate le mie voci, che ne avevo anche voglia, che tornassero, dopo che lei non mi parlava più. E le voci di sinistra mi hanno detto di prendere la corriera, la domenica, e andare in città, che è piccola, la città, e forse l’avrei vista, all’Anna.
E infatti l’ho vista, che era lì, nella piazza, e c’era uno che se la stringeva e lei rideva come non l’avevo mai sentita, con me, ridere così.
Allora le voci hanno cominciato a gridare tutte insieme, e quelle di sinistra e quelle di destra, e mi dicevano che non dovevo farla sporcare, all’Anna, che lei doveva rimanere pulita e che solo io potevo farla rimanere pulita.
Così ho preso la corriera e sono tornato a casa e l’ho aspettata dietro la siepe.
E adesso dite mostro, a me. Perché voi non capite che è il mio coltello che l’ha salvata. Piantavo piantavo piantavo la lama e il sangue la ripuliva tutta. Come il cherosene aveva ripulito mia mamma.
Le voci non mi dicono più niente, adesso, perché tutto è pulito e in ordine. E la sola cosa che mi fa dispiacere è che voi mi chiamate mostro.



Il Bolero di Ravel, ogni volta che lo ascolto, mi dà un senso di angoscia, mi sembra la rappresentazione in musica di un'ossessione. E mi sembra adatto, quindi, come chiusura a questo raccontino. E pure le immagini del video, mi sembrano adatte.

Ravel: Bolero (Andre Rieu)

postato da: Soriana alle ore 01:27 | link | commenti (7)
categorie: avviso ai naviganti, la mia scrivania